“Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia…”

Ogni volta che dalla marina salgo a Stilo, la fantasia vola…

Guardando verso l’alto ai piedi del monte Consolino, dove è incastonato quel gioiello architettonico chiamato Cattolica, mi sembra di vedere il giovane Campanella osservare il mare che da Stilo guarda alla Grecia, culla e patria della filosofia e del mito, intento a fantasticare inquieto sulla prima incerta visione di un mondo da conoscere, capire e rinnovare.

In questo posto della Calabria remoto, desolato e selvaggio, e in una famiglia modesta (il padre Geronimo era un ciabattino analfabeta, la madre Caterina Martello un’umile popolana), in condizioni poco favorevoli, apprese i primi rudimenti di grammatica e sentì nascere confusamente in cuore uno scomposto ardore di conoscenza. E qui, esiliato e dove avrebbe potuto, dopo tanti anni di amarezze persecuzioni carcere e una vita avventurosa, starsene finalmente tranquillo, vide anche naufragare, nella miseria amara, il suo piccolo grande mondo dei suoi sogni… assediato da intrighi, calunnie, sospetti, lottando sempre per i suoi ideali politici e religiosi, fino a quando, quasi settantunenne, si spegne con animo sereno, all’alba del 21 maggio del 1639.

Le vicende di Campanella sono simili a quelle di altri che hanno sofferto per affermare ideali e valori, in contesti storici non favorevoli. Nel caso poi di Campanella (come anche di Giordano Bruno) balza evidente che gli aneliti di libertà provengono direttamente dall’interno di quella Chiesa, che soffoca e perseguita ogni forma di libertà (Se torni in terra,armato vieni,Signore;/ch’altre croci apparècchianti i nemici, / non Turchi, non Giudei, que’ del Tuo regno: ammonimento e richiamo alla verità che punge e consola).

Infatti nel periodo trattato gli unici fermenti di vita culturale si hanno proprio nei centri monastici, nei quali lo studio poteva generare ribelli ed eretici da condannare, perseguitare, incarcerare, torturare. Però, e ciò è grande stupendo ed eroico, neppure le torture e il carcere riescono a fiaccare le menti vive e profetiche, come recita l’inno suo più alto al libero pensiero: Come va al centro ogni cosa pesante / dalla circonferenza, e come ancora / in bocca al mostro che poi la divora, / donnola incorre timente e scherzante; / così di gran scienza ognuno amante, / che audace passa dalla morta gora / al mar del vero, di cui s’innamora, / nel nostro ospizio alfin ferma le piante…

Infatti proprio in carcere nasce La Città del sole, grande utopia ed espressione evidente del fatto che neanche le sbarre possono impedire e affossare la libertà interiore di un uomo. In essa il filosofo di Stilo, che noi ricordiamo non solo come sommo pensatore ma soprattutto come grande e fierissimo carattere tenace ed eroico difensore del diritto dell’Uomo alla libera ricerca del vero, ipotizza una società di liberi ed eguali, dove è presente sia la comunione dei beni che il tendere dei Solari al proprio perfezionamento, quasi una risposta progettuale, polemica e critica ai guasti e agli errori contemporanei, con elementi di base che hanno respiro eterno e definitivo.

E’ l’opposto della società meridionale del tempo, della sua incontrollata demografia nell’ignoranza e nella superstizione, del feudalesimo e delle sue prepotenze e dei suoi privilegi, dell’ingiustizia sociale, della religione ufficiale strumento di regime. E il Campanella diventa propugnatore di tolleranza, di europeismo ante litteram, di ricerca culturale e morale, di scienza, di fratellanza, di lotta al tiranno, coerente campione di identità tra ideali e vita, pensiero e azione, pronto a soffrire per i propri ideali, autore di un progetto di palingenesi definitiva.

Sofferenze continue, lenite continuamente da un percorso di fede e di orgogliosa folle certezza delle sue posizioni (Sciolto e legato, accompagnato e solo,/ gridando, cheto, il fiero stuol confondo:/ folle all’occhio mortai del basso mondo,/ saggio al senno divin dell’alto polo./ Con vanni in terra oppressi al ciel men volo,/ in mesta carne, d’animo giocondo;/ e, se talor m’abbassa il grave pondo, / l’ale pur m’alzan sopra il duro suolo) e dalla vibrante certezza del trionfo finale sui tiranni (Spesso m’han combattuto, io dico ancora, / fin dalla giovinezza; ahi troppo spesso! / Ma d’espugnarmi non fu lor concesso / ch’è Dio che mi sostiene e mi rincuora. / Sopra le spalle mie, quasi ad ogn’ora, / fabbricando processo con processo, / han prolungato il lor maligno eccesso; / ma la spada del ciel per me lavora. / Vicino è il dì, che le cervici altiere / e i colli torti e le lingue bugiarde / farà pasto di tigri, orsi e pantere: / qual fièn de’ tetti, ch’in nascendo s’arde / pria che si volga e maledetto pére, / son verso Dio le tirannie più tarde).

Nella lunga lotta tra dogma e libero pensiero, tra Riforma protestante e Controriforma cattolica, tra l’ignoranza del potere (nel caso specifico della Chiesa) e la libertà della ragione e della scienza, il monaco eretico, come tanti altri, fu condannato, vittima scarificale di pensiero gattopardesco e reazionario e delle paure dei potenti.

Ma dal buio di una cella si levò alta la sua voce libera, come nella sua Apologia pro Galileo, definito da qualche studioso come “atto temerario e, proprio per questo, intellettualmente eroico, che egli ripeterà ancora nel 1633, al tempo del nuovo processo, che costringerà Galileo all’abiura, e poi sempre fino alla morte, quasi ad ammonirci che la sua non era la difesa di un uomo o di una particolare verità, ma della Verità e della libertà della ragione umana. E’ questo -al di là di ogni giudizio sul suo pensiero- il valore perenne del suo messaggio, che sempre si rinnova, quando le nebbie della tirannide si addensano minacciose sulla libertà dei singoli e sulla civiltà dei popoli…”

Ogni volta che dalla marina salgo a Stilo, la fantasia vola…

Guardando verso l’alto ai piedi del monte Consolino, dove è incastonato quel gioiello architettonico chiamato Cattolica, mi sembra di vedere il giovane Campanella osservare il mare che da Stilo guarda alla Grecia, e lanciare un monito, non ancora soddisfatto del tutto, ma diventato guida e traccia incancellabile per spiriti liberi e ricercatori di giustizia verità e bellezza:

“Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia; / ond’or m’accorgo con quanta armonia / Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi. / Questi principi son veri e supremi / della scoverta gran filosofia, / rimedio contra la trina bugia, / sotto cui tu, piangendo, o mondo, fremi. / Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,/ ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,/ tutti a que’ tre gran mali sottostanno, / che nel cieco amor proprio, figlio degno / d’ignoranza, radice e fomento hanno. / Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.”

Tanti studiosi di elevata calibratura si sono cimentati a raccontare le vicende umane e spirituali del filosofo di Stilo, da angolazioni e con stile diverso, ma tutti attratti dal valore e dall’attualità del suo pensiero. Tra questi mi piace ricordare il prof. Michele Maiolo di Crotone, l’avvocato Ernesto D’Ippolito di Cosenza, il prof. Riccardo Schipani di Crotone, Pietro De Domenico di Bovalino.

1) Il saggio di Maiolo è godibile sia sul piano semantico ed estetico che contenutistico un piccolo affresco di una figura gigantesca e di un’epoca difficile e contraddittoria:

<<Ricorreva – l’anno testé decorso (il 1968) – il 4° centenario della na­scita del grande e sventurato filosofo di Stilo; ma, per tanta ricorrenza, l’Italia provinciale e conformista ha ritenuto più che sufficiente una celebrazione semiclandestina. E’, perciò, un sacro dovere, per noi che aneliamo alla luce del libero pensiero, me­ditare sui casi umani di colui che vide, nell’accesa fantasia, il necessario rinnovellarsi del mondo; è un sacro dovere ricordare, con composta commozione, colui che fu, non tanto un sommo pensatore, quanto un grande e fierissimo carattere, un tenace ed eroico difensore del diritto dell’Uomo alla libera ricerca del vero. Ed è per questo – e mi si allegra il cuore -, che noi siamo qui convenuti, come ad un rito.

Io, certo, non mi avventurerò nei meandri del suo ondeg­giante pensiero, che ora si innalza alle intuizioni razionali della nuova scienza ed ora si sprofonda e sperde nelle oscure enuncia­zioni del misticismo medioevale: rischierei di sperdermi nell’intri­cata selva dei testi sapienziali, donde tuona la voce del profeta; e voi mi cerchereste invano. Guarderò, dunque, all’uomo, invi­tando anche voi a seguirlo nei momenti varii e diversi della sua tragica vita: la certezza dei forti, che lo sorresse anche nei tempi più bui, ne spronerà a percorrere intiera – pur nell’ombre che già si addensano sull’età nostra – l’aspra e difficile via dei liberi e giusti.

Giovan Domenico Campanella nacque il 5 settembre del 1568. Suo padre, un ciabattino analfabeta, Geronimo; sua madre, l’umile popolana Caterina Martello; sua terra natale, la Calabria remota, desolata e selvaggia. E qui – di fronte al mare che da Stilo guarda alla culla della filosofia e del mito-, temprò egli il suo corpo giovinetto e vide forse balenare, al suo fantasticare inquieto e lungo, la prima incerta visione di un mondo da rinnovellare. Qui, apprese i primi rudimenti di grammatica e sentì nascersi confusamente in cuore uno scomposto ardore di conoscenza; e qui, vide naufragare, nella miseria amara, il piccolo grande mondo dei suoi sogni.

Per riemergere alla luce di quei sogni, si aggrappò all’altare, inviluppandosi, prima, nella tunica del chierico, e poi nel saio del domenicano. Correva l’anno 1582. Nella seguente primavera, il giovane Campanella pronunciò i voti, nel convento di Placanica, e fu fra’ Tommaso per sempre!

Poi, il chiuso mondo del convento di S. Giorgio, con la lunga noia del noviziato e degli aridi e limitati studi filosofici; ma anche i più vasti e liberi orizzonti del convento di Nicastro, che alimentò la sua segreta febbre di più varie e feconde letture. E quelli di Nicastro – tra il 1585 ed il 1588 – sono veramente gli anni decisivi per la sua formazione e per il suo futuro atteggiamento spirituale: notte e giorno chino sui testi polverosi, con sempre nel cuore un’inesausta sete di apprendere, legge e rilegge libri di ogni sorta, antichi e moderni, leciti ed illeciti. Nessuno, però, appaga quello spirito inquieto, e Aristotele meno che gli altri; ma lo placa, alfine, accendendolo, ad un tempo, di nuovi ardori, la causale scoperta di Bernardino Telesio.

Soggiogato il cuore e la mente da quella quasi poetica visione di una natura animata e senziente, fra’ Tommaso corre, allora, a Cosenza, per riverire il vecchio maestro; ma quando vi giunse, nel tardo autunno del 1588, l’ultimo filosofo del Rinascimento era già morto.

Negli 8 mesi successivi, si innerva ed impolpa, nel quieto ritiro di Altomonte, la sua «Philosophia sensibus demonstrata», apologia dei principi telesiani, contro un anonimo detrattore ari­stotelico. E si può cogliere – già nel dialogo tumultuoso e gre­mito di quest’opera giovanile -la sicura coscienza di chi lotta, non per difendere la faticosa conquista di una sua verità, ma per rivendicare il diritto dell’umano pensiero a scrollarsi il giogo antico dell’ipse dixit, per imboccare -finalmente libero e sereno- la via che porta all’avvenire.

Dopo questa chiara rottura col passato, la sua meta è ormai una sola: evadere, anche fisicamente, da quell’ambiente che l’op­prime e soffoca, con i suoi intrighi conventuali e le sue grette meschinità provinciali. E fu così che, nel 1589, il Campanella la­sciò la Calabria, per ritornarvi solo nove anni più tardi, e non certo per sua libera scelta.

A Napoli, la libertà da tempo sognata: frequenta signori e scienziati, discute liberamente di magia e di astronomia, scrive sulla filosofia di Empedocle e di Pitagora, pone i fondamenti della sua metafi-sica; vive -quasi dimentico del saio- il suo sogno più bello.Un sogno che,però,si spezza improvviso, al cadere del 1591, per l’incauta pubblicazione della sua «Philosophia sensibus demostrata»: al suo brusco risveglio, sotto l’occhio spietatamente vigile del Sant’Uffizio, si vede intorno il convento di S. Domenico mosso a rumore e fatto a lui ostile e tutto un mondo ignorante e bacchettone, che si agita e sbraccia scompostamente. L’evasione era finita: arrestato e processato, la sentenza del 28 agosto 1592 gli intima di far ritorno, pentito e dimesso, alla vita conventuale della sua terra.

Il suo animo conosce, allora, il tormento angoscioso della grandi scelte: la sottomissione, che lo ricaccia nella quieta ombra donde era fuggito, o l’aperta ribellione, che gli addita l’aspro sentiero della libertà che si riconquista e perde ad ogni ora?

Fra’ Tommaso sceglie la libertà; e -dato un mesto addio a Napoli- parte alla volta di Firenze, dove sperava di ottenere una cattedra, in uno dei tanti studi della Toscana. E, di velate pro­messe, ne aveva avute tante; ma ora la cauta corte granducale gli offre una benevola accoglienza, qualche sussidio, e nulla più: sarebbe stata una imprudenza accordare asilo e protezione ad un fuggiasco, che aveva un conto in sospeso con i tribunali della Inquisizione!

Deluso, ma non domo, il ribelle si rimette, allora, in cammino, con il pensiero a Padova, la sognata città dei liberi incontri e dei liberi studi. Ma la via è lunga e ricca di incontri non graditi, e spesso la realtà è più amara di quanto si teme: infatti, a Bologna, confratelli malevoli gli sottraggono tutti i manoscritti, per trasmetterli all’Inquisizione romana, e Padova lo accoglie, non con la libertà, ma con il carcere. Nubi passeggere, comunque, che -subito rimesso in libertà- può prendere alloggio in quel convento di sant’Agostino, alla cui porta bussa -in un freddo mattino del tardo autunno del 1592- Galileo Galilei, latore di una lettera dal granduca Ferdinando di Toscana, per l’oscuro fraticello calabrese. Ed è quanto mai suggestivo rievocare questo incontro tra il ventottenne professore dell’università padovana -il Galilei si accingeva a leggervi, di lì a qualche giorno, la sua applaudita prolusione- ed il filosofo fuggiasco, già segnato dal Sant’Uffizio; è quanto mai sugge-stivo, non per quell’ombra di complice mistero che li avvolge, ma perché si tratta di due uomini così lontani, per temperamento e per destino, eppure così vicini, per la comune fede nell’immancabile progresso della Scienza e nel diritto dell’Uomo alla libera ed autonoma ricerca del vero.

A Padova, il Campanella frequenta – sotto falso nome – il « teatro anatomico » di Girolamo Fabrizi d’Acquapendente; scrive una Fisica, una Retorica, un’ Apologia di Telesio, due trattati poli­tici; partecipa alla dotte e libere discussioni di un eletto gruppo di scienziati, tra i quali è bello scorgere i volti noti di Paolo Sarpi, dì Giambattista Della Porta, di Galileo Galilei. Ma anche su que­sto libero soggiorno, così fecondo di opere e ricco di interessi, si stende improvvisa l’ombra di un lungo e difficile processo, quando – al cadere del 1593 – viene arrestato, sotto la specifica accusa di avere disputato de Fide con un giudaizzante.

Rigorosamente inquisito -nel corso di 10 lunghi mesi- e sot­toposto due volte alla tortura, nell’ ottobre del 1594 viene tradotto a Roma, in catene, per esservi giudicato dall’Inquisizione romana. Gli erano compagni gli amici Giambattista Clario ed Ottavio Longo; ma in quel tetro carcere si trovavano già, per la stessa colpa, due giovani studiosi di Ascoli (Vincenzo Miliani e Paolo Attilii); Coll’Antonio Sfigliola, matematico nolano; l’eretico fiorentino Francesco Pucci e il grande Bruno.

E lì fra Tommaso medita e canta e leva l’inno suo più alto al libero pensiero: Come va al centro ogni cosa pesante / dalla circonferenza, e come ancora / in bocca al mostro che poi la divora, / donnola incorre timente e scherzante; / così di gran scienza ognuno amante, / che audace passa dalla morta gora / al mar del vero, di cui s’innamora, / nel nostro ospizio alfin ferma le piante.

Ed in questo tragico e misterioso «ospizio», dove fatalmente finiscono tutti i più nobili spiriti dal tempo, resta rinchiuso anche lui fino al maggio del 1595, quando la sua triste vicenda si conclude con la rituale condanna all’abiura, per grave sospetto di eresia. Piegatosi, quindi – il 16 di maggio -, all’umiliante atto della pubblica sottomissione, nella chiesa della Minerva, il re­probo pentito viene finalmente scarcerato ed assegnato, in resi­denza obbligatoria, al convento domenicano di santa Sabina, nella cui pace riprenda a scrivere, con rinnovata lena, di cento cose diverse.

Questa pace operosa dura, però, meno di 2 anni: infatti, nel marzo 1597, le compromettenti rivelazioni di un bandito cala­brese, rimbalzando da Napoli a Roma, lo ricacciano nel carcere dell’Inquisizione. E lì, tre mesi durano, nella cella comune, i filo­sofici conversari tra il ventottenne Campanella ed il quasi sessantenne Pucci; poi,la morte li divise:costretto, il 21 di maggio, alla abiura e,nondimeno, egualmente condannato all’estremo supplizio, il fiorentino fu prima decapitato, in Tor di Nona, e poi bruciato, il 5 di luglio, in Campo di Fiori. In quel caldo luglio, che bruciava la libertà di coscienza e di pensiero alle fiamme di quel rogo, fra’ Tommaso sfoga l’animo suo, che trabocca di sdegno e di tristezza, in un sonetto nobile e commosso: Anima, ch’or lasciasti il carcer tetro / di questo mondo, d’Italia e di Roma, / del Santo Offizio e della mortal soma, / vattene al ciel, che noi ti verrem dietro.

È l’estremo saluto all’amico; un saluto, che si leva dal fondo di quel carcere, mentre nel cuore gli palpita la morte; ma il tempo del suo morire è ancora lontano:vivrà,per assaporare l’’amaro di altra sventure, per affrontare altre e più lunghe battaglie. E altri 5 lunghi mesi di tormento e di fede trascorrerà ancora, nella cella sola, a meditare sulle molte sciagure della sua vita breve, a cantare il suo trionfo finale sui tiranni: Spesso m’han combattuto, io dico ancora, / fin dalla giovinezza; ahi troppo spesso! / Ma d’espugnarmi non fu lor concesso / ch’è Dio che mi sostiene e mi rincuora. / Sopra le spalle mie, quasi ad ogn’ora, / fabbricando processo con processo, / han prolungato il lor maligno eccesso; / ma la spada del ciel per me lavora. / Vicino è il dì, che le cervici altiere / e i colli torti e le lingue bugiarde / farà pasto di tigri, orsi e pantere: / qual fièn de’ tetti, ch’in nascendo s’arde / pria che si volga e maledetto pére, / son verso Dio le tirannie più tarde.

Dicembre 1597! Il Campanella, non ancora trentenne, attendeva l’esito del suo quinto processo; e, certo, in quei trepidi giorni dicembrini, egli riviveva il suo passato di fuggiasco senza pace, e assaporava la preveggenza, amara di non uscire al tutto indenne dalla prova. Ed eccolo sfogare i contrastanti moti del suo cuore in questo sonetto asciutto e duro, che si infittisce assiduo di bibliche immagini e profetiche visioni e, riecheggiando la sua ferma fede nel trionfo del vero sulla congiura di farisei e tiranni, sospira forse la libertà fugace d’altri luoghi e d’altri momenti.

Poi, il 17 di dicembre, la sentenza giunge; e la sospirata liberta si oscura, ed il trionfo del vero dilegua sulle ali del tempo: duramente percosso ed umiliato, non gli restava che piegarsi all’ordine dell’Inquisizione e far ritorno in quella sua Calabria, dove l’attendevano la rinuncia ed il silenzio. Ma fra’ Tommaso non è uomo che sappia ritirarsi nell’ombra e rinunciare alla lotta e chiudersi per sempre nel silenzio: dalla lontana terra di Calabria, egli agiterà ancora, come un incubo, i sonni e la veglia dei potenti!

L’impresa, ch’egli ora vagheggia contro l’autorità spagnuola, è veramente temeraria; ma il popolo è con lui, sono con lui pro­fezie e prodigi; ed egli vincerà la prova. E tesse, giorno per giorno, la paziente tela della sua congiura, e già contempla -nella mente accesa- il rinascere delle Calabrie come repubblica comu­nistica e teocratica, che avrà in lui il suo legislatore e il suo pro­feta. Ma è anche questo un breve sogno, che crollerà ro-vinosa­mente nel settembre del 1599, quando, tradito e arrestato, verrà tradotto a Napoli, in catene, con un mesto interminabile corteo di laici e di frati, accusati di complicità.

In quei tristi frangenti, il Campanella si moltiplica: protesta, nega, si difende, cerca amici e protezione; ma la sua posizione di capo riconosciuto della congiura, già di per sé insostenibile, si fa ancora più difficile il 7 febbraio del 1600, quando -sottoposto alla tortura- finisce col confessare gran parte dei fatti che gli vengono contestati. E’ quanto basta per sottoporlo ad un duplice processo per ribellione ed eresia; e tuttavia la partita non è an­cora perduta, che inizia, proprio allora, quella sapiente ed eroica simulazione di pazzia, che resisterà a minacce e torture e persino a quell’atroce supplizio della veglia, cui verrà sottoposto nei giorni 4 e 5 di luglio del 1601. Ed è, forse, in questa calda estate, che egli compone il famoso sonetto Di se stesso,che suona di orgogliosa sicurezza, pur nella coscienza di qualche momentaneo abbattimento: Sciolto e legato, accompagnato e solo,/ gridando, cheto, il fiero stuol confondo:/ folle all’occhio mortai del basso mondo,/ saggio al senno divin dell’alto polo./ Con vanni in terra oppressi al ciel men volo,/ in mesta carne, d’animo gio-condo;/ e, se talor m’abbassa il grave pondo, / l’ale pur m’alzan sopra il duro suolo.

Ed è un vero inno alla savia follìa, che trionfa dell’umana giustizia e della morte, è l’orgoglioso canto della sua vittoria; ma la libertà, per la quale ora si batte – e non per se stesso, ma per il mondo, in cui si sente chiamato a svolgere una nobile missione -non verrà, se non quando fra’ Tommaso avrà le spalle curve ed i capelli bianchi: savio o folle che sia, gli uomini lo preferiscono in galera.

Dimenticato, da allora, nelle celle dei castelli napoletani, vi trascorre altri 25 lunghissimi anni, passando dal carcere di Castel Nuovo alle segrete o alla sotterranea fossa di Castel Sant’Elmo, ora godendo di una certa libertà, ed ora soggiacendo a dure pri­vazioni. E, tuttavia, continua ad esplicare – anche durante gli anni trascorsi nella sotterranea fossa di Castel Sant’Elmo – una prodigiosa attività di scrittore. E’, infatti, di questi anni -tra il 1602 e l’aprile del 1618- la maggior parte delle sue opere: la Monarchia di Spagna, la Città del Sole, l’Astronomia, la Metafì­sica, la Monarchia del Messia, i Discorsi ai Principi d’Italia, la nuova Poetica, la nuova Retorica, la Dialettica, la Storiografia, la Medicina, l’Apologia di Galileo, gran parte della Teologia; ed altri cento scritti ancora, di maggiore o minore rilevanza, che testimoniano anch’essi della straordinaria vitalità del suo in­gegno.

Poi -nel maggio del 1818-, lo riportano in Castel Nuovo, il più blando delle carceri napoletane, dove, quasi esclusivamente impegnato nella revisione delle opere già scritte, trascorrerà gli ultimi 8 anni di prigionia, fino a quel 31 maggio del 1826, che lo vede, finalmente libero, prendere stanza nel convento di S. Do­menico. Ma la libertà, in quel convento che – 35 anni prima – aveva visto il suo atto di ribellione giovanile, dura soltanto, come dicono i francesi, lo spazio d’un mattino: infatti, dopo appena un mese di misera libertà, viene arrestato e tradotto a Roma, su mandato di comparizione del Sant’Uffizio, E, gettato nel car­cere dell’Inquisizione, in attesa di un nuovo processo par eresia, vi resta fino al 27 luglio del 1628, quando viene finalmente rila­sciato, grazie al personale intervento di papa Urbano VIII.

Sei anni dura il libero soggiorno nella città eterna, mentre gli van risorgendo intorno gli antichi intrighi ed il favore del papa si va, di giorno in giorno, affievolendo; poi, quando un suo discepolo, fra’ Tommaso Pignatelli, sale il patibolo, come reo confesso di un complotto per sopprimere il Viceré di Napoli, gli occhi della giustizia laica si appuntano ancora una volta su di lui. Allora, per consiglio dello stesso Urbano VIII, il vecchio filosofo affronta la sua ultima fuga: travestito da frate minimo e sotto falso nome, lascia Roma -nella notte tra il 21 ed il 22 ottobre del 1634- e, imbarcatosi a Livorno per Marsiglia, il 1° dicembre dello stesso anno giunge finalmente a Parigi, che gli serbava calorosa accoglienze e l’onore di essere ricevuto, come un grande personaggio, dal cardinale Richelieu e da Luigi XIII.

Avrebbe potuto, dopo tanti anni di carcere e una vita così avventurosa, starsene finalmente tranquillo; ma anche dalla terra d’esilio, l’indomabile perseguitato continua a lottare, con il vi­gore dei suoi verdi anni, per i suoi ideali politici e religiosi.

E mentre attorno ricomincia la trama odiosa degli intrighi, delle calunnie, dei sospetti, egli lotta ancora, fino a quando, quasi settantunenne, si spegne con animo sereno, all’alba del 21 maggio del 1639. Questa la vita tormentata e tragica di quel ribelle impeni­tente,che fu fra’ Tommaso Campanella, filosofo stilese. E il mio tentativo -non so quanto riuscito- di chiarirvi le vicende oscure di questo profeta, che affrontò processi e carcere, per difendere la libertà del pensiero, potrebbe finire qui, se in questo mio sproloquio non vi cogliessi io stesso una lacuna.

Come poteva, il Campanella, comunicare con il mondo ester­no e aver notizia dei «nuovi trovati» della Scienza?

In sul finire del 1610, il Campanella gode di un attenuato rigore, nella nuova cella di Castel Sant’Elmo: può scrivere e stu­diare; può ricevere qualche visita, impartire qualche lezione. Ed è, proprio in quei giorni, che egli riceve -grazie alla sollecitudine di un vecchio amico, il filosofo telesiano Antonio Persio- il «Sidereus Nuncius» galileiano. E glielo fa mandare lo stesso Galileo, che vuol conoscere il suo parere intorno ad alcune ipotesi dubbie. Fra’ Tommaso lo divora, in 2 ore di febbrile, ma attenta let­tura, e – il 13 gennaio dell’anno seguente – risponde con una lunga epistola latina, nella quale spazia dall’ astronomia alla filosofia, dalla politica alla teologia. Ma Galileo, allora al sommo della gloria e della sua fortuna, tace: sarebbe stato troppo compromet­tente, per lui, iniziare un dialogo con lo sventurato filosofo.

Poi, l’orizzonte si oscura, come per una ritornante barbarie; e i tempi precipitano e gli eventi si succedono rapidi: nell’ottobre del 1614, lamentando i facili contatti del Campanella con il mon­do esterno, il Viceré lo fa rigettare nella fossa di Castel Sant’Elmo; il 20 marzo del 1615, Galileo viene formalmente accusato di eresia, come sostenitore della teoria copernicana; il 23 aprile, l’Inquisi­zione chiede che fra’ Tommaso sia posto nella impossibilità di scrivere.

Ma le notizie filtrano, e il Campanella scrive. E, intanto, l’inchiesta del grosso processo, che avrebbe segnato il trionfo dall’ignoranza e del potere ecclesiastico sul progresso della Scien­za e la libertà della ragione, continua a snodarsi, minuziosa e lenta, fino al 5 marzo del 1616, quando la Congregazione dell’Indi­ce emette finalmente il suo decreto di condanna; una condanna dell’ eliocentrismo e degli scritti copernicani, che -imprigionando il libero pensiero- riporta l’Uomo all’età di Tolomeo. Si chiudeva, così – in quel lontano marzo del 1616 -, la lunga lotta tra dogma e libero pensiero; ma il mondo dei liberi non reagì.

Si levò, invece, dal fondo del suo oscuro carcere, Tommaso Campanella, brandendo -contro l’assurda condanna- quella sua «Apologia pro Galileo» che, se è uno scritto tecnicamente ma­gistrale, è anche e soprattutto un atto temerario.

Atto temerario e, proprio per questo, intellettualmente eroico, che egli ripeterà ancora nel 1633, al tempo del nuovo processo, che costringerà Galileo all’abiura, e poi sempre fino alla morte, quasi ad ammonirci che la sua non era la difesa di un uomo o di una particolare verità, ma della Verità e della libertà della ragione umana. E’ questo -al di là di ogni giudizio sul suo pensiero- il valore perenne del suo messaggio, che sempre si rinnova, quando le nebbie della tirannide si addensano minacciose sulla libertà dei singoli e sulla civiltà dei popoli.>>

 

2) Altra importante tesi su La figura di Tommaso Campanella è quella tracciata il 29 gennaio 1983 da Ernesto D’Ippolito, in occasione di un grosso evento culturale organizzato a Crotone. In mancanza di una copia scritta, è stato problematico sbobinare il testo originale registrato su un vecchio nastro(ormai semismagnetizzato), ma alla fine è venuto quasi un bel lavoro:

<<Sollecitazioni numerose e stuzzicanti, argomenti fascinosi e profondi, personaggi più noti e celebrati insidiavano e provocavano la nostra scelta, mentre il cielo corrusco del paese in cui viviamo, le crescenti ipoteche accese sulle nostre libertà ci suggerivano previsioni pessimistiche.

Era certo più facile, riconosciamolo, soggiacere a tali provocazioni, riparlare del pur già tanto celebrato fr. Giuseppe Garibaldi, quantomeno per tentare una lettura muratoria che detronizzasse quella religiosità così perentoriamente anticlericale, quella sintesi mirabile tra nazione e mondo, quelle dieci lezioni parlamentari, tra parlamento italiano, subalpino e francese, quell’evasione da Caprera sulla barca offertagli da Adriano Lelli.

Voglio ricordare qui il fondatore della Scuola italica, la scienza dei numeri e l’esoterismo dei numeri di Pitagora, la severità di un apprendista, in cui i discepoli per 3 anni erano costretti all’ascolto ed al silenzio, onde erano detti acusticoi; o limitarci, nel festeggiare questo evento, ad accentuarne una dimensione esoterica ed un luminoso precedente storico.

Stasera voglio rammentare il passaggio luminoso per questi cieli di una stella esaltante, la vita, le speranze, la sofferenza, il fatale andare, il fascinoso realismo dell’utopia del filosofo di Stilo, il monaco eretico Tommaso Campanella.

La scelta del tema non è non vuole e non può essere vetrina culturale o esercitazione erudita, ma serio ed impegnato strumento di conoscenza di quanta eredità abbiamo derivato dal pensatore torturato dall’Inquisizione.

Certa fierezza di carattere certa vocazione libertaria, quel sentire la Riforma e combattere la Controriforma, diranno e daranno utili elementi di conoscenza della Calabria e dei Calabresi, che non sono purtroppo l’una e gli altri solo questa esaltante eredità e vocazione ma certo e anche, e direi programmaticamente soprattutto questo. E molti ravviseranno, ne sono certo, in questo ribellismo campanellino, come in certo banditismo sociale, cui accenneremo poi, suggestivi paralleli con l’indipendentismo delle tribù barbariche al tempo delle guerre puniche, con la rivolta e la resistenza nel XIV sec. Di Mariano IV, giudice di Arborea e della figlia Eleonora.

E perché finalmente si possa meditare tutti insieme quanto la religiosità iniziatica siano tributarie ed eredi degli slanci generosi dei sacrifici patiti delle intuizioni esaltanti di Tommaso Campanella.

La sua epoca fu tempo di grandi drammatici contrasti. La rottura definitiva dell’unità del mondo cattolico da un lato porta con la Riforma alla maturazione delle premesse storiche poste dall’ Umanesimo e dal Rinascimento; dall’altro l’Italia, ed il Mezzogiorno assai più, conosce involuzioni politiche e sociali, fiorisce la Controriforma, dominano congiunte Spagna e Inquisizione.

L’ambiente politico-sociale e culturale, in cui si colloca la travagliata vita di Tommaso Campanella, è dunque fondamentalmente caratterizzato dall’involuzione italiana di tipo reazionario e provinciale, cui corrisponde di contro nel Nord-Europa il fiorire dei nuovi stati sorti da guerre di religione, ma ripresi dall’egemonia francese con la politica di Richelieu, la nascita ufficiale con Galileo e Cartesio della moderna scienza e filosofia europea. In termini di storia culturale la vita di Campanella sta tra l’edizione definitiva del De Rerum Natura e il cartesiano Discorso sul metodo, fra la decadenza dell’Accademia Cosentina e il nascere e maturarsi della Nuova Scienza di Galilei, tra la scomparsa di Carlo V ed il primo vagito di Luigi XIV.

In questa morta gola provinciale e reazionaria gli unici fermenti di vita rimangono affidati nel campo sociale al banditismo, nel campo culturale ai centri monastici, nei quali lo studio poteva ancora, come nel caso di Bruno e Campanella, generare ribelli. E qui mi sia consentito un personale, forse audace, parallelismo: come nel caso del banditismo, incerti saranno quasi sempre i confini tra un fenomeno di degradazione economica e un movimento di rivendicazione sociale, così nel campo della cultura cattolica arduo, sovente, sarà segnare il discrimine tra ortodossia ed eresia.

Il nostro nasce a Stilo il 5/9/1568 da famiglia contadina, esemplare è la strada da battere per proseguire gli studi. A 15 anni entra nell’ordine domenicano, diciannove nel convento di Nicastro viene per la prima volta a contatto con l’opera del Telesio, di cui approfondire lo studio a Cosenza nel 1588 leggendo i primi due libri del De Rerum Natura. Piovono le prime accuse di eresie e la prima segregazione nel convento di Altomonte.

Comincia il lungo vagabondaggio del filosofo, emblematico nella vocazione dei grandi ribelli della cultura meridionale dell’epoca,ad evadere dagli angusti limiti del derelitto Sud.E così il Campanella va a Napoli, già così lontana allora dalle province calabresi, poi Padova a respirare aria di libertà e attraverso Firenze Bologna e Roma fino alla Sorbona, in quella Parigi dove già erano segni premonitori dell’epoca nuova di Luigi XIV. Un errore certo, suggerito dalla necessità di sottrarsi alle persecuzioni, ma materiato anche dall’ansia di ricerca di quella componente europea, che lasciava sempre più in ombra il vicereame di Napoli. E’ del 1594 il suo primo arresto, per ordine dell’Inquisizione, la prima tortura. Un tentativo di evasione fallisce, il Santo Uffizio chiede la sua estradizione a Roma, dove viene incarcerato nella stessa prigione in cui langue Giordano Bruno.

Siamo nel maggio del 1595, per gravissimo sospetto di eresia, come si pronunzia icasticamente il decreto di citazione, è costretto alla pubblica abiura delle sue dottrine e viene relegato a residenza obbligata nel convento di Santa Sabina sull’Aventino. Poi l’ordine perentorio, all’errabondo al ricercatore, di tornarsene in Calabria.

Rientrato a Stilo prese corpo in lui l’idea della celebre congiura contro i clerico-spagnoli e per l’instaurazione di Una Repubblica Calabria; il piano fu scoperto, puntualmente per la delazione di due congiurati, anche questi i pentiti dell’epoca, nella estate del 1599. Campanella, rifugiatosi presso un amico, puntualmente tradito, viene arrestato. Tradotto a Napoli, giudicato per eresia e sedizione, viene sottoposto a tortura.

Dopo una confessione di reità estortagli tra i tormenti, per evitare la pena di morte simula la pazzia, che, riconosciutagli per autentica, provoca la commutazione della pena in carcere perpetuo. Nel carcere napoletano resta fino al 1626, ed ivi compose le sue opere migliori tra cui La Città del sole.

Mediti ogni uomo, approfondisca ogni iniziato come le sbarre non impediscano la libertà interiore di un uomo e come il sole nascosto al chiuso delle segrete sfolgori trionfante nel disegno e nella prospettiva di una filosofia avanzata.

La Città del sole deve essere considerata come la idealizzazione del programma della fallita insurrezione calabrese, è proprio in questa evidente e inscindibile connessione dei due elementi, Pensiero e Azione, Mazzini e Garibaldi, sta l’originalità e peculiarità della città campanelliana rispetto alle tante altre costruzioni utopistiche, politico-religiose del Rinascimento.

Se la congiura era fallita, le condizioni per una sua riuscita sono state sottolineate dal Croce, che osservava che il materiale e gli uomini per un moto proletario non mancava nell’Italia meridionale e in particolare nella Calabria; era lo stesso, osserva il filosofo napoletano, che forniva così grossi contingenti al brigantaggio.

Le cause del banditismo sono politico-sociali, molto spesso le rivolte dei banditi sono veri e propri moti contadini. Precedenti della congiura campanelliana non mancano, moti contadini si hanno nel 1512, tra il 1559 e il 1563 il bandito Marco Berardi di Mangone costituì un vero e proprio esercito e con il nome di battaglia di Re Marcone progetta di costituire una repubblica nel Crotonese. Affronta e sconfigge le truppe spagnole al comando del marchese di Cerchiara, proprio qui a Crotone.

La Città del sole, già nella scelta dei protagonisti del dialogo, in che sostanzialmente consiste, come nei numeri dei gironi delle porte delle strade è di un essoterismo suggestivo. Il dialogo avviene tra un nocchiero genovese del Colombo e un cavaliere dell’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, il primo carro (?) di come proprio sotto l’equinozionale fosse condotto alla città del sole. Questa sorge su un colle: è diviso in 7 gironi, ciascuno dei quali è novello pianeta, vi si accede da 4 porte rivolte ciascuna a un punto cardinale e rivolte a 4 strade che intersecano i sette gironi. Al sommo di tali gironi c’è un gran piano su cui sorge un tempio, sul cui altare al posto della divinità vi è un mappamondo assai grande dove tutto il cielo è dipinto e un altro dove è la Terra, mentre nel cielo della cupola sono dipinte le stelle maggiori. Capo della città spirituale e temporale è il sole, con cui collaborano potestà sapienza e amore. Il fondamento della vita sociale della Città è la totale comunione dei beni, fin nel vestito totalmente candido.

Chiede l’Ospitalario: “I Solari son dunque cristiani?” Ed il nocchiero risponde: “Essi seguono solo la legge di natura”. E alla domanda se manchi l’amicizia risponde: “No, perché non si fan piacere l’un l’altro? Anzi, grandissima perché…a vedere che tra loro non può non donarsi cosa alcuna perché tutto hanno nel comune e molto guardano gli ospiziali che nullo abbia più che merita. Però quanto al bisogno tutti l’hanno e l’amico si conosce tra loro nelle guerre nelle infermità nelle scienze dove si aiutano e s’insegnano l’un l’altra. E tutti li giovani s’appellan frati, e quei che son quindici anni più di loro padri e quindici meno figli, e poi vi stanno l’offiziali a tutte cose attenti che nullo possa all’altro far torto nella fratellanza”.

La Città del sole riproduce dunque l’ordine cosmico e una società di liberi ed eguali. La comunione dei beni e il tendere dei Solari al proprio perfezionamento ne fa un’unica grande apprezzabile e coesa famiglia. La Città del sole è dunque insieme progetto totale e polemica sferzante: guarda criticamente a guasti e errori contemporanei ed ha respiro eterno, definitivo.

E’ l’opposto della società meridionale del tempo, della sua incontrollata demografia e nell’ignoranza e nella superstizione, del feudalesimo e delle sue prepotenze e dei suoi privilegi, dell’ingiustizia sociale, della religione ufficiale strumento di regime. E’ dunque, come il suo autore, scheggia importante e significativa di questa Calabria sfortunata e pur fiera, oppressa e reattiva.

E’ il Campanella propugnatore di tolleranza, di europeismo ante litteram, di ricerca culturale e morale, di scienza, di fratellanza, di lotta al tiranno, coerente campione di identità tra ideali e vita, pensiero e azione, pronto a soffrire per i propri ideali, autore di un progetto di palingenesi definitiva, si ascrive certamente fra gli antesignani, i profeti, gli anticipatori di un’idea moderna della vita e dell’uomo. E’ dunque forse questo debito col grande monaco eretico di Stilo noi l’avevamo contratto e voi con noi, facendolo come campione di calabresità non contingente…

Nel suo ultimo romanzo un illustre scrittore contemporaneo scrive: “… i debiti con i morti non si pagano più” ed aggiunge subito dopo “i morti sopravvivono perché qualcuno continui a ricordarli”; sublimità di questa apparente contraddizione, al pessimismo della ragione che fa definitivo il debito coi morti, si contrappone l’ottimismo della volontà e l’impegno della morale che, ricordandolo, tiene in vita il creditore, ma soprattutto il credito e l’obbligo del debitore e la possibilità, e quindi il dovere, di assolvere il debito. Ricordando così il messaggio ed il dolore, la concezione solare di Tommaso di Stilo, ne terremo in vita l’insegnamento e con esso il nostro dovere di ispiraci ad esso.

E’ vero, il panorama è sconfortante e il cielo è rosso; quando il cielo è rosso e non c’è il sole e la luce è scarsa, diffusa, indiretta come attraverso un acquario, non sai se stai assistendo alla malinconia di un tramonto o alla speranza di un’alba. Oggi il cielo è rosso, e tanti segni ci spingono a pensare allo sfinimento di un crepuscolo, valori in declino, ideali in frantumi, homo homini lupus; ma Giano è bifronte, nelle scacchiere a fianco di ogni scacco nero c’è uno scacco bianco. Il saluto che rivolgiamo è materiato non di ottimismo ma da severa determinazione.

Già Eraclito ci rammentava che, chi non crede nell’impossibile, non lo raggiungerà mai e altri esortavano a fare qualcosa di più che sperare nel successo meditandolo.

Duemila anni fa nel rito della fecondità e regolamentazione della nascita si usavano germogli di acacia triturati e guoci di melograno; dopo duemila anni di scienza, un biologo afferma che l’uomo può dirsi figlio del Sole perché creato e sviluppato nel suo essere grazie al ciclo del carbonio consentito dalla funzione clorofilliana>>

3) Altro lavoro egregio e interessante è stato tracciato il 31 maggio 2017 dal prof. Riccardo Schipani (con il titolo “La Città del Sole” di Tommaso Campanella), in occasione di un incontro organizzato dal locale Servizio di Biblioteca, nel quadro di un progetto di valorizzazione delle figure più interessanti del pensiero calabrese:

<<A definire gli spazi temporali della nostra ricerca concorrono da una parte la Riforma protestante e dall’altra la Controriforma cattolica.

La Riforma di Martin Lutero (1480-1546) vuole essere un ritorno alle fonti del cristianesimo, per un completo rinnovamento della coscienza religiosa e la rigenerazione a nuova vita della società civile. Negando valore alla tradizione cattolica, si riaffermava il concetto di una giustizia divina determina-ta dalla fede in Dio e dalla misericordia di Dio verso gli uomini. Elementi sociali e politici si intrec-ciano nella Riforma, che, come un uragano, travolge l’Europa e spezza l’unità della chiesa cristiana.

Il cattolicesimo reagisce con la Controriforma, un movimento che, con il Concilio di Trento, ripensa e riforma la Chiesa dal suo interno. Grande rappresentante ne fu il cardinale Bellarmino, che ritroveremo come consultore nel processo intentato a Galileo Galilei.

Se per i protestanti il ritorno alle origini significava il ritorno alla Bibbia, il cattolicesimo tridentino riscopre il nuovo testamento e la patristica e restituisce alla Chiesa ogni suo potere di intervento in fatto di fede e di interpretazione delle sacre scritture.

La Controriforma trovò un valido e militante sostegno nella Compagnia di Gesù, fondata da Sant’Ignazio di Loyola. I Gesuiti, oltre ai tre voti tradizionali di obbedienza, povertà e castità, fecero un quarto voto la difesa del papato. La Controriforma vide rafforzato il suo potere di intervento con l’inquisizione romana o Sant’Uffizio dal 1542. L’inquisizione, nata contro le eresie, a Roma aveva come prefetto lo stesso papa.

Nella sua fase più matura, oltre alla giurisdizione ecclesiastica, coinvolse anche il potere civile, dal momento che i regnanti consideravano la religione come un bene comune e come un baluardo della pubblica sicurezza. La Religione si riaffermava come un forte ed insostituibile instrumentum regni.

Diversi sono i periodi dell’inquisizione: 1) L’inquisizione medievale va dal 1179 al 1184; essa affidava il suo potere al papa, che nominava direttamente gli inquisitori. 2) L’inquisizione spagnola va da 1478 al 1826. 3) L’inquisizione portoghese dal 1530 al 1821.Di questi due periodi, spagnola e portoghese, gli inquisitori nominati dai regnanti. 4) L’inquisizione romana o Sant’Uffizio ha inizio nel 1542, oggi è ancora in vita e ha cambiato il suo nome “congregazione della dottrina della fede”.

L’indagine naturale occupa la parte prima nella filosofia rinascimentale. Tra Aristotelismo e Platonismo, in un’ansia di grande rinnovamento spirituale, politico e religioso, il naturalismo si sviluppa attraverso tre fasi concomitanti che sono la magia, la filosofia della natura, la scienza. E’ un orizzonte nuovo, che si apre ad una concezione universalistica e globale, quello che anima le 3 fasi e che sembra poter anticipare Cartesio e Shelling, il Razionalismo cioè, e il Romanticismo.

In particolare la magia obbedisce a due presupposti: 1) l’universale animazione della natura; 2) il potere attribuito all’uomo di impossessarsi della natura mediante sortilegi e formule magiche.

Tra i maghi più famosi ricordiamo Johannes Reuchlin (1455-1522). Tra le sue opere ricordiamo “De verbo mirifico” e “De arte cabbalistica”. Per Reuchlin l’uomo si colloca al centro del mondo sensibile e mondo sovrasensibile; egli conosce il mondo sensibile per mezzo dei sensi, della fantasia, del giudizio e della ragione; conosce, invece, il mondo sovrasensibile per mezzo della mente, che egli (l’autore) chiama occhio dell’anima. Se da una parte la luce del sole consente all’uomo di vedere le cose, la luce divina rivela il mondo divino. E’ sempre questione di luce.

Altro mago è Teofrasto Paracelso (1493-1541), anticipatore del metodo scientifico. L’uomo, nato per conoscere le azioni miracolose operate da Dio e per operarne anche simili ha come suo compito la ricerca, che si basa sulla conoscenza e sulla scienza.

La medicina, in particolare, si basa su 4 pilastri: 1) la teologia 2) la filosofia 3) l’astronomia 4) alchimia. Le 4 scienze presentano un carattere magico.

Tra tanti ricordiamo ancora Girolamo Fracastoro (1478-1553), medico e astronomo, che si rifece alla dottrina di Empedocle sull’attrazione delle cose simili e sulla ripugnanza tra le cose dissimili.

Ricordiamo, infine, Giovanni Battista Della Porta, maestro di Campanella. A lui Campanella rimproverò di aver trattato la magia solo dal punto di vista descrittivo.

La natura come principio autonomo di verità, di razionalità, di ordine, di bellezza, di armonia, diviene fonte di ispirazione artistica e creativa, specchio dell’anima rinascimentale in Bernardino Telesio, in Giordano Bruno, in Tommaso Campanella.

Bernardino Telesio è considerato il maestro di tutti gli altri filosofi naturalisti. “De rerum natura iuxta propria principia” del 1546 è il titolo della sua opera. E’ considerata, quest’opera,il manifesto e il programma di un ritorno alla natura secondo i principi che le sono propri. A Telesio appare falsa la tradizionale concezione aristotelica della natura e del mondo. L’acceso antiaristotelismo di Telesio provoca accese polemiche e dispute accanite e continue, come dimostra un episodio del 1578 a Venezia, dove i seguaci delle opposte tendenze arrivarono allo scontro fisico. Nel 1593, per l’ostilità dei monaci l’opera fu messa all’indice. Il Campanella scrisse di lui: “Telesio il telo della tua faretra / uccide dei sofisti in mezzo al campo / degli ingegni il tiranno, senza scampo; / libertà dolce alla verità impetra”.

Sorte tragica ebbe Giordano Bruno. Sostenitore del sistema eliocentrico di Copernico nel “De revolutionibus orbium coelestium” del 1543, in polemica con gli aristotelici volle incentrare la sua ricerca filosofica sul concetto di universo infinito e della sostanziale identità tra Dio e la Natura. La novità delle sue idee e le conseguenti affermazioni anticristiane del suo pensiero gli crearono un lungo processo da parte dell’inquisizione. Bruno non volle ritrattare, non volle fingere di pentirsi e perciò fu condannato al rogo e fu arso vivo in Campo di fiori a Roma nel 1600, martire del pensiero e della libertà. Egli, respinta la vecchia cultura scolastica, dopo essersi avvicinato al materialismo di Democrito e di Epicuro, approdò al naturalismo, per il quale ogni aspetto della realtà naturale è ordinato da una forza vivente che “è presente nella materia e signoreggia nei composti” ed ha come effetto la composizione e la consistenza delle parti. Egli sostiene che “infinita è la vita”, perché infiniti individui vivono in noi così come in tutte le cose composte. Il morire non è un morire, perché niente si annichila; il morire è soltanto un evento accidentale, mentre ciò che muta rimane eterno. La mutazione non cerca “altro essere, ma altro modo di essere”. Rinnegando ogni speculazione teologica, Bruno indirizza i suoi interessi sul mondo naturale, che contiene in sé la presenza del divino, che viene a identificarsi con tutta la realtà naturale. La religione gli appare come un insieme di superstizioni lontane dalla natura e dalla ragione. La vita morale non ubbidisce a formule astratte, deve essere “un eroico furore”, per mezzo del quale l’uomo, in una sorta di slancio intuitivo cogli l’unità e l’infinità del tutto (mito di Atteone). Il cacciatore Atteone, per avere visto Diana, viene trasformato da cacciatore in cervo e viene sbranato dai cani. Diana è il simbolo della divinità nella materia, Atteone simboleggia l’intelletto intento alla caccia della verità e della bellezza divina; i mastini e i veltri simboleggiano gli uni le volizioni, gli altri i pensieri.

Campanella (1568-1639), domenicano, accusato nel 1599 di avere ordito una congiura contro il governo spagnolo, rimase in carcere 27 anni a Napoli, dopo avere passato altri 3 anni a Roma sotto la sorveglianza del Sant’Uffizio. Partendo dalla fisica di Telesio, supera il suo naturalismo facendo valere come principio quello dell’autocoscienza, che egli considera base di ogni conoscenza. La sua speculazione filosofica, pur legata a schemi tomistici, è interessata alla magia e all’occultismo, che egli preferisce al giudizio matematico di Galileo Galilei. La sua ricerca appare animata da un senso messianico di una grande missione riformatrice da realizzare sul piano sociale e politico. Nella “Città del Sole” descrive una società ideale, organizzata a struttura comunistica, nella quale “quanto è bisogno tutti hanno”. Nei suoi scritti elaborati durante la lunga prigionia, viene sempre più arricchendo il naturalismo telesiano in senso finalistico. Giacchè tutte le cose sono e sentono, è possibile, mediante la magia, operare in modo pratico e utile sulle cose stesse. Per lui il problema della conoscenza non è pura e semplice passività, ma coscienza di sé. “Noi sappiamo gli altri per questo che sappiamo dei modi e affetti dagli altri”. La scoperta dell’autocoscienza è base di tutta la filosofia moderna “cognoscere est esse”. In base a una sapienza innata, che ciascuno possiede, e che costituisce il punto fermo di ogni certezza, libero da ogni scetticismo, l’uomo risale all’intuizione del divino. Campanella finisce così nel neoplatonismo. Per lui tutto l’essere è dotato e permeato delle primalità, che costituiscono gli aspetti necessari alla conoscenza dei fini e alla loro realizzazione. Potenza, Sapienza, Amore sono queste le primalità. La Religione, considerata come impulso della natura a ricongiungersi al suo Creatore (religio viene da “religare”) è anche una pratica legata a convenzioni, che di fatto può attenuare l’impulso originario verso il divino. Se quello di Telesio era un naturalismo che rispondeva ai “propria principia”, rifiutando ogni altra mediazione filosofica e teologica, Campanella, invece, arricchisce il suo pensiero di intuizioni magiche, approdando ad una visione teologica della filosofia, di cui la religione naturale rimane il fondamento. Per quanto riguarda l’arte della magia Campanella distingue tre forme di magia: 1) quella divina 2) quella naturale 3) quella demoniaca. La prima è concessa di Dio ai profeti e ai santi; la seconda è un’arte naturale, un’arte pratica, che si serve delle proprietà attive e passive delle cose naturali, per provocare effetti meravigliosi. La terza è degli spiriti maligni e viene condannata da Campanella, concludendo, per Campanella “il mondo, dunque tutto è senso e vita e anima e corpo, statua dell’Altissimo, fatta a sua gloria con potestà, saggezza e amore. Di nulla cosa si duole. Si fanno in lui tante morti e vite che servono alla sua gran vita”. La sua concezione pampsichistica evolve così in una dottrina animistico-magica condotta fino agli estremi.

Nella “Città del Sole” si delinea la prima formulazione del concetto di religione naturale. Il filosofo disegna la struttura di uno stato perfetto entro una concezione univasilistica e a sostegno di un generale e grande rinnovamento dell’uomo e della storia. Le caratteristiche di questo Stato, nel quale tutto è ordinato da uomini di scienza, sono la comunanza dei beni e delle donne (ricordo a questo punto la πολιτική di Platone) e la religione naturale. Gli abitanti di questo Stato vivono nel rispetto dei principi metafisici enunciati da Campanella: la loro religione è quella metafisica, che non ammette il principio della rivelazione propria del cristianesimo.

Scrive Abbagnano: “Dall’integrazione sopranaturale che l’insegnamento della ragione richiede ed esige in una filosofia di derivazione agostiniana si formano elementi magici che da una parte chiudono la ricerca rinascimentale e dall’altra sembrano anticipare Cartesio”.

Esaminiamo ordinatamente la struttura della città, delineata e descritta dal Campanella nel carcere di Sant’Elmo nel 1682 e che, quindi, rappresenta la summa del suo pensiero. Sostenuto dall’ansia di riformare il mondo e di liberarlo dai mali, che lo tormentano. Posta su un colle, la città è divisa in 7 gironi grandissimi nominati “delli 7 pianeti e s’entra dall’uno all’altro per 4 porte e per 4 strade. Le 4 porte guardano ai 4 angoli del mondo. Sulla cima del colle sorge un tempio rotondo, senza muri intorno. La cupola ha una cupoletta con uno spiraglio, che pende sopra l’altare, collocato al centro. Sopra l’altare c’è un grande mappamondo dove è dipinto tutto il cielo ed un altro dove è la terra. Sul cielo della cupola stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notate coi nomi loro e “virtù ch’hanno sopra le cose terrene, elencate con 3 versi per una”, “vi sono 7 lampade nominate dalli 7 pianeti”.

La città del sole, costruita sotto l’influsso ermetico e platonico, affida il suo potere spirituale e temporale ad un principe sacerdote che si chiama sole, inserito da Campanella nei suoi manoscritti con il segno astrologico, detto metafisico, affiancato da tre (3) vicari detti “Pon, Sin, Mor”, cioè Potestà, Sapienza e Amore. Essi rappresentano le primalità dell’essere e ciascuno svolge mansioni appropriate al suo nome.

I gironi di mura sono istoriati con precise rappresentazioni sia all’interno che all’esterno ed esse traducono le immagini di tutte le cose e di tutte le vicende del mondo. All’esterno dell’ultimo girone compaiono “tutti li inventori delle leggi e delle scienze e dell’armi”. “In luogo assai onorato era Gesù Cristo e li dodici apostoli”.

Gli abitanti lodano Tolomeo e Copernico e sono nemici di Aristotele… La filosofia che professano è quella di Campanella. La loro attesa messianica è molto forte: “Credono esser vero quel che disse Cristo delli segni, delle stelle, sole e luna, li quali alli stolti non paiono veri, ma li venirà, come ladro di notte il fin delle cose. Onde aspettano la renovazione del secolo e porsi il fine”.

Nella Città del sole tutti i beni sono in comune, come nella Repubblica di Platone; le virtù hanno vittoria sui vizi; vi sono magistrati che presiedono alle virtù e ne portano i nomi.

“Di quante virtù noi abbiamo essi hanno l’offiziale; vi è una che si chiama Liberalità, una Magnanimità, una Castità, una Fortezza, una Giustizia criminale e civile, una Solerzia, Beneficenza, Gratitudine, Misericordia, etc.”

Campanella, che in una sua poesia aveva scritto: “Tempio farò il cielo, altar le stelle”, mantiene fede alla sua promessa, che in altro componimento così riassume: “Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia; / ond’or m’accorgo con quanta armonia / Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi. / Questi principi son veri e supremi / della scoverta gran filosofia, / rimedio contra la trina bugia, / sotto cui tu, piangendo, o mondo, fremi. / Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno, / ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno, / tutti a que’ tre gran mali sottostanno, / che nel cieco amor proprio, figlio degno / d’ignoranza, radice e fomento hanno. / Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.”

Il destino di una missione di rinnovamento morale, di rigenerazione del mondo, anche in chiave agostiniana, sembra compiuto:

Bibliografia essenziale: 1) Abbagnano, Storia della filosofia…>>

4) Quello che segue è un intervento di don Pietro De Domenico su Tommaso Campanella (un vero minisaggio), svolto in occasione di un incontro rotariano, pubblicato in Realtà nuova, n.1 del 1965, Rivista del Rotary Club d’Italia…

<<Se non temessi di commettere, più che un abuso storico, un peccato di morbosa idolatria, mentre rifuggo decisamente dal primo e dal secondo, direi che Tommaso Campanella, il celebre frate di Stilo rappresentò, nella lunga vicenda della nostra dolcissima Terra di Calabria, la figura di maggior rilievo, non foss’altro che per la complessità della sua natura umana, che nel pensiero e nell’azione lasciò ai posteri un’orma così profonda che il tempo non ha cancellato e non cancellerà.

Tommaso Campanella nacque a Stilo il 5 settembre 1568 e morì a Parigi il 21 maggio 1639. Nacque in un “Casale” di Stilo, accanto al deschetto del padre calzolaio; morì a Parigi, nella più doviziosa metropoli dell’Occidente, esule famoso e venerato, tra le braccia e le preghiere dei confratelli di Rue St.Honoré, mentre attendeva alla pubblicazione delle sue opere, rimasta purtroppo irreparabilmente interrotta. La sua tomba scomparve, nel Terrore rivoluzionario, tra le macerie del Convento Giacobino che la custodiva.

Fin da ragazzo, l’esplosione del suo precocissimo ingegno lo addita alla generale estimazione, e a dodici anni entra nella famiglia ecclesiastica, piccolo chierico studioso e pensoso. Di lì a poco, estasiato dall’eloquenza di un frate domenicano passa in quest’Ordine, dove assume il nome di fra Tommaso, il suo nome di battesimo essendo Giovan Domenico. A quindici anni prende i voti, ed a venti, nel 1588, attratto dalle opere del Telesio, che aveva potuto avidamente studiare nel Convento di Nicastro, si reca a Cosenza per conoscere il vecchio Maestro, delle cui teorie aveva già permeato la sua fresca speculazione filosofica, Ma Telesio era morto da poco, e il giovane discepolo ne restò addoloratissimo. Per onorarlo, scrisse in breve volgere di tempo la Philosophia sensibus demonstrata, che è un’antologia apologetica dei princìpi telesiani, e poi lasciò la Calabria, dove l’atmosfera conventuale gli era ormai insopportabile, e si recò a Napoli. Ma mal gliene incolse: la vita libera, la dimestichezza agevolmente acquisita con esponenti della cultura partenopea, gli scrupoli e le accuse dei frati del locale Convento di S. Domenico, certe dispute sulla magia e sull’astrologia alle quali il dotto frate calabrese particolarmente si accalorava, e infine, nel 1591, la pubblicazione della Philosophia, d’ispirazione telesiana, lo ridussero in carcere.

Lungo processo, che il 28 agosto 1592 si conclude con una sentenza che verosimilmente volle tener conto della personalità dell’accusato. Campanella venne soltanto rimandato in Calabria e dovette lasciare Napoli nel termine di sette giorni.

Da qui ha inizio la vera e propria odissea del ribelle.

Invece di rientrare in Calabria, s’incamminò deciso verso Nord. Primo obiettivo Firenze, dove sperava di sistemarsi convenientemente. Deluso, passò a Bologna, dove gli vennero trafugati i manoscritti delle opere sospette, ed infine si fermò a Padova. Qui lo accusarono di aver gravemente offeso il Generale dell’Ordine, e l’arrestarono. Processato e riconosciuto innocente, poté restare libero nella celebre città universitaria, ed in un anno scrisse opere poderose, come la Fisica, la Retorica ed un’Apologia di Telesio, oltre a due trattati di politica, dove enunciò la sua più alta e più nobile aspirazione: l’unificazione di tutte le genti sotto un’unica legge civile e religiosa.

Ma questa sua vulcanica attività fece nascere attorno a lui nuovi sospetti, nuove insidie, nuove minacce, sicché alla fine del 1593 fu arrestato sotto l’accusa di aver disputato con un giudaizzante. Così al Tribunale del Santo Uffizio si celebrò un processo di grossa mole; tenuto in carcere per un anno e due volte sottoposto alla tortura, venne poi rimesso al Tribunale romano per i provvedimenti di maggior competenza. Lo spettro della fine tragica gli si parò davanti agli occhi, ma non gli fiaccò la volontà di resistere e di superare l’insuperabile. Intanto gli fu inflitta l’abiura, cui si sottopose il 16 maggio del 1595, accogliendo, come una felice soluzione interlocutoria, il “confino” al Convento di Santa Sabina, dove, con lena rinnovata, continuò a scrivere di poesia, di fisica, di teologia e d’innumerevoli altri argomenti e discipline. Ma anche qui la pace fu precaria: una palla di rimbalzo, forse combinata da perversa intenzione offensiva, interruppe la sua prodigiosa fatica: nel marzo del `97, in Napoli, un bandito calabrese, condannato a morte, avanzò accuse di professata eresia contro il Campanella che venne nuovamente cacciato in prigione, donde fu dimesso nel dicembre successivo, con l’obbligo di rientrare in Calabria.

Questa volta ritorna a Stilo, dopo quasi dieci anni di assenza tanto carica di eventi e di patimenti.

La Calabria è un crogiuolo tremendo di malcontenti, di illusi, di fuorusciti, di banditi, sulla cui disperazione incombono la fame e le pestilenze, nonché il cinismo conservatore di pochi ricchi asserviti alla dominazione spagnola. Il frate, appena trentenne e dotato di multiforme sapienza, soffre e gode in ogni istante il richiamo della sua meta suprema. Quello spettacolo di miseria, così fortemente in contrasto con i sogni di redenzione umana che popolano il suo cervello e infiammano il suo cuore; il ricordo delle atroci sofferenze inflitte al suo corpo per colpirne l’anima generosa; l’istinto connaturale della ribellione; la convinzione radicatissima d’essere predestinato al riscatto dei popoli da ogni forma di servaggio; l’influsso delle sue complicate teorie astrologiche, dalle quali il suo temperamento esplosivo derivava destini e profezie; l’imminente fine del secolo che faceva divampare, con la sua, la superstizione apocalittica del popolo; l’incitamento degli avventurieri e l’entusiasmo fanatizzante degli esaltati; e, infine, il culto mai affievolito per la giustizia e per la libertà, lo inducono ad organizzare la grande rivolta contro gli spagnoli, in nome di una repubblica comunisteggiante e teocratica insieme, della quale egli sarebbe stato moderatore supremo, delegato da Dio per tramite dei suoi magisteri misteriosi.

Il moto rivoluzionario non aveva mossi i primi passi che, a seguito di delazioni, le milizie spagnole ne stroncano l’impeto eroico.

Il generoso e sfortunato ideatore tenta la fuga, magari con le galee turche già invitate a sostenere la rivolta, ma non ci riesce;viene arrestato il 6 settembre del 1599 e, insieme con centinaia di complici, come lui incatenati crudamente, ritorna malinconicamente a Napoli.

Non vi sono più speranze per la sua vita.

Ma lo sfortunato condottiero, sorretto dalla granitica potenza del suo carattere e confortato dal senso religioso della difesa, cui tutti i ragionevoli mezzi sono consentiti dalla legge morale e da quella civile, intraprende l’estrema battaglia contro la morte. Subisce, nel febbraio del `600, un primo esperimento di tortura, durante la quale confessa quasi tutte le colpe attribuitegli; riavutosi, inizia una tenace ed intelligente simulazione di pazzia, che è il solo espediente, se confermato dalle disumane prove cui incarcerato sarà sistematicamente sottoposto, per sfuggire alla fine sui patibolo. Viene nuovamente torturato nel maggio dello stesso anno, con esito a lui favorevole, e sopporta con stoico coraggio le paurose atrocità del supplizio della “Veglia” (4-5 giugno 1601) che convalida, barbaramente ma definitivamente, lo stato di pazzia, e quindi l’impossibilità legale di un processo, tanto civile che inquisizionale, che in ogni caso si sarebbe concluso con la condanna a morte, se pure la morte non lo avesse colto tra gli strumenti di tortura.

Però i due Tribunali, invece di disporre la scarcerazione del finto demente, decidono concordemente di dimenticarlo, cosicché il povero Campanella resta rinchiuso nei sotterranei tetri ed umidi dei castelli napoletani.

Da Castel Nuovo, dove rimane fino al luglio del 1604, è trasferito a Castel S. Elmo, spaventosa tomba di vivi. Qui trascorre quattro anni particolarmente atroci, che pur gli ispirano scritti di ecce-zionale impegno teologico, politico e filosofico e che nell’animo esacerbato risuscitano i sentimenti cattolici, tanto da legittimare una sua supplica al Papa per ottenere la sospirata liberazione. Passa poi sei anni in condizioni detentive meno gravi, ed utilizza il più umano trattamento per scrivere ancora sulla poesia, sulla retorica, sulla dialettica, sulla storiografia, sulla medicina, sull’astrologia; traduce in latino alcune sue opere, riceve qualche visita e dà pure qualche lezione.

Ma nuovi sospetti lo ricacciano nella terribile fossa di Sant’Elmo, dove rimane fino al 1618, per passare in ultimo ancora a Castel Nuovo, il meno orribile dei carceri napoletani: altri otto anni, impiegati a scrivere opere nuove, a rivedere le vecchie, a perorare la libertà.

Finalmente il 23 maggio 1626, dopo 27 anni di detenzione spesso feroce, può rientrare al Convento di San Domenico, che gli era stato fatale trentacinque anni prima. Ma fu una beffa orrenda!

Un mese dopo è da capo arrestato e tradotto a Roma: il S. Uffizio non aveva abbandonato la preda. Dopo due anni ancora di sofferenze inaudite, l’intercessione del Papa Urbano VIII gli riapre le porte del mondo libero; ma non ha più pace. La persecuzione lo investe da tutte le parti, gl’intralcia ogni onesto proposito di azione culturale, gli ostacola la pubblicazione delle sue opere, gli attossica ogni respiro, gli blocca ogni aspirazione, lo ricaccia nella fobìa del sospetto.

A concludere l’opera denigratoria e persecutoria, lo si addita quale mandante del tentativo di uccidere il Vicerè di Napoli, commesso da un suo discepolo, il frate Tommaso Pignatelli, il quale sconta con la vita il suo ardimento fallito. Lo stesso Papa allora gli consiglia la fuga e il vecchio titano, travestito, lascia Roma il 22 ottobre del 1634, e il 1° dicembre successivo giunge a Parigi, festosamente ricevuto dagli innumerevoli amici ed estimatori che ivi conta da molto tempo.

Richelieu prima e lo stesso Luigi XIII lo ricevono e lo accolgono amabilmente. Il gran vecchio, dall’esilio, dove si rinnovano purtroppo le sue ambasce e le sue angustie, continua a scrivere, e attende faticosamente alla pubblicazione delle sue opere, che sarebbero state contenute in dieci volumi. Ma ne pubblicò tre soli, o forse cinque. La morte, santamente accolta, chiuse la sua lunga, tormentata e luminosa giornata, il 21 maggio del 1639.

Questa, per grandi linee, la biografia di Tommaso Campanella, che ho tratto da un solo autore, il Firpo, che viene universalmente riconosciuto il più accorto, il più capace, il più tenace ricercatore sulla vita e sulle opere del grande stilese.

La bibliografia è vastissima, antica e recente, i giudizi non sempre sereni, le valutazioni a volte contrastanti. Il Giannone lo definisce addirittura “grande imbroglione”, ma penso che possa considerarsi attendibilissimo il giudizio del filosofo Giovanni Gentile, che suona così: “Campanella, scrittore duro, d’alta vena poetica ma di profondo pensiero in travaglio, di larghissima cultura, anche letteraria, ma rude e studioso più di forza che di eleganza, più di schiettezza che d’arte, personalità dotta e insieme selvaggia, tra di frate avvezzo all’argomento scolastico e di calabrese fiero del dialettale accento nativo, non sarà mai letto e gustato se non da lettori dotati di speciale non facile preparazione; quantunque nessuno potrà leggere le sue poesie senza vedere qua e là a tratti la scossa della sua anima vigorosa, che prorompe di tra i pensieri faticosi e gl’impacci della forma, e senza sentire il pulsare della sua umanità esuberante”.

Il Campanella stesso, che di sé parlò molto, dice a proposito della sua cultura insoddisfatta: Di cervel dentro un pugno io sto, e divoro / tanto, che quanti libri tiene il mondo / non sazian l’appetito mio profondo: / Quanto ho mangiato! e del digiun pur moro.

La capacità assimilativa, indubbiamente prodigiosa, la rifulgente potenza dell’intuizione, l’enorme forza espressiva; la sovrumana resistenza alle fatiche, alle carceri, alle torture; l’amore inestinguibile per la sua Terra natale: l’ansia di rinnovamento civile sociale e religioso delle genti meridionali sog-gette all’umiliante giogo straniero, la visione profetica di un mondo nuovo che tutti affratellasse sot-to un’unica Guida sovrana:questo dovizioso corredo di pregi, di attitudini, di aspirazioni, di volontà, contribuivano in larghissima misura a rendere così alta e così ricca la statura morale di Tommaso Campanella, che ancora oggi, a distanza di tre secoli e un quarto dal suo trapasso, gli studi sull’opera sua di pensatore e di maestro, di teologo, di filosofo, di umanista, di poeta, di sociologo, di politico, di uomo d’azione, lasciano ammirati i più attenti e minuziosi indagatori ed interpreti; soprattutto per l’immensa dottrina che sprigionò quella mente sovrana e per la fierezza apostolica e rivoluzionaria di che impresse profondamente il suo pensiero, il suo insegnamento, il suo esempio.

In questi ultimi anni, insigni studiosi ravvivarono nel quadro delle plurimillenarie direttrici del pensiero umano, il contributo notevolissimo offerto dal nostro Campanella. Lo stesso III Congresso

Storico Calabrese, svoltosi nella scorsa primavera nei tre capoluoghi di provincia, ripropose, per il magistero ineguagliabile del Prof. Luigi Firpo, la necessità di sviluppare e completare gli studi sul

Nostro: studi di superiore impegno storico, letterario, critico, cui l’illustre docente dedica da molto tempo la sua illuminata passione di ricercatore, di analizzatore, di coordinatore e di critico, sì che la

cultura italiana e quella mondiale, che l’opera campanelliana ha sempre profondamente sensibilizza-to per l’imponente mole e la straordinaria ricchezza del contenuto, beneficeranno di un compendio definitivo sulla vita e sulle opere di così grande Uomo.

Non ho inteso fare una dissertazione critica su Tommaso Campanella, ma soltanto rendere un modesto omaggio alla sua opera. Nel 1968 ricorre il quarto centenario della sua nascita; propongo che il Rotary promuova, organizzi e presieda degne ed adeguate celebrazioni campanelliane.Le manifestazioni dovrebbero convogliare le eventuali iniziative di Enti ed Istituzioni diverse e quindi assumere tono ed importanza nazionale e mondiale.

Ci si può però cimentare nell’impresa celebrativa solo se si ha il proposito fermo e sincero di utilizzare questi successivi tre anni in un lavoro di organizzazione che garantisca, nei risultati, manifestazioni tali da fare onore soprattutto alla memoria di Tommaso Campanella, ed anche al nostro Sodalizio, alla Calabria e all’Italia tutta.

Concludo ricordando tre versi di Tommaso Campanella: tre versi buoni per tutti i gusti, che hanno un significato di rara preziosità, specie per i tempi che corrono. Il ricordo serve a chi propone e a chi dispone, i versi suonano come un ammonimento e come un richiamo alla verità che punge e che consola. Sembra addirittura che lo stesso Maestro li ripeta a noi così come li volse a “Cristo Nostro

Signore: Se torni in terra, armato vieni, Signore; / ch’altre croci apparècchianti i nemici, / non Turchi, non Giudei, que’ del Tuo regno…>>

 

 

da “I racconti della sera” di Carlo Ripolo