Quaderni bovalinesi/2

Storia di una congrega,tra fede tradizione e voglia di riscatto
– Guida alla conoscenza dell’Arcionfraternita Maria S.S. Immacolata
di Bovalino Superiore –

 

Prefazione

Non so se le Confraternite[1], presenti e attive fin dal XIII sec. per sostenere l’esercizio delle pratiche religiose all’interno della Chiesa (messe, processioni, preghiere speciali) e quello delle opere di pietà (assistenza a confratelli infermi, i suffragi e i funerali ai defunti, i soccorsi ai poveri…), nel mondo di oggi e nella stessa Chiesa, possano rivestire un ruolo serio, in quanto in genere modalità di rapportarsi e ritualità sembrano anacronistici. So per certo però che l’Arciconfraternita, di cui si parla si identifica con Bovalino Superiore e il paese si identifica con la stessa. C’è un rapporto inscindibile, più che altrove insomma, tra l’Arciconfraternita Maria S.S. Immacolata e il Borgo collinare che la ospita, in quanto la stessa gestisce tutte le iniziative sia di carattere religioso che profano, che ivi si svolgono.

Negli ultimi anni sono stati effettuati, da parte di Confraternite illuminate, tentativi di aggiornare il loro modo di rapportarsi col mondo sociale e le loro finalità, privilegiando quelle a carattere assistenziale. La loro presenza comunque è ancora viva e i raduni periodici ne sono la fotografia colorita e vivace. Dall’Osservatorio Romano del 2-3 aprile 1984 in occasione dell’Anno Santo straordinario: <Uno spettacolo straordinario, un colpo d’occhio che sembrava tratto da un programma di un film sul ritorno del passato. Stendardi, bandiere, pesanti crocifissi lignei sorretti a fatica da uomini poderosi. Costumi di ogni colore, adornati da stupende mantelle di velluto, di broccato, oppure di semplice, umile tela. Questo era ieri Piazza San Pietro: il luogo d’incontro del passato e del presente. Una sintesi che si riconosce nell’eterno…si sono incontrati ieri almeno otto secoli di tradizioni cristiane. Otto secoli di impegno meraviglioso incentrato sulla volontà dei cristiani di farsi artefici e partecipi di iniziative di santificazione e di condivisione che costituiscono una delle più straordinarie tradizioni del volontariato cristiano…quello che si è raccolto ieri nella solenne piazza berniana è il più grande raduno mai visto dell’associazionismo cattolico. Un associazionismo che per tanto tempo si è immedesimato ed identificato nella vita e nell’azione delle gloriose, antiche e venerabili Confraternite. Questo Giubileo delle Confraternite ha costituito in effetti la prima occasione nella storia di queste antiche associazioni -le prime risalgono all’XI sec.- di un incontro a carattere universale. Ed è già questo l’indizio di una volontà di ripresa d’azione, di una volontà di presenza in una società che forse considera le Confraternite soltanto come elemento folkloristico, testimonianza di un mondo e di un’età ormai morte e sepolte per sempre… Portavoce delle Confraternite reggine si è fatto il dott. Giuseppe Blefari, Priore dell’ Arciconfraternita di Maria Santissima Immacolata di Bovalino Superiore, fondata nel 1594: ‘Abbiamo 350 giovani sotto i 18 anni iscritti al nostro sodalizio e siamo uno dei pochi luoghi di raccolta e di animazione della gioventù nella nostra terra. Assistiamo i nostri confratelli in tutti i modi, fino alla loro sepoltura. Preghiamo, organizziamo la festa patronale e facciamo beneficenza. Quello che abbiamo visto in questi giorni è straordinario… abbiamo imparato più da questi tre giorni che da tanti libri’.>

In virtù di quanto detto sull’importante ruolo della Confraternita nella Comunità in cui opera, mi permetto di suggerire alcune proposte, che a me sembrano migliorative, per un suo rilancio organizzativo e devozionale (alcune delle quali, per la verità, già affrontate e risolte alla data odierna – ottobre 2019-)[2]:

1) Rifondare lo Statuto dell’11 maggio 1975 e riscrivere il testo che risulta fortemente datato, adattandolo, come suggerito anche dalla Curia vescovile con nota del 21 aprile 1984, alle nuove esigenze sociali della Comunità e aggiornandolo secondo lo spirito del Concilio Vaticano II e le norme del nuovo codice di diritto canonico, promulgato da Papa Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983, sulle associazioni pubbliche dei fedeli:

<Can. 312 – §1.L’autorità competente ad erige­re associazioni pubbliche è: 1° la S.S. per le ass. universali e internazionali;2°la Conferenza Episcopale nell’ambito del proprio territorio per le ass. nazionali, quelle cioè che sono destinate, mediante l’erezione stessa, ad esercitare la loro attività in tutta una nazione; 3°il Vescovo diocesano nell’ ambito del suo territorio per le associazioni diocesane, non però l’Amministratore diocesano; tuttavia sono eccet­tuate le associazioni per le quali il diritto di ere­zione è riservato ad altri per privilegio apostolico. §2. Per erigere validamente nella diocesi una associazione o una sua sezione, anche se ciò av­viene in forza di un privilegio apostolico, si richie­de il consenso scritto del Vescovo diocesano; tut­tavia il consenso del Vescovo diocesano per l’ere­zione di una casa di un istituto religioso vale anche per l’erezione, presso la stessa casa o presso la chiesa annessa, di una associazione propria di quell’ istituto.

Can. 313 – Un’associazione pubblica, come pu­re una confederazione di associazioni pubbliche, per lo stesso decreto con cui viene eretta dall’auto­rità ecclesiastica competente a norma del can. 312, è costituita persona giuridica e riceve, per quanto è richiesto, la missione per i fini che essa si pro­pone di conseguire in nome della Chiesa.

Can. 314 – Gli statuti di ogni associazione pub­blica, la loro revisione e il loro cambiamento necessitano dell’ approvazione dell’ autorità ecclesia­stica cui compete erigere l’associazione a norma del can. 312, §1.

Can. 315 – Le associazioni pubbliche possono intraprendere spontaneamente quelle iniziative che sono confacenti alla loro indole; tali associazioni sono dirette a norma degli statuti, però sotto la superiore direzione dell’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, §1.

Can. 316 §1. Non può essere validamente accolto nelle associazioni pubbliche chi ha pubbli­camente abbandonato la fede cattolica, chi si è al­lontanato dalla comunione ecclesiastica e chi è irre­tito da una scomunica inflitta o dichiarata. §2.Coloro che, dopo essere stati legittima­mente associati, vengono a trovarsi nel caso di cui al §1, premessa un’ammonizione, siano dimessi dall’ associazione, osservando gli statuti e salvo il diritto di ricorso all’ autorità ecclesiastica di cui al can. 312, §1.

Can. 317 – §1. Se non si prevede altro negli statuti, spetta all’autorità ecclesiastica di cui al can. 312, §1 confermare il moderatore dell’associazione pubblica eletto dalla stessa, istituire colui che è sta­to presentato, oppure nominarlo secondo il diritto proprio; la stessa autorità ecclesiastica poi nomina il cappellano o l’assistente ecclesiastico, dopo aver sentito, se risulta opportuno, gli officiali maggiori dell’associazione. §2. La norma stabilita al §1 vale anche per le associazioni erette da membri di istituti religiosi in forza di un privilegio apostolico, al di fuori delle proprie chiese o delle proprie case; nelle associa­zioni poi erette da membri di istituti religiosi pres­so la propria chiesa o presso la propria casa, la nomina o la conferma del moderatore e del cap­pellano spetta al superiore dell’ istituto, a norma degli statuti. §3. Nelle associazioni non clericali, i laici pos­sono ricoprire l’incarico di moderatore; il cappel­lano o l’assistente ecclesiastico non siano assunti a tale compito, a meno che negli statuti non sia disposto diversamente. §4. Nelle associazioni pubbliche di fedeli fina­lizzate direttamente all’ esercizio dell’apostolato, non siano moderatori coloro che occupano compiti direttivi nei partiti politici.

Can 318 – §1.In circostanze speciali, se lo ri­chiedono gravi motivi, l’autorità ecclesiastica di cui al can.312,§1 può designare un commissario che in suo nome diriga temporaneamente l’associa-zione.§2. Il moderatore di un’associazione pubblica può essere rimosso, per giusta causa, da chi lo ha nominato o confermato, tuttavia dopo aver sentito sia il moderatore stesso, sia gli officiali dell’asso­ciazione, a norma degli statuti; il cappellano può essere rimosso, a norma dei cann. 192-195, da chi lo ha nominato.

Can. 319 – §1. Un’associazione pubblica eretta legittimamente, a meno che non sia disposto in modo diverso, a norma degli statuti amministra i beni che possiede, sotto l’alta direzione dell’auto­rità ecclesiastica di cui al can. 312, §1, alla quale ogni anno deve rendere conto dell’ amministrazione. §2.Deve inoltre presentare alla medesima autorità un fedele rendiconto della distribuzione delle offerte e delle elemosine raccolte.

Can. 320 – §1. Le associazioni erette dalla San­ta Sede possono essere soppresse solo dalla Santa Sede stessa. §2. Per gravi cause la Conferenza Episcopale può sopprimere le associazioni erette dalla confe­renza stessa; il Vescovo diocesano può sopprimere le associazioni che egli stesso ha eretto e anche le associazioni erette, per indulto apostolico, da mem­bri di istituti religiosi col consenso del Vescovo diocesano.§3.Un’associazione pubblica non venga sop­pressa dall’autorità competente, senza aver prima sentito il suo moderatore e gli altri officiali mag­giori.>

2) Completare con urgenza la “cosiddetta” casa del Beato Camillo Costanzo e adattarla a sede ed archivio storico della stessa Confraternita, per dare di essa maggiore visibilità spaziale e continuità temporale.[3] Organizzare poi, in occasione dell’inaugurazione della “casa”, un Convegno nazionale sul Beato Camillo Costanzo, che valorizzi la figura del più illustre cittadino bovalinese. Dare risalto alla festa, trasformandola in evento aggregativo di orgoglio e di appartenenza…

3) Ripristinare la festa e tutto ciò che è previsto di rituale per il famoso Reliquario del 1629, come è indicato nell’atto notarile di Carlo Gliozzi di Ardore del 12 maggio 1720 e nella relazione della visita pastorale del vescovo Cesare Rossi il 30 novembre 1730, per dare maggior risalto allo stesso oggetto prezioso e valore alla tradizione.

4) Ricercare nuove equilibrate modalità di gestione per rivitalizzare e dare nuovo impulso alla vita dell’Arciconfraternita, offrendo agli associati nuovi stimoli per una attiva e convinta partecipazione, e creando nuove figure, tipo soci onorari, per quelle personalità che hanno dato contributi alla valorizzazione e crescita dell’Associazione stessa.

5) Valorizzare il Museo di Arte Sacra.

6) Attivarsi, con tutti i mezzi legali e di piazza, per il recupero della Chiesa dello Zopardo, del Castello e di tutte le “memorie” dell’antico borgo.

7) Continuare a mantenere e riscoprire le vecchie tradizioni laiche e religiose.

8) Partecipare al grande significativo raduno di tutte le confraternite di Europa fissato per il 4, 5 e 6 aprile 2008 a Lourdes. L’incontro è organizzato dalla Confederazione italiana,dalla Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia, dalla Maintenance francese e da diversi enti spagnoli, e preve-de un pellegrinaggio alla grotta di Bernadette, la tradizionale processione, la Messa comunitaria, una Via Crucis e la Processione eucaristica.

Questa breve ricerca, iniziata con la Prefazione nel 2005, completata nel maggio del 2009 e aggiornata nel 2019, vuole essere un modesto contributo di partenza per ulteriori approfondimenti sulla storia e attività dell’Arciconfraternita, nei confronti della quale il sottoscritto ha provato sempre sentimenti di rispetto e ammirazione per il lavoro vivificatore e aggregante che svolge al servizio di una comunità spesso apatica superficiale e distratta.

Con l’entrata nell’Arciconfraternita di molti giovani preparati e motivati, gli ultimi anni (dal 2015 in poi) hanno segnato un deciso passo in avanti le attività di valorizzazione del borgo e di tutti gli eventi locali caratteristici, compresi i riti tradizionali legati alla Pasqua, al Natale e alla festa della Immacolata. In particolare c’è da sottolineare che nel corrente anno (2019), in occasione dei festeggiamenti in onore di Maria SS. Immacolata, l’Arciconfraternita ha inteso riproporre, in via eccezionale, la visita della statua della Madonna a Bovalino Marina, cosa che non avveniva dal lontano 1975…

Capitolo primo – Cenni storici

1) L’Arciconfraternita Maria Santissima Immacolata, unica sopravissuta a Bovalino Superiore (Motta Bobalina nel ‘500)[4], fu eretta all’epoca dell’incendio, che distrusse il castello e l’abitato, appiccato dai Turchi guidati dall’avventuriero Sinan Bassà detto Scipione Cicala. Gli incursori, sbarcati l’8 settembre 1594 sulla costa della Marina, si diressero verso l’attuale Bovalino Superiore e dopo aver dato al prelato del posto 19.000 ducati, ebbero aperta la porta della cittadella e appiccarono il fuoco che distrusse tra l’altro l’archivio sistemato nello stesso castello, provocando danni per 140.000 ducati. La gente disperata si raccolse in chiesa a pregare e mentre il paese era invaso dalle fiamme iniziò a piovere “come se l’Immacolata Concezione, che si festeggia quel giorno, si fosse messa a piangere vedendo il paese in rovina”.

La Confraternita fu fondata proprio per ricordare il miracolo della Vergine e contemporaneamente fu istituita con speciale indulto o privilegio del Papa Clemente VIII (al secolo Ippolito Aldobrandini, papa dal 1592 al 1605, uomo pio prudente e buon giurista) la festa dell’8 settembre, giorno in cui ricorre la natività della Beata Vergine Maria. Il marchese Sigismondo Loffredo si adoperò molto per ripopolare le terre del suo feudo, chiedendo fra l’altro al re di Napoli l’esenzione trentennale degli oneri fiscali, e per applicare benefici all’Arciconfraternita considerata la principale fra quelle esistenti all’epoca.

Il numero degli adepti delle Confraternite s’incrementò notevolmente dopo la gloriosa vittoria dei Cristiani sui Musulmani nella battaglia navale di Lepanto nel 1571, che alimentò di certo un rinnovato fervore religioso.

2) Delle altre Confraternite erette a Bovalino, nel corso della sua storia a dimostrazione della profonda fede dei suoi abitanti, nessuna è più esistente; ci restano solo nomi e frammentarie notizie: a) Confraternita di San Nicola ad Fratres, eretta nel 1539 durante il vescovato di Planca b) Confraternita di San Sebastiano c) Confraternita dei Gentiluomi d) Confraternita di San Giuseppe, eretta nel 1575 e) Confraternita di San Francesco di Paola f) Confraternita del Venerabile, cioè di Gesù Eucarestia, fondata da Raimondo Costanzo il 20 agosto 1607, alla quale venne assegnato il beneficio di San Francesco di Paola (poi passato alle famiglie Lemma e Correale) g) Confraternita dell’Annunciazione di Maria, eretta il 20 agosto 1653 con Bolla del Vescovo Vincentini h) Confraternita del SS.mo Rosario, eretta nell’omonima Chiesa nel 1676, con Bolla dell’Abate Carlo Migliaccio, Vicario Generale del vescovo Sculco i) Confraternita di Santa Lucia l) Confraternita di San Nicola ad Fratres, eretta nel 1735 m) Confraternita di Maria SS.ma Immacolata n) Confraternita del SS.mo Sacramento, eretta a Bovalino Superiore nel 1898 o) Confraternita di San Francesco di Paola, eretta a Bovalino Marina nel 1900; si sciolse nei primi anni ’70. Curava l’Affruntata e la festa patronale di San Francesco p) Confraternita del Cuore Eucaristico di Gesù, eretta a Bovalino Marina con statuto approvato il 20 aprile 1912 dal vescovo Del Rio q) Confraternita delle Figlie di Maria Immacolata, compatrona Santa Agnese, istituita il 20 giugno 1916 a Bovalino Marina.

3) L’Arciconfraternita fa parte dell’Associazione Diocesana delle Confraternite[5], che risulta così composta: Maria S.S. Immacolata di Ardore Superiore; San Cuore di Gesù di Ardore Superiore; San Nicola d’Ardore di San Nicola d’Ardore; Spirito Santo di Bombile; Maria S.S. Immacolata di Bovalino Superiore; Maria S.S. del Rosario di Benestare; San Giuseppe di Benestare; San Vito di Careri; San Rocco di Casignana; Maria S.S. del Carmine di Gerace; Maria S.S. Addolorata di Gerace; San Cuore di Gesù di Gerace; Maria S.S del Rosario di Gioiosa; San Giuseppe di Roccella; Maria S.S. dell’Arco di Siderno Superiore.

L’associazione si propone di dare risposte unitarie sul ruolo delle Confraternite e alle loro problematiche organizzative, proponendosi di formulare uno Statuto unitario, valido per tutte le Confraternite della Diocesi. Negli anni scorsi Presidente è stato anche il dott. Giuseppe Blefari, ex Priore dell’Arciconfraternita Maria S.S. Immacolata di Bovalino Superiore; alla data odierna risulta consigliere dell’Associazione l’attuale Priore Antonio Blefari…

4) L’Arciconfraternita ha sempre mantenuto, per l’illuminata sensibilità dei suoi Priori, buoni rapporti con altre Istituzioni similari, ed è sempre presente agli incontri e raduni nazionali.

  1. a) Il primo aprile 1984, in occasione di un Giubileo straordinario, ha partecipato, insieme ad altre cinquanta della provincia di Reggio Calabria, al 1° raduno delle Confraternite di tutto il mondo, definito dall’Osservatore Romano il più grande raduno dell’associazionismo cattolico: crocifissi lignei, vessilli, stendardi e lampioni delle Confraternite portati in Piazza San Pietro da quindicimila fratelli. Il priore pro-tempore il dott. Giuseppe Blefari, intervistato dallo stesso Osservatore quale portavoce delle Confraternite reggine, ricchissime di tradizione e di fede, tenne a sottolineare in quell’occasione la loro profonda diversità di esperienze e di vissuti: “Abbiamo 350 giovani sotto i 18 anni, iscritti al nostro sodalizio e siamo uno dei pochi luoghi di raccolta e di animazione della gioventù nella nostra terra. Assistiamo i nostri confratelli in tutti i modi, fino alla loro sepoltura. Preghiamo, organizziamo la festa patronale e facciamo beneficenza. Quello che abbiamo visto in questi giorni è straordinario… abbiamo imparato più da questi tre giorni che da tanti libri. Sarebbe tanto utile che questi incontri ci fossero ancora in modo più organico. Ora che ci siamo ritrovati in occasione di questo Anno Santo straordinario, sarebbe un vero peccato non costituire una organizzazione nazionale e una internazionale che oltre ad affermare alcuni principi fondamentali di comportamento, possano anche facilitare lo scambio di esperienze e con ciò anche la nostra crescita. Lo meritano i nostri giovani, lo merita la nostra tradizione”.
  2. b) Il 13 e 14 maggio 1989 ha partecipato a Roma al Primo Convegno Nazionale delle Confraternite delle Diocesi d’Italia. In tale occasione nella Basilica di Santa Maria Maggiore è stato svolto il seguente rito di benedizione dell’abito e della vestizione dei neofiti: Il Priore della Confraternita (o l’Assistente ecclesiastico, se è il Vescovo a presiedere il rito), presenta al Celebrante e all’ assemblea i Confratelli che oggi ricevono l’abito benedetto. Reverendissimo (ed Eccellentissimo) Padre: questi sono i nomi dei fratelli che, oggi, ricevono l’abito benedetto:(seguono i nomi). Il Celebrante: L’abito, fratelli carissimi nel Signore, è solo un segno esteriore che deve manifestare e rendere visibili la nostra fede e la nostra carità. Per questo vi invito a rinnovare l’impegno di fede assunto nel Battesimo e ad esprimere davanti alla Chiesa la vostra volontà di esercitare le opere di misericordia spirituale e corporale per il bene dei fratelli. Il celebrante riceve ora da tutti i presenti la rinuncia al peccato, la professione di fede e la pro­messa a testimoniare la carità cristiana secondo lo spirito della propria Confraternita. C. Rinunziate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio? Rinunzio. C. Rinunziate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato? F. Rinunzio. C. Rinunziate a Satana, origine e causa di ogni peccato? F. Rinunzio. C. Credete in Dio, Padre onnipotente creatore del cielo e della terra? F. Credo. C. Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre? F. Credo. C. Credete nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna? F. Credo. C. Volete rendere operosa la vostra adesione alla fede del santo Battesimo che avete rinnovato consapevolmente con l’impegno alla preghiera al decoro del culto pubblico della Chiesa e all’esercizio della carità generosa e operosa? F. Lo voglio. C. Volete tendere con generosità e fermezza al perfetto amore verso Dio e verso il prossimo, seguendo fedelmente il Vangelo, per il rispetto e l’elevazione dei valori dell’ uomo e osservando le Costituzioni della vostra Confraternita? F. Lo voglio. C. Volete dare pronta adesione al Magistero del Sommo Pontefice e dei Pastori della Chiesa e attiva disponibilità di partecipazione agli impegni di evangelizzazione e alla collaborazione generosa per la crescita della vostra Chiesa locale, in filiale comunione con i vostri Vescovi? F. Lo voglio. C. Volete onorare con rettitudine umana e pietà cristiana il nome e la veste della Confraternita S. Maria del Rosario impegnandovi nelle sue finalità con partecipazione attiva e operosa? F. Lo voglio. C. Il Signore vi conceda, rivestiti dell’abito e secondo lo spirito della Confraternita di S. Maria del Rosario di dedicarvi sempre più alla lode del suo nome al servizio e alla salvezza dei fratelli. F. Amen. C. Preghiamo. O Dio, che ispiri e compi ogni santo proposito in coloro che sono rinati per la grazia del Battesimo, guarda con bontà questi tuoi figli che si apprestano a rivestire devotamente l’ abito segno del loro impegno nella testimonianza della fede e nel servizio di carità, rendili sempre più conformi all’ immagine del tuo dilettissimo Figlio e concedi che, seguendo fedelmente il proprio cammino, giungano a contemplare il tuo volto nella gloria del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. F. Amen. Il Celebrante asperge con l’acqua benedetta gli abiti che i nuovi confratelli presentano. Quindi prosegue: Rivestitevi dell’ abito con il quale diventate membri effettivi della Confraternita…, e sforzatevi, ogni giorno, con l’aiuto di Maria, Madre di Dio, di seguire più da vicino Cristo Signore e dedicarvi con generosità al bene dei fratelli. F. Amen.” Ogni candidato, aiutato da un fratello più anziano, riveste l’ abito della Confraternita. Segue la preghiera dei fedeli.
  3. c) L’11 e 12 novembre 1989 ha partecipato, tramite il suo delegato, all’incontro dei delegati diocesani per le Confraternite delle Diocesi d’Italia svoltosi a Roma nella Basilica di Santa Cecilia, come corollario al Primo Convegno Nazionale del 13 e 14 maggio dello stesso anno. L’incontro ha avuto notevole importanza per le ripercussioni organizzative e gestionali delle singole Confraternite e le sottoindicate conclusioni, indicate da Mons. Antonio Massone delegato del Cardinale Vicario per le Confraternite e i Sodalizi,rappresentano punto di riferimento continuo per tutte le attività delle stesse associazioni. “I Delegati Diocesani per le Confraternite delle Diocesi d’Italia, riunitisi in Roma per la prima vol­ta, nei giorni 11 e 12 novembre 1989, per invito di Sua Eminenza il Signor Cardinale Ugo Poletti, Vi­cario Generale di Sua Santità, Presidente della Con­ferenza Episcopale Italiana, con lettera del Suo Delegato per le Confraternite e i Sodalizi della Dio­cesi di Roma, Mons. Antonio Massone, del 10 corrente anno, hanno proseguito lo studio della pro­blematica relativa alle Confraternite d’Italia, del ruolo e della loro collocazione nella realtà eccle­siale nonché del loro specifico servizio nelle Chiese locali, già avviato nel Convegno Nazionale delle Confraternite delle Diocesi d’ Italia, tenutosi a Roma nei giorni 13-14 maggio u.s. Accolte con Filiale devozione le parole che il Santo Padre, ha loro rivolto nel corso dell’udienza, che ha avuto luogo nel Cortile di San Damaso in Vaticano, sabato 11 novembre corrente: «Auspico che da tale assemblea, impegnata nel valutare le vie nuove della partecipazione attiva alla missione della Chiesa nel servizio della Carità, secondo il programma pastorale della Conferenza Episcopale Italiana, sorgano valide iniziative e spunti di ag­giornata testimonianza», hanno votato all’unani­mità le seguenti conclusioni: 1.Alla luce dell’Esortazione Apostolica del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II “Christi fide­les laici” si intende confermare la volontà di accogliere e trasmettere nella vita delle Confraternite il «Codice dell’ecclesialità», che è stato presen­tato alle Confraternite nella Basilica di Santa Ma­ria Maggiore, in occasione del Convegno Nazionale delle Confraternite delle Diocesi d’Italia; 2.si rileva la necessità di una formazione cristiana dei confratelli, spirituale e dottrinale, e si invitano i Confratelli a sostenere i Centri di teo­logia e di preparazione all’apostolato e a coltivare la loro vita spirituale e la personale santificazione approfondendo il valore della preghiera e della vita sacramentale, e riproponendo, in continuità con le antiche tradizioni delle Confraternite, lo spirito della penitenza e del sacrificio, presupposti indispensabili di ogni incisiva azione per «l’ani­mazione dell’ordine temporale mediante lo spirito cristiano»; 3.la partecipazione attiva alla missione della Chiesa esige dai Confratelli un costante impegno di testimoniare il Vangelo nella famiglia, nel la­voro, nel mondo sociale, politico ed economico, nella cultura; 4.«l’incremento del culto pubblico» della Chiesa costituisce tradizionalmente la specifica espressione della vita delle Confraternite che nel­l’ordinamento canonico sono associazioni pubbli­che di fedeli, pertanto la formazione alla Liturgia e alla Pietà popolare sarà fondamentalmente im­pegno e dovrà essere proposta secondo le linee del rinnovamento liturgico promosse dal Concilio Ecu­menico Vaticano II. In particolare si darà atten­zione ai luoghi di culto, alla loro valorizzazione liturgica e pastorale e alla loro tutela e conserva­zione; 5.l’impegno di partecipazione alla evangelizza­zione e all’Apostolato esige che ogni Confraternita sia luogo di comunione, di annuncio, di proposta della fede, di educazione ad essa nel suo integrale contenuto. Sarà opportuno offrire disponibilità ed attiva partecipazione ai Consigli Pastorali Diocesani e Parrocchiali ed alle Consulte per l’Apostolato dei laici per una organica partecipazione alla vita pa­storale diocesana e allo svolgimento dei piani pastorali della Conferenza Episcopale Italiana; 6.il carisma peculiare delle Confraternite espresso anche con la testimonianza della carità, che le ha distinte per secoli, va oggi riscoperto con una nuova consapevolezza e con rinnovato di­namismo per rispondere alle nuove povertà,con le opere di misericordia, stimolando lo sviluppo del volontariato cristiano; 7.tenuto conto che lo sviluppo del volontariato cristiano è esperienza originale e creativa dell’amore che si ispira al Vangelo, e che, all’interno di esso, trovano piena collocazione le esperienze delle Confraternite e dei Sodalizi; considerando inoltre che la possibilità di rivalutare il ruolo e la valenza privatistica delle istituzioni volontarie di assistenza -alla luce della recente giurisprudenza costituzio­nale e di cassazione- apre la strada ad una più ampia valutazione delle potenzialità delle realtà as­sistenziali locali, si evidenzia un rinnovato ruolo delle Confrafernite attraverso la ricerca di nuove occasioni di servizio, da rendere sia in forma libera, sia, ove possibile, attraverso rapporti stabili con le realtà istituzionali del territorio; 8.l’impegno cristiano nel servizio delle atti­vità sociali e caritative esige adeguata preparazione per una migliore efficienza e qualificazione. Sarà necessario, pertanto, istituire o frequentare corsi di preparazione specifica all’esercizio delle attività proprie del volontariato; 9.un incontro annuale in una città ogni anno avrà il carattere di “Cammino di fraternità”, nel quale le Confraternite, rinnovando la loro antica tradizione, in «cammino» potranno sviluppare la reciproca conoscenza, testimoniare la fede, realiz­zare opere di servizio e di carità; 10.viene posta in risalto l’esigenza per le Con­fraternite di un coordinamento delle diverse espe­rienze a livello nazionale. E’ quindi proposta la rea­lizzazione di una struttura stabile organizzativa ed operativa da definire, che costituisca un riferimento permanente per tutte le Diocesi d’Italia. A tale sco­po verrà composta una commissione di esperti nei campi pastorale, formativo, storico, giuridico, so­ciale, caritativo ed organizzativo che elabori in tem­pi brevi uno schema idoneo per la realizzazione della struttura richiesta. La Commissione sarà pre­sieduta dal Delegato per le Confraternite della Dio­cesi di Roma.”

5) Tra le finalità della Confraternita c’è quella di assistere i fratelli anche nel momento della dipartita. A tal proposito nell’Archivio diocesano sono presenti alcuni documenti che afferiscono alla richiesta da parte della Confraternita di poter seppellire i fratelli nell’Oratorio dell’Immacolata di Bovalino. Sull’argomento in particolare si trascrive il testo di una lettera spedita il 19 settembre 1865 dagli Uffici della Prefettura Circondariale di Gerace al Sig. Prefetto della Provincia di Reggio Calabria avente per oggetto: Seppellimento di cadaveri nell’oratorio dell’Immacolata in Bovalino. “Dal Priore della Confraternita della Congregazione di Maria Vergine nel Comune di Bovalino mi venne sporta una domanda con la quale s’implora il permesso di potersi valere nelle circostanze di morte dei fratelli della Congregazione medesima dei sepolcri costruiti nell’Oratorio per il loro seppellimento. Invitai la Giunta municipale di Bovalino ad emettere il suo parere al riguardo, e la medesima con deliberazione del 13 stante in considerazione che ilseppellimento dei cadaveri in quell’oratorio non porterebbe alcun nocumento alla pubblica igiene, si pronunciò favorevolmente. Risultandomi che nel Comune di Bovalino non avvi cimitero e che i cadaveri si seppelliscono nel convento di Santa Maria del Gesù, non ho perciò ragioni ad eccepire contrariamente all’implorato permesso. Rassegno pertanto alla S.V. Ill.ma la succitata deliberazione della Giunta per i provvedimenti a Lei riservati dall’art. 14 del Decreto 9 ottobre 1861”.

6) Come in ogni Istituzione, anche tra i fratelli della Confraternita la convivenza non sempre è stata facile; i malumori e le incompatibilità talvolta sfociano in contenziosi lunghi e incontrollabili e per ripristinare l’equilibrio perduto, spesso è il Priore a rassegnare le dimissioni e rinviare l’assemblea a nuove elezioni, sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica. Su tale problematica si trascrive il contenuto di una lettera dell’arciprete Saverio Pelle a Sua Eccellenza Mons. Domenico Giovanni Battista Chiappe vescovo di Gerace, con la quale comunica in data 29 aprile 1946 il commissariamento straordinario della Confraternita, per le dimissioni del Priore, in attesa di nuove elezioni, e in aggiunta il nome del commissario straordinario per la gestione provvisoria: “A Sua Eccellenza Monsignore Domenico Giovanni Battista Chiappe vescovo di Gerace. Eccellenza, dipochè il vecchio priore Sig. Pipicelli Francesco si è dimesso ed il nuovo eletto Sig. Procopio Rosario non può rivestire la carica, per non avere osservato l’assemblea le prescrizioni del diritto canonico, prego V.E. Rev.ma voler nominare a commissario straordinario della Confraternita il sig. D. Bruno Sculli con tutte le facoltà annesse a questo delicato ufficio, e ciò fino a quando non si sarà provveduto con le forme consentite dalla Chiesa alla nomina del nuovo Priore. Con ogni osservanza. Bovalino Superiore 29 aprile 1946. Con la presenti nominiamo Commissario Straordinario della Confraternita di Maria S.S. Immacolata in Bovalino Superiore, il Sig. Domenico Bruno Sculli, fino a quando sarà eletto…il nuovo Priore. A presiedere l’adunanza dei Confratelli della detta Confraternita, per la nomina del nuovo Priore e delle altre cariche, nominiamo come nostro delegato il M. R. D. Domenico Polifroni, arciprete a Careri, il quale ci darà relazione scritta. San Nicola d’Ardore 5 maggio 1946”.

7) La Confraternita è mista; la presenza femminile arricchisce l’attività all’interno della Chiesa, con fattiva e appassionata partecipazione. Il ruolo importante delle donne all’interno della Confraternita è sottolineato dalla presenza, nella storia della Istituzione, di una donna-priore, Rosina Raco, dal 1932 al 1935, che potrebbe avere il significato di una sorta di femminismo ante-litteram. Il loro abbigliamento di riconoscimento è ridotto all’essenziale: un foulard celeste con l’immagine dell’Immacolata.

Capitolo secondo – I documenti e gli archivi

Non è facile reperire documentazione che dia un quadro storico, chiaro e continuo, della vita della Congrega, in quanto non esiste un archivio ragionato, curato con criterio dalla Confraternita. Per l’incuria e la superficialità, nel passaggio di consegne, dei Governi che si sono succeduti nella gestione della Confraternita, molti documenti sono stati smarriti, compreso l’importantissimo Statuto di erezione. Solo presso l’Archivio diocesano di Gerace e gli Archivi di Stato di Reggio Calabria e di Napoli è reperibile materiale interessante, ma non sempre facile da consultare; i sottoindicati sono i documenti messi nella disponibilità del sottoscritto e consultati.

Archivio della Confraternita:

01) Verbale di nomina nuove cariche – 8 maggio 1938 (n.2 fogli)

02) Decreto di commissariamento straordinario della Confraternita – 29 aprile 1946 (n.1 foglio)

03) Statuto Confraternita – 11 maggio 1975 (n.4 fogli)

04) Relazione tecnica restauro statua Immacolata – giugno 1980 (n.6 fogli)

05) Verbale assemblea generale ordinaria dell’Arciconfraternita – 21 aprile 1984 (n.6 fogli)

06) Approvazione della Curia vescovile del verbale dell’assemblea del 21 aprile 1984 (n.2 fogli)

07) Attestato di partecipazione della Confraternita al Primo Convegno Nazionale delle Confrater-nite delle Diocesi d’Italia – Roma 13,14 maggio 1989

08) Bozza manifesto per la festa dell’Immacolata dell’8 settembre 1996 (n.3 fogli)

09) Registro di Contabilità della Confraternita dal 1921 al 1928

10) Registro di Contabilità della Confraternita dal 1929 al 1942

11) Registro di Contabilità della Confraternita dal 1937 al 1943

12) Registro di Contabilità della Confraternita dal 1944 al 1950

13) Registro di Contabilità della Confraternita dal 1953 al 1960

14) Registro di Contabilità della Confraternita dal 1961 al 1971

15) Locandine e materiale vario. relativi all’annuale festa dell’8 settembre.

Archivio vescovile di Gerace-Locri:

01) Atto costitutivo, approvazione regole Confraternita S.S. Immacolata – 1752 (n.1 foglio)

02) Richiesta autorizzazione processione vespertina Confraternita + concessione Intendenza Calabria Ulteriore – agosto 1842 (n.4 fogli)

03) Richiesta autorizzazione della Confraternita “di seppellimento di cadaveri nell’Oratorio dell’Immacolata in Bovalino” – 1865 (n.4 fogli)

04) Verbale di nomina cariche Confraternita datato 8 maggio 1938 con visto di approvazione del vescovo Chiappe (n.2 fogli)

05) Stato dell’Arcipretura di Santa Caterina in Bovalino Superiore, redatto dall’Arciprete Saverio Pelle di Natale in data 12 dicembre 1929 (n.8 fogli)

06) Petizione dell’Arciprete Saverio Pelle, indirizzata per via gerarchica a Sua Santità Pio XII, per acquisto suppellettili, datata 26 settembre 1950 (n.2 fogli)

07) Inventario suppellettili esistenti nella Chiesa Matrice e Santa Caterina V. e M. di Bovalino Superiore, redatto dall’Arciprete Saverio Pelle in data 24 novembre 1954 (n.2 fogli)

08) Verbale di Riconsegna dei Beni dell’Arcipretura di Santa Caterina V. e M. di Bovalino Superiore, con allegati, datato 14 aprile 1955 (n.10 fogli)

09) Verbale di Riconsegna delle Temporalità Beneficiarie dell’Arcipretura S. Caterina V. e M. di Bovalino Superiore, datato 5 maggio 1980 (n.8 fogli)

10) Stato della Parrocchia di “San Nicola di Bari” di Bovalino Marina, redatto dall’Arciprete Antonio Rocca, Cameriere d’onore extraurbana di S.S., datato 18 novembre 1916 (6 fogli)

11) Elenco dei Sacri arredi e suppellettili, datato 18 novembre 1916 (n.2 fogli)

12) Stato della Chiesa parrocchiale di “San Nicola di Bari” di Bovalino Marina, redatto dall’Arciprete Giovanni Riccio in data 15 dicembre 1929 (n.4 fogli)

13) Inventario redatto dall’Arciprete Giovanni Riccio in data 15 dicembre 1929 (n.3 fogli)

Presso la Curia Vescovile sono depositati libri registri e documenti di proprietà dell’Arci-confraternita e della Chiesa di Bovalino, trasferiti in quella sede negli anni ’70 per l’insofferenza e la superficialità del parroco dell’epoca Rosario Zinghinì, e che la stessa Curia, fino al 2009, non aveva ancora restituito ai legittimi proprietari, nonostante le richieste del priore e del parroco.

Archivio di Stato di Reggio Calabria:

1) Decreto reale del re Ferdinando IV: assenso sulla Fondazione e sulle Regole – 26 novembre 1779 (n.10 fogli)

2) Fascicolo intestato a “Comune di Bovalino: I bisogni dell’Oratorio della Congrega dell’Immacolata” – 1850 (n.27 fogli)

3) Fascicolo intestato a “Consiglio Generale degli Ospizi. Comune di Bovalino. Congrega sotto il titolo dell’Immacolata. Oggetto: Progetto per ottenere il Regio Assenso sulla fondazione e sulle regole” – 1857 (n.10 fogli).

A margine c’è da raccontare una storia, che sembra inverosimile ma è vera, della serie “la realtà supera a volte qualsiasi fantasia o finzione artistica”. I discendenti del vescovo Morisciano, eviden-temente non all’altezza dell’illustre predecessore, dovendo procedere a lavori di ristrutturazione del palazzo avito, hanno pensato di disfarsi della ricca biblioteca ivi custodita, buttando i preziosi libri in una fiumara. L’operazione non è sfuggita per fortuna allo storico locale Antonio Ardore, che ha segnalato il fatto al responsabile della biblioteca comunale, il quale si è attivato per recuperare qualcosa del ricco materiale oggi custodito nella stessa struttura comunale. I libri, come si dirà in altro capitolo, sono stati richiesti all’Ente comunale dal parroco di Bovalino Superiore, per arricchire la dotazione del Museo d’arte sacra allocato nella cripta della Chiesa Matrice.

Capitolo terzo – Lo Statuto

Alla luce del nuovo Codice di Diritto Canonico, promulgato dal Papa Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983, le Confraternite in quanto Associazioni pubbliche di fedeli… possono intraprendere spontaneamente quelle iniziative che sono confacenti alla loro indole; tali associazioni sono dirette a norma degli Statuti, però sotto la superiore direzione dell’autorità ecclesiastica competente (can. 315)… gli Statuti di ogni associazione pubblica, la loro revisione e il loro cambiamento necessitano dell’approvazione dell’autorità ecclesiastica cui compete erigere l’associazione (can. 314)… le Autorità competenti ad erigere associazioni pubbliche sono la Santa Sede… la Conferenza Episcopale… il Vescovo diocesano nell’ambito del suo territorio per le associazioni diocesane, non però l’Amministratore diocesano… eccettuate le associazioni per le quali il diritto di erezione è riservato ad altri per privilegio apostolico (can. 312)… il tutto formulato in uno Statuto, di cui si riporta lo schema proposto dalle Autorità religiose:

Art.1) La Confraternita…, avente sede in…, è un’associazione pubblica di fedeli eretta con decreto del Vescovo… in data… Essa è un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto in quanto ha fine di culto riconosciuto con decreto del… in data… ed è iscritta al n… nel registro delle persone giuridiche del Tribunale di…

Art.2) La Confraternita ha come fini principali la santificazione dei confratelli, l’esercizio del culto pubblico e la promozione di opere di carità fraterna. Per realizzare tali fini la Confraternita si propone in particolare di: a)vivere come aggregazione ecclesiale che aiuta i confratelli a realizzare pienamente la propria vocazione cristiana mediante un’intensa vita spirituale e un’efficace attività apostolica; b)promuovere iniziative per la formazione permanente dei soci in campo religioso; c)dare incremento alle manifestazioni del culto pubblico e della pietà popolare, soprattutto nelle feste tradizionali; d)favorire l’unione fraterna di persone aventi un vincolo di comune origine, di categoria o di lavoro, in modo di poter assumere un impegno nell’apostolato di ambiente; e)promuovere iniziative di carattere educativo, culturale, di assistenza e dì accoglienza in forme varie, sempre in spirito di carità fraterna e tenendo conto delle necessità locali e del progetto pastorale diocesano. La Confraternita può svolgere attività diverse da quelle di religione o di culto, a norma dell’art. 15 delle norme approvate con il Protocollo del 15 novembre 1984 tra l’Italia e la Santa Sede.

Art.3) La Confraternita è sottoposta, a norma del diritto canonico, alla giurisdizione dell’Ordinario della diocesi di… Essa promuove rapporti di fraternità e collaborazione con le altre associazioni di fedeli e con gli organismi ecclesiali della diocesi.

Art.4) Possono far parte della Confraternita come confratelli i fedeli di maggiore età che si propongono di perseguire i fini della medesima e si impegnano a rispettarne lo statuto. Sono soci aggregati coloro che in qualsiasi modo partecipano alle attività della confraternita.

Art.5) L’ammissione dei soci effettivi è deliberata dal Consiglio Direttivo, previa domanda dell’interessato con la commendatizia di un confratello, dopo un periodo di prova stabilito dallo stesso Consiglio Direttivo. L’ammissione dei soci aggregati è deliberata dal Priore.

Art.6) I confratelli hanno il dovere di condurre esemplare vita cristiana, di partecipare alle attività apostoliche della Confraternita, di pagare la quota annuale di iscrizione e di tenere un comportamento corretto sotto ogni aspetto che non contrasti con le finalità della Confraternita. La vita cristiana e l’impegno apostolico sono alimentati dalla lettura della Sacra Scrittura, dalla celebrazione della Liturgia delle Ore o dalla recita del Rosario, dalla partecipazione frequente ai sacramenti dell’Eucarestia e della Riconciliazione.

Art.7) I soci cessano di appartenere alla Confraternita: a)per dimissione volontaria. I confratelli si considerano implicitamente dimissionari in caso di assenza continuata per un anno e mancato pagamento della quota annuale; b)per dimissione deliberata dal Consiglio Direttivo. Il socio dimesso può ricorrere contro la delibera di dimissione all’Ordinario diocesano.

Art.8) Gli organi della Confraternita sono: l’Assemblea, il Consiglio Direttivo, il Priore. Gli officiali della Confraternita sono: il Vice Priore, il Segretario, il Provveditore, il Camerlengo.

Art.9) L’Assemblea, composta di tutti i confratelli soci effettivi, è il supremo organo deliberativo della Confraternita. Essa è convocata ordinariamente dal Priore una volta l’anno per verificare l’andamento della vita della Confraternita, approvare la relazione del Priore e il rendiconto economico, esaminare le linee direttive proposte dal Consiglio e approvare le norme regolamentari. L’Assemblea può essere convocata in seduta straordinaria su richiesta del Consiglio Direttivo, di un decimo dei confratelli o dell’Ordinario diocesano. La convocazione deve essere fatta a mezzo avviso con indicazione dell’ordine del giorno affisso nella sede almeno dieci giorni prima della data fissata. Ogni confratello può essere latore di non più di due deleghe di altri confratelli. L’Assemblea è valida, in prima convocazione, con la presenza di persona o per delega di almeno la metà dei confratelli; in seconda convocazione, qualunque sia il numero dei confratelli presenti o rappresentati.

Art.10) Il Consiglio Direttivo è composto dal Priore e dai quattro officiali della Confraternita, tutti eletti dall’Assemblea per un triennio. Venendo a mancare uno degli officiali, il Consiglio stesso elegge un supplente che resta in carica fino al termine del triennio.

Art.11) Il Priore dirige la Confraternita nel rispetto dello statuto, ne ha la rappresentanza legale e provvede all’ordinaria amministrazione. Il Priore eletto inizia l’esercizio del suo ufficio dopo la conferma dall’Ordinario diocesano. Il Priore può essere rimosso dall’ufficio con decreto dell’Ordinario diocesano in presenza delle cause previste dalle disposizioni canoniche.

Art.12) Il Vice Priore collabora con il Priore e lo sostituisce in caso di assenza. Venendo a mancare per qualsiasi causa il Priore, il Vice Priore assume le sue funzioni fino al termine del triennio. Il Segretario redige i verbali dell’Assemblea e del Consiglio e conserva il libro dei soci e dei verbali. Il Provveditore cura la sede e i beni della Confraternita. Il Camerlengo ha l’amministrazione contabile e prepara il rendiconto annuale.

Art.13) Il Consiglio Direttivo si riunisce ordinariamente ogni tre mesi per deliberare su qualsiasi punto relativo alla vita della Confraternita che non sia di competenza dell’Assemblea. Il Consiglio Direttivo delibera gli atti di straordinaria amministrazione. Gli atti di straordinaria amministrazione previsti dal codice di diritto canonico, integrato dalle delibere della Conferenza Episcopale Italiana e dal decreto dato dal Vescovo diocesano ai sensi del can. 1281, devono essere autorizzati dalla competente autorità ecclesiastica. Occorre inoltre la licenza della Santa Sede per gli atti il cui valore superi la somma massima fissata dalla C.E.I. o aventi per oggetto beni di valore storico o artistico o donati alla chiesa ex voto.

Art.14) Il Cappellano, nominato dall’Ordinario diocesano a sua discrezione, ha la cura pastorale dei confratelli ed è responsabile delle celebrazioni liturgiche. Egli partecipa con voto consultivo al Consiglio Direttivo e all’Assemblea.

Art.15) Il patrimonio della Confraternita è costituito dalle quote annuali dei soci, dal ricavato di eventuali attività associative e da eventuali oblazioni o contributi di soci o di terzi. L’Amministrazione del patrimonio è regolata dai canoni del libro quinto del codice di diritto Canonico. La Confraternita non ha fine di lucro. Tutte le prestazioni dei confratelli nei confronti della Confraternita sono gratuite. E’ vietato distribuire ai confratelli anche in modo indiretto utili o avanzi di gestione nonché fondi, riserve o capitale durante la vita della Confraternita. Il rendiconto economico e finanziario deve essere approvato ogni anno dall’Assemblea e presentato all’Ordinario diocesano. La quota o contributo associativo è intrasmissibile e non rivalutabile.

Art.16) La Confraternita si estingue se viene legittimamente soppressa dal Vescovo diocesano o se ha cessato di agire per lo spazio di cento anni. In caso di estinzione della Confraternita il suo patrimonio sarà devoluto ad altro ente ecclesiastico civilmente riconosciuto indicato dal Vescovo diocesano, seguendo la procedura prevista dall’art. 20 delle norme approvate con il Protocollo del 15 novembre 1984 tra l’Italia e la Santa Sede.

Art.17) In presenza di speciali circostanze, ove gravi ragioni lo richiedano, il Vescovo della diocesi di… può nominare, ai sensi del can. 318, § 1 del codice di diritto canonico, un Commissario che in suo nome diriga e rappresenti temporaneamente la Confraternita, in sostituzione degli organi statutari, con tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione.

Art.18)Per quanto non previsto nel presente statuto valgono le norme del diritto canonico e le leggi italiane in quanto applicabili agli enti ecclesiastici.

L’Arciconfraternita fu eretta nel 1594 all’epoca in cui fu incendiato Bovalino; il decreto di erezione purtroppo è andato smarrito per l’incuria dei Priori che si sono succeduti nella carica. L’attuale Priore comunque non dispera nella possibilità di trovare una copia e per questo ricerca dappertutto, presso Archivi pubblici e privati, come dimostra la seguente lettera:

<Arciconfraternita “Maria ss.Immacolata” / Anno di fondazione 1594 / Ente morale Regio Decreto 11/07/1752 / 89034 – Bovalino Superiore (RC) / Al Dirigente dell’Archivio di Stato, piazzetta Grande Archivio 5, 80138 Napoli / Oggetto: Richiesta copia statuti Arciconfraternita. / Il sottoscritto dott. Antonio Blefari, in qua1ità di Priore dell’Arciconfraternita “Maria SS. Immacolata” di Bovalino Superiore (RC), CHIEDE alla S.V.I. di sapere se nell’Archivio di Stato di Napoli da Lei diretto esiste lo statuto istitutivo relativo alla suddetta Arciconfraternita e i successivi statuti stilati nei secoli successivi, e se è possibile avere una copia degli stessi spediti per posta con tassa a carico del destinatario all’indirizzo sotto segnato, pagando anche il costo delle relative fotocopie. Le faccio presente che l’Arciconfraternita intitolata all’Immacolata Concezione di Maria è stata creata dopo l’8 settembre 1594, giorno del miracolo dell’Immacolata a Bovalino Superiore (RC). In attesa di risposta Le invio i migliori auguri di un Santo Natale 2003 e un Felice Anno 2004. / Bovalino (RC), li 13 dicembre 2003 / Distinti saluti / (Antonio Blefari)>

Lo Statuto, che regola il governo della Congrega e le regole di comportamento e i vari obblighi di presenza dei confratelli ad alcune attività, fu riconfermato e approvato dal vescovo Mons. Cesare Rossi il 10 luglio 1752.

Lo stesso fu riconosciuto e approvato (“Assenso sulla Fondazione e sulle Regole”), con gli opportuni adeguamenti, con Decreto reale del 26 novembre 1779 dal re Ferdinando IV, che negli anni precedenti aveva proibito la formazione e l’attività della Confraternita (testo in Allegati).

Nello Statuto sono indicati gli scopi e gli obiettivi dell’attività dell’Arciconfraternita: il principale è il culto dell’Immacolata Concezione, seguono l’assistenza, la celebrazione della messa per i Confratelli defunti, la comunione dei fedeli fatta il giovedì santo e l’8 settembre, la nomina del Padre spirituale, la testimonianza di solidarietà e di “servizio” da rendere ai Confratelli. Le Regole seguono le stesse tracce e condizioni: 1) I nuovi iscritti sono accolti come novizi per 6 mesi, poi se positivi inseriti nella Tabella dei Fratelli. 2) I Fratelli devono recitare l’ufficio della Beata Vergine Maria tutte le Domeniche e le Feste della Madonna; frequentare i Sacramenti della Penitenza e dell’Eucarestia nella prima e terza domenica del mese e in tutte le Feste del Signore e della Beata Vergine. 3) I Fratelli devono provvedere a proprie spese alla confezione dell’abito (il sacco) e pagare dieci grana all’anno. 4) I Fratelli devono partecipare ufficialmente ai riti funebri dei Fratelli defunti. 5) Il Governo della Confraternita si compone di quattro persone: Priore, primo e secondo Assistente, Tesoriere o Procuratore. 6) La Congrega nominerà, su proposta del Priore, il Padre spirituale, che curerà solo gli aspetti religiosi, senza ingerenza negli affari della Confraternita.

Il Decreto reale evidenzia in modo chiaro l’interferenza dell’autorità civile, attraverso concessioni e autorizzazioni, nella nomina e nella gestione di Associazioni e Gruppi che hanno finalità e metodologie religiose. In alcuni casi l’autorizzazione si riferisce anche ad aspetti marginali e minime della vita e dell’attività di tali Associazioni. In merito nell’Archivio della Confraternita esiste un carteggio, di richieste ed autorizzazioni, di autorità civili e religiose. In una lettera dell’agosto 1842, dovendo la Confraternita effettuare la processione dell’8 settembre di sera per motivi climatici e di maggiore solennità, il Priore chiede, attraverso gli uffici della Diocesi, all’Intendente della Calabria Ulteriore l’autorizzazione, che viene concessa, a conclusione di un fitto scambio epistolare, dal Ministero e Real Segreteria di Stato della Polizia Generale:

Il Priore della Confraternita di Maria Santissima Immacolata del Comune di Bovalino Le umilia che ricorrendo la festività che si celebra nel giorno 8 del mese di settembre, a riuscire più solenne e ad evitare il massimo calore che impedisce la pompa e lo splendore della processione, desiderebbesi per le sette ore vespertine…

L’Ordinario dà il nulla-osta: “Signor Intendente, questo Ordinario Diocesano annuisce che si celebrasse in Bovalino la festività di Maria Santissima Immacolata, che ricorre l’8 dell’entrante settembre con la processione vespertina, non avendo opposizione e fare in contrario, come né anche io ho alcuna a farne. Tanto Le devo in riscontro del pregiatissimo figlio del 20 corrente mese.” Dall’Intendente al Ministro: “Li 24 agosto 1842. Polizia di Stato. Eccellenza, il Priore della Confraternita Santissima Immacolata in Bovalino ha chiesto il permesso di celebrarsi una tale festività colla processione nelle ore vespertine. Non essendovi delle opposizioni in contrario anche dall’Ordinario diocesano inteso nell’oggetto, prego V.E. degnarsi permettere siffatta processione…” L’autorizzazione finale: “Napoli 30 agosto 1842. Ministero e Real Segreteria di Stato della Polizia Generale. Oggetto: Processione vespertina in Bovalino. Si è ricevuto in questo Ministero il rapporto dell’oggetto di cui è al margine segnato, portante la data del 24 agosto..autorizzo e se ne dia comunicazione al Sottointendente di Gerace…

In altri casi l’interferenza è salutare in quanto serve per operare i restauri necessari per le opere e le strutture degradate. Un esempio è dato da un carteggio, presente nell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, tra gli Uffici del 3° Ripartimento Beneficienza del Ministero e Real Segreteria di Stato dell’Interno e quelli dell’Intendenza di Reggio Calabria e il Sindaco di Bovalino, nel periodo dal 13 luglio al 12 dicembre 1851, relativo ai bisogni dell’Oratorio della Congrega dell’Immacolata, sito nella Chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari in Bovalino…La lunga corrispondenza, formata da 27 fogli, è servita a quantificare i fondi necessari per il restauro degli interni della Chiesa, la ripartizione di spesa tra le diverse Istituzioni interessate e gli inevitabili solleciti a fare doverosamente presto con accuse di omissioni e di superficialità. Ad un certo punto del discorso si inserisce la necessità di lavori nel Camposanto e i relativi tentativi di variazioni di bilancio e di storni, esattamente come succede oggi.

Nel 1857 viene presentato all’Intendente di Reggio Calabria un progetto per ottenere il regio assenso sulla fondazione e sulle regole. Il Sindaco, su richiesta della documentazione originale da parte dell’Intendente, risponde di non poterlo fare perché dispersi da più anni. L’Intendente rispedisce allora il progetto perché sia redatto conforme al regolamento stabilito dalla Congrega nel 1824.

Nel 1922 lo statuto fu modificato in alcune sue parti e approvato dal vescovo Galati, amministratore apostolico di Gerace.

In data 11 maggio 1975 infine è stato stilato e approvato il Testo attualmente in vigore (2009), sotto il priorato del Sig. Vito Cavallo (testo in Allegati). Il testo è stilato in forma essenziale, consta di appena quattro fogli uso bollo e risponde evidentemente alle nuove esigenze gestionali del periodo indicato. Lo Statuto risulta incompleto in alcune parti, per cui andrebbe integrato e meglio articolato e riformulato; in altre si differenzia da quello del 1779:

1) Il Priore eletto dura in carica due anni (precedentemente 1 anno)

2) L’elezione avviene il sabato santo (prec. prima domenica di gennaio)

3) E’ previsto un Vice priore (prec. era il 1° Assistente a sostituire il Priore)

4) Gli Assistenti passano da due a quattro

5) Figure nuove il Cassiere e due Maestri di cerimonia

6) Non si fa cenno più al Padre spirituale e alle sue funzioni.

La necessità di aggiornare lo Statuto è indicata anche dalla Curia vescovile che, nell’approvare il verbale della riunione ordinaria annuale dell’Arciconfraternita del 21 aprile 1984, relativa a diversi punti all’odg (1.Presentazione del resoconto annuale sino al 21 aprile 1984 relativo alle entrate e alle uscite; 2.Elezioni nuovo Priore, Procuratore, Cassiere, Assistenti; 3.Varie ed eventuali), avanzava le seguenti osservazioni:

1) Aggiornare lo Statuto dell’Arciconfraternita Maria Santissima Immacolata in Bovalino Superiore, di questa diocesi di Gerace-Locri, secondo lo spirito del Concilio Vaticano II, le norme del nuovo codice di diritto canonico e le altre disposizioni ecclesiastiche in materia

2) Prima della sua entrata in vigore, sottoporre il nuovo Statuto all’approvazione della competente Autorità ecclesiastica

3) Tenere presente che le cariche elettive dell’Arciconfraternita devono essere sempre convalidate dall’Ordinario diocesano. Fino alla conferma, il Consiglio direttivo e il Consiglio di amministrazione uscenti continueranno interinalmente nella Direzione e nell’Amm. ordinaria dell’Arciconfraternita

4) Le riunioni in cui avvengono le elezioni delle cariche dell’Arciconfraternita devono essere presiedute da un delegato dell’Ordinario diocesano

5) Tutti i soci, regolarmente iscritti e non sospesi, di età superiore al 18° anno di età, hanno diritto di voto attivo e passivo

6) Le votazioni elettive devono essere espresse per voto segreto degli aventi diritto

7) E’ norma che chi è eletto per due volte consecutive ad una carica, non può essere rieletto una terza volta alla medesima

8) Inviare alla Curia vescovile, per la debita approvazione e conferma, i verbali delle riunioni elettive, in copia conforme

9) Inviare alla Curia vescovile, ogni anno, entro il mese di marzo, copia dei bilanci consuntivi e preventivi, assieme alla relazione sulla situazione religiosa e morale dell’Arciconfraternita, ai sensi del can. 319 CIC, par. 1° e 2°. Locri 14 settembre 1984 – Il Vicario generale Sac. Antonio Sgrò.

Per quanto riguarda le modalità di elezione del priore, è prassi consolidata che il priore uscente proponga due nominativi e l’Assemblea uno, sui quali far convergere i voti. Il priore eletto poi, dopo l’accettazione, indica i vari collaboratori, le cui nomine debbono essere ratificate dalla stessa Assemblea. Nella riunione del sabato santo del 2006, l’Assemblea dei soci ha approvato una modifica allo Statuto attualmente in uso, relativa alla data di convocazione dell’Arciconfraternita per il rinnovo delle cariche: la stessa viene anticipata alla prima domenica di febbraio, per dare la possibilità ai governi con serenità di relazionare a consuntivo sulle attività svolte nell’anno trascorso e a preventivo su quelle da programmare nel mandato successivo.

Capitolo quarto – Il Governo della Congrega

Lo Statuto del 2 luglio 1752 prevede al Cap. 4° che il governo si compone di quattro persone: Priore, Primo e Secondo Assistente, Tesoriere ossia Procuratore… L’elezione degli officiali si farà ogni anno nella prima Domenica di gennaio… a voti segreti…; quello dell’11 maggio 1975 indica che la Confraternita è rappresentata come autorità superiore dal Priore che sarà eletto dall’assemblea e durerà in carica per anni due con scadenza al sabato santo… e sarà coadiuvato dal Procuratore che sarà un fratello di sua fiducia e deve essere approvato pure dalla Confraternita… Il Priore ed il Procuratore sono altresì coadiuvati da 4 Assistenti, più un Cassiere e da due Maestri di cerimonia…

Nell’ultimo statuto viene allargata la base partecipativa al governo della Confraternita, con l’aggiunta di altre figure rappresentative, vengono inserite altre modifiche e aumentato il periodo di carica, ma nella sostanza è il Priore che ha la responsabilità diretta e autorevole dell’Istituzione, in quanto deve vigilare sulla esatta osservanza delle Regole e seminare concordia tra i Confratelli, i quali dovranno riconoscerlo e rispettarlo come capo e moderatore.

Come già detto per altre tematiche relative alla Confraternita, anche l’elenco dei Priori, che si sono succeduti alla guida della Confraternita, è incompleto e lacunoso per la dispersione di molti documenti e per la mancanza di un ordinato archivio storico. Quella che segue è una lista parziale dei priori dell’ultimo secolo:

– Procopio Giovambattista, Procuratore Zappia Bruno, 1924/1927;

– Romeo Bruno, Procuratore Blefari Filippo, 1928/1931;

– Raco Rosina (unica donna Priore), Procuratore Chiarantano Paolo, 1932/1935;

– Procopio Giovambattista, Procuratore Chiarantano Arcangelo, 1936/1937;

– Pipicelli Giuseppe, Procuratore Sculli Bruno, 1938/1939;

– Bailon Pasquale, Procuratore Ceravolo Vincenzo, 1946/1947;

– Audino Giovanni, Procuratore Pedullà Francesco, 1948/1950;

– Audino Giovanni, Procuratore Ceravolo Vincenzo, 1951/1953;

– Morabito Pasquale, Procuratore Ceravolo Vincenzo, 1954/1955;

– Morabito Pasquale, Procuratore Zinghinì Domenico, 1956/1959;

– Caminiti Antonio, Procuratore Ceravolo Vincenzo, 1960/1970;

– Carpentieri Francesco, Procuratore Ceravolo Vincenzo, 1971/1974;

– Cavallo Vito, Procuratore Zinghinì Domenico, 1975;

– Cavallo Vito, Procuratore Monteleone Giuseppe, 1976;

– Clemente Francesco, Procuratore Filippone Vincenzo, 1977;

– Blefari Giuseppe, Procuratore Clemente Antonio, 1978;

– Caminiti Carlo, Procuratore Signati Antonio, 1979;

– Sacco Vincenzo, Procuratore Zappia Paolo, 1980;

– Cavallo Vito, Procuratore Cristarella Antonio, 1981;

– Cavallo Vito, Procuratore Signati Antonio, 1982/1984;

– Blefari Giuseppe, Procuratore Signati Antonio, 1985/1995;

– Cavallo Vito, Procuratore Signati Mario, 1996/1998;

– Cavallo Vito, Procuratore Clemente Francesco, 1999/2000;

– Blefari Antonio, Procuratore Bailon Pasquale, 2001/2002;

– Blefari Antonio, Procuratore Macrì Francesco, 2003/2006;

– Blefari Antonio, Procuratore Clemente Francesco, 2006/2007;

– Il dott. Antonio Blefari è stato riconfermato Priore dal 2007 al 2018, alternandosi per un breve periodo con il fr. Giuseppe Blefari.

– Per l’anno in corso (2019) è stato fatto spazio a giovani motivati e preparati, che da tempo sono impegnati a valorizzare la tradizione e la cultura locale: Blefari Pasquale (priore); Clemente Domenico Antonio (1° assistente); Antonio Chinè (2° assistente); Cavallo Maria Cristina (consigliere); Longo Rosamaria (consigliere); Musitano Filippo (cassiere), Clemente Giuseppe (segretario); Piccolo Ferdinando (maestro di cerimonia); Nastasi Carmelo (presidente dei revisori); Ruggiano Tommaso (revisore); Bailon Francesco (revisore).

  • La nomina a priore della Signora Raco, a detta dei Fratelli anziani, si è resa necessaria per superare i contrasti tra due gruppi intransigenti, che impedivano di fatto l’elezione di un nuovo priore.
  • Durante la guerra non c’è stato rinnovo di cariche e l’ordinaria amministrazione fu gestita da Pipicelli Francesco, succeduto al padre morto nel periodo; la ripresa nel 1946 non fu facile, in quanto il rinnovo delle cariche, per la presenza di liste contrapposte, risultò travagliato, rendendosi necessario finanche l’intervento della forza pubblica.
  • L’unica deroga alla data di rinnovo delle cariche, stabilito al sabato santo di ogni anno (in epoca più antica al venerdì santo), si ebbe il 1975, quando fu convocata un’Assemblea straordinaria il 7 settembre per le nuove nomine.

Per l’anno 1977/1978 il Governo di Loggia, a seguito delle rituali elezioni, risulta così composto: -sig. Francesco Clemente, Priore; -sig. Vincenzo Filippone, Procuratore; -sig. Giuseppe Blefari, 1° Assistente; -sig. Antonio Signati, 2° Assistente; -sig. Vito Cavallo, 3° Assistente (Priore uscente); -sig. Vincenzo Marando, 4° Assistente; -sig. Domenico Milianò, 5° Assistente; -sig. Giuseppe Monteleone, 6° Assistente; -sig. Vincenzo Ceravolo, 7° Assistente; -sig. Vincenzo Sacco, 8° Assistente; -sig. Giuseppe Strangio, 9° Assistente; -sig. Luigi Frascà, 10°Assistente; -sig. Giuseppe Savica, 1° Maestro di cerimonia; -sig. Giuseppe Bova, 2° Maestro di cerimonia.

Il sabato santo del 2004, precisamente il 10 aprile, come previsto dallo Statuto dell’11 maggio 1975, si è svolta la riunione per il rinnovo delle cariche del Governo dell’Arciconfraternita, per l’anno 2004/2005. Sono risultati eletti i seguenti Confratelli: -dott. Antonio Blefari, Priore riconfermato; -sig. Francesco Macrì, Procuratore; -sig. Francesco Marando, Cassiere; -sig. Domenico A. Clemente, 1° Assistente; -sig. Francesco Clemente, Maestro di cerimonia maschile; -sig.ra Francesca Zappia, Maestro di cerimonia femminile; don Giuseppe Pittarello, Padre spirituale.

Per l’anno 2005/2006 è stato riconfermato il Governo di Loggia dell’anno precedente.

Per l’anno 2006/2007 il Governo di Loggia, eletto la 1^ domenica di febbraio, a seguito delle modifiche apportate per motivi organizzativi allo Statuto, che prevedeva le elezioni il sabato santo durante l’annuale sessione ordinaria dell’Arciconfraternita, risulta così composto: -dott. Antonio Blefari[6], Priore riconfermato; -sig. Francesco Clemente, Procuratore; -sig. Francesco Marando, Cassiere; -sig. Domenico A. Clemente, 1° Assistente; – sig.ra Francesca Zappia, Maestro di cerimonia femminile; -sig. Francesco Clemente, Responsabile Cassa iscritti; don Giuseppe Pittarello, Padre spirituale.

Il sig. Francesco Macrì prima della scadenza del suo mandato ha rassegnato le dimissioni da Procuratore, per motivi personali e di famiglia. Il posto di Maestro di cerimonia maschile è vacante. Per la prima volta è stato nominato un Priore Onorario nella figura del prof. Giuseppe Blefari, che nel passato ha ricoperto per diversi anni la carica di Priore della stessa Arciconfraternita.

La riunione per il rinnovo delle cariche ha espresso anche un Gruppo di lavoro femminile, che risulta composto da Elisa Andrizzi, Aurelia Garreffa, Rosa Maria Longo, Filomena Zappia, Carmela Trimboli, Caterina Signati.

Per l’a. 2013/2014 l’assemblea Plenaria dell’Arciconfraternita, riunitasi domenica 10 febbraio 2013, ha eletto Priore ancora una volta il dott. A. Blefari, che questa carica ininterrottamente dal 2001 .

Ancora una volta quindi un segno di continuità nell’attività della Confraternita, che riveste un ruolo cardine nel territorio Bovalinese Il Priore, nel suo intervento, ha richiamato i confratelli all’unione e coesione sociale, aprendo le porte della Confraternita a chiunque si senta in grado di adempiere ai doveri delle cariche procurali. Ha altresì affermato la sua volontà di accentrare l’attività della Confraternita nella catechesi e nella formazione cristiana. All’unanimità vengono eletti: Procuratore, Domenico Clemente; Primo Assistente, Domenico Longo; Segretario Giuseppe Clemente e Cassiere Carlo Blefari.

Il vescovo ha accettato la designazione di Padre Giuseppe Maria Giordano, a padre spirituale della Congrega (14 marzo 2013)

 

Capitolo quinto – I confratelli

Dai frammenti documentali emergono situazioni, eventi, notizie ma anche il piedilista con i nomi dei protagonisti e degli iscritti; solo attraverso tale documentazione è possibile ricostruire un quadro storico seppure parziale e lacunoso.

  1. A) Nel 1779 risultavano iscritti i seguenti Fratelli, con l’indicazione del ruolo ricoperto all’interno della Confraternita: 1) Salvatore Agostino – parroco 2) D. Vincenzo De Tomeis – sacerdote 3) Dom. Antonio Spagnolo – sacerdote 4) D. Vincenzo De Romeis – sacerdote 5) Giov. Battista Procopio – sacerdote 6) Antonio Callà – sacerdote 7) D. Vincenzo Morisciano – cantore 8) D. Tommaso Allio – fratello 9) Pasquale Procopio – cantore 10) D. Francesco Ruffo – fratello 11) Dom. De Romeis – fratello 12) D. Vincenzo Procopio – Procuratore 13) Francesco Antonio Callà – Segretario 14) Francesco Antonio Callà – Maestro delle Cerimonie 15) Giov. Battista Armeni – fratello 16) Gennaro Melchi – fratello 17) Antonio Procopio – fratello 18) Francesco Fraina – fratello 19) Giov. Battista Fraina – fratello 20) Pietro Campiti – fratello 21) Ant. Maria- fratello 22) Domenico Zappavigna – fratello 23) Filippo Sgroi – fratello 24) Domenico Colacrisi – fratello 25) Felice Callà – fratello 26) Piernicola Zappia – fratello 27) Ermengildo Sacco – fratello 28) Pasquale Sacco – fratello 29) Francesco Giandro – fratello 30) Francesco Zinghinì – fratello 31) Domenico Rao – fratello 32) Domenico Romeo – fratello 33) Antonio Ligato – fratello 34) Francesco Sanso – fratello 35) Francesco Macrì – sagrestano
  2. B) In un registro di Nota e Contabilità della Congregazione dell’Immacolata di Bovalino Superiore – 1921 (nell’Archivio della Confraternita ci sono altri cinque registri di questo genere relativi ai periodi 1929/42, 1937/43, 1944/50, 1953/60, 1961/71, ma ridotti tutti in pessime condizioni) sono elencati in ordine alfabetico e per sesso i sottoindicati Fratelli iscritti (più di 700), con l’indicazione delle singole quote associative annuali, versate nel periodo 1921/1928: Agresta Vincenzo fu Maria (morto nel periodo); Amato Gaetano fu Francesco; Agresta Giuseppe fu Vincenzo; Arcuri Filippo fu Giuseppe; Agresta Vincenzo fu Vincenzo (Barone); Agresta Raffaele fu Giuseppe; Agostini Romeo Agostino fu Domenico (avv.); Agui Rosario di Giuseppe (morto il 12/04/1925); Audino Antonio di Giuseppe; Audino Pasquale di Raffaele; Armeni Francesco di Luigi; Audino Antonio di Giuseppe (risulta cancellato); Agostini Agostino di Domenico; Ardore Francesco fu Bruno; Agreste Giuseppe di Vincenzo (figlio del Barone); Ardore Saverio fu Antonio; Armeni Saverio di Domenico; Alvaro Francesco di Giuseppe; Alvaro Giuseppe di Francesco; Armeni Luigi di Bruno; Armeni Domenico di Giuseppe; Armeni Giuseppe fu Gioacchino; Audino Giuseppe fu Pasquale (1^ Entrata); Arena; Domenico d’Ignoti; Argirò Nicola; Agresta Maria Concetta fu Vincenzo; Agostini Rosaria fu Sebastiano; Agresta Rosaria fu Vincenzo; Antonucci Giuseppa di Antonio; Arnone Caterina di Luigi; Agresta Serafina di Giuseppe; Armeni Teresa di Ignoti; Agresta Maria vedova Zinghinì; Ammendolia Catuzza sposata Triveri; Agostini Giuseppina fu Vincenzo (1^ Entrata); Bartone Giuseppe fu Francesco (morto nel periodo); Blefari Giuseppe fu Domenico (morto nel periodo); Blefari Giuseppe fu Domenico e di Ardore Maria; Bova Domenico fu Giovanni; Blefari Domenico fu Giuseppe; Blefari Antonio fu Filippo; Blefari Vincenzo fu Pasquale; Blefari Saverio fu Giuseppe; Blefari Francesco di Domenico; Blefari Filippo di Antonio; Blefari Nicola di Domenico; Blefari Francesco fu Giuseppe; Bova Vincenzo fu Francesco; Blefari Vincenzo di Domenico; Bandiera Basilio (morto nel periodo); Bova Giovanni di Giuseppe; Bailon Pasquale; Battista Giuseppe di Felice; Blefari Giuseppe fu Domenico (morto nel periodo); Battista Domenico di Felice; Bailon Francesco di Pasquale; Bailon Giuseppe di Pasquale (minorenne); Blefari Giuseppe Antonio di Domenico (1^ Entrata); Blefari Ferdinando di Domenico (1^ Entrata); Blefari Giuseppe Domenico (1^ Entrata); Blefari Adelina di Rosario (minorenne); Blefari Giuseppina di Rosario (minorenne); Baracalli Serafina; Blefari Francesca fu Giuseppe; Bova Teresa fu Bruno; Bova Rosaria di Domenico (1^ Entrata); Bova Serafina di Domenico (1^ Entrata); Bandiera Maria Concetta (1^ Entrata); Bailon Carmeluzza di Pasquale (1^Entrata); Bova Giuseppina di Rosario (1^ Entrata); Blefari Carmela fu Pasquale (1^ Entrata); Barreca Maria (asserisce di essere iscritta); Bevilacqua Filomena (monaca); Ceravolo Pasquale fu Francesco; Crisafi Vincenzo fu Pasquale; Corigliano Domenico fu Maria; Ceravolo Francesco fu Ferdinando; Codispoti Domenico; Cara Francesco (morto nel periodo); Cicciarello Francesco fu Giuseppe; Capogreco Bruno fu Giuseppe; Cucuzza Antonio di Francesco; Carpentieri Antonio di Giovanni (morto nel periodo); Ceravolo Vincenzo (morto nel periodo); Crisafi Antonio fu Domenico (morto nel periodo); Chiarantano Michele fu Domenico; Ceravolo Rosario fu Rocco; Cicciarello Rosario fu Antonio; Carpentieri Domenico di Giuseppe; Ceravolo Pasquale fu Rosa; Capogreco Fortunato fu Giuseppe; Carpentiere Francesco fu Francesco; Cicciarello Pasquale fu Saverio; Camarda Vincenzo fu Domenico; Chiarantano Paolo fu Vincenzo; Chiarantano Arcangelo fu Vincenzo; Codispoti Domenico di Giuseppe; Carpentieri Domenico fu Francesco (america); Caminiti Domenico di Antonio (morto nel periodo); Capogreco Antonio fu Vincenzo; Carpentieri Domenico di Domenico; Ceravolo Pasquale fu Giuseppe (morto nel periodo); Camarda Giov. Battista fu Giuseppe; Capogreco Vincenzo fu Antonio; Camera Vincenzo fu Sebastiano (morto nel periodo); Caminiti Carlo fu Vincenzo; Ceravolo Bruno fu Ferdinando; Cristarella Francesco fu Vincenzo; Commis Saverio di Felice; Camera Giov. Battista fu Giuseppe; Camarda Giuseppe di Francesco; Cicciarello Giuseppe di Francesco; Chiarantano Domenico fu Annunziato; Cocciolo Giuseppe di Bruno; Cicciarello Antonio di Giuseppe; Calabria Francesco fu Vincenzo; Camarda Domenico di Francesco; Capogreco Antonio di Giuseppe; Cara Vincenzo fu Paolo; Capogreco Giuseppe di Fortunato; Capogreco Antonio fu Domenico; Camarda Vincenzo di Domenico; Crisafi Rosario fu Francesco; Cara Diego di Luigi; Cicciarello Antonio di Giovanni; Cara Francesco di Vincenzo; Ceravolo Giovanni fu Pasquale; Ceravolo Carlo fu Ferdinando; Carpentieri Domenico di Francesco; Caminiti Vincenzo di Carlo; Codispoti Giuseppe di Domenico; Cicciarello Domenico di Francesco; Cicciarello Francesco di Domenico; Carpentieri Francesco fu Vincenzo; Cara Giuseppe di Luigi; Capogreco Rosario di Fortunato; Ceravolo Domenico fu Ferdinando; Ceravolo Vincenzo fu Rosario; Carpentieri Domenico fu Giovanni; Codespoti Francesco di Domenico (1^ Entrata); Clemente Francesco fu Francesco (1^ Entrata); Ceravolo Antonio di Giovanni; Celona Antonio di Giov. Battista (pagò per 10 anni £.20); Cuva Francesco di Rocco (1^ Entrata); Carpentieri Giovanni fu Antonio (1^ Entrata); Carpentieri Francesco fu Antonio (1^ Entrata); Camera Giuseppe di Francesco (1^ Entrata); Cicciarello Francesco di Giovanni (1^ Entrata); Celona Pietro di Giov. Battista (minorenne); Capogreco Tommaso fu Antonio; Carpentieri Giovanni fu Francesco (morto nel periodo); Carpentieri Giuseppe fu Francesco; Ceravolo Ferdinando fu Francesco (morto nel periodo); Ceravolo Domenico fu Francesco (morto nel periodo); Cicciarello Giovanni fu Antonio; Crisafi Francesco fu Domenico; Crisafi Rosario fu Domenico (morto nel periodo); Codispoti Giuseppe fu Rosario; Cutrì Antonio fu Giuseppe; Chiarantano Arcangelo fu Francesco (morto nel periodo); Capogreco Giov. Battista fu Bruno; Carpentieri Francesco fu Giovanni; Carpentieri Agata di Giuseppe; Ceravolo Carmela nata Panuzzo; Chiarantano Rosa fu Annunziato; Crisafi Rachela fu Pasquale; Crisafi Mariantonia fu Domenico; Crisafi Mariantonia fu Michele; Cicciarello Concetta fu Francesco (morta nel periodo); Ceravolo Giuseppa fu Nicola; Calfapetra Vittoria (morta nel periodo); Carpentieri Rosa di Giuseppe (morta il 16-4-1925); Ceravolo Giuseppa nata Triveri; Cara Maria di Vincenzo; Carpenteri Carmela fu Caterina; Calfapetra Maria nata Lentini (morta nel periodo); Crisafi Carmela fu Domenico; Cara Concetta fu Saverio nata Strangio; Cicciarello Filomena di Francesco; Crisafi Serafina fu Domenico; Cristarella Maria Antonia fu Vincenzo; Cristarella Rosa fu Vincenzo(morta nel periodo); Catanese Carmela di Antonio (1^ Entrata); Cicciarello Giuseppe fu Francesco (1^ Entrata); Carpentieri Antonia fu Antonio (1^ Entrata); Carpentieri Giuseppa fu Antonia (1^ Entrata); Chiarantano Maria Antonia fu Vincenzo (1^ Entrata); Carpentieri Teresina di Maria; Chiarantano Cristina fu Vincenzo (1^ Entrata); Ceravolo Maria fu Rosario (1^ Entrata); Carpentieri Rosa fu Pasquale (1^ Entrata); Chiarantano Rosina di Domenico (1^ Entrata); Carpentieri Rosaria di Maria (1^ Entrata); Celona Sofia Rosaria di Giov. Battista; Chiarantona Nicolina nata Giorgianni (1^ Entrata); Demaria Domenico fu Giovanni; De Domenico Francesco fu Pietro; Dattilo Francesco fu Pietro; De Cesare Nicola di Luigi; Dattilo Bruno di Luigi; Demaria Filippo di Domenico (Notile); De Domenico Rosario di Francesco; De Domenico Giovanni fu Filippo; De Domenico Giuseppe di Vincenzo; De Cesare Vincenzino di Nicola (morto il 31-3-1925); Dattilo Bruno di Nicola; De Domenico Vincenzo fu Pietro; De Domenico Giuseppe fu Filippo; De Domenico Pietro fu Filippo (1^ Entrata); De Domenico Antonio(1^ Entrata); De Cesare Rosaria nata Chiarantano; De Domenico Rosaria Zinghinì; De Domenico Triveri Mariantonia fu Giovanni; Dattilo Serafina di Francesco; De Domenico Cristina fu Rosario; Dattolo Maria Giuseppa di Luigi (1^ Entrata); Decesari Fortunata di Nicola (1^ Entrata); Decesari Maria di Nicola (1^ Entrata); Dattilo Rosa vedova Monteleone (1^Entrata); De Domenico Bova Giuseppina fu Rosario (1^ Entrata); De Domenico Concetta di Vincenzo (1^ Entrata); De Domenico Attilia di Vincenzo (1^ Entrata); Gelonesi Nunziato fu Domenico; Guarneri Paolo; Gallo Domenico fu Mario Garreffa Francesco di Antonio; Garreffa Vincenzo di Ignoti; Gelonesi Domenico di Tommaso; Graziano Antonio di Raffaele; Graziano Vincenzo fu Domenico; Gaglioti Giuseppe fu Antonio; Garreffa Bruno di Francesco; Gallo Domenico di Giuseppe; Graziano Raffaele di Giuseppe; Graziano Francesco di Giuseppe; Gallipari Vincenzo di Luigi (minore); Gaglioti Domenico di Annibale; Gazzi Michele fu Domenico; Gaglioti Rosina fu Domenico; Graziano Rosa fu Raffaele; Graziano Teresa fu Raffaele; Gaglioti Giovanna fu Antonio; Gelonese Rosa fu Luigi; Gallo Maria di Domenico; Gaglioti Macrì Carmela fu Domenico (1^ Entrata); Ientile Agostino fu Giuseppe; Ientile Domenico di Agostino; Ientile Pasquale fu Francesco; Indrizzi Francesco fu Agostini; Ielasi Domenico (1^ Entrata); Indrizzi Antonio Agostino di Francesco (minore); Ilario Maria di Domenico (1^ Entrata); Indrizzi Rosaria fu Agostino (1^ Entrata); Indrizzi Rosaria; Ligato Domenico fu Pasquale; Lentini Francesco fu Giuseppe; Ligato Francesco fu Giuseppe; Landro Giuseppe fu Bruno; Lentini Giuseppe fu Vincenzo; Lentini Vincenzo fu Giuseppe; Leonardo Gennaro fu Giuseppe; La Cava Antonio fu Domenico (morto nel periodo); La Cava Rocco fu Domenico (morto nel periodo); Landro Antonio di Giuseppe; Lentini Antonio fu Vincenzo; La Cava Domenico fu Rocco; Lentinoi Tommaso fu Francesco; Ligato Vincenzo fu Francesco; Ligato Giuseppe fu Francesco; Leuzzo Domenico di Giovanni; Ligato Francesco di Bruno; Lentini Giuseppe fu Vincenzo; La Paglia Antonio d’Ignoti (1^ Entrata); Liò Giuseppe fu Vincenzo (1^Entrata); Ligato Bruno fu Francesco (1^ Entrata); Liò Bruno fu Vincenzo (1^Entrata); Landro Rocco di Antonio (minorenne); La Cava Squillaci Rosaria (morta il 16-5-1925); La Cava Teresa nata Barletta; La Cava Giuseppina fu Rocco; Landro Mariantonia di Giuseppe; La Cava Maria fu Rocco; La Cava Rosina fu Rocco; Ligato Mariantonia fu Francesco; La Paglia Maria di Antonio; Leonardo Filomena di Domenicantonio; Ligato Rosario di Francesco; Ligato Mariantonia fu Giuseppe; Lentini Vittoria di Vincenzo (1^Entrata); Lamonoglia Signorina Adelaide (1^ Entrata); Ligato Anna di Francesco (minorenne); Longo Caterina (1^ Entrata); Ligato Piromalli Francesca di Francesco (1^ Entrata); Lentini Girolama fu Vincenzo (1^ Entrata); Liò Francesca fu Vincenzo (1^ Entrata); Macrì Domenico Antonio; Macrì Vincenzo fu Giuseppe (contante); Morisciano Giuseppe fu Vincenzo; Moscatello Domenico Antonio fu Pasquale; Muscatello Domenico Antonio fu Giuseppe; Marzano Luigi fu Vincenzo; Muscari Rosario fu Antonio (morto nel periodo); Marzano Giuseppe fu Vincenzo; Macrì Domenico Antonio di Francesco; Marrapodi Giuseppe fu Giovanni; Mileto Comm. Eugenio fu Guglielmo; Mallamo Vincenzo fu Giuseppe (morto nel periodo); Muscatello Giovanni fu Pasquale (morto nel periodo); Marando Carlo fu Giuseppe; Musitano Giovanni fu Rocco; Macrì Rosario fu Giuseppe; Macrì Giuseppe fu Rosario; Marrapodi Eugenio fu Giuseppe; Morisciano Gregorio di Giuseppe; Morisciano Raffaele di Giuseppe; Morabito Bruno fu Antonio; Morabito Pasquale fu Pasquale; Marrapodi Vincenzo di Giuseppe; Macrì Tommaso di Domenico; Mittiga Francesco di Filippo; Monteleone Domenico fu Giuseppe; Mullica Domenico fu Luigi; Mittiga Tommaso di Filippo; Milianò Giuseppe fu Antonio; Macrì Vincenzo fu Giuseppe; Marzano Vincenzo di Giuseppe; Mittiga Domenico Antonio di Francesco; Macrì Francesco fu Polsia; Mittiga Filippo di Francesco; Muscatello Giovanni di Domenico Antonio; Mittiga Domenico di Luigi; Mittiga Francesco fu Rosario; Morabito Paolo fu Pasquale; Mittiga Paolo Giuseppe di Francesco; Musitano Domenico di Salvatore; Monteleone Antonio fu Bruno; Macrì Giuseppe di Vincenzo; Marrapodi Rocco di Vincenzo; Muscari Antonio di Rosario; Morandi Bruno di Giuseppe; Muscatello Giuseppe fu Maria; Macrì Vincenzo fu Rosario; Macrì Vincenzo fu Antonio (morto nel periodo); Macrì Fortunato fu Giuseppe; Milianò Giuseppe fu Domenico; Marzano Luigi di Vincenzo (1^ Entrata); Macrì Domenico di Vincenzo; Milianò Domenico di Giuseppe (minorenne); Marrapodi Giuseppe fu Domenico (1^ Entrata); Milianò Francesco di Giuseppe (minorenne); Marvelli Giuseppe di Domenico (1^Entrata); Marrapodi Giuseppe di Vincenzo (1^ Entrata); Macrì Vincenzo di Domenico; Monteleone Giuseppe fu Antonio; Morabito Giuseppe di Francesco; Musitano Domenico di Salvatore; Macrì Antonio di Domenicantonio; Morabito Pasquale di Paolo (1^ Entrata); Mezzatesta Grazietta fu Fortunato; Marrapodi Raco Rosina; Macrì Carmela fu Giuseppe; Muscatello Maria Antonia di Giovanni; Macrì Caterina fu Antonio; Morabito Maria; Marrapodi Misiano Pasqualina; Muscatello Francesca di Domenico Antonio; Muscatello Mara Concetta di Domenico Antonio; Marvelli Maria; Marrapodi Filippone Teresa di Giuseppe; Muscatello Vincenza fu Giuseppe; Macrì Rosa nata Marrapodi; Macrì Rosaria fu Antonio; Macrì Rachela di Domenicantonio; Macrì Concetta di Vincenzo; Musitano Rosa fu Domenico (1^ Entrata; Macrì Girolama di Domenicantonio (1^ Entrata); Marzano Filomena nata Ricciarello (1^ Entrata); Musitano Maria fu Domenico (1^ Entrata); Moscatello Cristina di Domenicantonio; Musolino Mariateresa di Bruno (minore); Monteleone Concetta fu Bruno (1^ Entrata); Marrapodi Antonia di Vincenzo (minorenne); Marrapodi Serafina di Vincenzo (1^ Entrata); Marzano Carmela di Luigi (1^Entrata); Marzano Maria di Luigi (1^ Entrata); Marrapodi Maria di Vincenzo (1^ Entrata); Marvelli Bettina di Giuseppe (1^ Entrata); Napoli Giuseppe fu Vincenzo; Nastasi Rosario fu Vincenzo; Nicoletta Girolamo fu Francesco; Nastasi Giovanni di Bruno; Nastasi Giuseppe fu Vincenzo; Nastasi Francesco di Pasquale; Nastasi Vincenzo di Francesco; Nastasi Vincenzo fu Sebastiano; Nastasi Giuseppe fu Sebastiano; Nastasi Pasquale fu Francesco; Nastasi Domenico fu Francesco; Nastasi Rosario fu Sebastiano; Nastasi Giuseppe fu Bruno; Nastasi Francesco di Giuseppe; Nastasi Giuseppe di Domenico; Nobile Nicola di Giuseppe; Naso Pasquale fu Domenico; Nastasi Bruno di Giovanni (1^ Entrata); Nastasi Giovanni di Bruno (minorenne); Nastasi Antonio di Leonardo (1^ Entrata); Naso Caterina; Napoli Paola; Nicoletta Filomena fu Giovanni; Nastasi Carmela fu Teresa; Nobile Concetta fu Giuseppe; Nastasi Concetta fu Vincenzo; Nastasi Carmela fu Francesco (1^ Entrata); Nicoletta Lina di Francesco (minorenne); Pizzata Giuseppe fu Rosa; Polito Antonino fu Rosa (morto nel periodo); Piromalli Francesco fu Domenicantonio; Pollifrone Francesco fu Giuseppe; Pulitanò Domenico fu Giuseppe; Panuccio Domenico di Teresa; Pelle Francesco fu Giuseppe; Pedullà Giuseppe fu Francesco; Parisi Achille fu Omenico; Procopio Francesco fu Rosario; Pipicelli Giuseppe fu Emanuele; Pelle Giuseppe fu Giuseppe; Panuzzo Francesco; Procopio Giov. Battista fu Rosario; Polito Domenico fu Francesco; Pelle Antonio di Francesco; Pelle Pasquale fu Rocco (morto nel periodo); Pelle Giuseppe fu Saverio; Pelle Vincenzo fu Domenico; Polito Antonio di Antonio; Parisi Domenico fu Eugenio; Pisciuneri Giovanni di Angelo; Pulito Francesco di Domenico; Pedullà Vincenzo fu Francesco; Procopio Salvatore fu Agostino; Procopio Rosario di Giov. Battista; Politanò Giovanni (1^ Entrata); Politanò Antonio di Giovanni (minorenne); Pelle Arciprete Saverio (1^ Entrata); Parisi Giuseppe fu Vincenzo; Pedullà Francesco di Giuseppe (minorenne); Piromalli Giovanni di Francesco (1^ Entrata); Panuzzo Raffaele di Giuseppe; Puglia Lentini Carmela (morta nel periodo); Puglialongo Maria Antonia; Puglialongo Maria; Perre Giuseppa fu Agostino; Pedullà Teresa fu Giuseppe; Procopio Maria Francesca di G. Battista; Polito Maria Ligato di Bruno; Primerano Giuditta fu Vincenzo; Procopio Maria Carmela di G. Battista; Pedullà Cristina nata Amato; Pedullà Macrì Mariuzza fu Francesco; Pipicelli Rosina fu Emanuele; Parisi Caterina fu Saverio; Pedullà Maria di Giuseppe; Pelle Filomena fu Giuseppe (1^ Entrata); Pelle Maria fu Giuseppe (1^ Entrata); Piromalli Carmeluzza di Francesco (1^ Entrata); Polito Teresina fu Antonio (1^ Entrata); Piromalli Teresina di Francesco (1^ Entrata); Piromalli De Domenico Serafina (1^ Entrata); Piromalli Moscatello Rosario; Piromalli Rosaria di Giovanni(minorenne); Romeo Rocco fu Antonio; Ruffo Francesco fu Bruno; Ruffo Giuseppe fu Bruno; Rocca Ferdinando fu Domenico; Romeo Domenico fu Pasquale; Romeo Francesco fu Pasquale; Romeo Domenico di Agostino; Romeo Bruno di Agostino; Romeo Pasquale di Domenico; Rocca Saverio fu Domenico; Ruffo Bruno Giuseppe; Ruffo Giuseppe Domenico (morto nel periodo); Romeo Giuseppe Pasquale; Rodà Antonio fu Filippo (1^ Entrata); Romeo Antonio di Rocco; Romeo Carlo fu Luigi (1^ Entrata); Rocca Domenico Antonio di Francesco (minorenne); Rocca Rodolfo di Saverio (1^ Entrata); Ruffo Rosaria di Vincenzo; Ruffo Peppina fu Vincenzo; Ruffo Maria Concetta fu Michele; Ruffo Girolama fu Michele; Romeo Giuseppina di Agostino; Romeo Luisetta di Agostino; Romeo aterina di Agostino; Romeo Marietta di Agostino; Romeo Cristina di Agostino; Romeo Carmela nata Ligata (1^ Entrata); Romeo Carmela fu Pasquale; Romeo Carmela di Domenico (1^ Entrata); Romeo Caterina di Domenico (1^ Entrata); Romeo Crisafi Rosina fu Rosario (1^ Entrata); Rocca Giuseppina di Saverio(minorenne); Sollazzo Giuseppe fu Bruno; Scarfone Antonio di Carlo; Spagnuolo Francesco fu Antonino; Spagnuolo Girolamo fu Antonino; Sacco Filippo di Rosario; Sacco Rocco fu Pasquale; Sollazzo Francesco fu Bruno; Sacco Domenico di Giov. Battista; Sacco Giuseppe fu Giovanni; Sacco Domenico di Rosario; Scorda Giov. Battista di Francesco; Sculli Bruno fu Domenico; Stranges Giuseppe di Domenico; Sacco Giuseppe di Rosario; Sollazzo Salvatore fu Bruno; Spagnuolo Filippo fu Antonio; Schirripa Paolo di Giuseppe; Sculli Bruno di Antonio; Scordino Domenico di Francesco; Sacco Bruno fu Francesco; Schirripa Domenico di Giuseppe; Sacco Giuseppe fu Domenico Antonio; Spagnuolo Giuseppe fu Nicola; Sacco Rosario fu Antonio; Spagnuolo Antonio fu Girolamo (morto nel periodo); Sacco Vincenzo fu Domenico; Sacco Domenico Antonio fu Nicola; Sculli Francesco fu Antonio; Scordino Francesco fu Giov. Battista; Stranges Domenico fu Pasquale; Stranges Stefano di Carlo; Sacco Angelo fu Domenico Antonio; Spanò Giuseppe di Domenico; Spanò Domenico; Sacco Domenico fu Pasquale; Stranges Cav. Domenico (1^ Entrata); Spagnolo dott. Vittorioa di Antonio (1^ Entrata); Spagnuolo Ettore di Antonio (1^ Entrata); Sacco Nicola di Domenico (1^Entrata); Sacco di Giovambattista fu Francesco (1^ Entrata); Sacco Domenico di Giuseppe (1^ Entrata); Savica Filippo d’Ignoti (1^ Entrata); Sergio Nicola (1^Entrata); Spagnuolo Teresina fu Girolamo (ass.); Spagnuolo Peppina fu Girolamo; Squillace Spagnuolo Carmela (morta nel periodo); Spagnuolo Rosario fu Nicola; Sacco Maria fu Vincenzo; Spagnuolo Marietta fu Francesco; Scorda Maria fu Giglio; Scorda Maria fu Giuseppe; Squillaci Teresa fu Vincenzo; Scordo Zappia Maria fu Giuseppe; Spagnuolo Oliva Maria; Spagnuolo Maria Carmela fu Antonio; Spagnuolo Luisa fu Antonio; Sculli Girolamo di Giovanni (morta nel periodo); Sacco Francesca fu Domenico; Stranges Alfonsina di Domenico; Seminara Filomena in Carpentieri; Stranieri Giuditta fu Vincenzo; Spagnuolo Emma fu Antonia; Sacco Cristina fu Giuseppe; Sculli Rosa di Giovanni; Sculli Carmela di Bruno; Sacco Filomena fu Domenico Antonio; Sculli Giuseppa fu Girolamo; Spagnuolo Rosaria fu Antonio; Spagnuolo Margherita fu Antonio; Sacco Concetta nata Rulli fu Giuseppe; Sculli Nastasi Antonina fu Francesco; Sacco Concetta fu Domenico; Spanò Serafina di Domenico; Sacco Maria fu Nicola; Sacco Cristina fu Vincenzo; Sacco Rosa fu Giovanni (1^ Entrata); Sacco Maria fu Domenico; Sculli Teresina nata Parisi (1^ Entrata); Seminara Carmela nata Decesare; Seminara Elisabetta di Domenico (minorenne); Sacco Carpentieri Maria di Rosario (1^ Entrata); Sbarreca Maria di Vincenzo (1^ Entrata); Stranges Maria di Domenico (1^Entrata); Sacco maritata Dattilo Paola fu Nicola (1^ Entrata); Trimboli Rosario fu Carlo; Triveri Antonio fu Pietro; Trimboli Ferdinando fu Giuseppe; Tallura Antonio fu Rosario; Tallura Giuseppe fu Rosario; Trimboli Giuseppe di Domenico; Triveri Domenico fu Pietro; Talladira Bruno di Michele; Trimboli Antonio di Rosario; Timpani Francesco di Giuseppe; Trimboli Ferdinando di Domenico; Triveri Domenico fu Giuseppe; Todarello Vittorio fu Francesco (1^Entrata); Tigano Antonino di Francesco (1^Entrata); Triveri Domenico di Pietro (1^ Entrata); Tigano Ciccillo di Antonino (1^Entrata; Todarello Salvatore di Vittorio (1^ Entrata); Tallarida Teresa; Tigani Floccari Maria (morta nel periodo); Tigani Marietta di Antonino; Trimboli Giuseppa di Domenico; Tigano Francesca fu Antonio (1^ Entrata); Todarello Giuseppa di Vittoria (1^ Entrata); Triveri De Domenico Rosa fu Giovanni (1^ Entrata); Triveri Concettina di Pietro; (1^ Entrata); Triveri Rosina di Pietro (1^ Entrata); Valana Giuseppe fu Francesco (morto nel periodo); Vadalà Alfredo di Domenico; Versace Carmelo fu Vincenzo; Vilardi Andrea di Giuseppe; Versace Domenico Antonio fu Vincenzo; Versace Domenico fu Vincenzo (1^ Entrata); Versace Vincenzo di Tommaso (1^ Entrata – morto nel maggio del 1926); Versace Giuseppe di Tommaso (1^ Entrata); Vottari Giuseppina di Sebastiano; Versace Cristina nata Piromalli; Vivacqua Filomena; Versace Teresina fu Vincenzo (1^ Entrata); Versace Cristina di Domenicantonio (minorenne); Varacalli Serafina sposata Agresta; Zinghinì Vincenzo fu Francesco; Zito Bruno fu Giuseppe; Zinghinì Vincenzo fu Giuseppe; Zappia Francesco fu Giuseppe (morto nel periodo); Zappia Giuseppe fu Francesco; Zappia Francesco fu Antonio; Zappia Franceco fu Rosario; Zito Giuseppe fu Rosario; Zappia Pietro fu Francesco; Zito Bruno di Vincenzo; Zappia Domenico Antonio fu Francesco; Zito Domenico fu Giuseppe; Zappia Giuseppe fu Rosario; Zappia Giuseppe fu Antonio; Zappavigna Bruno di Domenico; Zappia Antonio di Francesco; Zinghinì Luigi fu Rosario; Zinghinì Luigi fu Giuseppe; Zinghinì Bruno fu Giuseppe; Zito Rosario fu Vincenzo; Zinghinì Giuseppe di Rosario; Zappia Francesco di Domenicantonio; Zappavigna Vincenzo di Domenico; Zappavigna Domenico di Vincenzo; Zappia Girolamo; Zinghinì Nicola Francesco fu Giuseppe; Zinghinì Rosario fu Antonio; Zappia Antonio di Giuseppe; Zito Vincenzo di Bruno; Zappia Carlo fu Antonio; Zito Giuseppe fu Vincenzo; Zinghinì Nicola fu Rosario; Zappia Giovanni fu Rosario; Zito Carmelo di Giuseppe; Zappia Rosario di Giuseppe; Zito Giuseppe di Saverio; Zappia Francesco di Giuseppe; Zappia Franceco di Antonio (1^Entrata); Zappia Giovanni di Antonio (1^Entrata); Zappia Giuseppe di Domenicantonio (1^ Entrata); Zito Vincenzo fu Giuseppe (1^ Entrata); Zinghinì Giuseppe di Luigi (1^ Entrata); Zappia Francesco di Giuseppe (1^ Entrata); Zinghinì Giuseppe fu Giuseppe (1^Entrata); Zinghinì Rosa fu Francesco; Zito Concetta fu Giuseppe (morta nel periodo); Zinghinì Concetta fu Rosario; Zinghinì Girolama fu Rosario; Zappia Maria Cristina nata De Domenico; Zappia Giuseppa fu Antonio; Zappia Carmela fu Antonio; Zappia Rosa nata Pedullà; Zinghinì Francesca fu Rosario; Zito Maria di Bruno; Zappia Filomena di Francesco; Zappia Mariantonia in Pedullà (1^ Entrata); Zappia Mariantonia vedova Romeo (1^ Entrata); Zappia Filomena fu Domenico (1^ Entrata); Zurzolo Rosaria di Domenico Antonio (1^Entrata); Zappia Rosa fu Antonio (1^ Entrata); Zinghinì Rosaria Filippa fu Giuseppe (1^ Entrata); Zinghinì Filippa di Luigi (minorenne); Zinghinì Filippa di Francesco (1^ Entrata); Zinghinì Teresina di Vincenzo nata De Domenico (1^Entrata); Zappia Giuseppa di Antonio (1^ Entrata); Zappia Rosa di Antonio (1^Entrata); Zinghinì Raffaele Teresina fu Vincenzo (1^ Entrata); Zappia Cristina di Domenico (1^ Entrata); Zappia Francesca fu Francesco(minore); Zappia Maria di Girolamo (1^ Entrata); Zappavigna Elisabetta di Leonardo (minorenne); Zinghinì Rosa di Domenico (1^ Entrata); Zinghinì Concetta di Rosario (1^ Entrata).
  3. C) Nel 1929 risultavano iscritti 350 fratelli e 180 sorelle, con i sottoindicati eletti alle cariche, a norma dello Statuto e confermati dall’Ordinario diocesano (parroco Arciprete Saverio Pelle di Natale): Procopio Giovanni Battista – priore / Parise Achille – 2° priore / Ceravolo Bruno – procuratore / Ielasi Domenico – 1° assistente
  4. D) Da un verbale di una riunione, presieduta dal delegato vescovile arciprete Don Saverio Pelle, indetta per la nomina delle cariche della Confraternita, l’8 maggio 1938 risultavano iscritti i seguenti fratelli: 1) Procopio Giovanni Battista – Priore uscente 2) Chiarantano Arcangelo 3) Romeo Bruno 4) De Domenico Giovanni 5) Indrizzi Francesco 6) Sollazzo Giuseppe 7) Sculli Bruno fu Domenico – nominato Procuratore 8) Macrì Vincenzo 9) Ceravolo Carlo 10) Milanò Giuseppe 11) Monteleone Domenico 12) Blefari Francesco 13) Zappia Francesco fu Giuseppe 14) Marando Carlo 15) Macrì Giuseppe fu Rosario – nominato 1° Assistente 16) Caminiti Vincenzo 17) Ceravolo Francesco 18) Ceravolo Bruno – Segretario della riunione e verbalizzante 19) Bailon Pasquale – nominato 2° Assistente 20) Zappia Paolo 21) Milianò Domenico 22) Sacco Giuseppe 23) Zinghinì Giuseppe fu Rosario – 1° Maestro delle Cerimonia 24) Dattilo Bruno 25) Filippone Bruno 26) Romeo Rocco 27) Filippone Giuseppe 28) Zappia Francesco fu Rosario 29) Zappia Antonio 30) Filippone Vincenzo 31) Sacco Domenico fu Nicola 32) Zappia Giovanni 33) Zito Vincenzo 34) Pipicelli Peppino fu Emmanuele – eletto Priore 35) Bova Giovanni di Giuseppe – 2° Maestro di Cerimonia
  5. E) Nel Registro di Contabilità della Confraternita, dal 1937 al 1943, risulta iscritto nell’anno 1941 come Fratello Onorario il vescovo di Gerace Mons. G. Battista Chiappe, segno dell’alta considerazione e dell’attenzione in cui nel passato era tenuta la Confraternita.
  6. F) Dal verbale del 21 aprile 1984 risultavano iscritti a quella data tra gli altri i seguenti fratelli: 1) Sac.Don Emanuele Pipicelli -Parroco e Padre spirituale 2) Cavallo Vito -Priore uscente e riconfermato 3) Blefari Giuseppe Antonio -Segretario della seduta e 2° Assistente eletto 4) Tallarida Michele -Cassiere uscente e riconfermato 5) Clemente Domenico Antonio -Scrutatore dell’assemblea e 6° Assistente 6) Milianò Giuseppe -Scrutatore dell’assemblea e 17° Assistente 7) Signati Antonio -Procuratore eletto 8) Dama Tommaso -4° Assistente eletto 9) Bailon Pasquale -3° Assistente eletto 10) Audino Giuseppe -1° Assistente eletto 11) Clemente Francesco -5° Assistente eletto 12) Landro Antonio -7° Assistente 13) Caminiti Antonio -8°Assistente 14) Bailon Francesco -9° Assistente 15) Zappia Girolamo -10° Assistente 16) Monteleone Bruno -11° Assistente 17) Violi Domenico -12° Assistente 18) Giordano Francesco -13° Assistente 19) Codispoti Giuseppe -14° Assistente 20) Mazzone Vincenzo -15° Assistente 21) Zappia Paolo -16° Assistente 22) Monteleone Giuseppe -18° Assistente 23) Dama Vincenzo -19° Assistente

Tassa d’iscrizione – La tassa di iscrizione attualmente è fissata in £.10.000 per i bambini da 0 a 10 anni; £.25.000 per i Fratelli da 10 a 20 anni; £.35.000 da 20 a 30 anni; £.55.000 da 30 a 40 anni; £.70.000 da 40 a 50 anni; £.80.000 da 50 a 60 anni; £.90.000 da 60 anni in poi. La quota annuale è di euro 1,05.

Funerale – Le spese del rito religioso (la celebrazione eucaristica) sono per statuto a carico della Confraternita. Quando si ha notizia della morte di un Fratello, viene suonata con una sola campana -la media- la cosiddetta fratellanza, un suono-richiamo particolare che dà l’avviso a tutti i Confratelli. La salma viene portata a spalla dai Confratelli, dall’abitazione alla Chiesa Matrice (dal Calvario se proveniente da fuori paese); il rito viene celebrato nella cappella dell’Immacolata e i Fratelli tutti indossano la tonaca senza mantellina azzurra e il cappuccio a metà sulla testa, in gergo vavalucco o babalucco. Al termine la salma viene accompagnata in piazza per l’estremo saluto.La Confraternita dà inoltre ai familiari assistenza morale, con la vicinanza del Priore e di tutti i Fratelli.

L’alto numero degli iscritti è legato al fatto che i Fratelli provenivano e provengono dall’intero territorio di Bovalino, e a volte anche oltre. In alcuni elenchi relativi a Fratelli e Sorelle morosi oppure a Fratelli di turno trimestrale(?), sono annotate accanto al nome le diverse contrade o paesi di provenienza: Prato, Biviera, Pozzo, Belloro, Malena, Convento, Filicia, Bosco, Benestare.

Capitolo sesto – Il rito della vestizione

L’abito, diverso per forma e colore, rappresenta il segno distintivo e apparente dell’appartenenza alla singola Confraternita. Esso va indossato con decoro e dignità durante lo svolgimento del culto e dei riti, ai quali conferisce solennità. E’ formato dal “sacco”, una sorta di lunga tunica bianca; dalla “mozzetta”, una mantellina celeste; il cordone detto “cingolo celeste” e il medaglione della Madonna. Il Priore e le altre cariche (procuratore, 1° e 2° assistente, maestro di cerimonia) completano l’abbigliamento con un bastone indicante il ruolo. La “divisa” a lutto è composta dalla tunica bianca, dal cingolo e dal vavaluccu (un cappuccio ripiegato indietro) bianco.

Per le donne l’abbigliamento è ridotto all’essenziale: un foulard celeste con l’immagine dell’Immacolata.

Il rito di vestizione, con la presentazione dei nuovi fratelli, avviene due volte all’anno: il giovedì santo con diritto degli iniziati a partecipare alla cena e il 6 settembre in occasione della Messa in suffragio dei Fratelli defunti, e segue un rituale ben preciso e codificato a livello nazionale:

Riti di benedizione / Il Priore della Confraternita (o l’assistente ecclesiastico, se è il Vescovo a presiedere il rito), presenta al Celebrante e all’assemblea i Confratelli che oggi ricevono l’abito benedetto: Reverendissimo (ed Eccellentissimo) Padre, questi sono i nomi dei fratelli che, oggi, ricevono l’abito benedetto: (seguono i nomi). Il Celebrante: L’abito, fratelli carissimi nel Signore, e solo un segno esteriore che deve manifestare e rendere visibili la nostra fede e la nostra carità. Per questo vi invito a rinnovare l’impegno di fede assunto nel Battesimo e ad esprimere davanti alla Chiesa la vostra volontà di esercitare le opere di misericordia spirituali e corporali per il bene dei fratelli.

Rinunzia – Professione di fede – Promesse / Il Celebrante riceve ora da tutti i presenti la rinuncia al peccato, la professione di fede e la promessa a testimoniare la carità cristiana secondo lo spirito della propria Confraternita. C. Rinunziate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio? F. Rinunzio. C. Rinunziate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato? F. Rinunzio. C. Rinunziate a Satana, origine e causa di ogni peccato? F. Rinunzio. C. Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra? F. Credo. C. Credete in Gesù Cristo suo unico figlio nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, e resuscitato dai morti e siede alla destra del Padre? F. Credo. C. Credete nello Spirito Santo, la Santa Chiesa Cattolica, la comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la resurrezione della carne e la vita eterna? F. Credo. C. Volete rendere operosa la vostra adesione alla fede del santo Battesimo che avete rinnovato consapevolmente con l’impegno alla preghiera, al decoro del culto pubblico della Chiesa e all’esercizio della carità generosa e operosa? F. Lo voglio. C. Volete tendere con generosità e fermezza al perfetto amore verso Dio e verso il prossimo, seguendo fedelmente il Vangelo, per il rispetto e l’elevazione dei valori dell’uomo e osservando le Costituzioni della vostra Confraternita? F. Lo voglio. C. Volete dare pronta adesione al Magistero del Sommo Pontefice e dei Pastori della Chiesa e attiva disponibilità di partecipazione agli impegni di evangelizzazione e alla collaborazione generosa per la crescita dalla vostra Chiesa locale, in filiale comunione con i vostri Vescovi? F. Lo voglio. C. Volete onorare con rettitudine umana e pietà cristiana il nome e la veste della Confraternita di Maria SS. Immacolata impegnandovi nelle sue finalità con partecipazione e operosa? F. Lo voglio. C. Il Signore vi conceda, rivestiti dell’abito secondo lo spirito della Confraternita di Maria SS. Immacolata, di dedicarvi sempre più alla lode del suo nome al servizio e a1la salvezza dei fratelli. F. Amen. Preghiera di benedizione / Il Celebrante: Preghiamo. O Dio, che ispiri e compi ogni santo proposito in coloro che sono rinati per la grazia del Battesimo, guarda con bontà questi tuoi figli che si apprestano a rivestire devotamente l’abito segno del loro impegno nella testimonianza della fede e nel servizio di carità, rendili sempre più conformi all’immagine del tuo dilettissimo Figlio e concedi che, seguendo fedelmente il proprio cammino, giungano a contemplare il tuo volto nella gloria del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Fratello: Amen.

Il Celebrante asperge con l’acqua benedetta gli abili che i nuovi confratelli presentano. Quindi prosegue: Rivestitevi dell’abito con il quale diventate membri effettivi della Confraternita di Maria SS. Immacolata, e sforzatevi, ogni giorno, con l’aiuto di Maria, Madre di Dio, di seguire più da vicino Cristo Signore e di dedicarvi con generosità. F. Amen Ogni candidato, aiutato da un fratello più anziano, riveste l’abito della Confraternita. Segue la preghiera dei fedeli.[7]

Ai Fratelli è fatto obbligo partecipare, con l’abito distintivo della Confraternita, alle seguenti feste o ricorrenze: 1) Festa del Carmine – ultima domenica di luglio. E’ l’occasione per far conoscere anche visivamente la Confraternita ai numerosi turisti che affollano d’estate la Locride. 2) Festa del Corpus Domini. 3) La Settimana Santa. 4) Festa dell’Immacolata del 6/7/8 settembre. 5) In occasione del rito funebre dei Fratelli defunti.

Capitolo settimo – I riti della Settima Santa

I riti della Settimana Santa, che culminano con la sacra rappresentazione dell’Affruntata, vengono svolti a cura esclusiva dell’Arciconfraternita. Sono notevoli espressioni di religiosità popolare, sentitissime manifestazioni di fede profonda, le quali catalizzano l’interesse aggregativo della Comunità del Borgo e dei paesi vicini. Esse affondano le loro radici in tempi in cui l’esempio visivo e la rappresentazione servivano per far comprendere alla gente comune i misteri religiosi. Seguono regole non scritte, che il tempo per fortuna non è riusciuto a scalfire, e che vengono tramandate attraverso l’attività della Confraternita.

Il programma-tipo della Settimana Santa[8], organizzata dall’Arciconfraternita presso la Chiesa Matrice, è il seguente:

1) Domenica delle Palme – ore 11.00 Benedizione delle Palme e S.Messa.

2) Giovedì Santo – ore 18.00 Istituzione della Eucarestia, confessione, S. Messa in Caena Domini officiata da “predicatori” di chiara fama, lavanda dei piedi ed agape fraterna. Cerimonia di vestizione dei confratelli novizi. Adorazione del Santissimo nel Cenacolo.

3) Venerdì Santo – ore 17.00 Incontro del gruppo di preghiera “Carlo sei con noi” – ore 18.00 Funzione liturgica con adorazione e bacio della Croce e Comunione. – ore 21.00 Predica di Passione e Chiamata della Madonna e Cristo Morte / Incanto delle statue. – ore 23.00 Processione al Calvario con la Madonna Addolorata.

4) Sabato Santo – ore 7.30 Processione con Cristo morto e la Vergine Addolorata e predica al calvario. – ore 10.30 Assemblea generale dell’Arciconfraternita. (Nella riunione del 2006, con il consenso di tutti i presenti, si è stabilito che l’Assemblea annuale si svolgerà sempre la prima domenica di febbraio) – ore 22.00 Veglia Pasquale.

5) Domenica di Pasqua – ore 11.30 Inizio della S. Messa. Al termine Processione con Cristo Risorto, la Vergine S.S. del Rosario e S. Giovanni. Tradizionale Affruntata o Confrontata in Piazza Gaetano Ruffo. Al rientro in chiesa sorteggio pasquale. (Negli ultimi anni l’Arciconfraternita ha cercato di coinvolgere in modo fattivo tutte le frazioni, che fanno capo alla Parrocchia di Bovalino Superiore, decentrando alcune funzioni. Infatti la sera del venerdì della 3^ settimana di Quaresima la Celebrazione Eucaristica viene effettuata nella Chiesa della Madonna del Carmine di contrada Biviera, seguita dalla Via Crucis con partenza dalla stessa Chiesa ed arrivo al Calvario di Bovalino Superiore. Le stesse funzioni vengono ripetute i venerdì successivi, quarta e quinta settimana di Quaresima, nella Chiesa della Madonna delle Grazie di contrada Pozzo e nella Chiesa Matrice di Bovalino Superiore. In quest’ultima chiesa la giornata è dedicata alla Vergine Addolorata. La Domenica delle Palme l’incontro è presso la Chiesa di S. Caterina, dove si svolge la distribuzione e la benedizione delle Palme e da dove si snoda la processione verso la Chiesa Matrice, nella quale si svolge la celebrazione eucaristica per tutta la comunità parrocchiale.)

S’inizia il giovedì santo con la Messa in Caena Domini, seguendo il tradizionale rituale della lavanda dei piedi, al quale partecipano i Fratelli indicati dal Procuratore in carica secondo criteri di avvicendamento e rotazione, come si evince dal sottoindicato elenco del 1980: Pasqua Anno 1980 / Elenco partecipanti alla cena di giovedì santo: 1) Patera Donato; 2) Codispoti Rocco; 3) Codispoti Giuseppe; 4) SavicaGiuseppe; 5) Codispoti Antonio; 6) Mazzone Vincenzo; 7) Virgara Francesco; 8) Zinghinì Domenico; 9) Codispoti Vincenzo; 10) Virgara Rosario; 11) Trimboli Antonio; 12) Capogreco Antonio. N.B. Per l’anno 1981 il cofratello Zappavigna Domenico della contrada Biviera deve essere incluso nell’elenco di diritto, in quanto ha ceduto il posto a Savica Giuseppe che quest’ultimo ha asserito di non avere partecipato mai alla cena. Da accertamenti fatti ci risulta che il Savica ha partecipato nell’anno 1979. Pertanto si spera che il procuratore entrante voglia prendere in debita considerazione questa mia giusta osservazione atta a garantire il rispetto legittimo della fila morale di noi tutti e principalmente del sopraindicato Zappavigna Domenico. Il Procuratore Antonio Clemente.

La sera del Venerdì Santo, nella Chiesa Matrice di Bovalino Superiore, vengono rappresentate in maniera scenografica la Predica di Passione e la Chiamata della Madonna e di Cristo Morto, mentre all’esterno si procede ad opera del priore dell’Arciconfraternita l’Incanto delle statue… Al termine si svolge la Processione al Calvario con la Madonna Addolorata…

La “buona riuscita” della Passione predicata è legata alla bravura del predicatore[9], che con sapiente “recitazione” deve coinvolgere e toccare le corde del sentimento religioso dei fedeli…

Le varie fasi o piedi della Passione sono intercalate da canti inerenti, che si tramandano da generazioni e “raccontano”, con la condivisione dei fedeli, l’immane sofferenza del Cristo…

Il canto del primo piede è rivolto alla croce: Evviva la croce / la croce evviva, / evviva la croce / e chi la portò…/ O croce sacrata / io ti amo e ti adoro, / a null’altro tesoro / sospira il mio cuore. / Evviva la croce / la croce evviva, / evviva la croce / e chi la portò…

Il canto del secondo piede è rivolto alle sofferenze di Cristo: Deh! Mirate il Redentore / genuflesso sul terreno, / suda sangue e viene meno / per l’ingrato peccator. / Quel celeste Messaggero / sceso a vol dell’alte sfere / ha nel calice il volere / dell’Eterno Genitore.

Il canto del terzo piede è per la salvezza dei quali Cristo ha sofferto tanto: Peccatore, rimira intanto / quell’Agnello immacolato, / vilipeso e flagellato / come fosse un malfattor. / A colonna fu legato / per amor del peccatore, / che indurito nell’errore / ha un cuor di marmo gel.

Il canto del quarto piede parla della sentenza di morte, perché possa compiersi il sacrificio di Cristo per amore degli uomini:

Ecco l’uomo dei dolori, / gridò il preside Pilato; / e il popolo tanto ingrato / gridò: morte al seduttore! / Fu proposto ad un Barabba, / uomo tristo ed assassino. / E Gesù col capo chino / Fa del Padre il gran voler. / Finalmente quell’infame / è già sciolto e liberato; / e l’agnello immacolato / corre a morte per amor.

Il canto del quinto piede descrive la vergogna di Cristo in croce: Pien di piaghe e lividure, / deh! Contempla, o peccatore,/ spasimante pel dolore, / il mio Dio che in croce sta. / Inchiodato sopra un tronco,/ qual volgare delinquente. / Deh! Ammira umana gente, / il mio Dio che in croce sta. / Sudò sangue e bevve il fiele, / fu insultato e vilipeso; / or vedetelo disteso, / il mio Dio che in croce sta.

Toccanti sono le due processioni al calvario di Cristo Morto e la Madonna Addolorata, che si svolgono la sera di venerdì (con la sola statua dell’Addolorata) e il mattino di sabato (con tutte le due statue)… Centinaia di persone sfilano, lungo la strada principale, in religioso silenzio a dimostrazione di partecipazione e immedesimazione di tutti al dolore della madre di Cristo, la quale porta i segni, i simboli e i colori del lutto… All’improvviso il silenzio è rotto da un canto di dolore per la morte di Cristo: O fieri flagelli / O fieri flagelli che al mio buon Signore / le carni squarciate con grande dolore, / non date più pene al caro mio bene, / non più tormentate l’amato Gesù: / ferite, ferite, ferite quest’alma, / ferite quest’alma che causa ne fu. / O spine crudeli che al mio buon Signore / la testa pungete con tanto dolore, / non date più pene al caro mio bene, / non più tormentate l’amato Gesù: / ferite, ferite, ferite quest’alma, / ferite quest’alma che causa ne fu. / O chiodi spietati che al mio buon Signore / le mani passate con tanto dolore, / non date più pene al caro mio bene, non più tormentate l’amato Gesù: / ferite, ferite, ferite quest’alma, / ferite quest’alma che causa ne fu. / O lancia tiranna che al mio buon Signore / il fianco trafiggi con tanto furore, / ti bastin le pene già date al mio bene: / non più straziare l’amato Gesù: / trafiggi quest’alma che causa ne fu, / trafiggi quest’alma che causa ne fu.

Al calvario infine c’è l’ultimo canto rivolto a Maria Addolorata: 1) Vieni a pianger sul Calvario / i tuoi falli, anima mia, / vieni a pianger con Maria / per la morte di Gesù. / 2) O Maria, diletta Madre, / mesta in volto, mesta in cuore, / compatisco il tuo dolore, / grande e immenso come il mare. / 3) Sotto gli occhi tuoi materni / Gesù pende sulla croce. / Vedi il sangue, odi la voce; / ah! Lo vedi al fin spirar. / 4) Qui mi fermo a piè del legno, / or il figlio, or te mirando. / Ti presento a quando a quando, / una lacrima, un sospir. / 5) Deh! mi valga il tuo martirio / e la morte del tu Bene, / nelle stesse acerbe pene. / Ah! Potessi anch’io morir.

Riassumendo: i tre momenti, che vengono rappresentati in modo scenografico, sono la Passione predicata, la Morte con la Via Crucis e l’Ascesa al cielo di Gesù Cristo. La “buona riuscita” della Passione è legata alla bravura del predicatore, che con sapiente “recitazione” deve coinvolgere e toccare le corde del sentimento religioso dei fedeli. Toccanti sono le due processioni al calvario di Cristo Morto e la Madonna Addolorata, che si svolgono la sera di venerdì (con la sola statua dell’Addolorata) e il mattino di sabato (con tutte le due statue). Centinaia di persone sfilano, lungo la strada principale, in religioso silenzio a dimostrazione di partecipazione e immedesimazione di tutti al dolore della madre di Cristo, la quale porta i segni, i simboli e i colori del lutto. Negli ultimi anni, in aggiunta ai riti che si svolgono nelle chiese periferiche, si è affermata la Via Crucis Comunitaria, che nel periodo di Quaresima coinvolge in modo unitario le frazioni della zona: un venerdì dalla Chieda della Biviera al Calvario, un altro da quella del Pozzo e nel terzo venerdì, Via Crucis conclusiva, nell’abitato di Bovalino Superiore con conclusione naturale al Calvario. Le varie fasi sono accompagnate da canti inerenti, che si tramandano da generazioni e “raccontano”, con la condivisione dei fedeli, l’immane sofferenza del Cristo:

Per la Via Crucis / Introduzione / a) Teco vorrei, Signore,/ oggi portar la croce,/ nella tua doglia atroce/io ti vorrei seguir. / b) Ma sono infermo e lasso,/ donami Tu coraggio,/acciò nel gran viaggio/non abbiami a smarrir. / c) Tu col divin tuo sangue /vammi segnando i passi,/ch’io laverò quei sassi/col mesto lacrimar. / d) Né temerò smarrirmi/pel monte del dolore,/quando il tuo santo amore/m’insegni a camminar./ 1) Se il mio Signor diletto/a morte hai condannato,/spiegami almen, Pilato,/qual fosse il suo fallir. / Che, se poi l’innocenza/colpa da te si appella,/ per colpa così bella/potessi. anch’io morir. / 2) Chi porta il suo supplizio/so che appar ben degno:/so che la pena è segno/del già commesso error. / Ma se Gesù si vede/di croce caricato,/paga l’altrui peccato/ sol per l’immenso amor. / 3) Chi porta in pugno il mondo/ a terra è già caduto,/ nè gli si porge aiuto…/ Oh ciel, che crudeltà! / Se cade l’uomo ingrato/ tosto Gesù il conforta;/ sol per Gesù è morta/ al mondo ogni pietà. / 4) Sento l’amaro pianto/ della dolente madre,/ che gira tra le squadre/ in traccia del suo Ben. / Sente l’amato figlio,/ che dice: Madre addio;/ più fier del dolor mio,/ il tuo mi passa il sen. / 5) Se di tue crude pene,/ son io, Signor, il reo,/ non deve il Cireneo/ la croce tua portar. / Se già potei per tutti/di Croce… / 6) Sì vago è il tuo tormento,/ bel volto del mio Bene,/ che quasi a te diviene/ amabile il dolor. / In cielo che farai,/ se in rozzo velo impresso,/da tante pene oppresso,/spiri sì dolce amor? / 7) Sotto i pesanti colpi/ della ribalda scorta,/ un nuovo inciampo porta/ a terra il mio Signor. / Più teneri dei cuori/ siate voi, duri sassi,/ non più ingombrate i passi/ al vostro Creator. / 8) Figlie, non più su queste/ piaghe che porto impresse,/ ma sopra di voi stesse/ vi prego a lacrimar. / Serbate il vostro pianto… / 9) L’ispido monte mira/il Redentor languente:/Ei sa che inutilmente/per molti ha da salir. / Quest’orrido pensiero/sì al vivo il cor gli tocca,/che languido trabocca,/e sentesi morir. / 10) L’Arca di Dio non mai/del vel si vide scarca:/e ignudo il Dio dell’arca / vedrassi e senza vel? / Se dell’Uom-Dio le membra/or ricoprir non sanno, / dite, mio Dio, che fanno/i Serafin in ciel? / 11) Vedo sul duro tronco/disteso il mio Diletto, / e il primo colpo aspetto/dell’empia crudeltà. / Quelle divine mani/così leggiadre e intatte,/ah! Che il martel le batte,/senz’ombra di pietà. /12) Veder l’orrenda morte / del suo Signor non vuole ,/ onde si copre il sole/in segno di dolor. / Trema commosso il mondo,/il sacro vel si spezza,/ piangon per tenerezza/i duri marmi ancor! / 13) Tolto di croce il Figlio/l’avide braccia stende/l’afflitta Madre e prende/in grembo il morto Ben. / Versa per gli occhi il core/in lacrime disciolto: / bacia quel freddo volto / e se lo stringe al sen. / 14) Tomba che chiudi in seno/il mio Signor già morto,/finch’Ei non sia risorto/non partirò da te. / Alla spietata morte/allor dirò con gloria:/dov’è la tua vittoria,/il tuo poter dov’è?”

“A Gesù paziente / Gesù mio con tante pene,/chi crudel vi maltrattò? / Ritornello: Sono stato io, l’ingrato,/Gesù mio, perdon e pietà. / Gesù mio, la gran tristezza,/chi nell’orto vi causò? / Ritornello: Sono stato io, l’ingrato,/Gesù mio, perdon e pietà. …”

“Al sepolcro di Gesù / 1) Crocefisso Mio Signore / dolce speme del mio core, / sia mercé del tuo patir / il perdono al mio fallir. / Ritornello: Perdono, mio Dio,/mio Dio, perdono, / perdono, mio Dio, / perdono e pietà. / 2) A placar l’acceso sdegno/ecco il pianto d’un indegno,/d’un indegno traditore/che ritorna al suo Signore. / Ritornello: Perdono, mio Dio, / mio Dio, perdono, / perdono,mio Dio,/perdono e pietà….”

“Canto per la passione / 1) Deh! Mirate il Redentore / genuflesso sul terreno, / suda sangue e viene meno / per l’ingrato peccator. / 2) Quel celeste Messaggero / sceso a vol dell’alte sfere / ha nel calice il volere / dell’Eterno Genitore. 3) Quei discepoli immersi / già nel sonno neghittosi, / siamo noi che sonnacchiosi / trascuriamo di pregar. / 4) Oh portento! O grande amore / di quel Dio che ci ha creati! / Da noi pigri figli ingrati / si disprezza un tanto amore. / 5) Peccatore, rimira intanto / quell’Agnello immacolato, / vilipeso e flagellato / come fosse un malfattor. / 6) A colonna fu legato / per amor del peccatore, / che indurito nell’errore / ha un cuor di marmo gel. / 7) Tu, Signor che sei pietoso, / l’esemplar tu sei d’amore; / col tuo sangue e il tuo dolore / deh! Distruggi il nostro cuor. / 8) Ecco l’uomo dei dolori, / gridò il preside Pilato; / e il popolo tanto ingrato / gridò: morte al seduttore! / 9) Fu proposto ad un Barabba, / uomo tristo ed assassino. / E Gesù col capo chino / Fa del Padre il gran voler. / 10) Finalmente quell’infame / è già sciolto e liberato; / e l’agnello immacolato / corre a morte per amor. / 11) Quanta strage, quanto sangue / sparso al suol da un innocente / che assembra un delinquente; / pur lo sparse un Dio d’amor. / 12) Ma già roca è la mia voce / per cantar cotante stragi, / ed oppresso in mille oltraggi / soccorretemi, o Signor. / 13) Pien di piaghe e lividure, / deh! Contempla, o peccatore, / spasimante pel dolore, / il mio Dio che in croce sta. / 14) Inchiodato sopra un tronco, / qual volgare delinquente. / Deh! Ammira umana gente, / il mio Dio che in croce sta. / 15) Sudò sangue e bevve il fiele, / fu insultato e vilipeso; / or vedetelo disteso, / il mio Dio che in croce sta. / 16) Non di gemme è la corona / ma di acute e dure spine, / che recinge il biondo crine / del mio Dio che in croce sta. / 17) Qual è mai e sì orrendo, / vergognoso e smisurato, / qual è il mio peccato? / Paga Iddio che in croce sta. / 18) Inumana e senza cuore, / plebe volle condannato / per la bocca di Pilato / il mio Dio in croce sta. / 19) Oh! Qual orrore, quel delirio / spinge un popolo furente; / ha voluto delinquente / Il mio Dio che in croce sta. / 20) Dura lancia squarcia il petto / palpitante ancor d’amore, / per l’ingrato peccatore, / del mio Dio che in croce sta. / 21) Deh! Vedete, o figli ingrati, / il dolor di quella Madre, / che respinta d’empie squadre, / cerca Dio che in croce sta. / 22) Ah! Piang’Ella e pel dolore / ha impietrato il cuore in petto, / nel veder il suo Diletto: / E’ il mio Dio che in croce sta. / 23) Deh! Ci ottieni o Madre pia, / il perdono dei peccati. / Non ci lasci abbandonati / Quel gran Dio che in croce sta. (recuperato dal giovane Pasquale, figlio del priore Antonio Blefari)” – “A Maria Addolorata / 1)Teco diletta Madre/mi fermo a piè del legno,/acciò mi renda degno/di teco lacrimar. / 2)Vinto da tante pene/mi trema in petto il core;/dal duolo e dall’amore/mi sento lacerar. / 3)E se di più potessi/di più penar vorrei;/che maggior merto avrei/pel grande mio dolor. / 4)Ma col fermarmi teco/spero che il tuo dolore/insegnerà al mio core/di più patir ancor.”

“Canto alla croce / 1) Beato quel cuore / che sempre sta fisso / a quel Dio Crocefisso / che tanto l’amò. Ritornello: Evviva la croce / la croce evviva, / evviva la croce/e chi la portò… / 2)O croce sacrata / io ti amo e ti adoro, / a null’altro tesoro / sospira il mio cuore. / Ritornello: Evviva la croce / la croce evviva, / evviva la croce / e chi la portò…”

“O fieri flagelli / O fieri flagelli che al mio buon Signore / le carni squarciate con grande dolore, / non date più pene al caro mio bene, / non più tormentate l’amato Gesù: / ferite, ferite, ferite quest’alma, / ferite quest’alma che causa ne fu. / O spine crudeli che al mio buon Signore / la testa pungete con tanto dolore, / non date più pene al caro mio bene, / non più tormentate l’amato Gesù: / ferite, ferite, ferite quest’alma, / ferite quest’alma che causa ne fu. / O chiodi spietati che al mio buon Signore / le mani passate con tanto dolore, / non date più pene al caro mio bene, non più tormentate l’amato Gesù: / ferite, ferite, ferite quest’alma, / ferite quest’alma che causa ne fu. / O lancia tiranna che al mio buon Signore / il fianco trafiggi con tanto furore, / ti bastin le pene già date al mio bene: / non più straziare l’amato Gesù: / trafiggi quest’alma che causa ne fu, / trafiggi quest’alma che causa ne fu.”

“A Maria Addolorata / 1) Vieni a pianger sul Calvario / i tuoi falli, anima mia, / vieni a pianger con Maria / per la morte di Gesù. / 2) O Maria, diletta Madre, / mesta in volto, mesta in cuore, / compatisco il tuo dolore, / grande e immenso come il mare. / 3) Sotto gli occhi tuoi materni / Gesù pende sulla croce. / Vedi il sangue, odi la voce; / ah! Lo vedi al fin spirar. / 4) Qui mi fermo a piè del legno, / or il figlio, or te mirando. / Ti presento a quando a quando, / una lacrima, un sospir. / 5) Deh! mi valga il tuo martirio/e la morte del tu Bene, / nelle stesse acerbe pene. / Ah! Potessi anch’io morir”

“Salve Regina / 1) Salve del ciel Regina / o Madre addolorata / afflitta e desolata / fonte d’amore. / 2) La spada del dolore / il cuor ti trapassava / mentre Gesù penava / trafitto in croce…”

Ma il culmine dell’attività rituale della Settimana Santa si raggiunge con la rappresentazione dell’incontro fra Cristo Risorto e la madre Immacolata, avvisata da S. Giovanni che per tre volte fa la spola tra le due statue con ritmi e velocità gradualmente crescenti. L’incredula madre, ancora vestita a lutto, si avvia verso il centro della piazza dove si incontrerà con San Giovanni e Gesù: è il momento di massima emozione, il Figlio incontra la Madre che lascia cadere i suoi abiti neri, rimanendo vestita con i colori della gioia e della rinascita… La Madre esce dalla Chiesa ancora vestita a lutto, quasi incredula di tanta notizia. Cerca Gesù. Cerca la Vita. Cerca anch’ella, in un itinerario di fede che la vede sorella nostra. Una peregrinazione della fede che ce la rende ancor più vicina, come ci è stata vicina nelle lacrime, la sera del Venerdì Santo…al momento dell’incontro con il Cristo Risorto, quell’abito di lutto, lungo, nero, triste, si stacca di getto dalle spalle di Maria e cade per terra, dimenticato, per far apparire in tutta la sua bellezza un lunghissimo e radioso manto…è realmente la Pasqua…(GC. Bregantini, vescovo di Locri).

Per trasportare le tre statue è necessaria non solo forza ma anche un abile gioco di squadra. Basta sbagliare un passo per compromettere il buon esito della manifestazione. Pertanto i portantini devono avere non solo qualità atletiche, ma anche mentali e morali. Occorrono quattro portantini per statua, che vengono selezionati e preparati tra coloro che hanno la medesima altezza, per ovvi motivi di opportunità, e spesso in relazione a chi ha più esperienza. La selezione per il diritto e l’onore di portare le statue di Cristo Morto e di Cristo Risorto con le 4 candele e la statua della Madonna con 2 candele avviene attraverso un’asta (u ‘ncantu)[10] che si svolge venerdì sera davanti alla Chiesa in un tempo determinato dalla durata di una candela accesa: in effetti l’incanto si chiude al penultimo “piede” prima della chiamata di Cristo morto, per dare la possibilità agli aventi diritto di prepararsi per la conclusione del rito. La squadra, che offre la cifra più alta si assume la responsabilità e l’onore di portare le statue durante i vari riti. Un compito particolare spetta al confratello che fa da battistrada ai portantini della statua di S. Giovanni. Per assicurare una corsa senza intralci, il battistrada corre innanzi a sgomberare la via, brandendo un sottile bastone cavo, di ottone lungo un metro e settanta centimetri circa (?), con l’impugnatura d’argento sormontata da una scultura (?) o un tondino (?) rappresentante l’Immacolata Concezione.

I cronisti dicono che è dal 1850 che si svolge tale rito. In quell’anno il signor Blefari Giuseppe, abitante nella contrada Pozzo, comprò a sue spese a Napoli le statue di San Giovanni e quella di Cristo Risorto per completare il trittico statuale necessario per lo svolgimento dell’Affruntata, che lo stesso aveva ammirato a Siderno Superiore. Le statue rimasero per un mese nella sua dimora del Pozzo e poi, benedette dall’arciprete, vennero portate in processione a Bovalino Superiore dall’Arciconfraternita dell’Immacolata. Fino a qualche tempo erano gli eredi del signor Blefari che per consuetudine portavano la statua di S. Giovanni durante l’Affruntata. Le statue vennero restaurate nel 1975.

Tale rito stimola i sentimenti e la fantasia, e rimane come dolce ricordo in chi l’ha vissuto fin da bambino. Ecco come lo scrittore Giovanni Ruffo descrive l’Affruntata nell’ultima sua opera Al tempo dei canonici di legno, Rubbettino, 2003 (pag, 92 e segg.):

<…Alla processione di Venerdì Santo Le ho già accennato. Desidero ora dirLe dell’Affruntata, evento del giorno di Pasqua attesissirno dai concittadini d’ogni condizione. La domenica di Pasqua, durante la messa, era fatta rivivere al popolo dei fedeli la resurrezione del Cristo.Il sacerdote (di solito fatto venire da lontano appunto per le prediche pasquali) preparava i fedeli alla scena della Resurrezione con una accalorata e coinvolgente predica. Quando, arrivato al culmine del sermone, faceva con mossa repentina cadere il drappo che aveva tenuto nascosta la piccola statua del Cristo Cristo, che era stata posta alla sommità centrale dell’altare, il fer­vore delle preghiere diventava frenetico e le invocazioni di pietà e di perdono riempivano la chiesa e, ai miei occhi stupefatti, facevano apparire come reale l’evento della Resurrezione. Dalla chiesa uscivo, ricordo, con una sensazione strana fatta di esaltazione e desiderio di fare non sapevo bene che cosa. Seguiva la processione durante la quale il Cristo risorto alla fi­ne incontrava sua madre vestita a lutto, mediante l’intermediazione di San Giovanni. Le processioni erano in realtà due e percorrevano due diverse strade che convergevano nella stessa piazza. La prima, seguita dal festoso suono della banda paesana, accompagnava la statua del Cristo risorto. I fedeli che componevano quel corteo erano in massima parte festanti giovani di entrambi i ­sessi.La seconda, senza musica, accompagnava in silenzio la Ma­donna in lutto ed era costituita dai signori e dalla gente del paese di un certo livello non soltanto sociale.Tre erano i viaggi, andando dall’Uno all’Altra, che Giovanni faceva per annunziare, non creduto, alla madre dolente la resurrezione del Figlio suo. Alla fine, «appariva alla vista» della Madonna la statua di suo figlio in tutta la «gloria» della resurrezione, che lo scultore aveva saputo immaginare. Un signore del paese, ogni anno lo stesso con delega dei compaesani, tirava in quel momento la cordicella che faceva cadere il nero manto di lutto e la statua della Madre appa­riva altrettanto «gloriosa» che quella del figlio. Si ripetevano le invocazioni di perdono dei fedeli e tutti si stringevano la mano in un segno di pace. In me è rimasto un bellissimo ricordo delle Pasque della mia prima fanciullezza ed in quel ricordo trovo qualche volta rifugio quando le piatte Pasque milanesi mi rendono nostalgico dei tem­pi antichi. Il desiderio di partecipare a quelle processioni -come Lei può bene immaginare- è tanto e chissà che non trovi la forza di vincere pigrizia ed incertezza e partire, magari pressato dal pen­siero che il tempo stringe. Quelle processioni le fanno ancora, mi ha assicurato il mio amico Giacomino, ed a svelare la Madonna è sempre il “giovane” Annibale, che lo fa con la maestria che gli deriva da tanti lustri di specifica esperienza…>

Il forte interesse della Confraternita nei Confronti dei riti della Settimana santa (e del Natale) si manifesta anche sul piano culturale, con l’approfondimento e la riflessione su tematiche inerenti, come si evince da un Convegno tenuto a Bovalino Superiore sul tema “Dalla natività alla Pasqua”, oggetto di un servizio giornalistico di Giovanni Lucà, pubblicato dal “Quotidiano della Calabria” del 5 marzo 2000:

“La settecentesca chiesa Matrice di Bovalino Superiore, da poco restaurata, ha ospitato un convegno dal tema: “Dalla natività alla Pasqua. Fede, cultura e tradizione”. Voluto dall’ Arciconfraternita “Maria Santissima Immacolata”, guidata dal priore Vito Cavallo, e dal circolo di proposte artistico-culturali “Ellade”, il convegno è servito a ripercorrere le tappe che portano dalla nascita di Gesù fino alla passione, alla morte e alla resurrezione, esaminate non solo dal punto di vista teologico, ma anche da quello delle tradizioni (calabresi e bovalinesi in particolare). Una lettura in chiave squisitamente artistica è stata data da Antonio Anzani, sovrintendente scolastico regionale per la Calabria, che ha fatto un excursus sull’influenza che questi avvenimenti, descritti dai Vangeli, hanno avuto sui maggiori pittori e scultori. Uno sguardo particolare è stato dato al Rinascimento italiano, periodo in cui sono state prodotte le opere più importanti a riguardo. L’aspetto teolo­gico è stato trattato da don Ercole Lacava, parroco reggino, che ha dato una lettura appassionata dei fatti che vanno dall’annunciazione dell’Angelo a Maria, fino alla resurrezione di Gesù Cristo. La profondità dell’argomento ha preso corpo nell’intervento di Bruna Filippone, poetessa e scrittrice bovali­nese, che ha chiuso la propria relazio­ne con una lirica dagli intensi ed inti­mi accenti religiosi. Nella chiesa, per l’occasione, è stato lasciato in funzione il maestoso prese­pe che annualmente viene realizzato da Francesco Clemente. Un presepe di centoventi metri qua­drati, con personaggi, costruito e ani­mato meccanicamente, che ha la parti­colarità di ricreare, grazie ad uno spettacolare gioco di luci, le fasi della notte, dell’aurora, dell’alba col gradua­le sorgere del sole, del giorno e del tra­monto con il passaggio delle nuvole in cielo. I partecipanti al convegno hanno potuto ammirare tutto ciò, dopo di che il presepe è stato smantellato, non senza tristezza, con il preciso intento, però, di farne uno ancora più bello il prossimo Natale. E proprio dell’importanza che rive­stono i presepi nella tradizione locale ha parlato il parroco di Caulonia, don Domenico Lamberto, il quale ha avuto parole di elogio per quanto si sta facendo annualmente a Bovalino Superiore ed ha, inoltre, raccontato la sua personale esperienza in questo campo, che lo vede impegnato ormai da tanti anni nella sua parrocchia nella realizzazione di un presepe mec­canizzato fatto oggetto di tantissime visite. Al dibattito sono intervenuti anche Pasquino Crupi, il parroco di Bovalino Superiore don Emanuele Pipicelli, il presidente dell’associazione “Amici del presepe” di Reggio Calabria Ninì Sapone, il delegato diocesano per le confraternite don Giuseppe Barbaro e il consigliere regionale Domenico Crea. Ha fatto da moderatore Domenico Savica”.

Anche la stampa annualmente, in occasione della Pasqua, dedica ampi spazi ai riti della Settimana Santa, cercando di coglierne gli aspetti della tradizione e i significati più profondi, come evidenziato ad es. dall’articolo “L’Affruntata, introdotta nel 1850 da G. Blefari, segno di una fede grandiosa” della giornalista Antonella Italiano, pubblicato sulla “Gazzetta del Sud” del 5 aprile 2007:

“Bovalino Superiore o “frazione madre”. Perché tutta la storia della Bovalino jonica parte da qui, in questa culla naturale ai piedi dell’Aspromonte. Perché conserva, tra i tanti tesori, la casa natale del beato Camillo Costanzo. Perché, oltre alle tracce storiche, nel piccolo borgo sono ancora vive le tradizioni, incredibilmente suggestive in questa settimana santa. ‘I nostri riti –spiega il procuratore dell’Arciconfraternita Maria Ss. Immacolata Francesco Clemente- risalgono ai tempi in cui l’esempio visivo e la rappresentazione servivano alla gente comune per comprendere i misteri religiosi. I momenti importanti della vita di Gesù erano per questo rammentati in modo scenografico. Ma il culmine si raggiungeva con l’Affruntata, che rappresentava l’incontro fra il Cristo Risorto e Maria Santissima del Rosario’. In questa sorta di processione tre statue corrono per le vie principali del borgo. E, come in ogni Pasqua che si rispetti, il momento dell’incontro fa piangere i reggini di tutte le età. Il velo luttuoso di Maria cade davanti a Gesù Risorto, e si veste di un manto radioso. L’Affruntata fu portata a Bovalino nel 1850 da Giuseppe Blefari, che comprò le statue di San Giovanni e del Cristo Risorto. Del ‘700, invece, quella della Madonna del Rosario, oggi conservata nella Chiesa Matrice, per tanti anni il suo posto fu, invece, la cappella della Chiesa del Rosario. Alla data di costruzione di quest’ultima si riferisce, infatti, l’incisione ‘1851’, ancora visibile su uno dei mattoni esterni. Regole né scritte, né scalfite dal tempo,e tramandate dal 1594 dall’Arciconfraternita. Instancabili uomini coordinati, oggi, dal Priore Antonio Blefari, dal Parroco Giuseppe Pittarello e dal procuratore Clemente.”

In tutto il Meridione[11], a volte con modalità e sfaccettature diverse, si svolgono caratteristici Riti pasquali, che ricordano il passaggio dalle tenebre alla luce, estendendo il significato ebraico di passare oltre (pesah), di passaggio degli Israeliti dall’Egitto. Sono espressioni forti di religiosità popolare, che a volte sconfinano nel profano, ma vissuti come momenti di riflessione. La maggior parte sono di origine spagnola, portati nell’Italia Meridionale durante il relativo lungo dominio (1559-1748). In particolare in Calabria le stradine dei paesi diventano le stradine di Gerusalemme; la fede connaturata nell’animo dei calabresi porta la gente a vivere i riti con grande partecipazione, e sono emozioni che si ripetono con uguale intensità ogni anno, variamente interpretati secondo il sentire locale. I riti vengono organizzati dalle antiche Confraternite religiose e laicali, ancora presenti in molti paesi e sono finalizzati a perpetuare il culto della morte e del dolore, intesi come temi centrali presenti nella vita degli uomini; affondano le loro radici nell’esigenza sentita di rafforzare l’identità calabrese attraverso elementi che si legano al proprio passato e trovare in essi risposte certe alle nuove paure della modernità. Ogni manifestazione viene accuratamente e per tempo preparata anche nei particolari tenendo presente le caratteristiche e le tradizioni di ciascun luogo. Alcuni di questi riti, in più riprese, si è tentato anche di abolirli con decreto di autorità civili ed ecclesiastiche; ma la risposta della gente è stata un muro di fermezza e a volte di vera ostilità, in nome di una religiosità fortemente sentita e di consuetudini che resistono all’evoluzione dei tempi. Anche i dolci, che vengono preparati in questo periodo e chiamati con nomi diversi cuzzupe sgute ecc., hanno il significato della sottolineatura della festa, pertanto vanno mangiati dopo l’annuncio che Cristo è risorto, attraverso il “tocco” o suono della Gloria, che in alcuni paesi avviene anche in modo rumoroso.

A Cutro, e fino agli ’60 anche a Crotone, i ragazzi trascinano, in segno di gioia per la lieta notizia, una quantità enorme di barattoli legati tra di loro. La Domenica delle Palme, che rievoca l’ingresso di Cristo in Gerusalemme, vengono benedetti in tutti i paesi i ramoscelli di ulivo, che però non debbono essere regalati, per non essere di cattivo augurio, prima del sabato santo.

A Bova-Chora, in provincia di Reggio Calabria, gli abitanti di origine e di lingua grecanica celebrano un rito unico e spettacolare, sconosciuto nel resto della Regione. L’usanza si manifesta come un momento di collettiva sacralità popolare, e consiste nel portare in processione, fino al Santuario di San Leo, principale chiesa di Bova, delle grandi “statue” femminili, dette “pupazze”, “scolpite” con foglie di ulivo, il cui significato richiama figure quaresimali diffuse in varia forma in Grecia. Al termine di un laborioso procedimento di assemblaggio, le “figure”,differenziabili per dimensioni in madri e figlie, sono “vestite” cioè, abbellite ed adornate con fantasia con fiori freschi di campo, arricchite ed ingioiellate con frutta fresca e primizie. Dopo la loro benedizione, le sculture, portate fuori dalla chiesa, sono avvicinate dalla gente ed in parte smembrate delle loro componenti, le “steddhi,”che vengono distribuite tra gli astanti. Alcuni collocano almeno una “steddha” benedetta su un albero di ogni singolo podere, dove vi rimarrà per tutto l’anno a testimoniare l’intimo rapporto sacro che unisce uomo e creato. Altri fissano le trecce di ulivo sulla parete della camera da letto, altri sull’anta della cristalliera assieme ad immagini sante e alle foto dei propri familiari. Infine, c’è chi utilizza le foglie benedette per “sfumicari” (togliere il malocchio) alla casa, compresi i suoi abitanti. Non si conosce l’origine del rito che probabilmente risale al culto delle popolazioni preistoriche che usavano evocare la “Madre Terra” (“Mana Ji” nel greco di Bova) con riti propiziatori delle messi e della fertilità: in tutta la cultura contadina del Sud Italia, ancora affiorano tracce di simili culti ancestrali. Ma il rito che si ripete ciclicamente a Bova è speciale perchè le figure femminili, spesso giunoniche, ci ricordano il mito greco di Persephone e di sua madre Demetra, dee che presiedevano all’ agricoltura.

Il Giovedì Santo, in cui la Chiesa rievoca l’Ultima Cena di Gesù, è il giorno dedicato al rito della lavanda dei piedi. Considerato unanimemente un atto di umiltà, in Palestina assumeva il significato di accoglienza in casa dell’ospite; fino a poco tempo fa l’officiante lavava i piedi di dodici poveri del paese, ai quali veniva dato un grosso pane: oggi sono stati sostituiti da ragazzi. Nello stesso giorno nelle Chiese vengono allestiti i cosiddetti “Sepolcri”, meta della visita serale dei fedeli, adornati dai “Grasti”, vasi con chicchi di grano fatti germogliare al buio.

Nel campo delle rappresentazioni della Passione (La Pigghiata), famose quelle di Laino Borgo, di Luzzi, Tiriolo e Caccuri. Il Venerdì è il giorno sacro per eccellenza in Calabria: è il giorno della morte di Gesù, il giorno del digiuno, il giorno dei divieti, il giorno in cui non ci si pettina…E’ anche il giorno delle tristi processioni: caratteristiche quelle dei Misteri di Sambiase; del Cristo morto con l’Addolorata a Nicastro; della “Schiovazione” a Serra San Bruno; dei “flagellanti” di Verbicaro, che con grossi funi si battono il petto in segno di ringraziamento per grazie ricevute; degli “incappucciati” di Stilo, membri di una confraternita che distribuisce lungo la via pani benedetti.

Altri riti il Sabato santo: a Gioiosa Ionica e a Serra San Bruno la processione degli “spinati” , che hanno in testa corone di spine e accompagnano fino al calvario la “Naca” col Cristo adagiato su un letto adornato di centinaia di fiori ed angeli di pregevole fattura assieme all’Addolorata, alla Maddalena e a San Giovanni; a Caulonia il “Caracolo” che ricorda un evento del 1640 legato alla dominazione spagnola: infatti in castigliano significa “cullare” ed è lo stesso passo che si effettua nelle processioni della “Semana Santa” di Siviglia (a mezzanotte poi nella chiesa del Carmine il rito della “svelata”, l’Immacolata che perde il manto nero e risplende nella sua veste azzurro cielo, simbolo di felicità per la Resurrezione di Cristo); a Luzzi “l’incanto” dell’Addolorata; a Nocera Terinese la processione dell’Addolorata con il Cristo morto, che s’incrocia con la rappresentazione dei “Vattienti” flagellanti e sanguinanti (con l’utilizzo del “cardo”, una tavoletta di sughero in cui sono infisse tredici scaglie di vetro, tredici quanti erano i presenti all’Ultima Cena); a Cutro quella della “Naca” che richiama la sofferenza, la passione e il sorriso del famosissimo Crocifisso seicentesco di Fra’ Umile da Petraia; a Petilia Policastro quella del “Calvario”, lunga e tortuosa processione che dal centro abitato perviene al Santuario della Spina.

Tutta la ritualità della Settimana Santa è di preparazione alla festa della Domenica: di prima mattina ci si lavava con l’acqua attinta la notte della veglia pasquale, “l’acqua nova” conservata anche per combattere le “magarie”. Dopo il culto della morte quindi la riaffermazione della vita, il bisogno di resurrezione che si manifesta attraverso le “Affruntate” o “Confrunte”, diffuse soprattutto nel Vibonese e nel Reggino (Vibo, Arena, Dasà, Soriano, Mileto, Bovalino): il Cristo risorto dopo una corsa veloce si “incontra” con la Madre che viene “svelata dal dolore”. Dall’andamento della “Affruntata” si traggono auspici per l’anno in corso: se la statua della Madonna durante la sua corsa ha qualche inclinazione è cattivo presagio.[12]

Capitolo ottavo – Il culto dell’Immacolata

La festa ecclesiale dell’Immacolata Concezione, che è la patrona di Bovalino Superiore, si celebra l’8 dicembre, ma i festeggiamenti si svolgono l’8 settembre, giorno in cui ricorre la natività della Beata Vergine Maria, per il privilegio concesso da papa Clemente VIII a seguito del miracolo che la Vergine fece l’8 settembre 1594, salvando il paese e i suoi abitanti dall’incendio appiccato dai Turchi. I festeggiamenti religiosi prevedono il novenario, la messa e la processione; quelli civili gli inevitabili accessori di luminarie, di musica varia e di fuochi d’artificio. L’Arciconfraternita ogni anno impegna notevoli risorse umane e materiali per organizzare al meglio i festeggiamenti in onore dell’Immacolata con momenti religiosi e civili significativi, come si evince ad esempio dai programmi sottoindicati trascritti dalle rispettive locandine del 1954, del 1974, del 1996, del 2003, del 2004, del 2005, del 2006 e del 2007.

Festività in onore di Maria ss. Immacolata in Bovalino Superiore nei giorni 7-8-9 e 10 settembre 1954 / “Fedeli, ricorre quest’anno, e celebra l’immenso palpito del culto Mariano che tutto il mondo pervade di luce divina, il primo centenario della proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione. Tutto l’orbe cattolico, che effonde aneliti di purissima Fede dagli eterni ghiacciai polari alle palafitte delle foreste tropicali, dalle sterminate pianure del nuovo mondo alle corrose e gloriose vestigia della Terra di GESU’, delle babeliche metropoli di questo nostro congestionato e ossessionato emisfero occidentale alle torbide rive infocate ove brulicano le genti di colore; dovunque il segno della Croce rifulge come fiaccola ardente: o al culmine dei Templi fastosi e famosi che serrano per fluire di secoli i tesori inestimabili del genio dell’arte della di tutti i tempi, o nella mano del missionario che fende con la punta del cuore sanguinante la jungla misteriosa per guadagnare un’anima ignara al culto di DIO, se pur non raccoglie nei foschi labirinti delle “jungle dorate”, gli ultimi conati blasfemi di un’umanità decadente e peccaminosa, per farne un grido di allarme che susciti la rinascita e la vittoria della Fede e dell’Amore; dovunque, su tutto e su tutti, un Nome Santo campeggia maestoso e radioso: Maria Immacolata! Bovalino, nella sua “Rocca” onusta di storia, che il tempo dissolve nelle antiche mura e negli orti opimi, ma la poesia dei ricordi perpetua nelle menti e nei cuori dei suoi figli vicini e lontani, si raccoglie attorno al paradisiaco sorriso della Madonna dalle chiome d’oro, per rinnovarLe la sua consapevole sudditanza, per chiederLe perdono e pietà, per prometterLe di ritrovare, in fervore d’intendimenti cristiani e di opere sagge, le smarrite Vie del Signore. Bovalino, al cui civico onore è legata, fin dall’epica Battaglia di Lepanto, una particolare devozione alla Vergine santissima, vi chiama a dolce convegno o fedeli, per un rito di devozione permeato di sincero pentimento e di leale promessa, tra le nobili mura che accolsero i primi vagiti del Martire Santo Camillo Costanzo. Tra questi superstiti frammenti di quello che fu uno dei centri più cospicui della Calabria, su questa ormai spoglia e stanca terrazza dalla quale lo sguardo dilaga per monti e per valli e per mare, tra questa gente che custodisce il mito armonioso della fedeltà alla madre terra, risposando la tradizionale vicenda agreste con umiltà patriarcale, vedrete la rifulgente Immagine consolarvi del Suo ineffabile splendore, mentre al sommo delle Chiome d’Oro vi parrà di scorgere, tra la gemmata corona, una goccia del vostro pianto fatta perla d’amore, e il sospiro della vostra preghiera vi parrà così possente da scuotere quel fluttuante Manto di cielo trapunto di stelle!” (Bovalino Superiore, 20 agosto 1954 – Pietro De Domenico, Priore onorario della Confraternita)

Programma dei Festeggiamenti: Manifestazioni religiose. 31 agosto 1954 / Ore 16.00-Apertura della festa annunciata con diversi colpi di mortaio. 7 Settembre 1954 / Ore 8.00-Esposizione del Santissimo Sacramento per le Quarantore Circolanti. Ore 11.00-Seconda messa cantata per propiziare salute ai devoti offerenti residenti fuori paese. Ore 18.00-Discorso Eucaristico Mariano tenuto dal Rev. Padre Apollonio da Ponza O.F.M. 8 Settembre 1954 / Ore 10.30-Messa cantata con panegirico del sullodato Padre Predicatore e Comunione Generale. Ore 18.00-Discorso Eucaristico tenuto dal Molto Reverendo Arciprete D. Saverio Pelle. Ore 19.00-Chiusura delle Quarantore Circolanti. 9 Settembre / Ore 9.00-Apertura solenne del Congresso Mariano. Vi parteciperanno eminenti personalità che con la loro presenza daranno lustro alla celebrazione dell’anno Mariano. Durante il Congresso parleranno il Signor Colonnello in congedo Comm. Emilio Francillo, il Prof. Dott. Rev. D. Giuseppe Marrapodi, la Signora Mesiti ed il Rev. Arc. D. Saverio Pelle. 10 Settembre / Ore 8.00-Arrivo dell’amatissimo Presule S. E. Mons. Pacifico M. Perantoni Vescovo della nostra Diocesi. S. E.,assunti gli abiti Pontificali, preceduto dal Clero, dalle Autorità Civili , Militari, dai Fedeli e dalla Musica, si dirigerà verso la Chiesa Matrice dove il Sindaco porterà il saluto della Cittadinanza di Bovalino. Ore 9.00-Riapertura del Congresso Mariano. Parleranno l’assessore Provinciale del Collegio Avv. Giov. Battista Ghiozzi ed il Rev. Mons. Giuseppe Macrì. Chiuderà questa commovente cerimonia Mariana il Rev.mo Monsignore Vescovo S.E. Perantoni. Ore 11.00-Messa cantata con omelia. Le lodi alla Madonna SS. Saranno dette dal valoroso Predicatore Padre Apollonio da Ponza. Ore 17.00-A conclusione delle celebrazioni in onore della Madonna, sarà trionfalmente portata in processione per le vie principali del paese. All’arrivo in piazza della Sacra Vergine, dove sarà eretto un apposito Palco, S. E. il Vescovo porrà sulla testa della Regina di tutto l’Universo una Corona di oro con pietre preziose, offerta dal devoto popolo di Bovalino. Dopo l’avvenuta incoronazione, il Sindaco leggerà l’atto di consacrazione del paese alla Madonna.

Manifestazioni varie. Il grande e rinomato Concerto Bandistico Città di Specchia (Lecce) allieterà i giorni 9 e 10 settembre i festeggiamenti con servizio scelto in piazza e per le vie del paese. La Piazza e le vie del paese saranno artisticamente e sfarzosamente illuminate da una rinomata Ditta della Provincia. La Chiesa Matrice sarà addobbata con arte e gusto dalla Ditta Montagnose da Ardore. Uno dei migliori pirotecnici della Provincia darà prova della sua valentia in un tripudio di colori nel corso della grandiosa processione. N. B. Appositi servizi speciali di Autopulman saranno predisposti per congiungere Bovalino Superiore con tutti i paesi viciniori. (La Confraternita della SS. Immacolata).

Festa in onore di Maria SS. Immacolata nei giorni 7 e 8 settembre 1974 in Bovalino Superiore (R.C.) / Programma dei Festeggiamenti: 29 Agosto / Ore 19.00-Inizio della novena annunciata con diversi colpi di mortaretti e rullo del tamburo. 7 Settembre / Ore 16.00-Arrivo del Concerto Bandistico “Città di Varapodio”. Ore 18.30-Vespri solenni. Ore 21.00-In piazza G. Ruffo, si esibirà il complesso di musica leggera con la partecipazione di 4 cantanti. 8 Settembre / L’alba festiva sarà salutata dallo sparo di mortaretti e dal tradizionale mattutino. Ore 8.00-S. Messa propiziatrice per gli emigrati. Ore 10.30-Solenne Messa Cantata Ore 18.00-Solenne funzione religiosa con orazione panegirica. Ore 18.30-Processione dell’artistica Immagine per le vie cittadine. Ore 21.00-In Piazza G. Ruffo si esibirà il complesso di musica leggera La Tromba del Sud con la partecipazione di Rody Guez. La Chiesa sarà addobbata con arte e gusto dalla ditta F.lli Gallo da Gioiosa Jonica. La Piazza e le vie principali del paese saranno artisticamente e sfarzosamente illuminate dalla rinomata ditta Schiavone da Reggio Calabria. (La Procura)

Arciconfraternita Maria ss. Immacolata-Bovalino / Festeggiamenti patronali-Chiesa matrice 6,7, 8 sett.1996[13] / Fedeli, l’otto Settembre è prossimo ormai. Prepariamoci con i cuori ricolmi di amore a venerare l’Immacolata che in questo giorno si festeggia. PreghiamoLa a voler intercedere per 1’Umanità tutta, a vincere il male che giornalmente ci tenta e ci circonda. Illuminiamoci del suo sguardo di Mamma, clemente e purificatrice e copriamoci del suo man­to caritatevole e misericordioso: Ella non ci disdegna. Se veramente convinti di ciò, se sicuri del suo immancabile per­dono per ogni colpa commessa, se dolcemente ci lasciamo accarezzare dall’ebbrezza divina che il suo sorriso sprigiona, allora si che sapremo allontanarci dagli affanni terreni, dagli odi, dalle guerre e dalle sofferenze che ne derivano. Con questo spirito di. religiosità, con questi intendimenti di fede, 1’Arciconfraternita M. SS Immacolata di Bovalino S. esorta tutti ad essere sempre più umili ed indulgenti, unico modo per meri­tare l’amore della “Regina Pacis” Maria Immacolata.

Programma: giovedì 29 agosto / Ore 20.00-Esposizione dell’antico Simulacro della Vergine Immacolata per l’inizio della novena, annunciata dal rullo dei tamburi e dai fuochi d’artificio. Giovedì 5 settembre / ore19.00-Santa Messa propiziatrice e di ringraziamento per gli emigrati. Venerdì 6 settembre / Giornata dedicata a tutti i confratelli defunti. Ore 19.00-Santa Messa solenne celebrata dal Rev.mo Don E. Pipicelli. Ore 21.00- Grande serata con il complesso musicale “I Nuovi eroi” con la partecipazione del cantautore “Franco Strangio” e del balletto formata dalla coppia Bruno Rossi e Claudio Ferraro del gruppo danze sportive-rapsodia di Reggio Calabria premiati campioni regionali, interregionali e semifinalisti ai campionati italiani anno 1996 di danze standard latino-americane. Conclude la serata con un’esibizione di assolo di tromba il maestro “Ilario Lamberto”. Sabato 7 settembre / Ore 08.00-Santa Messa. Ore17.00-Il concerto bandistico Città di Bovalino Sup. allieterà le vie principali del paese. Ore19.00-Santa Messa,inizio vespri con solenne conferenza. Ore 21.00-Presentazione inaugurale alla cittadinanza del Concerto Bandistico “Maria ss. Immacolata” che intratterrà tutta la sera­ta con musiche scelte diretto dal Maestro Direttore e Concertatore “Ilario Lamberto”. Domenica 8 settembre / Ore 08.00-Santa Messa. Ore 08.30-Arrivo del grande Concerto Bandistico “Città di Falerna” che percorrerà le principali vie di Bovalino M.. Ore 11.00-Santa Messa con omelia. Ore 18.30-Santa Messa cantata; successivamente sfilerà per le vie del paese la solenne processione ravvivata da una sugge­stiva fiaccolata e da uno spettacolo pirotecnico acceso dalla rinomata Ditta La Rosa da Bagheria (PA); in piazza il saluto del Priore e una orazione panegirica tenuta da Don Bruno Sculli completeranno la suddetta funzione. Ore 21.00-Grande serata di opere scelte di musica operistica. Ore 23.30-Fantasioso festival di fuochi d’artificio; interverranno le rinomate maestranze Cav. Pasquale Nasta da Marcianise (CE); Cav. Lorenzo La Rosa da Bagheria (PA); Cav. Gabriele Vallefuoco da Mugnano (NA). La festa si concluderà con la riffa e con la trionfale cerimonia del vincitore dello spettacolo pirotecnico. La Piazza e le vie del paese saranno illuminate dalla Ditta Luminaria Jonica da Benestare. L’Arciconfraternita ringrazia il Commissario prefettizio del Comune di Bovalino, le autorità civili, religiose, militari, tutta la cittadinanza, i paesi viciniori e i devoti dall’Italia e dall’Estero.

L’Arciconfraternita Maria ss. Immacolata con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Bovalino presenta i festeggiamenti patronali in onore di Maria ss. Immacolata Bovalino Superiore – Chiesa matrice 6,7,8 settembre 2003 – Festa di miracolo / Fedeli, dopo una novena trascorsa nella preghiera e nella meditazione, l’8 settembre si avvicina atteso con trepidazione e tanto sentimento di religiosità. Viviamolo allora con fede e gioia, pregando Colei che intercede per noi presso Dio: Maria SS. Immacolata. Illuminiamoci del Suo sorriso, copriamoci sotto il suo manto stellato, guardiamo in Lei con fiducia, affinchè il cuore di tutti noi non conosca mai l’odio, ma l’amore per il prossimo. Prepariamoci a vivere questo giorno, con serenità, spirito di fratellanza, allontanando da noi il peccato e implorando la Madonna perché ci aiuti a saper sopportare e comprendere, amare e perdonare.

PROGRAMMA Religioso: VENERDI’ 29 AGOSTO / Ore 18.00–Esposizione dell’antico simulacro della Vergine Immacolata per l’inizio della novena, annunciato dal rullo dei tamburi e dalla batteria di colpi oscuri. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica. DA SABATO 30 AGOSTO A GIOVEDI’ 4 SETTEMBRE / Ore 18.15–Recita del Santo Rosario Ore 19.00-Celebrazione Eucaristica VENERDI’ 5 SETTEMBRE / (Primo venerdì del mese) Ore 18.15-Recita del Santo Rosario con la partecipazione del gruppo di preghiera Carlo sei con noi. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica propiziatrice e di ringraziamento per gli emigrati. Durante la Santa Messa si svolgerà il rito della vestizione per nuovi aderenti Confratelli e sarà espresso un messaggio di fede alla devozione Mariana. SABATO 6 SETTEMBRE / (Giornata dedicata ai Confratelli defunti) Ore 18.15–Recita del Santo Rosario Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica DOMENICA 7 SETTEMBRE / Ore 18.15–Recita del Santo Rosario Ore 19.00-Celebrazione Eucaristica. LUNEDI’ 8 SETTEMBRE / Ore 9.00–Celebrazione Eucaristica. Ore 18.15–Recita del Santo Rosario. Ore 19.00–Santa Messa con omelia. Successivamente sfilerà per le vie del paese la solenne processione ravvivata da una suggestiva fiaccolata e da uno spettacolo pirotecnico acceso dalla rinomata ditta Cav. Di Candia da Sassano (SA).

PROGRAMMA Civile: VENERDI’ 29 AGOSTO / Ore 17.30–Il concerto bandistico Maria SS. Immacolata allieterà le vie del paese. Ore 20.00–Giochi popolari in piazza. Ore 20.30–In piazza G. Ruffo Sagra della zeppola, allietata dal suono folkloristico degli organetti e tamburelli suonati da giovanissimi. Ore 21.00–Proiezione del documentario L’Immacolata e Bovalino. Ore 22.00–Uno spettacolo pirotecnico concluderà la serata. SABATO 6 SETTEMBRE / Ore 20.00–Visita del paese da parte dei presenti e delle Autorità competenti e della Commissione del concorso Borgo in fiore, patrocinato dall’assessorato al turismo del Comune di Bovalino. La serata sarà allietata dal gruppo folkloristico Leucopetra di Lazzaro. DOMENICA 7 SETTEMBRE / Ore 16.00–Il concerto bandistico Maria SS. Immacolata di Bovalino Superiore percorrerà le principali vie di Bovalino Marina allietandole con allegre marce. Ore 18.00–Giro per le viuzze dell’antico borgo di Bovalino Superiore da parte del concerto bandistico dello stesso paese. Ore 21.30–Presso l’antico castello normanno, il Centro Teatrale Meridionale presenta Il procuratore di matrimoni di Mario La Cava con Domenico Pantano e Diego Ghiglia. LUNEDI’ 8 SETTEMBRE / Ore 8.30–Il concerto bandistico Maria SS. Immacolata sfilerà per le vie del paese. Ore 10.30–Esibizione in piazza del concerto bandistico Maria SS. Immacolata in un repertorio scelto di musica sinfonica. Ore 17.00–Giro del paese della stessa banda. Ore 21.30–Fantastico show di musica leggera con il Gruppo Italian band con la partecipazione della cantante Valentina Cavagnani di San Remo Giovani. Ore 23.00–Inizio spettacolo di fuochi d’artificio eseguito da: Cav. Di Candia da Sassano(Sa); Cav. Padovano da Genzano di Lucania(Pz). La festa si concluderà con la riffa e la trionfale cerimonia di premiazione ai pirotecnici ed altri interventi. Le principali vie del paese saranno illuminate dalla Ditta L’Arte dell’Illuminaria di Guidace e Parpiglia di Benestare (RC). L’Arciconfraternita ringrazia l’Amministrazione Comunale, le autorità Civili, Religiose, Militari, tutta la Cittadinanza, i Paesi viciniori e i Devoti dall’Italia e dall’Estero. (Il Parroco Giuseppe Pittarello – Il Priore dell’Arciconfraternita Antonio dott. Blefari)

L’Arciconfraternita Maria ss.Immacolata con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Bovalino presenta i festeggiamenti patronali in onore di Maria ss. Immacolata Bovalino Superiore – Chiesa matrice 6,7,8 settembre 2004 – Festa di miracolo / Fedeli, dopo una novena trascorsa nella preghiera e nella meditazione, l’8 settembre si avvicina atteso con trepidazione e tanto sentimento di religiosità. Viviamolo allora con fede e gioia, pregando Colei che intercede per noi presso Dio: Maria SS. Immacolata. Illuminiamoci del Suo sorriso, copriamoci sotto il suo manto stellato, guardiamo in Lei con fiducia, affinchè il cuore di tutti noi non conosca mai l’odio, ma l’amore per il prossimo. Prepariamoci a vivere questo giorno, con serenità, spirito di fratellanza, allontanando da noi il peccato e implorando la Madonna perché ci aiuti a saper sopportare e comprendere, amare e perdonare.

PROGRAMMA Religioso: VENERDI’ 29 AGOSTO / Ore 18.00–Esposizione dell’antico simulacro della Vergine Immacolata per l’inizio della novena, annunciato dal rullo dei tamburi e dalla batteria di colpi oscuri. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica. DA LUNEDI’ 30 AGOSTO A GIOVEDI’ 2 SETTEMBRE / Ore 18.30–Santo Rosario Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica VENERDI’ 3 SETTEMBRE / (Primo venerdì del mese) Ore 18.15–Santo Rosario con la partecipazione del gruppo di preghiera Carlo sei con noi. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica SABATO 4 SETTEMBRE / Ore 18,30–Santo Rosario Ore 19,00–Celebrazione Eucaristica DOMENICA 5 SETTEMBRE / Ore 18,30–Santo Rosario Ore 19.00-Celebrazione Eucaristica propiziatrice e di ringraziamento per gli emigrati. Durante la Santa Messa si svolgerà il rito della vestizione per nuovi aderenti Confratelli e sarà espresso un messaggio di fede mariano. LUNEDI’ 6 SETTEMBRE / (Giornata dedicata ai Confratelli defunti) Ore 18.30–Santo Rosario Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica MARTEDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 18.30–Santo Rosario Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica. MERCOLEDI’ 8 SETTEMBRE / Ore 9.00–Celebrazione Eucaristica. Ore 18.00–Santo Rosario. Ore 18.30–Celebrazione Eucaristica con omelia. Successivamente sfilerà per le vie del paese la solenne processione ravvivata da una suggestiva fiaccolata e da uno spettacolo pirotecnico acceso dalla rinomata ditta Cav. Di Candia da Sassano (SA).

PROGRAMMA Civile: DOMENICA 29 AGOSTO / Ore 17.00–Il concerto bandistico Maria SS. Immacolata allieterà le vie del paese. Ore 21.00–Nei pressi del Borgo Castello serata gastronomica con degustazione di prodotti tipici locali, allietata dal Gruppo di Musica leggera “I Blu Seta”. Ore 23.00–Uno spettacolo pirotecnico concluderà la serata. DOMENICA 5 SETTEMBRE / Ore 20.00–Visita del paese da parte dei presenti e delle Autorità competenti e della Commissione del concorso Borgo in fiore, patrocinato dall’assessorato al turismo del Comune di Bovalino. La serata sarà allietata dal Gruppo Storico “Mirabilia” di Catanzaro, che rievocherà un evento storico bovalinese del 1600: “Le Feluche dell’Abate Spinelli e la pirateria Cristiana del 1600” LUNEDI’ 6 SETTEMBRE / Ore 21.00–Serata del folklore con il Gruppo “I Calabrisella” e delle tradizioni popolari gastronomiche. MARTEDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 8.30–Il concerto bandistico Maria SS. Immacolata percorrerà le vie dell’antico Borgo. Ore 10.00–Giro del suddetto Concerto Bandistico per le vie principali di Bovalino Marina. Ore 17.00–Giro del Concerto Bandistico Maria SS. Immacolata per le vie del paese. Ore 21.00–In Piazza Gaetano Ruffo Recital del Tenore Aldo Iacopino “Profumo di Napoli” con la partecipazione del Maestro Michele Macrì. Presenta la serata Mary Fulco. MERCOLEDI’ 8 SETTEMBRE / Ore 8.30–Arrivo del Concerto Bandistico “Città di S. Giorgio Jonico” che sfilerà per le vie del paese. Ore 10.00–Esibizione in Piazza del Concerto Bandistico “Città di S. Giorgio Jonico” in un repertorio scelto di Musica Sinfonica. Ore 17.00-Giro del Concerto Bandistico “Città di S. Giorgio Jonico” per le vie del paese. Ore 17.30-Esibizione in Piazza del Concerto Bandistico “Città di S. Giorgio Jonico” diretto dal Maestro e Direttore Concertatore Paola Vizzi. Ore 23.00–Fantasioso Festival di Fuochi d’artificio con la partecipazione delle rinomate ditte: Cav. Di Candia da Sassano(Sa); Cav. Padovano da Genzano di Lucania(Pz). Ore 24.00–In piazza Gaetano Ruffo riprenderà la Serata Operistica interrotta. La festa si concluderà con la riffa e la trionfante cerimonia di premiazione ai pirotecnici ed altri interventi. Le principali vie del paese saranno illuminate dalla Ditta L’Arte dell’Illuminaria di Guidace e Parpiglia di Benestare (RC). L’Arciconf. ringrazia l’Amministrazione Comunale, le autorità Civili, Religiose, Militari, tutta la Cittadinanza, i Paesi viciniori e i Devoti dall’Italia e dall’Estero. (Il Parroco Giuseppe Pittarello – Il Priore dell’Arciconfraternita Antonio dott. Blefari)

L’atmosfera e i sentimenti della festa del 2004 sono espressi mirabilmente da Cetty Blefari nell’articolo “Bovalino Superiore… Ritorno all’antico”, pubblicato sul settimanale locale “Nuova Calabria”: “Come ogni anno, cultura, folklore, tradizione e fede popolare si sono mescolati nell’aria di festa del Borgo di Bovalino Superiore, in onore della Beata Vergine. Dal cinque all’otto settembre i festeggiamenti civili e religiosi hanno rallegrato le strade del rione e riempito di gente e rumore le vie quasi sempre deserte, abituate ad un silenzio antico… La quiete, gli alberi, l’aria fresca e pulita, la notte sono stati preziosi collaboratori per un ritorno al passato. La sera del cinque settembre scorso infatti Bovalino Superiore ha fatto un salto all’indietro. Candele, fiori, cesti di prodotti tipici (fichi d’india, mandorle, noci) sparsi per tutto il rione a ricordo di antichi usi, con il sopraggiungere della notte hanno reso magico lo spettacolo messo in atto dai Mirabilia (gruppo storico catanzarese) “Le Feluche dell’Abate Spinelli e la pirateria Cristiana del 1600”. Costumi seicenteschi, dame di corte, sbandieratori, mangiatori di fuoco hanno danzato e giocato per il paese fino all’arrivo al castello normanno. Qui lo spettacolo teatrale si è aperto con la lettura dell’atto notarile dell’abate Spinelli sulla divisione del bottino dei pirati e, a seguito, scene di guerra, duelli di spade e di fuoco hanno destato l’incanto, fino a tarda notte, nella folla presente. Con la partecipazione al concorso “Borgo in fiore” si è conclusa questa nuova originale esperienza per Bovalino Superiore che, per una volta, ha voluto investire nella cultura e nell’arte i fondi raccolti per la festa del paese. Ebbene, per la prima volta, al paese e soprattutto al castello devastato negli anni dall’incuria della gente è stato restituito ciò che in passato era stato negato: la cultura, l’arte, il sacro valore dell’antico.Credo sia questa la carta vincente per iniziare a valorizzare e custodire ciò che la storia ci ha lasciato. Queste ed altre iniziative possono incrementare la partecipazione popolare per il rinnovo di ciò che gli appartiene. Per tutto ciò, personalmente, mi sento di ringraziare pubblicamente l’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata di Bovalino Superiore, l’amministrazione comunale, nonché la Regione Calabria, Assessorato alla Cultura… Le strade della cultura sono infinite e sempre aperte…

L’Arciconfraternita Maria ss. Immacolata presenta i festeggiamenti patronali in onore di Maria ss. Immacolata Bovalino Superiore – Chiesa matrice 6,7,8 settembre 2005 – Festa di miracolo / Fedeli, dopo una novena trascorsa nella preghiera e nella meditazione, l’8 settembre si avvicina atteso con trepidazione e tanto sentimento di religiosità. Viviamolo con fede e gioia, pregando Colei che intercede per noi presso Dio: Maria SS. Immacolata. Illuminiamoci del Suo sorriso, copriamoci sotto il suo manto stellato,guardiamo in Lei con fiducia, affinché il cuore di tutti noi non conosca mai l’odio, ma l’amore per il prossimo. Prepariamoci a vivere questo giorno, con serenità, spirito di fratellanza, allontanando da noi il peccato e implorando la Madonna perché ci aiuti a saper sopportare e comprendere, amare e perdonare

PROGRAMMA Religioso: LUNEDI’ 29 AGOSTO / Ore 18.00–Esposizione dell’antico simulacro della Vergine Immacolata per l’inizio della novena, annunciato dal rullo dei tamburi e dalla batteria di colpi oscuri. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica. DA MARTEDI’ 30 AGOSTO A GIOVEDI’ 1 SETTEMBRE / Ore 18.15–Santo Rosario Ore 19.00-Celebrazione Eucaristica VENERDI’ 2 SETTEMBRE (Primo venerdì del mese) / Ore 18.15-Recita del Santo Rosario, con la partecipazione del gruppo di preghiera Carlo sei con noi. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica SABATO 3 SETTEMBRE E DOMENICA 4 SETTEMBRE / Ore 18,15–Santo Rosario Ore 19,00–Celebrazione Eucaristica LUNEDI’ 5 SETTEMBRE / Ore 18,15–Santo Rosario Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica propiziatrice e di ringraziamento per gli emigrati. Durante la Santa Messa si svolgerà il rito della vestizione per nuovi aderenti Confratelli e sarà espresso un messaggio di fede mariano. MARTEDI’ 6 SETTEMBRE (Giornata dedicata ai Confratelli defunti) / Ore 18.15–Santo Rosario Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica MERCOLEDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 18.15–Santo Rosario Ore 19.00 – Celebrazione Eucaristica. GIOVEDI’ 8 SETTEMBRE / Ore 08.30–Celebrazione Eucaristica. Ore 11.00–Celebrazione Eucaristica. Ore 18.00–Raduno delle Confraternite nella Chiesa S. Caterina per poi sfilare verso la Chiesa Matrice in abiti ed insegne tradizionali accompagnate dal Concerto Bandistico “Città di Bracigliano”. Ore 18.15-Santo Rosario. Ore 18.30–Celebrazione con omelia e benedizione Eucaristica con omaggio floreale da parte delle Confraternite. Successivamente sfilerà per le vie del paese la solenne processione ravvivata da una suggestiva fiaccolata e da uno spettacolo pirotecnico acceso dalla rinomata ditta Cav. Di Candia da Sassano (SA).

PROGRAMMA Civile: LUNEDI’ 29 AGOSTO / Ore 18.00–L’orchestra giovanile di fiati “Junior Band” di Ardore Superiore allieterà le vie del paese. Ore 21.00–Nei pressi del Borgo Castello serata gastronomica con degustazione di prodotti tipici locali. La serata sarà allietata da un concerto tenuto dall’orchestra giovanile di flauti “Junior Band”, diretta dal Maestro Salvatore Sgambelluri. Ore 23.00–Uno spettacolo di giochi pirotecnici, della rinomata Ditta F.lli Di Candia di Sassano(Sa), concluderà la serata. DOMENICA 4 SETTEMBRE Ore 21.30–Presso l’antico castello normanno, il Gruppo Teatro Bosco presenta “A buonanima da suocera”, tradotto da Angela Tallura, regia di Enzo Tallura. LUNEDI’ 5 SETTEMBRE / Ore 21.00–In piazza Gaetano Ruffo Show Musicale con Alessia Superstar della trasmissione televisiva di Italia 1, offerto e sponsorizzato dalla Regione Calabria – Assessorato al Turismo e Spettacolo. MARTEDI’ 6 SETTEMBRE / Ore 21.30–Esibizione artistica di Nino Racco. Spettacolo teatrale “Il mondo dei Cantastorie” (Colapesce, Baronessa di Carini, Peppe Musolino). MERCOLEDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 8.30–Il Concerto Bandistico “Maria SS. Immacolata” sfilerà per le vie principali di Bovalino Marina. Ore 10.30–Il suddetto concerto bandistico sfilerà per le vie dell’antico Borgo. Ore 17.00–Il concerto bandistico “Maria SS. Immacolata” sfilerà per le vie del paese con sosta ed esecuzione di “Rinomate Marce Sinfoniche” in Piazza Chiesa Matrice. Ore 21.30–In Piazza Gaetano Ruffo serata di musica leggera con “I Santo California” in concerto GIOVEDI’ 8 SETTEMBRE / Ore 8.30–Arrivo de Concerto Bandistico “Città di Bracigliano” (Sa), che sfilerà per le vie del paese. Ore 16.30–Pomeridiana in piazza Gaetano Ruffo del suddetto Concerto Bandistico in un repertorio di musica sinfonica, diretto dal Grande Ufficiale Direttore e Concertatore Maestro Gerardo Garofano. Seguirà il giro per le vie del paese. Ore 21.30–In piazza Gaetano Ruffo Serata Operistica del Concerto Bandistico “Città di Bracigliano”. Ore 23.00–Inizio spettacolo di fuochi d’artificio eseguito dalle rinomate ditte: Cav. Di Candia da Sassano(Sa); Cav. Brucella-Pellicani da Modugno(Ba). La festa si concluderà con la riffa e la cerimonia di premiazione ai pirotecnici. Le principali vie del paese saranno illuminate dalla Ditta L’Arte dell’Illuminaria di Guidace e Parpiglia di Benestare(RC). L’Arciconfraternita ringrazia l’Amministrazione Comunale, l’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria,le Autorità Civili, Religiose, Militari, tutta la Cittadinanza, i Paesi viciniori e i Devoti dall’Italia e dall’Estero. (Il Parroco Giuseppe Pittarello – Il Priore dell’Arciconfraternita Antonio dott. Blefari)

L’Arciconfraternita Maria ss. Immacolata presenta i festeggiamenti patronali in onore di Maria ss. Immacolata Bovalino Superiore – Chiesa matrice 5,6,7,8 settembre 2006 – Festa del miracolo / Fedeli, Bovalino, nella sua “ROCCA” onusta di storia, che il tempo dissolve nelle antiche mura e negli orti opimi, che la poesia dei ricordi perpetua nelle menti e nei cuori dei suoi figli vicini e lontani, si raccoglie attorno al paradisiaco sorriso della MADONNA DALLE CHIOME D’ORO, per rinnovarLe la sua consapevole sudditanza, per chiederLe perdono e pietà, per prometterLe di ritrovare in fervore di intendimenti cristiani e di opere sagge, le smarrite vie del Signore.

PROGRAMMA Religioso: MARTEDI’ 29 AGOSTO / Ore 18.00–Esposizione dell’antico simulacro della Vergine Immacolata per l’inizio della novena, annunciato dal rullo dei tamburi e dalla batteria di colpi oscuri. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica. DA MERCOLEDI’ 30 AGOSTO A GIOVEDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 18.30–Recita del Santo Rosario Ore 19.00-Celebrazione Eucaristica. VENERDI’ 1 SETTEMBRE (Primo venerdì del mese) / Ore 18.15-Giornata animata dal Gruppo di preghiera Carlo sei con noi. MERCOLEDI’ 6 SETTEMBRE / Giornata del ringraziamento per gli emigrati. Durante la Santa Messa si svolgerà il rito della vestizione per i nuovi aderenti Confratelli e sarà espresso un messaggio di fede alla devozione Mariana. GIOVEDI’ 7 SETTEMBRE Giornata dedicata ai Confratelli defunti. VENERDI’ 8 SETTEMBRE Ore 08.30–Celebrazione Eucaristica. Ore 11.00–Celebrazione Eucaristica. Ore 18.30-Recita del Santo Rosario. Ore 19.00–Celebrazione con Omelia e Benedizione Eucaristica. Successivamente sfilerà per le vie del paese la solenne processione ravvivata da una suggestiva fiaccolata e da uno spettacolo pirotecnico acceso dalla rinomata ditta “L’Artificiosa” dei F.lli Di Candia da Sassano (Sa).

PROGRAMMA Civile: MARTEDI’ 29 AGOSTO / Ore 18.00–L’orchestra di fiati “Città di Ardore” allieterà le vie del paese. Ore 21.30–In piazza G. Ruffo la serata sarà allietata dalle melodiche note dell’Orchestra di flauti “CITTA’ DI ARDORE”, diretta dal Maestro Salvatore Sgambelluri. Ore 22.30–Uno spettacolo di giochi pirotecnici, della rinomata Ditta “L’Artificiosa” dei F.lli Di Candia di Sassano(Sa), concluderà la serata. MARTEDI’ 5 SETTEMBRE Ore 21.30–In Piazza Gaetano Ruffo, il Gruppo Teatro “I Boni quando dormunu” di Bianco presenta “I Bianchisani in Pretura”, commedia satirica in un unico atto. MERCOLEDI’ 6 SETTEMBRE / Ore 21.30–In Piazza Gaetano Ruffo il Gruppo “La Gufata” animerà la serata con giocolieri, giullari, clowns, giochi di strada ed altro ancora. GIOVEDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 8.00–Il Concerto Bandistico “Maria SS. Immacolata” sfilerà per le vie principali del paese, di seguito nella contrada Pozzo e per le vie principali di Bovalino Marina. Ore 17.00–Il suddetto concerto bandistico “Maria SS. Immacolata” sfilerà per le vie del paese con sosta ed esecuzione di “Rinomate Marce Sinfoniche” in Piazza Chiesa Matrice. Ore 21.00–In Piazza Gaetano Ruffo serata di musica leggera con “I GAZOSA” in concerto, con ospiti della serata “I Vietato Fumare” di Zelig e “Luigi De Filippo” di Amici, con ballerine. VENERDI’ 8 SETTEMBRE / Ore 8.30–Arrivo del Concerto Bandistico “Città di Lauro” della Regione Campana, che sfilerà per le vie del paese. Ore 16.30–Pomeridiana in piazza Gaetano Ruffo del suddetto Concerto Bandistico in un repertorio di musica sinfonica, diretto dal Grande Ufficiale Direttore e Concertatore Maestro Giuseppe Carannante. Seguirà il giro per le vie del paese. Ore 21.30–In piazza Gaetano Ruffo Serata Operistica del Concerto Bandistico “Città di Lauro” della Regione Campana. Ore 23.30–Inizio spettacolo di fuochi d’artificio eseguito dalle rinomate ditte: “L’Artificiosa” dei F.lli Di Candia da Sassano(Sa); “Fire Works” di Lieto Antonio da Baiano (Av). La festa si concluderà con la riffa (sette premi importanti: scooter ciak master 150 Malagutti; orologio Breil; telecamera digitale Sharp vl-Z300S; termoventilatore general dry imetec; lettore compact disc con registratore stereo; bicicletta mountain bike e mini moto) e la cerimonia di premiazione ai pirotecnici. Le principali vie del paese saranno illuminate dalla Ditta di “D’Amico Paolo” da Montebello Jonico (Rc). L’Arciconfraternita ringrazia i Paesi viciniori, i Devoti dall’Italia e dall’Estero e tutti coloro che hanno partecipato alla buona riuscita dei festeggiamenti. (Il Parroco Giuseppe Pittarello – Il Priore dell’Arciconfraternita Antonio dott. Blefari)

L’Arciconfraternita Maria ss. Immacolata presenta i festeggiamenti patronali in onore di Maria ss. Immacolata Bovalino Superiore – Chiesa matrice 5,6,7,8 settembre 2007 – Festa del miracolo / Fedeli, dopo una novena trascorsa nella preghiera e nella meditazione, l’8 settembre si avvicina atteso con trepidazione e tanto sentimento di religiosità. Viviamolo allora con fede e gioia, pregando Colei che intercede per noi presso Dio: Maria SS. Immacolata. Illuminiamoci del Suo sorriso, copriamoci sotto il Suo manto stellato, guardiamo in Lei con fiducia, affinché il cuore di tutti noi non conosca mai l’odio, ma l’amore per il prossimo. Prepariamoci a vivere questo giorno con serenità, spirito di fratellanza, allontanando da noi il peccato e implorando la Madonna perché ci aiuti a saper sopportare e comprendere, amare e perdonare.

Programma religioso: MARTEDI’ 29 AGOSTO / Ore 18.30–Esposizione dell’antico simulacro della Vergine Immacolata per l’inizio della novena, annunciato dal rullo dei tamburi e dalla batteria di colpi oscuri. Ore 19.00–Celebrazione Eucaristica. DA GIOVEDI’ 30 AGOSTO A VENERDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 18.30–Recita del Santo Rosario Ore 19.00-Celebrazione Eucaristica. MERCOLEDI’ 5 SETTEMBRE / Giornata dedicata ai Confratelli defunti. GIOVEDI’ 6 SETTEMBRE / Giornata del ringraziamento per gli emigrati. Durante la Santa Messa si svolgerà il rito della vestizione per i nuovi aderenti Confratelli e sarà espresso un messaggio di fede alla devozione Mariana. VENERDI’ 7 SETTEMBRE (Primo venerdì del mese) / Ore 18.30-Giornata animata dal Gruppo di preghiera Carlo sei con noi. SABATO 8 SETTEMBRE Ore 08.30–Celebrazione Eucaristica. Ore 11.00–Celebrazione Eucaristica. Ore 18.30-Recita del Santo Rosario. Ore 19.00–Celebrazione con Omelia e Benedizione Eucaristica. Successivamente sfilerà per le vie del paese la solenne processione ravvivata da una suggestiva fiaccolata e da uno spettacolo pirotecnico acceso dalla rinomata ditta “L’Artificiosa” dei F.lli Di Candia da Sassano (Sa).

Programma civile: MERCOLEDI’ 29 AGOSTO / Ore 22.30–Uno spettacolo di giochi pirotecnici, della rinomata Ditta “L’Artificiosa” dei F.lli Di Candia di Sassano(Sa), allieterà la serata. MECOLEDI’ 5 SETTEMBRE Ore 21.30–In Piazza Gaetano Ruffo l’Associazione Teatrale “Stelle nascenti” di Samo(Rc) presenta “N’ da casa i Don Raffaeli” commedia satirica in tre atti ideata da Maria Pia Battaglia. GIOVEDI’ 6 SETTEMBRE / Ore 21.30–In Piazza Gaetano Ruffo “Sandro Giacobbe in concerto”. VENERDI’ 7 SETTEMBRE / Ore 16.30–Il Concerto Bandistico “Gioacchino Rossini– Città di Gioiosa Jonica sfilerà per le vie principali di Bovalino Marina. Farà una sosta nella piazzetta della frazione Pozzo e poi percorrerà le vie dell’antico Borgo con sosta ed esecuzione di rinomate marce sinfoniche in Piazza Chiesa Matrice. Ore 21.30–In Piazza Gaetano Ruffo serata di varietà con la grande Orchestra “Girovagando show”, con brani di musica leggera, latino-americani. Ospite della serata il grande artista “Micu u pulici”. SABATO 8 SETTEMBRE / Ore 8.30–Arrivo del grande Concerto Bandistico “Città di Acquaviva delle Fonti” (Ba) che sfilerà per le vie del paese. Ore 17.30–Pomeridiana in piazza Gaetano Ruffo del suddetto Concerto Bandistico in un repertorio di musica sinfonica, diretto dal Grande Ufficiale Direttore e Concertatore Maestro Domenico Pasquino. Seguirà il giro per le vie del paese. Ore 21.30–In piazza Gaetano Ruffo Serata Operistica del Gran Concerto Bandistico “Città di Acquaviva delle Fonti”. Ore 23.30–Festival di fuochi d’artificio eseguito dalle rinomate ditte: “L’Artificiosa” dei F.lli Di Candia da Sassano (Sa) e la “Pirotecnica Padre Pio” da San Severo (Fg). (I fuochi non sono stati eseguiti per la mancata autorizzazione da parte delle autorità competenti; il Priore ha annunciato che gli stessi saranno proposti l’8 dicembre 2007). La festa si concluderà con la riffa e la cerimonia di premiazione ai pirotecnici. Le principali vie del paese saranno illuminate dalla Ditta Giuseppe Marzano di Bovalino. L’Arciconfraternita ringrazia l’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Calabria, le Autorità Civili, Religiose, Militari, tutta la Cittadinanza, i Paesi viciniori e i Devoti dall’Italia e dall’Estero. (Il Parroco Giuseppe Pittarello – Il Priore dell’Arciconfraternita Antonio dott. Blefari) (tipolitografia diaco – bovalino)

Per i festeggiamenti del 2012, una serie di articoli pubblicati su Calabria Informa e Gazzetta del Sud, che vengono di seguito riportati, hanno fatto conoscere meglio ai fedeli modalità e origini di questa festa molto sentita nel territorio:

<Un fuoco che brucia da 400 anni” di Filippo Musitano (Calabria Informa, 5/9/2012) – Dev’essere stata una notte terribile,la paura stringeva i cuori anche dei più coraggiosi del paese, il vento trascinava il fumo denso di morte per le vie del villaggio, in strada nessuno. L’odore forte di bruciato arrivava anche sotto il naso della Vergine Immacolata, ed erano un fiume le lacrime ai suoi piedi. La chiesa saccheggiata e deturpata dai ferri Arabi , dava l’impressione che un uragano fosse entrato nelle sacre mura a distruggere tutto. Ogni cosa era a terra, non c’era simulacro che non fosse ferito, mutilato e che ai piedi non avesse la testa decapitata. Le donne piangevano e si stracciavano le vesti nere davanti alla Vergine, si percuotevano,la tensione trascinava alcune di esse in isterismi e stati di trance. Gli spettatori, inermi , guardavano queste donne che a terra facevano movimenti convulsi, incontrollati, come se una scossa elettrica li galvanizzasse , facevano movimenti tesi ,ampi , a scatti. Gli uomini si segnavano e toglievano il berretto dalla testa, le pie donne cantavano le litanie del Venerdì Santo con trasporto e dolore, cercando di far commuovere la Madonna, anche loro avevano perso i propri figli, non su una Croce ,ma per la Croce. Dopo 20 anni dalla Battaglia di Lepanto, 90 galere comandate da Scipione Cicala , arrivano , l’8 Settembre 1594 ,  nelle nostre terre. Entrarono con le spade alte sulle loro teste, già pronte a cadere  con forza su qualsiasi cosa potesse essere tagliata, i cavalli sembravano indemoniati quanto i cavalieri, le grida delle mamme che vedevano saltare la testa ai loro figli ,straziava anche i cuori delle pietre, solo i corvi ridevano dall’alto. Gli uomini cercarono di difendere il castello, ma poco fecero, gli arabi erano abituati ad uccidere, nell’addestramento finale, dovevano uccidere, il più inabile alla guerra della loro famiglia, per diventare uomini. Dopo tre giorni di assedio, di morte,di ruberie e saccheggi il diavolo Ottomano lasciò Bovalino,ma non contento come ultimo sfregio mise fuoco ai quattro angoli del paese,per non dar scampo a nessuno. La Chiesa stringeva tra le sue mura tutti i superstiti , che pregavano per un miracolo. I canti e le litanie struggenti, commossero il cielo, che da terso e sereno, diventò cupo e tempestoso. Piovve. Le lacrime della Vergine cadevano dal cielo con gran fragore sui fuochi Turchi, che fagocitavano il paese. E più fragorose erano le lacrime,i canti di gioia, e gli Evviva Maria della Chiesa, con quella pioggia si prese a spalla il Simulacro dell’Immacolata che fece il giro del paese. E da allora, ogni anno, l’8 Settembre si rinnova il ringraziamento dei Bovalinesi alla loro Augusta Madre, EVVIVA MARIA>

<8 settembre. La processione tra fede e storia di Pasquale Blefari (Calabria Informa, 11/9/2012) – 8 settembre 2012. In Chiesa si sente un frastuono di tamburi. Sono tornati dal giro del paese, hanno annunciato l’inizio della Cerimonia, la Funzione Religiosa può cominciare. Tutti sono in Chiesa, come quella sera di 418 anni fa. Quella stessa Chiesa, voluta nel 1525 dai Pignatelli, che mostra ancora il bassorilievo della Madre col Bambino ornato dal loro stemma nobiliare, sfigurato quella notte dai Saraceni. La commozione è la stessa, tutti cercano lo sguardo del magnifico settecentesco Simulacro della Vergine, splendidamente illuminato. Ognuno la invoca.

Finisce la Messa, i fedeli si recano tutti fuori. La Madonna, sulla sua vara dorata, dono del Vescovo Morisciano, illustre personaggio di Bovalino, procede lentamente verso la porta, portata a meno dai confratelli. E’ fuori, sul sagrato della Chiesa. Il trambusto dei fuochi, le forti note della banda musicale, le luci dell’illuminazione artistica che riflettono sul manto stellato come scintille, sembra quasi quella sera. Le donne piangono, figlie di una forte devozione popolare, tormentate dai loro dolori personali.

Si sente un grido, “evviva Maria!”, e poi un altro “a spalla!”. I confratelli alzano di colpo la Statua sulle loro spalle. Scoppia un forte applauso. Tutto questo sotto la casa del Conte Grillo, uomo colto e patriota, la stessa casa che ha ospitato l’artista inglese Edward Lear, colui che ha descritto tanto bene nel 1847 il nostro paese e la nostra gente. Chissà cosa avrebbe scritto vedendo tutto questo…

La processione può partire. Passando per strette stradine si sale fino alla Timpa, lì dove l’Immacolata posa lo sguardo su Ardore Superiore e Benestare, vecchio feudo di Bovalino, e poi giù fino allo Zopardo, antico rione dei contadini. Il corteo si ferma, la banda suona l’ “Evviva Maria”. Siamo davanti alla plurisecolare Chiesa dedicata a Maria SS. delle Grazie e Maria SS. del Rosario, la Chiesa che festeggiò la vittoria della battaglia di Lepanto, a cui Bovalino partecipò, la Chiesa del magnifico portale in tufo scolpito.

Ci si incammina di nuovo, si passa intorno le antiche mura di cinta, lì dove si si vede tutta la costa fino a Roccella e quella vallata, il “vallone del soccorso”, dove in tempo di guerra anche i nemici venivano curati. Si oltrepassa la imponente facciata posteriore in pietra della Matrice, la porta da dove quella notte entrò Scipione Cicala con i suoi uomini, la piazza, le antiche case.

Al Calvario si torna a salire, si entra nel borgo della Guarnaccia, un tempo sede della guarnigione militare. Le campane della seicentesca Chiesa di Santa Caterina V.M. suonano a festa per il passaggio della Patrona.

Si sale ancora. Si passa dal deturpato castello, con le sue torri, i suoi stanzoni e suoi parapetti merlati, il castello che cercò di opporsi con la forza e fu saccheggiato dai Turchi, con i suoi secoli e secoli di lotte e splendori. E poi ancora le vecchie case, un tempo unico, grande palazzo dove visse Gaetano Ruffo, martire per la libertà, e ancora quella dove nacque il beato Camillo Costanzo, missionario gesuita, che per la sua fede nella Vergine fu bruciato vivo in Giappone.

La processione è finita, si rientra. La commozione è maggiore di prima dopo aver visto il nostro paese, la nostra storia, i nostri monumenti, dopo aver capito quanto è prezioso quello che la nostra Patrona ha salvato dalla distruzione dei Turchi. Lei lo ha fatto una volta. Ora tocca a noi. Custodiamolo.>

<Rinnovata la devozione alla Vergine. Bovalino conclude i suoi festeggiamenti della Redazione di Calabria Informa (9 sett. 2012)La statua si avvicinava alla porta della chiesa, portata a mano dai confratelli. A passi piccoli si percorreva la navata centrale, tra la commozione dei portatori e della gente che vedeva arrivare il Simulacro di legno. E’ sulla porta, ferma, aspetta il segnale.

Al primo botto scuro la banda parte con la marcia Mosè,il fuochista fa mostra delle sue capacità artigianali con colpi e contraccolpi che spesso sembrano andare in armonia con la marcia trionfale. Un ragazzo con la voce commossa grida l’EVVIVA MARIA, e dopo un applauso parte la processione. Il corteo religioso, quest’anno davvero molto partecipato, si è allungato per le vie del paese, e in quasi due ore è ritornato nella Chiesa Matrice.

Alle 23.45 è iniziato il Festival di Fuochi d’Artificio, gara tra maestranze pirotecniche, che quest’anno ha visto affrontarsi: (nell’ordine di esecuzione) i F.lli Boccia da Marano (NA) ; Giovanni Padovano da Genzano di Lucania (PZ) ; Antonio Sorrentino da Palma Campania (NA) ; Tre maestri di quest’arte antica, ultima generazione di famiglie di fuochisti di fama internazionale. Hanno concesso al pubblico intervenuto uno spettacolo fenomenale, sia per i colori che per le coreografie , con bombe da tiro finemente lavorate ,che hanno lasciato a bocca aperta gli spettatori.

Anche Venerdì 7 il Nostro Borgo ha seguito una bella serata dedicata alla musica , infatti, quattro Bande hanno partecipato al 1° raduno bandistico in memoria di Vito Cavallo e Ciccio Clemente. A loro, grandi amanti della musica operistica e sinfonica , è stata dedicata questa serata, per rendere omaggio al lavoro,alla passione e all’amore che per anni dedicarono all’Arciconfraternita,a Bovalino S. e all’Immacolata. Tanta buona musica, eseguita da professionisti venuti da tutta la Calabria.

Si può dire che quest’anno l’Arciconfraternita può esser soddisfatta per la riuscita della festa,  con i fuochi hanno accontentato tutte le età, per i più giovani c’è stato il Borgo del Normanno ( affascinante e suggestivo ) per gli amanti della Musica ( con la M maiuscola ) il raduno bandistico e ancora il teatro popolare e due presentazioni di libri. Quest’ultimi di importanza immensa per Bovalino,il primo del Prof. Mario Panarello, che parla del Reliquiario dei Pescara-Diano; il secondo e del Nostro Compaesano Pino Macrì che , domani Lunedì 10 Settembre, ci parlerà di Edward Lear, alle 21.30 al Castello>

<29 novembre / 8 dicembre, Bovalino Superiore si risveglia a festa di Pasquale Blefari – Sono le 5 del mattino, il suono dei tamburi fa da sveglia. Dalle porte delle case cominciano a uscire figure incappucciate che lentamente confluiscono in chiesa, quelle piccole donne anziane, vestite tutte di nero, che non si scorgono fino alla luce dell’entrata della Matrice, come fossero comparse dal nulla.

Alle 5:45 inizia la Funzione, una funzione solenne. Il manto dorato della Vergine che scintilla dietro ai fumi dell’incenso, le note e i versi del Magnificat, il Tota Pulchra , il Tantum Ergo, il canto delle litanie latine, l’elevazione del S. Sacramento festeggiato dal suono delle campane e dei tamburi…

Un rito antico di 400 anni che ricorda i tempi andati, quando dalle frazioni e campagne vicine la gente saliva a piedi verso il borgo, con la lanterna in mano, i piedi scalzi e le scarpe legate intorno al collo per essere indossate solo in chiesa, per non sporcarle nel fango. Lo stesso fango che ognuno finita la celebrazione correva a zappare per il resto della giornata, tranne l’8 dicembre, il giorno della festa, in cui, come ancora qualcuno fa, ogni famiglia si raccoglieva intorno alla tavola per mangiare lo stocco, il cibo della festa.

Un rito di altri tempi, ma che continua a esistere, forse con lo spirito diverso ma sempre con la stessa intenzione, lodare la Protrettice di Bovalino Superiore, che come gratitudine per averlo salvata l’otto settembre del 1594 la festeggia due volte, nell’anniversario del miracolo e l’8 dicembre. Festeggiamenti organizzati sempre dall’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata.

Arciconfraternita che si impegna a mantenere questa tradizione anche quest’anno, rinnovandola però, aggiungendo al piano religioso anche quello culturale. Le manifestazioni religiose cominceranno oggi, alle 18:30 con la Celebrazione Eucaristica preceduta dall’esposizione del Simulacro della Vergine. Le Sante Messe della novena avranno luogo sempre nella Chiesa Matrice alle 5:45 da giovedì 29 novembre fino al 7 dicembre. L’8 dicembre, oltre alla Funzione mattutina, sarà celebrata una serale alle ore 17:30. Seguirà un importante momento di cultura, che toccherà sia l’aspetto religioso, che quello storico e storico-artistico. Dopo i saluti del Priore Giuseppe Blefari, interverranno Don Nicola Commisso, Rettore del Seminario Vescovile “San Luigi Gonzaga” di Locri nonchè Dottore in Filosofia, che relazionerà sul Dogma dell’Immacolata Concezione nella storia della Chiesa. Continuerà il Dott. Gianfrancesco Solferino, storico dell’arte e membro del Circolo di Studi Storici “Le Calabrie”, che spiegherà le caratteristiche della statua dell’Immacolata presente nella stessa chiesa e delle sculture lignee presenti nel territorio eseguite tra il XVI e XIX secolo. Infine, cocluderà la serata il Prof. Mario Panarello, anch’egli storico dell’arte e docente presso l’Università degli Studi della Calabria, che esporrà sul soggetto della Vergine Immacolata nella pittura in Calabria.

Si avvicinano anche le festività natalizie, e nel Borgo (e non solo) il pensiero non può che andare a Francesco Clemente. Chiunque in questo periodo non può che ricordarlo fra tavole, cartoni, colla, pittura, fili elettrici, impegnato alla realizzazione del magnifico presepe elettromeccanizzato, capolavoro che realizzava ogni anno dal lontano 1962, opera in cui metteva tutto il suo impegno e la sua arte. I giovani dell’Arciconfraternita hanno voluto seguire il suo esempio, e da tempo lavorano alla costruzione del presepe, cercando anche di concretizzare tutti gli insegnamenti che ci ha lasciato in questi anni. Il 26 dicembre ci sarà anche la messa in scena del presepe vivente, che lo scorso anno l’aveva visto anche qui impegnarsi a fondo.

Lui intanto, come ha detto qualcuno il giorno che in cui è venuto a mancare, sarà impegnato in cielo, a costruire il più grande e bel presepe mai visto. Ciao Ciccio>

<Il forziere dell’arte è Bovalino Superiore. Convegno sulla statua Immacolata di Filippo Musitano – Bovalino Superiore, nella chiesa  Matrice si è svolto Sabato 8 Dicembre  2012, il convegno “una Donna Vestita di Sole”.

L’incontro, organizzato dall’Arciconfraternita Maria S.S. Immacolata,si è incentrato sullo studio della statua dell’Immacolata di Bovalino Superiore, vero e proprio pezzo d’arte della Calabria. Il tavolo dei relatori pullulava  di cultori della materia, c’era Don Nicola Commisso, Rettore del Seminario Vescovile “San Luigi Gonzaga” di Locri, il Prof. Gianfrancesco Solferino, Storico dell’Arte e membro del Circolo Studi Storici “Le Calabrie”, e il Prof. Mario Panarello, Storico dell’Arte e docente Unical, moderatrice è stata la Dott. Morrone .

Il numeroso pubblico presente ha potuto conoscere la storia del simulacro, esposto alla sinistra della navata centrale della chiesa matrice  in occasione della novena dell’Immacolata. A far gli onori di casa è stato il dott. Giuseppe Blefari, priore dell’arciconfraternita dell’ Immacolata, il quale ringraziando i presenti, ha parlato della figura dell’Immacolata nel nostro paese, attraverso il ricordo di Ciccio Clemente e Vito Cavallo , due confratelli scomparsi quest’anno, “che – dice Blefari- tanto hanno dato nella loro vita per portare avanti la fede nell’Immacolata”.
Il primo a prendere la parola è stato don Nicola Commisso, tenendo una lectio magistralis  sul dogma della Madonna Immacolata , uno dei pilastri della religione Cristiana Cattolica Apostolica Romana, il dogma venne promulgato solennemente nell’enciclica Ineffabilis Deus:  “dichiariamo, affermiamo e definiamo la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dioonnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.”

Finito l’intervento del teologo, il convegno è entrato nel vivo con la critica artistica della statua, da parte del Prof. Gian Francesco Solferino, il quale ha catturato l’attenzione dei presenti tramite l’uso di slide che hanno messo a confronto la Nostra Immacolata, con le “sorelle”  e i “Fratelli” usciti dalla Bottega di Giovanni Bonavita, scultore napoletano, di grande fama, che ha prodotto molte opere collocate nelle chiese calabresi. Solferino ha raccontato la storia della Nostra statua lignea, soffermandosi in special modo sul restauro, curato dal Arcangelo  Testa, nella seconda metà dell’ 800. Il restauro fu commissionato e pagato dall’arciprete Raffaele Morisciano, futuro vescovo di Squillace. La statua è tra le più pregevoli della Calabria grazie al suo “ammanta mento” stellato, che la rende così movimentata e affascinante, venne ricoperta d’oro con il restauro, che la rese ancora più bella di quello che era!

La parte sostanziale è finita con l’intervento del prof. Panarello che ha descritto altre opere dell’arte calabrese, riprendendo qualcuna già trattata nel convegno del Settembre scorso, sempre a Bovalino superiore, di presentazione del suo libro Fanzago e Fanzaghiani in Calabria.

Come ho avuto modo di dire portando i saluti della ProLoco a fine lezione, merita il nostro plauso il professore Solferino, lui, che dal ’96 si dedica alla ricerca storico-artistica delle statue collocate in questa Chiesa ,le conosce una ad una, ed è questo l’esempio che dovremmo seguire anche noi giovani, per avere più coscienza del tesoro artistico che abbiamo nel nostro paese. E non me ne vorrà il caro Pino Macrì se userò a modo mio una sua frase : “Bovalino è come il Kuwait, li se cerchi trovi il petrolio, qui se cerchi trovi pezzi d’arte”.>

Anche per i preparativi del 2013, Pasquale Blefari ha scritto su “CalabriaInforma un’altra bella pagina di presentazione alla festa: “Bovalino Superiore. Al via i festeggiamenti in onore di Maria SS. Immacolata – 8 settembre 1594. Un’orda di soldati saraceni sale verso il castello di Bovalino Sup. Sono comandati dal Capitano del Mare Sinan Bassà. Nato a Genova dalla famiglia nobile dei Cicala, battezzato con il nome cristiano di Scipione, a 16 anni venne rapito dai Turchi, convertito alla religione musulmana e addestrato all’arte della guerra. Arriverà a essere nominato Pascià (Ammiraglio) e a sposare la nipote del Sultano.

Giunti alle mura di cinta, gli infedeli non devono nemmeno combattere per entrarci: il Duca Sigismondo Loffredo, dietro il pagamento di una somma, spalanca le porte del centro fortificato. I turchi si danno al saccheggio e appiccano il fuoco ai quattro angoli del paese. Mentre gli uomini cercano di scacciarli con la forza, le donne si rifugiano nella Chiesa Matrice. Pregano la Vergine Immacolata. E Lei ascolta le loro invocazioni: da un cielo completamente limpido scende un terribile acquazzone, che spegne l’incendio e mette in fuga gli invasori, spaventati. Da allora la Celeste Madre Immacolata è entrata nei cuori e nella fede del popolo bovalinese, che ha sempre protetto. A perenne memoria di quel miracolo, nello stesso anno Papa Clemente VIII approvò che avessero luogo solenni festeggiamenti, ogni anno, l’8 settembre e la fondazione di una nuova Confraternita, l’Arciconfraternita Maria SS.Immacolata, ancora oggi esistente, che da allora cura ogni aspetto religioso, culturale e di conservazione del patrimonio del centro storico di Bovalino.

Nel 1753 venne acquistata a Napoli, dallo scultore Giovanni Bonavita, una statua lignea di straordinaria fattura, resa ancora più bella nell’Ottocento da un altro artista partenopeo, Arcangelo Testa, che la decorò e la ricoprì in molte parti d’oro su commissione di Monsignor Raffaele Morisciano, nativo di Bovalino. Morisciano che acquistò nello stesso anno anche una vara processionale completamente rivestita di foglia d’oro. La scultura, posta sulla sua vara, viene portata ogni anno in processione a spalla l’8 settembre dai membri dell’Arciconfraternita.

Le festività religiose hanno inizio il 29 agosto, con l’Esposizione e la  Celebrazione Eucaristica. La sera seguente ha inizio la novena, un rito che con i suoi canti e le sue preghiere in latino, le litanie cantate, il suono dei tamburi al momento dell’Elevazione, ha un sapore particolare, che riporta all’antico. Il fulcro dei festeggiamenti si ha l’8 settembre, con la solenne processione. Il programma civile ha anche inizio il 29 agosto, con la commedia brillante “u mortu assicuratu” messa in scena dal gruppo teatrale “Pro Caraffa” e un piccolo spettacolo pirotecnico, il 30 con la serata organizzata dalla ProLoco “Scheria. Migranti, rifugiati e viaggiatori nel mediterraneo”  per poi proseguire il 5 con un corcerto del gruppo “Quartaumentata”, il 6 col gruppo etno-folk “Argagnari“, il 7 l’esibizione del Gran Concerto Bandistico Città di Noicattaro e infine giorno 8 settembre col Nuovo Concerto Bandistico Città di Pazzano e il tradizionale Festival Pirotecnico, gara di fuochi artificiali a cui partecipano tre tra le migliori maestranze italiane.

La festa, punto cardine di riferimento dell’intero anno per gli abitanti del luogo, è ancora più profondamente vissuta dagli emigrati, per cui è il mezzo principale per restare legati alla loro terra e alle loro tradizioni. In molti tornano ogni anno in occasione dei festeggiamenti, mentre coloro impossibilitati a farlo inviano lettere cariche di devozione e nostalgia.”

La devozione è grande e palpabile e la voglia di far bene per festeggiare la Madonna è grandissima e qualche volta si incorre in qualche inconveniente, come ci ricorda un servizio di cronaca della Gazzetta del Sud del 10 settembre 1997: <Bovalino / Sequestrate 25 tonnellate di fuochi. Il tradizionale appuntamento con il festival dei fuochi pirotecnici di Bovalino Superiore è stato bloccato dalla Guardia di Finanza che, con un improvviso blitz pomeridiano, ha sequestrato 250 quintali di fuochi artificiali e tre automezzi. Quattro persone sono state segnalate alla Procura della Repubblica. Migliaia di persone che si erano date convegno a Bovalino Superiore per l’annuale appuntamento in occasione della festa di Maria SS. Immacolata, hanno vanamente atteso lo svolgimento del fantasmagorico spettacolo che avrebbe dovuto impegnare tre ditte provenienti da Mugnano e Palma Campania in provincia di Napoli e da Bagheria in provincia di Palermo. Sentendo i componenti del Comitato dei festeggiamenti, lo spettacolo pirotecnico, seppure in forma ridotta, si sarebbe potuto anche fare sol che la Guardia di finanza si fosse limitata a sequestrare gli ordigni detenuti e trasportati illegalmente. L’operazione della Guardia di finanza di Locri si è sviluppata nella giornata di lunedì dopo che nelle vicinanze di Marina di Gioiosa era stato fermato e controllato uno dei tre fuochisti impegnato a Bovalino Superiore. Da lì è partita la scintilla che ha portato la Guardia di finanza ad un meticoloso controllo su tutto il territorio della Locride e quindi anche a Bovalino Superiore. E qui, in località Valle del Soccorso, sono stati rintracciati i furgoni carichi di artifizi pirotecnici ed i titolari delle fabbriche, identificati in Nicola Vallefuoco e Antonio Sorrentino, rispettivamente di Mugnano e Palma Campania in provincia di Napoli e Lorenzo e Maurizio La Rosa di Bagheria in provincia di Palermo. Tra il materiale sequestrato sono stati rinvenuti anche ordigni di cui in Italia è vietata la fabbricazione. Con il sequestro di lunedì la Guardia di finanza ritiene di avere inferto un duro colpo all’illecito traffico di materiale pirico. Le indagini, comunque, sono ancora in corso in quanto gli inquirenti devono verificare se ci siano o meno altri eventuali responsabili ed anche perché non escludono a priori l’ipotesi di altra destinazione degli ordigni di cui è vietata la fabbricazione. L’operazione di Bovalino Superiore, comunque, deve suonare come un campanello d’allarme anche per altre manifestazioni del genere che si svolgono in altri centri. Bovalino Superiore ha fatto da apri pista (Giuseppe Pipicella)>

La processione segue un lungo e tortuoso percorso, che attraversa l’intero paese, toccando gli estremi del Calvario e dello Zopardo, quasi a simboleggiare la materna protezione dell’Immacolata su tutti gli abitanti e le loro case. La stessa rappresenta il momento culminante dei festeggiamenti religiosi e alcuni passaggi rimangono impressi nella memoria per tutta la vita, come ricorda l’autore di Bovalino, già citato, nel suo ultimo libro Al tempo dei canonici di legno (pag. 97):

“…Avevo ereditato, per suo desiderio (del nonno), il posto che egli aveva ricoperto nella confraternita dell’Immacolata…. Doveva trattarsi di un posto di prestigio nella gerarchia di quella congregazione, perché nelle processioni mi mettevano in mano un certo bastone (un pastorale?) ben più alto di me. Seguivo la processione tenuto per mano da mastro Luigi Talotta, che reggeva un bastone appena più corto del mio e, di quando in quando, mi suggeriva gridati Dimaria (Gridate Ave Maria). Io gridavo e la processione si arrestava. Dopo qualche minuto arrivava un nuovo suggerimento: gridati Patrinostru (Pater Noster). Al mio grido, la processione ripartiva. Quanto mi sentivo orgoglioso ed importante…” (Nelle processioni degli ultimi anni al posto del Pater Noster ho sentito l’invito Processione!)

Alla festa partecipano idealmente anche gli emigranti devoti del paese, che rimangono fortemente legati alla ricorrenza e che contribuiscono con le loro offerte per sentirsi vicini e presenti, come si evince per esempio da alcuni frammenti di vecchia corrispondenza:

“Cordoba 5 agosto 1929. Si prega codesta procura non appena riceve questa sommetta che la pubblicano, e aspettiamo il suo riscontro per le contestazioni. I devoti della Beata Vergine Immacolata. Nota volontaria dei devoti della Beata Vergine Immacolata, che si trovano nella Repubblica Argentina: 1) Cicciarello Francesco di Giovanni £.50; 2) Nastasi Rosario fu Sebastiano £.50; 3) Zappia Antonio di Giuseppe £.50; 4) Cocciolo Giovanni di Bruno £.50; 5) Romeo Antonio di Rocco £.50/ Totale £.250.”

“Montreal 3 novembre 1933. Egregio don Vincenzo, ho ricevuto la vostra lettera dove mi dicevate che la moneta della Madonna l’avete ricevuto ma non la lista dei contribuenti, l’interessante era la moneta …ma in ogni modo giacché la volete ve la mandiamo ancora una volta. Auguriamo che la Beatissima Vergine Maria Immacolata ha voluto proteggere ancora una volta il suo paesello dalle grandi piogge torrenziali. Infiniti saluti dagli amici a tutti i paesani, vostro Marando Giuseppe. Per cooperazione di Marando Giuseppe, ecco la lista dei contribuenti: Marvelli Giuseppe $ 5; Marvelli Carmela $ 5; Morabito Giuseppe $ 5; Capogreco Vincenzo $ 2; Cucuzza Nicola $ 1; Marando Giuseppe $ 10./Totale $ 28”.

La festa ecclesiale dell’Immacolata rimane comunque l’8 dicembre. E su questa linea viene solennizzata, senza festeggiamenti civili e senza processione. Caratteristica è la Novena con recita del Rosario alle ore 5.30, seguita alle ore 6.00 dalla Celebrazione e Adorazione Eucaristica. / Il programma in genere è il seguente: 28 Nov./ Ore 17.00–esposizione dell’immagine dell’Immacolata Ore 17.30–Celebrazione Eucaristica 29 Nov.–07 Dic. / Novena: Ore 05.30–Santo Rosario Ore 06.00–Celebrazione e Adorazione Eucaristica 08 Dic. / Ore 6.00 e Ore 17.00-Celebrazione Eucaristia e ricollocazione statua Immacolata nell’altare privilegiato. La partecipazione alla Novena è sentita e corale, nonostante l’ora particolare, che però soddisfa le esigenze lavorative e il sacrificio devozionale dei fedeli. Nel passato, ricordano gli anziani, il sacrificio era più evidente, in quanto l’ora di inizio della Novena era alle ore 4.00 (giorno 8 veniva anticipato alle ore 3.00 per la lettura dell’officio inerente) e molti dei devoti salivano al borgo a piedi dalle campagne circostanti. L’ora mattutina è annunciata giornalmente dai tamburini, che percorrono tutte le strade del paese per dare la sveglia ai fedeli (ore 5.00).

Miracolo di settembre / Festa di popolo / festa di grande partecipazione. / Ogni anno per un giorno / la Madonna Immacolata / compie un grande miracolo, / fa annullare le differenze sociali / riesce a ridurre quelle culturali / si sforza di smorzare quelle comportamentali. / Per un giorno gli intolleranti intuiscono / che la loro libertà convive / con quella degli altri, / e gli ignoranti hanno il pudore / di non sbandierare arrogante vanagloria / e la convinzione di essere i soli nel giusto. / Per un giorno i superficiali non sono orfani / della capacità di pensare / e di approfondire le conoscenze, / e gli imbecilli non dispiegano gli effetti / della convergenza di tante categorie anodine / insieme nella stessa persona. / Per un giorno i mercanti di parole / riacquistano l’uso della ragione / e il rispetto della verità, / gli arroganti e i presuntuosi / si accorgono degli altri / dei loro diritti e pari dignità. / Per un giorno gli ipocriti / predicano bene / e amano gli uomini come i loro cani, / i sensibili gli intellettuali gli umili / offrono le loro qualità / per innalzare lodi al nome di Maria. / Puntuale ogni anno / festa di popolo / festa di grande partecipazione, / per un giorno tanto atteso / la Madonna Immacolata / compie il grande miracolo (CR)

La festa, molto nota nella Locride, è seguita come detto in precedenza anche dagli organi di informazione, come si evince dai seguenti articoli di stampa:

<La ricorrenza mariana lo scorso 8 settembre e domani Festa per Maria Immacolata, la Madonna che Bovalino celebra due volte l’anno. BOVALINO La devozione per Maria Santissima Immacolata è antica ed è anche molto sentita a Bovalino Superiore che la festeggia per ben due volte: l’8 settembre e l’8 dicembre. I grandi festeggiamenti sia civili che religiosi si svolgono 1’8 di settembre, per ricordare l’invasione turca ad opera di Sinan Bassà (Scipione Cicala) il quale sbarcando sulla costa jonica si incamminò con i suoi uomini verso l’interno saccheggiando e seminando terrore e morte tra le indifese popo­lazioni del luogo ed a Bovalino Superiore, tra l’altro, dopo il saccheggio, appiccarono il fuoco. Si tramanda che mentre tutto bruciava avvenne il miracolo dell’Immacolata: un inasspettato temporale, spense l’incendio e salvò in parte l’antica Bovalino. A seguito del miracolo, con il patrocinio del feudatario, il marchese Sigismondo Loffredo, venne istituita l’arci­confraternita “Maria Ss. Immacolata” ed il papa Clemente VIII, acconsentì di far festeggiare quel miracolo l’8 settembre di ogni anno. Dopo i festeggiamenti estivi, pertanto, la comunità bova1inese si appresta a ricordare la protettrice se­condo un calendario che è stato predisposto dall’arciconfraternita, dai fedeli e da don Emanuele Pipicelli. La santa nove­na è preannunciata ogni mattina alle ore 5 dal suono delle campane e dal rullio dei tamburi, la gente del luogo si reca nella chiesa matrice per la messa delle ore 6 che viene effettuata nella navata centrale, dove è collocata la statua lignea dell’Immacolata, di fattura settecentesca. Le sante messe ven­gono officiate da don Emanuele il quale, nonostante l’età, ha voluto essere vicino ai suoi parrocchiani per invocare la Madre Santa affinché in ogni. parte del mondo vi sia pace ed amore. Per il giorno 8 saranno celebrate tre messe: una alle ore 5,30, un’altra alle 10,30 ed infine alle ore 18,00. In tutte le occasioni sarà presente il coro parrocchiale e il gruppo di preghiera “Carlo sei con noi”. Intanto nella stessa chiesa ma­trice Francesco Clemente con l’aiuto dei giovani della parrocchia si sta dando da fare per allestire al meglio il tradizionale presepe elettromeccanico che ricostruisce angoli caratteristici del paese di Bovalino Superiore e lavori artigianali di un tempo. Ogni attività viene coordinata dal priore dell’arcicon­fraternita A. Blefari. (Domenico Agostini)>

<Bovalino. Si prepara la festa dell’Immacolata. L’antica e storica «frazione madre» di Bovalino Superiore si sta preparando a vivere anche quest’anno giorni di grande intensità per la ricorrenza della festa dell’Immacolata, che ogni an­no si celebra l’8 settembre. Un avvenimento tra fe­de, storia e leggenda che la comunità di Bovalino Superiore (da cui nacque il centro di Bovalino Ma­rina, attuale capoluogo) vive ogni anno con grande intensità, per ricordare, in particolare, un accadimento storico avvenuto l’8 settembre del 1594 e un successivo «avvenimento miracoloso» da cui nacque l’esigenza dei fedeli di organizzare grandi fe­steggiamenti in onore dell’Immacolata. Su espressa richiesta dei fedeli, appoggiata dal vescovo di Gerace dell’epoca, il Papa Sisto V con­cesse alla comunità di Bovalino Superiore il privi­legio di festeggiare proprio l’8 settembre la festa in onore dell’Immacolata. E ancora oggi, per quel periodo, l’antico borgo si trasforma in ogni suo angolo per accogliere nel mi­gliore dei modi tutti i fedeli che intendono rendere omaggio all’Immacolata. Purtroppo, però, c’è sem­pre qualcosa in più da fare perché il vecchio centro storico non gode, secondo alcuni residenti, di tutte le «simpatie» da parte di chi avrebbe il dovere di fare il possibile e anche l’impossibile per conservare nel migliore dei modi le radici di una comunità che un tempo visse stagioni di grande intensità cultu­rale. Oggi, purtroppo, è «caduto» anche il vecchio ta­bellone stradale che indicava l’arrivo a Bovalino Superiore, ed è rimasto abbandonato ai bordi del­la sede stradale tra sterpaglie di ogni genere! Nei mesi scorsi, da consigliere comunale, a più riprese si è interessato del problema Domenico Vio­li, poi dimessosi da consigliere comunale proprio per non essere riuscito a ottenere per il suo «borgo antico» alcun intervento operativo. E questo è si­gnificativo… Ma ritorniamo a quel fatidico 8 settembre del 1594, quando il popoloso centro collinare dovette sop­portare l’ennesimo assalto da parte di predoni ar­rivati dal mare con alla testa un avventuriero spie­tato, Scipione Cicala, ricordato più comunemente con il nome di Sinàn Bassà, genovese di nascita ma turco «per forza», tanto che fu costretto a rinnega­re la fede cristiana per abbracciare l’islamismo. Narrano, infatti le cronache che Scipione Cicala, divenuto poi Sinàn Bassà, sia stato catturato dai turchi all’età di sedici anni e istruito alla guerra fino a raggiungere il grado di ammiraglio/comandante della potente flotta navale turca. Si vuole che, solcando il mare Ionio con i suoi spietati e selvaggi soldati, ebbe modo di sbarcare sulla spiaggia di Bovalino con il dichiarato intento di dare l’assalto all’antico centro collinare che an­dava fiero della sua cultura e delle sue ricchezze. Nonostante la strenua resistenza degli abitanti, non gli fu difficile mettere a ferro e fuoco l’intero paese le cui donne trovarono riparo nelle tante chiese do­ve pregarono, con fede e devozione, affinché lo spie­tato aggressore si allontanasse al più presto e le fiamme risparmiassero le loro case e i loro averi. La leggenda arrivata fino a noi vuole che all’im­provviso il cielo, dapprima limpido e stellato, si sia ben presto annuvolato e dopo pochi attimi sia ve­nuta giù acqua a non finire disorientando i soldati invasori che, presi dal panico, si allontanarono in tutta fretta. La gente, festante, incominciò a grida­re al miracolo organizzando grandi festeggiamenti in onore dell’Immacolata. Da allora, si rinnova ogni anno la festa per commemorare quel miracolo­so avvenimento. (Giuseppe Pipicella – Gazzetta del Sud, 27 agosto 2000)>

<Fino a venerdì in onore dell’Immacolata, a Bovalino esplode la festa.- Bovalino Superiore festeggia la sua pa­trona, Maria SS. Immaco­lata, raccogliendosi “attor­no al paradisiaco sorriso della Madonna dalle chiome d’oro” per rinnovarLe la sua consapevole suddi­tanza, per chiederLe per­dono e pietà, per promet­terLe di ritrovare in fervore di intendimenti cristiani e di opere sagge, le smarrite vie del Signore”. Con queste parole l’Arci­confraternita intitolata al­la Madonna, ha presentato il manifesto che contiene il ricco programma religioso e civile. Lo hanno annunciato, firmando il cartellone, il parroco Padre Giuseppe Pittarello e il priore del­l’Arciconfraternita Anto­nio Blefari.Le cerimonie religiose so­no già iniziate il 29 agosto, data dell’esposizione del­l’antico simulacro della Vergine Immacolata per l’inizio della novena. Oggi, 6 settembre, è dedicato agli emigranti. Durante la Messa si svolgerà anche il rito della vestizione dei nuovi Confratelli. Le funzioni religiose saranno concluse l’8 settembre con la benedizione eucaristica e la solenne processione per le vie del paese. Sul piano civile, questa sera si esibirà il gruppo teatrale di Bianco “I boni quando dormunu” con la commedia satirica “I Bianchisani in pretura”e subito dopo il gruppo “La gufata” intratterrà il pubblico con giocolieri, giullari, clown, giochi di strada ed altro ancora. Giovedì l’atteso concerto de “I Gazzosa”, i giovanissimi cantanti e musicisti lanciati da Cate­rina Caselli, per due volte presenti al Festival di San Remo. I Gazosa (Jessica Morlac­chi (voce e basso), Federico Paciotti (chitarra), Valenti­na Paciotti (tastiere) e Viii­cenzo “Vinnie” Siani (batte­ria) suonano da parecchio tempo, incoraggiati e assi­stiti dai genitori che sono musicisti a loro volta, han­no voglia di suonare, can­tare e stare assieme ai loro beniamini, per trasmettere emozioni e messaggi posi­tivi, come ha detto bene Va­lentina in una intervista di qualche anno fa: “siamo contenti perché facciamo la musica che ci piace e lanciamo messaggi positivi ai ragazzi. Ci sentiamo principalmente dei musicisti e la musica è la nostra vita”. Giorno 8 il gran concerto bandistico “Città di Lauro” della regione Campania, diretto dal maestro Giuseppe Carannante si esibirà in una gran serata operistica. I fuochi pirotecnici dei fratelli Di Candia da Sassano (Salerno) e An­tonio Lieto di Baiano (Avel­lino) concluderanno la grande festa dedicata alla Madonna Immacolata. (Domenico Agostini – Il Quotidiano, 6 settembre 2006)>

< Si chiudono oggi a Bovalino Superiore i festeggiamenti in onore di Maria SS. Immacolata. Oggi Bovalino Superiore, frazione “madre” dell’attuale Municipio di Bovalino Marina, rinnova (e conclude) i tradizionali festeggiamenti in onore di Maria SS. Immacolata la cui ricorrenza richiama un triste avveni­mento accaduto l’8 settembre 1594 quan­do l’antico e storico centro collinare ven­ne attaccato, saccheggiato e quasi intera­mente bruciato dai turchi invasori gui­dati dal sanguinano Sinan Bassà (Sci­pione Cicala) il quale, con la sue sangui­narie truppe, sarebbe entrato oltre le mu­ra di cinta a causa del tradimento di un “personaggio “del posto. Attraverso i racconti della “fede e del­la tradizione” si è tramandato, in tutti i suoi particolari, il miracolo che si sareb­be verificato quando tutto il paese stava bruciando ed il cielo era limpido e terso come poche altre volte era stato visto. Si vuole che, mentre infuria va per le strette viuzze del paese una terribile bat­taglia tra i residenti e gli invasori, molta altra gente era riuscita a raccogliersi nella chiesa più importante del posto per pregare la Vergine Immacolata. Secondo i racconti dei fedeli, all’im­provviso è scoppiato, davvero inatteso, un tremendo temporale con scrosci d ‘ac­qua cosi potenti da spegnere, in pochi mi­nuti, le fiamme che ormai stavano avvi­luppando tutto il paese. Gli invasori, davanti a tale avveni­mento inatteso e inspiegabile, scapparo­no verso la marina e ripresero il mare senza farvi più ritorno. Da tale accadimento, ricordato come un grande miracolo, su una specifica ri­chiesta del popolo e dell’autorità ecclesia­stica, Papa Clemente VIII diede l’auto­rizzazione a celebrare, appunto l’8 set­tembre, la festa del Miracolo che l’Arci­confraternita locale, istituita durante il dominio del feudatario marchese Sigi­smondo Loffredo, oggi guidata dal Prio­re dr. Antonio Blefari, ogni anno orga­nizza in onore della “ Madonna dalle chiome d’oro” per “rinnovarLe la sua consapevole sudditanza, per chiederLe perdono e pietà, per prometterLe di ritro­vare in fervore di intendimenti cristiani di opere sagge, le smarrite vie del Signo­re”. E per tutti l‘8 settembre è festa grande; una festa a cui non si può mancare e dove la processione serale, con pittoresca fiac­colata, è seguita dalle massime autorità cittadine e da migliaia di fedeli arrivati da ogni dove. Nessuno vuole mancare al tradiziona­le appuntamento che, ogni anno, cade a pochi giorni di distanza dell’altro tradi­zionale appuntamento con la Madonna della Montagna di Polsi. Non solo non si vuole mancare al tra­dizionale appuntamento, ma addirittu­ra si organizzano le ferie estive proprio in funzione della festa dell’8 settembre dopo della quale la vita riprende con il solito tran tran quotidiano e molti di quelli che la sera prima hanno festeggia­to il giorno dopo partono, con le macchi­ne ricolme di ogni ben di Dio e il ricor­dino della Madonna in tasca, per ripren­dere il lavoro al Nord della penisola o per raggiungere la Germania, la Svizzera, il Belgio o la Francia dove i bovalinesi hanno trovato lavoro, benessere e tanta benevolenza. Sarà così anche quest’anno. A tutti un caldo arrivederci al prossi­mo 8 settembre mentre Ciccio Clemente, primo collaboratore del Priore Blefari, già da domani, incomincerà a pensare al grandioso presepe elettromeccanizzato che ogni anno si fa ammirare in tutta la sua bellezza artistica. (Giuseppe Pipicella – La Gazzetta del Sud, 8 settembre 2006)>

La grande festa del Borgo – Un altro anno è passato e tu, / Vergine Madre, sei di nuovo passata / in religiosa devota e pia processione, / tra fumi d’incenso e di panini, / per lo sforzo tenace di chi mantiene vivi, / innamorato del borgo, riti e tradizioni / in mezzo a vecchie e nuove brutture, / altane irrispettose e ristrutturazioni naif, / ovunque spazzatura e discariche / in libertà, una vecchia “cinquecento” / tra la gente in festa, la iattanza spocchiosa / di chi parcheggia abusivo e privo di decoro / fin sotto il palco, e in linea / la burbante classe politica, sempre pronta / a prendersi i meriti del nulla agire…

Piange Maria per il paese ferito / e violentato, dove chi vuole, / dallo Zopardo alla Marina, / con arroganza e protervia sbarra / una strada o una piazza, chiude / un belvedere e la solare connivenza / fra istituzioni e malaffare, / trova alimento, afflitta e sventurata borgata, / nella scarsa responsabilità / di cittadini incoscienti / mai sempre eticamente impegnati, / il mondo è pericoloso non a causa / di quelli che commettono il male,/ ma a causa di coloro che / guardano e lasciano fare…

Un altro anno è passato e tu, / Vergine Madre, sei di nuovo passata / in religiosa devota e pia processione, / tra fumi d’incenso e fiumi di birra, / per l’impegno di una bella e sana gioventù / protesa a salvare il proprio paese / anche se priva di mezzi e di potere, / con lo sguardo afflitto e pietoso / su antichi e moderni abusi, dal castello / sfregiato e sempre più privatizzato, / o sullo zopardo abbrutito e al restauro incompiuto, / la farmacia trasferita senza un cenno di protesta / e la targa con felice tratto al grande / viaggiatore amico indirizzata, ma già / pericolante e pronta con altri ruderi a franare…

Non ride l’immacolata Maria / nel paese che ogni giorno cancella / la sua storia, passato un altro anno / e tutto ancora è come prima, / storia senza memoria cultura / e salde radici… mentre difficile / diventa il ritorno ai grandi valori, / disegnati dall’uomo e da un dio giusto, / o ai comportamenti adeguati / alle parole e ai principi predicati / e soprattutto testimoniati… / con l’impossibilità in tali contesti / veicolare speranza e progetti: il bene / comune mai sovrasta ormai gli interessi / personali e il tornaconto di pochi trafficoni…

Un altro anno è passato e tu, / Vergine Madre, sei di nuovo passata / in religiosa devota e pia processione, / tra fumi d’incenso e luminarie, / per il grande amore di chi crede, / soprattutto foranei e non nativi, / in un possibile riscatto, dinnanzi a datati / e novelli degradi, camerope e palmiti / in pieno foro non potati, e i vecchi resti / incolti e mai colti… un centro storico / mai valorizzato e mai ristrutturato, / nonostante il fiume di fondi europei, / ovunque ruderi (e fantasie edilizie degradate), / mai rimossi per creare nuovi / e ampi spazi necessari e funzionali…

Non più scintillante è il Borgo sulla cretesa / altura nell’ultimo raggio, né il costume / delle sue donne è il più bello…La statua ha già / da tempo concluso il suo giro, rimane / ancora l’eco dei dolci e teneri gridati Maria, / di ogni processione comandi rituali e antichi / insieme ai decisi gridati Patrinostru…/ ma la nostra coscienza si è addormentata / e abbiamo reso più sottili le nostre ragioni / per giustificarci, mentre gli ultimi fuochi / quelli più forti e rumorosi danno ormai / l’ultimo saluto a Maria e addio alla festa, / rinviando già tutti, con adeguati / e laboriosi preparativi, con gioia / ai prossimi riti natalizi e pasquali… (CR 2015)

Il 2019 è stato un anno vivace per la comunità di Bovalino Superiore, che ha visto un impegno massiccio di un gruppo di giovani intellettuali della locale Arciconfraternita, sia sul piano della valorizzazione della cultura locale che sul piano formativo di una nuova coscienza civile e storica. (convegni, attività teatrali, farse, animazione delle feste princpali, ecc.).

In particolare il mese di settembtre è stato ricco di eventi, che hanno fatto degna cornice alla festa dell’Immacolata Concezione, come si evince dai vari programmi e foto sottoriportati.Nello specifico

quattro sono stati i momenti valorizzanti:

– Festa dell’Immacolata, all’insegna dell’approfondimento del rapporto tra Maria e la comunità di Bovalino, a distanza di 425 anni dal miracolo tramandato da una generazione all’altra, come riferimento storico e spirituale del paese. La data dell’8 settembre 1594, nella storia del paese, segna lo spartiacque tra un prima e dopo, avendo i fatti di quella giornata sconvolto l’equilibrio di una comunità tranquilla e laboriosa.

– 425° Anniversario Festa del Miracolo, evento esaltato dalla visita della statua dell’Immacolata a Bovalino Marina dopo l’unico episodio avvenuto 44 anni prima, nel 1975. Una visita per spezzare quel filo sottile che da sempre alimenta banali divisioni e provincialistici campanilismi…

L’evento è stato così presentato dal priore in carica Pasquale Blefari (nonchè assessore al Comune di Bovalino, con delega alla “cultura, edilizia scolastica, politiche per il centro storico ed i servizi bibliotecari”):<Accadeva 44 anni fa/Quel giorno del 1975 c’era un’aria diversa per le strade perchè accadeva un evento mai successo. La “Donna dalla chioma d’oro” veniva portata in processione alla Marina, in quelle strade a Lei sconosciute, tra quelle vie che vedevano i suoi figli vivere una vita agiata, al passo coi tempi, moderna e diversa da quella vissuta per secoli arroccati sulla vecchia cresta. Ma quei figli rimasero incantanti tanto quanto, prima di loro, furono i loro avi, nel veder passare quella immagine tanto cara. Gli occhi lucidi delle donne cercavano lo sguardo della Vergine, nel tripudio festante, sventolando fazzoletti bianchi, come per dirle “sono qui. Domenica 1 settembre, di nuovo, potremo guardare quella statua e riaffermare il nostro ruolo di cristiani testimoni di fede.Nella foto allegata, riconoscibili, un giovane Antonio Carpentieri (sindaco di Bovalino), Pepè Ruffo, il comm. Don Pietro De Domenico, il dott. Mallamo, Gigi Zappia>.

– Convegno su “1573-1594: Storia di un ventennio ricco di avvenimenti teologici, culturali e artistici”, attraverso il quale si è cercato di approfondire il ventennio precedente l’attacco dei Turchi (“arrivaru li Turchi a la Marina“), su diversi piani da quello religioso a quelli socio-economici e artistici. Diversi gli spunti di riflessione offerti dai relatori agli attenti e interessati ascoltatori presenti (l’incidenza del “miracolo” nel cammino spirituale dei fedeli; il concetto della sacralità della vita; il miracolo come evento di fede); diverse anche le curiosità poco note offerti al pubblico stupito (delle 22 campane presenti a Bovalino, ne fu salvata una sola; lo scontro tra un turco e un abitante del posto intento a salvare i registri). Tra i riferimenti bibliografici usati dai relatori, interessanti i Memoriali di Galeazzo Caracciolo e Ferrante Carafa.

– Festa liturgica del Beato Camillo Costanzo, che con continuità si celebra dal 2017, anno della ricorrenza del 150° anniversario della sua beatificazione. La celebrazione diventa anche l’occasione dper approfondire gli studi relativi alla sua figura e far conoscere ai compaesani e ai calabresi una persona degna di essere valorizzata, per i messaggi formativi che la sua vita può indicare. Far riscoprire soprattutto alle nuove generazioni (anche attraverso concorsi e approfondimenti a scuola) la storia della figura del missionario e della terra in cui ha vissuto, offre a loro la possibilità di riappropiarsi del loro territorio, con senso di appartenenza e di orgoglio.

Ai suindicati eventi anche i mezzi di informazione hanno dato ampio risalto, come si evince dai tanti servizi e note giornalistiche, spulciati tra i siti internet e le testate on line:

<<È in queste occasioni che una comunità si guarda allo specchio della storia e riscopre la propria identità, il proprio carattere, gli usi antichi e la pietà popolare tramandata come eredità immateriale. 425 anni in cui ogni bovalinese si votava a Te Vergine Madre per affidarTi i suoi sospiri, di gioia, di dolore, di apprensione, di speranza. Anche quest’anno è FESTA! W MARIA (Sito dell’ Arciconfraternita Maria SS Immacolata di Bovalino Superiore)>>

<<Solo una volta nella storia di Bovalino è capitato che l’Immacolata fosse portata in processione alla Marina. Era il 1975 e fu un evento vero e proprio. Dal palco montato in Piazza Camillo Costanzo risuonò l’eco del discorso de Don Pietro De Domenico, priore onorario dell’Arciconfraternita, che con parole vibranti affidò, nuovamente, il popolo bovalinese alla Mamma Celeste (Sito di Telemia)>>

<<Bovalino Superiore (R.C.): al via i festeggiamenti in onore di Maria SS. Immacolata di Ferdinando Piccolo

Partono ufficialmente domani con l’esposizione della Vergine Madre Celeste i festeggiamenti a Bovalino superiore in onore di Maria SS. Immacolata.

Domani, 29 agosto, ale 18:00 lo sparo dei fuochi d’artificio e il rullo cei tamburi annunceranno l’esposizione dell’antico Simulacro della Vergine Immacolata. Alle 20:00 in piazza Camillo Costanzo 2, condivisione e musica, alle 21:30 presentazione dell’antologia “Vuci senza Tempu”.

Si passa poi sabato 31 agosto, alle 21:30, presso il largo castello, ci sarà la commedia brillante “previti per vocazione”, a cura del gruppo teatrale “Don Giovinazzo” di Moschetta(Locri).

Il primo settembre invece è una data da ricordare, un evento storico: accadeva 44 anni fa, quel giorno del 1975 c’era un’aria diversa per le strade perchè accadeva un evento mai successo.
La “Donna dalla chioma d’oro” veniva portata in processione alla Marina, in quelle strade a Lei sconosciute, tra quelle vie che vedevano i suoi figli vivere una vita agiata, al passo coi tempi, moderna e diversa da quella vissuta per secoli arroccati sulla vecchia cresta. Ma quei figli rimasero incantanti tanto quanto, prima di loro, furono i loro avi, nel veder passare quella immagine tanto cara. Gli occhi lucidi delle donne cercavano lo sguardo della Vergine, nel tripudio festante, sventolando fazzoletti bianchi, come per dirle “sono qui”.Solo una volta nella storia di Bovalino è capitato che l’Immacolata fosse portata in processione alla Marina. Dal palco montato in Piazza Camillo Costanzo risuonò l’eco del discorso di Don Pietro De Domenico, priore onorario dell’Arciconfraternita, che con parole vibranti affidò, nuovamente, il popolo bovalinese alla Mamma Celeste. Domenica 1 settembre, di nuovo, potremo guardare quella statua e riaffermare il nostro ruolo di cristiani testimoni di fede.

Martedì 3 settembre alle 21:00 in chiesa Matrice, incontro di studi “A 425 anni dal miracolo di nostra Signora di Bovalino

Venerdì 6 settembre entriamo nel clou dei festeggiamenti. Sono gli ultimi 3 giorni di festa. Alle 21:30 in piazza Camillo Costanzo 2 “Un paese in Famiglia“, commedia a cura della compagnia “Bubalina” di Bovalino Superiore.

Sabato 7 settembre arrivo a Bovalino superiore dell’associazione musicale “Città di Ardore” diretta dal maestro Pietro Cavallo. Alle 21:30 in piazza Gaetano Ruffo 2, spettacolo musicale “Fabio Macagnino Trio”.

Domenica 8 settembre è il giorno tanto atteso. Giorno del miracolo. Alle 0re 6:00, l’alba del giorno di festa sarà allietata dalle note del “mattutino” che percorrerà le vie del paese. Alle 8:30 arrivo  a Bovalino superiore dell’associazione musicale “Città di Ardore” che sfilerà per le vie di Bovalino. Alle ore 19:00: Celebrazione eucaristica e a seguire Solenne Processione per le vie dell’antico borgo. Alle 21:30 in piazza Gaetano Ruffo 2 Ciccio Nucera Band in concerto.

È in queste occasioni che una comunità si guarda allo specchio della storia e riscopre la propria identità, il proprio carattere, gli usi antichi e la pietà popolare tramandata come eredità immateriale. (Calabria Informa 28 agosto 2019)>>

<<Bovalino (R.C.): dopo 44 anni la statua di Maria SS. Immacolata viene portata anche alla marina di Pasquale Rosaci – Dopo ben 44 anni dall’ultima volta (era il 1975), la statua di “Maria SS. Immacolata” sarà portata in processione dalla frazione di bovalino superiore alla marina. Appuntamento per le ore 18.

Sono iniziati lo scorso 29 agosto 2019 (giovedì) e si concluderanno l’8 settembre 2019 (domenica), a Bovalino Superiore, i festeggiamenti in onore della Maria Santissima Immacolata di cui quest’anno ricorre il 425° anniversario dal giorno del “miracolo”; giorno in cui la popolazione bovalinese dell’antico borgo (allora chiamato Guarnaccia) fu accerchiato dalle fiamme provocate da un violento attacco dei turchi che appiccarono l’incendio prima di lasciare definitivamente il luogo…era l’8 settembre 1594!. I segni tangibili del loro passaggio, simile ad un violentissimo uragano, erano ben visibili ovunque, ogni abitazione fu saccheggiata di ogni avere e non fu risparmiata neanche la Chiesa Matrice dove tutti i simulacri vennero completamente distrutti o deturpati in maniera irreparabile. Fu una notte terribile, fiamme, fuoco e fumo dappertutto ed il vento che soffiava impetuoso propagando in tutto il borgo le altissime fiamme. I  turchi, la cui violenza era già nota, entravano con le armi spianate in ogni abitazione e saccheggiavano ogni cosa, le donne riunite sotto la statua della Vergine piangevano e si stracciavano le vesti imprecando contro il nemico usurpatore chiedendo, nel contempo, alla Vergine Maria protezione per loro ed i loro figli; gli uomini cercarono di proteggere il castello, ma dopo tre giorni di duro assedio dovettero arrendersi alle armi dei turchi che ebbero il sopravvento. Ma all’improvviso, nel pieno delle fiamme,  il cielo divenne cupo e terso ed una scrosciante pioggia si riversò sul paese spegnendo quasi immediatamente ogni focolaio d’incendio,per riconoscenza e devozione la Vergine Maria Immacolata venne portata in processione dalla popolazione e da quel di, ogni 8 settembre, l’evento si ripete. Quest’anno la tradizionale usanza avrà un sapore del tutto particolare perché la statua dell’Immacolata sarà portata in processione da bovalino superiore a bovalino marina, cosa che avvenne soltanto 44 anni fa (era il 7/09/1975. “E’ un modo per rivivere insieme il culto dell’ Immacolata –hanno dichiarato insieme, Pasquale Blefari e Filippo Musitano dell’Arciconfraternita– l’occasione per le due comunità è quella di vivere questo evento non nel segno della collaborazione ma bensì dell’unità”  La novità di questa edizione è rappresentata dalla mancanza dei tradizionali fuochi d’artificio, infatti non ci saranno perché gli organizzatori hanno preferito risparmiare la spesa per destinarla al restauro della statua dell’Immacolata il cui costo è stato preventivato intorno ai 12/13 mila euro.  Quindi l’appuntamento clou è per domani, alle ore 18, con la partenza della processione dalla Chiesa Matrice di bovalino superiore, cui seguirà solo una sosta nella frazione Pozzo dove ci sarà un momento di preghiera e poi si proseguirà per la marina con arrivo previsto in piazza C.Costanzo per le 18.45 circa cui seguirà la celebrazione della S. Messa. Altro appuntamento da non mancare è quello del 3 settembre dove alle ore 21 è previsto nella Chiesa Matrice un incontro di studio dal titolo: “A 425 anni dal miracolo di Nostra Signora di Bovalino. 1573-1594: storia di un ventennio ricco di avvenimenti teologici, culturali ed artistici” La sera dell’8 settembre, la festa del miracolo, con la presenza del Vescovo della diocesi di Locri-Gerace, Mons. Francesco Oliva e l’Arcivescovo e Nunzio Apostolico Mario Giordana (InfoOggi 31 agosto 2019) >>

L’atmosfera e la goia della festa, descritte nei brani riportati, è la stessa di sempre; sfogliando vecchi ricordi e vecchi articoli, alla mente e al cuore si presentano le stesse sensazioni, le stesse emozioni, le stesse immagini. L’articolo che segue, tratto dall’archivio del sito”Eco della Locride”, è un esempio di tale clima spirituale, senza data e senza tempo, che si respira attorno al grande evento; l’inserimento in tale contesto vuole essere anche un omaggio all’autore (il giornalista Domenico Agostini di Bovalino) scomparso qualche anno fa: <<Iniziati i festeggiamenti in onore dell’Immacolata Concezione a Bovalino Superiore – L’Arciconfraternita “Maria SS. Immacolata” dell’antico borgo di Bovalino Superiore col suo Priore Dr. Antonio Blefari, continua anno dopo anno a organizzare assieme ai fedeli ed alla Parrocchia l’Immacolata Concezione: una devozione antica e sentita da tutta la popolazione bovalinese che in questa circostanza si riversa nella piccola ma graziosa frazione in tutta la settimana che precede l’8 settembre, fino al giorno della Celebrazione Eucaristica e della solenne Processione seguita da migliaia di fedeli. La devozione per l’Immacolata è così sentita che il “Borgo” festeggia la Vergine Madre sia l’8 settembre sia l’8 dicembre. Questa festività religiosa ricorda  l’invasione turca ad opera di Sinan Bassà (Scipione Cicala) il quale sbarcando sulla costa jonica si incamminò con i suoi uomini verso l’interno saccheggiando e seminando terrore e morte tra le indifese popolazioni del luogo ed a Bovalino Superiore, tra l’altro, dopo il saccheggio, appiccarono il fuoco.  La tradizione vuole che mentre tutto bruciava avvenne il miracolo dell’Immacolata: un temporale di grosse proporzioni spense l’incendio e salvò in parte l’antica Bovalino. A seguito del miracolo, con il  patrocinio del feudatario, il marchese Sigismondo Loffredo, venne istituita l’arciconfraternita “Maria Ss. Immacolata” ed il papa Clemente VIII, acconsentì di far festeggiare quel miracolo l’8 settembre di ogni anno. I grandi festeggiamenti civili sono già iniziati con serate di teatro: “Mondo cantastorie: i cantastorie tra gli anni ’60 e ’70” che ha visto sul palco allestito in piazza Camillo Costanzo (Largo Chiesa matrice) l’attore-regista bovalinese Nino Racco. Il programma prosegue giorno 5 con la manifestazione “Borgo in rima”: rassegna di poesie in vernacolo; giorno 6 un’altra serata di cultura: “San Giorgio e il drago tra leggenda e modernità” e giorno 7 “Quadri di Pongo”, storia di un clown”. La giornata della grande Festa sarà vissuta dai fedeli giorno 8 settembre alle ore 19.00 con la Celebrazione Eucaristica e la Solenne Processione accompagnata dall’Associazione Musicale Città di Ardore. L’attesa nottata sarà un grandioso “Festival di fuochi d’artificio”, più di un’ora di eccezionali variazioni di “fuochi” che inizieranno verso le ore 23.30. Quest’anno si confronteranno in gara Nazionale le rinomate maestranze: Carlo Di Muoio (SA), Pirotecnica Cavour dei fratelli Boccia di San Giuseppe Vesuviano (NA) e Antonio Sorrentino di Palma Campania (NA)>>

La festa dell’Immacolata si inserisce all’interno di una religiosità popolare molto viva e sentita dall’intera comunità bovalinese, dove la fede è espressa anche attraverso i momenti di drammatiz-zazione rappresentati dalle feste patronali, il cui ricco elenco è tratto da materiale Internet:

1) Festa patronale Maria SS. Immacolata. Il 6, 7 e 8 settembre si svolge a Bovalino Superiore un’antica festa religiosa che trae origine dall’invasione turca dell’8 settembre del 1594, quando l’antico centro collinare venne attaccato, saccheggiato e bruciato dagli infedeli, in questo giorno avvenne il miracolo dell’Immacolata Concezione che con la pioggia improvvisa spense gli incendi e salvò in parte il paese. L’8 settembre, una suggestiva processione, col simulacro della Vergine, percorre le viuzze del centro storico, spettacoli musicali allietano le serate ed infine il Festival dei fuochi d’artificio.

2) I festeggiamenti sono curati dall’Arciconfraternita omonima. Il papa Clemente VIII concesse di celebrare la festa l’8 settembre, invece che l’8 dicembre (festa liturgica), giorno che ugualmente si festeggia l’Immacolata Concezione con la tradizionale novena mattutina e la solenne messa serale.

3) Festa della Madonna del Carmine: si svolge a Bovalino Superiore l’ultima domenica di luglio. La statua è conservata nella cinquecentesca chiesa di Santa Caterina nel sobborgo della Guarnaccia. Dopo la S. Messa e la processione per le vie del paese con la Vergine portata a spalla dall’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata, seguono i festeggiamenti civili con spettacoli  di musica leggera ed alla fine lo spettacolo pirotecnico.

4) Festa della Madonna del Carmine: si celebra nella contrada Biviera, dove nel 1980 venne eretta l’omonima chiesa,la processione con la statua della Madonna va dalla località Petto d’Adamo,teatro nei secoli passati di tragiche battaglie tra bovalinesi e turchi invasori, fino a raggiungere il Dromo, un’antica strada consolare romana che attraversa parallelamente alla costa l’abitato costiero.

5) Festa delle Grazie: di recente istituzione si svolge il 16 giugno nella frazione Pozzo, dove l’antica statua della Madonna delle Grazie proveniente dall’omonima diruta chiesa di Bovalino Superiore, percorre le vie della frazione per poi far rientro nella locale chiesa. Segue il programma civile con concerti musicali.

6) Festa di San Martino: voluta nel 2001 da un gruppo giovanile della popolosa frazione di Bosco Sant’Ippolito, che cura i festeggiamenti, si celebra l’11 novembre con la processione del quadro di San Martino conservato nella moderna chiesa omonima.

7) Festa patronale San Francesco di Paola: la seconda settimana di agosto si svolge la festa in onore di San Francesco di Paola, patrono di Bovalino Marina dal 1894, anno in ui il parroco della chiesa di San Nicola di Bari, D. Antonino Rocca, istituì la confraternita omonima, scioltasi 30 anni fa.

8) Il culto del santocalabrese fu portato a Bovalino alla fine del XVI secolo dalla famiglia Costanzo, originaria di Cosenza, nel 1607 venne fondata a Bovalino Sup. la confraternita sotto il Suo nome.

9) Attualmente la festa,curata da un comitato,prevede concerti bandistici, musicali e la caratteristica processione con la statua del santo sulle acque antistanti la cittadina ionica (che rievoca il miracolo del passaggio del Santo sul Suo mantello da Messina a Reggio Calabria). I festeggiamenti civili ricchi di appuntamenti musicali si concludono con lo spettacolo di fuochi d’artificio.

10) Festa Madonna del Rosario: si celebra la seconda domenica di ottobre nella chiesa matrice di Bovalino Superiore. La statua ottocentesca proviene dalla diruta chiesa della Madonna delle Grazie e del SS. Rosario.

11) Questa festa venne istituita nel 1571, anno in cui i bovalinesi parteciparono con la nave del conte Vincenzo Marullo alla famosa battaglia di Lepanto del 7 ottobre di quell’anno, dove le potenze cristiane inflissero una dura sconfitta alla flotta turca.

12) Bovalino fu uno dei primi paesi italiani ad istituire la festa del Rosario, venne annessa alla chiesa omonima nel 1581, mentre nel 1676 venne fondata la confraternita non più esistente.

13) Nel XVII secolo, la statua della Madonna del Rosario, venne portata in processione fino alla pianura di Frazzà di Bovalino in quanto le invasioni delle locuste distruttrici avevano portato la popolazione alla fame.

14) Festa Beato Camillo Costanzo: vanto ed orgoglio dei bovalinesi è il gesuita Camillo Costanzo (1572-1622), bruciato vivo a Firando in Giappone dopo aver convertito quel popolo alla fede cattolica. Venne beatificato dal Pio IX il 7 luglio 1867, la festa del 15 settembre venne istituita 65 anni fa quando giunse a Bovalino la statua del Santo.

15) Festa S.S. Cosma e Damiano: le staute dei Santi Cosma e Dmaino, conservate nella chiesa di S. Caterina a Bovalino Superiore, dopo la S. Messa serale vengono portate in processione per il paese.

[1] C’è una presenza massiccia di Confraternite: in Calabria sono circa cinquecento e in Italia più di seimila.

Dice Tiziana Aceto: “… Le Confraternite si ritrovano in eredità non solo una tradizione di fede ma anche un ricco patrimonio culturale e artistico. Sono custodi di tesori che altrimenti sarebbero andati perduti e che grazie alla loro cura vengono conservati e fatti conoscere alle nuove generazioni…” Esse si formarono nel XII sec. come libere associazioni laicali dedite all’esercizio delle opere di carità, oggi vivono pienamente la loro appartenenza alla religione cattolica. In merito il papa Benedetto XVI, ricevendo in udienza le confraternite di tutte le diocesi italiane, ha ricordato che “queste associazioni fanno giungere l’annuncio del Vangelo percorrendo vie antiche e nuove”.

[2] Le proposte s’inseriscono nel percorso di valorizzazione del Borgo, ad opera dell’Arciconfraternita e di pochi testardi cittadini, legati alle proprie origini e alla propria terra, come facevo presente in una lettera inviata al Priore, in occasione di una delle tante manifestazioni organizzate a Bovalino Superore: “Caro Priore, plaudo contento all’ennesima iniziativa culturale organizzata dall’Arciconfraternita, da te egregiamente guidata, volta a far crescere la comunità bovalinese e a far prendere agli abitanti del posto maggiore coscienza e conoscenza di un territorio da curare e valorizzare, purtroppo oggi ancora degradato per l’incuria degli uomini e le offese del tempo… Il tutto finalizzato a migliorare le condizioni di vivibilità e a far emergere le potenzialità e le energie mortificate e compresse…

In un recente convegno sullo stato dell’arte dei beni culturali calabresi… ho parlato di beni dimenticati a proposito dei centri collinari, ricchi di storia e di interessanti strutture architettoniche, i quali, semidistrutti da eventi naturali e in parte abbandonati dagli abitanti per zone morfologicamente più sicure, hanno subito anche la devastazione e le offese degli uomini… Beni dimenticati e non sempre purtroppo considerati dai poteri politici e culturali… con la sgradevole impressione che in questa parte di regione tra i tanti beni dimenticati, qui siano ancora di più dimenticati…

Un vero misfatto e l’elenco è lungo, come purtroppo lunghi sono i tempi perché si possa formare una mentalità più rispettosa del territorio…

Per questo bisogna continuare sulla strada della sensibilizzazione e dello scuotimento delle coscienze, come sta facendo l’Arciconfraternita…

Per questo bisogna recuperare la memoria locale, far emergere e valorizzare le ricchezze culturali dall’oblio e dal letargo in cui comunità distratte e tempi veloci e superficiali, come quelli attuali, le hanno relegate…

Per questo bisogna rifuggire dall’atteggiamento di rassegnazione, ma reagire e trovare motivazioni forza ed entusiasmo, ripensando anche al messaggio lasciato ai giovani locali dall’esemplare vita di Ciccio Clemente, cosciente e sempre voglioso di fare pur soffrendo, con i versi del poeta a lui conformati: “M’hai relegato in un rupestre borgo / dove la mia battaglia quotidiana / affronto nel silenzio, e benché trascurato e non amato, / non oso abbandonarlo…”

Per questo bisogna rendere inattuali i severi giudizi espressi dai viaggiatori del Gran Tour, che si avventuravano nella nostra Regione nel ‘700 e nell’800. Tutti, dall’Abbè de Saint Non a Swinburne Grant Gissing e Douglas, sono concordi nel descrivere, in contrasto con la nostalgia e il rimpianto per la grandezza del passato magno-greco, le condizioni disastrose della regione, la cattiva amministrazione della giustizia, la pessima amministrazione della cosa pubblica e del territorio…

Anche se poco è cambiato e tutto purtroppo, sotto i nostri occhi impotenti, sembra ingovernabile, bisogna guardare al futuro con ottimismo e lavorare per impedire che anche qui, in questo suggestivo Borgo, le chiese e il castello facciano la fine della torre Scinosa o del convento di Santa Maria del Gesù… Intanto nell’agorà virtuale è già in atto un dibattito partecipato e appassionato su Bovalino Superiore da salvare… e non è cosa da poco…

Complimenti ancora e auguri di buon lavoro…

Mi dispiace non poter partecipare all’evento…”

[3] La Prefazione è datata, risalendo ai primi anni del 2000… Quello che era un auspicio, poi si è realizzato, sia il completamento della casa del Beato che l’organizzazione di convegni sulla sua illustre figura e la valorizzazione della festa…. come riportato più avanti, in un capitolo dedicato al Beato Camillo…

In particolare, il progetto di restauro è stato redatto dall’architetto Tommaso Violi e i lavori sono stati eseguiti dalla ditta del sig. Bruno Albanese. La casa, che ha una superficie di circa 48 mq.. è stata acquistata in epoca recente dall’Arciconfraternita. In merito bisogna precisare che gli ultimi proprietari risultanti dagli atti catastali, furono i coniugi: Battista Antonio fu Felice (1908), disperso durante la 2^ guerra mondiale, e Zappia Giuseppa di Giovanni (1915/’84), che l’acquistarono all’epoca del loro matrimonio celebrato nel 1941. Nel 1962 la sig.ra Zappia si trasferisce ad Ardore e vende l’immobile senza atto notarile ma solo “verbalmente” ai coniugi Parisi Vincenzo e Trivieri, vicini di casa, per la somma di £. 95.000. Negli anni ’90 il figlio dei suddetti, sig. Parisi Girolamo, fa un compromesso di vendita all’Arciconfraternita, pur non avendone titolo, ricevendo dalla stessa la somma di £. 2.500.000.

[4] Bovalino Superiore posto sulla sua rocca, è un luogo magnifico, sin dalle sue antiche origini. Abitata prima da popoli preistorici, diventò un vero centro urbano nel 710 A.C. circa, con l’arrivo dei primi coloni greci, sbarcati a Capo Zephirio, oggi Capo Bruzzano, e giunti fino a qui, dove abiteranno fino al 280 a.C. circa, quando saranno scacciati dai romani. I nuovi dominatori costruiranno una grande città che durerà fino al 553 d.C.. Durante il periodo bizantino Bovalino domina uno dei territori più vasti della Calabria, che si estende da Santa Cristina d’Aspromonte fino al mare Jonio, da Cirella di Platì a San Luca. Con la conquista della Calabria da parte dei Normanni, Bovalino si espande ancora, diventa più importante, e sente la necessità di costruire un castello e delle mura di protezione, lavoro iniziato nel 1240, ma che a causa di vari attacchi di pirateria da parte dei turchi e dei grandi terremoti del 1300, venne completamente ampliato e completato solo nel 1500. Ai normanni succedettero gli angioini, il periodo durazzesco, gli spagnoli, i borboni e infine il regno d’Italia.

La bellezza e la maestosità di Bovalino Superiore sono testimoniate anche dalle parole scritte da alcuni personaggi che videro e descrissero Bovalino nell’antichità.

Gabriele Barrio nel 1571 scrisse: “… con un vino speciale per bontà;… qui l’aria è saluberrima. In questo luogo si raccoglie la manna, si trova il gesso, la terra rossa dei vasai, l’etite, si trovano i tartufi, nascono i capperi, si produce cotone e olio di sesamo. Esistono inoltre bellissimi pascoli, dove è grande l’abbondanza di erbe mediche che nascono spontaneamente. Vi pascolano e sono ingrassati gli armenti reggi di cavalli. Si fanno anche belle uccellagioni di pernici, coturnici, tordi, galline selvatiche, beccaccini, aironi ed altri uccelli minori; si raccolgono anche uccelli rapina di molti tipi. Esistono orti frondosi di limoni, cedri e mele bionde.”

Pompeo Basso nel 1586 scrisse: “… situata sopra un poggetto per circa un miglio e mezzo distante dalla marina, attaccata da tutti i venti, con una grande veduta del mare e delle montagne, vi è una buonissima aria … terra da due parti murata dall’altra parte chiusa da mura e dall’altra da scoscese di tufo. All’inizio del paese si trova un castello bellissimo non ancora ultimato. Fuori la cittadella ci sono due borghi, con le case fatte di fascine incretate…”.

Edware Lear nel 1847 scrisse: “scintillante nella sua cretosa altura, Bovalino è un posto di considerevole grandezza ed eravamo incantati dal marcato carattere calabrese,… il costume delle donne era il più bello che avessi visto finora…”

Nel 1995 è stata allestita una mostra fotografica per far conoscere le bellezze del Borgo e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro valorizzazione, come ci ricorda un articolo del giornalista locale Giuseppe Pipicella: “Il Wwf ha voluto rivalutare l’antico borgo di Bovalino Superiore con una splendida mostra fotografica riferita alle zone più belle dell’intero comprensorio in particolare e della Calabria in generale. Sono un cen­tinaio di immagini, distribuite su una decina di pannelli, che ci fanno riscoprire i luoghi più caratteristici, le tradizioni e la natura della nostra magnifica terra di Calabria. Si tratta di un evento fortemente voluto dalla dinamica responsabile della sezione locrese dott.ssa Filomena Macrì che ha voluto dimostrare una particolare attenzione per l’antico centro storico che, dopo essere stato sciaguratamente sventrato nelle sue componenti più belle, ri­schia ora dl spopolarsi sempre di più nonostante sia convinzione generale che la «frazione madre» meriterebbe tantissima attenzione da parte delle istituzioni. Ma per Bovalino Superiore, purtroppo, non esistono pro­grammj di rivalutazione storica così come non ci sono in cantiere programmi validi per farlo conoscere e apprezzare dal punto dl vista turistico. Un segnale forte, in questo senso, è partito dal Wwf che ha organizzato la manifestazione nella Cripta (detta della Juditra) della Chiesa Matrice che si presenta in tutta la sua bellezza architettonica. La mostra resterà aperta ininterrottamente da domenica 30 agosto fino al prossimo sette settembre, periodo durante il quale si celebra la novena dei festeggiamenti patronali in onore della Madonna. Nella mostra si possono ammirare foto di Barofflo, Chiara, Macri e Scaramozzino.”

[5] Le Confraternite annualmente s’incontrano per rafforzare la loro identità e lo spirito di appartenenza; il servizio giornalistico che segue è stato pubblicato sulla Gazzetta del Sud dell’11 giugno 1997 a firma di Giuseppe Pipicella e fa riferimento ad un raduno tenutosi a Bovalino: “Bovalino / Raduno annuale delle Confraternite dell’Alto Jonio reggino. Sono molto importanti nella diffusione della fede cristiana. Il sesto radu­no annuale dell’Unione Dio­cesana delle Confraternite si è svolto quest’anno a Bovali­no Superiore con l’organizza­zione della locale confrater­nita Maria SS. Immacolata. Vi hanno partecipato una ventina di confraternite pro­venienti dai vari centri della Diocesi con i loro gonfaloni, stendardi e le divise tradizio­nali. Oltre alla Confraternita di Bovalino Superiore, hanno sfilato per le vie dell’antico centro le rappresentanze del­le Confraternite di Ardore, Be­nestare, Careri, Casignana, Gerace, Gioiosa, Mammola, Natile, Roccella, Stilo, Sider­no e S. Nicola d’Ardore. La tradizionale manifesta­zione si è aperta con il saluto del priore della Confraternita di Bovalino Sup., Vito Cavallo, dal presidente dell’Unione Diocesana Antonio Gratteri, dal parroco don E­manuele Pipicelli e dal sinda­co, Camillo Ammendolea. La presenza del vescovo, mons. Bregantini è servita a richiamare l’attenzione gene­rale sul rispetto delle tradi­zioni, sull’unità delle Confra­ternite e sulla necessità di da­re sempre maggiore impulso al gruppo donatori di sangue che si è costituito all’interno delle Confraternite. Il vescovo Bregantini, ri­chiamando tutti alla fede in Cristo, ha introdotto l’argo­mento annuale di discussione e di dibattito che verteva su ‘Maria nella pietà popolare’. Sull’argomento ha relaziona­to il prof. padre Stefano De Fiores, membro della Pontifi­cia Accademia Mariana, con­siderato uno dei più grandi e­sperti mondiali di mariologia. La relazione di padre Stefa­no De Fiores, ha fortemente interessato i presenti che, con le loro domande, hanno dato vita ad un interessante dibat­tito che ha avuto come mode­ratore il vice presidente dell’Unione Diocesana, Giusep­pe Blefari. A conclusione del­l’intensa giornata di fede che ha coinvolto direttamente la comunità locale, sulle note di un canzoniere popolare ese­guito dal concerto bandistico del posto, sono state conse­gnate pergamene ricordo a tutte le Confraternite e al pa­dre spirituale delle Confra­ternite don Giuseppe Barba­ro. Il settimo raduno annuale avrà luogo il prossimo anno a Careri. Restando in tema di fe­de religiosa, occorre dire che sul lungomare del quartiere S. Elena, il parroco padre Co­stante ha benedetto una pic­cola statua di S. Francesco di Paola, patrono di Bovalino e dei pescatori. Sono stati gli a­bitanti dello stesso quartiere a promuovere l’iniziativa e a realizzare la piccola nicchia dove la statuetta è stata poi de­posta. Sullo stesso lungomare sono state realizzate anche o­pere di abbellimento che ren­dono davvero gradevole l’in­tera zona.”

[6] Nel 2009 il dr. Antonio Blefari concludeva il mandato (successivamente rinnovato), che la Confraternita gli aveva affidato per il settimo anno consecutivo dal 2001 al 2008. In quest’arco di tempo ha svolto il suo ruolo con passione e nella convinzione che l’Arciconfraternita può fare molto nell’opera di riscatto e di recupero di un Borgo semi-abbandonato dalla popolazione e spesso trascurato dalle Amministrazioni locali. Fra le opere più importanti realizzate, durante il suo priorato, sono da ricordare:

  1. a) Il Museo, inaugurato il 6 ottobre 2002, che ha permesso di recuperare molti oggetti e arredi sacri, attraverso i quali è possibile scrivere anche la storia della Chiesa e dell’Arciconfraternita. (E’ convinzione diffusa che bisogna insistere nella sua valorizzazione, migliorarne l’organizzazione e la gestione e arricchirlo con nuovo materiale. -In merito si ricorda che padre Stefano De Fiores ha donato al Museo il libro “Vita del venerabile padre Bonaventura da Potenza, Minore conventuale, scritta da F. Giuseppe Maria Rugilo dell’istesso Ordine”, fatto da lui restaurare e le cui vicissitudini sono “raccontate” dall’offerente in una lettera allegata, datata 11 aprile 2004, nella quale dice anche di consegnare il libro alla signora Caterina Signati pregandola cortesemente di trasmetterlo al Museo locale. Il libro è stato acquisito dal Museo solo nei primi mesi del 2009).
  2. b) La pubblicazione, sempre nel 2002, del libro di Antonio Ardore “Un borgo da salvare”, che ha permesso di sensibilizzare l’opinione pubblica verso i problemi del Borgo, che per la sua interessante storia va assolutamente salvato e riportato in auge, dal degrado in cui versa attualmente. (L’Arciconfraternita ha deciso di utilizzare il ricavato della sua vendita per il successivo restauro della casa natale del Beato Camillo Costanzo).
  3. c) La ristrutturazione della casa del Beato Camillo Costanzo, che ha avuto il duplice scopo di valorizzare la figura del personaggio più illustre di Bovalino e contemporaneamente adattarla a sede ed archivio storico dell’Arciconfraternita, che avrà così maggiore visibilità anche all’esterno.
  4. d) Il Convegno nazionale sul Beato Camillo Costanzo che, svoltosi il 30 dicembre 2007 in concomitanza dell’inaugurazione della Casa, è servito ad accendere i riflettori su questa figura meravigliosa, valorizzando e attualizzando le sue virtù esemplari. (Gli Atti del Convegno, curati dal sottoscritto, sono pronti per essere pubblicati, divulgati e conservati a futura memoria).
  5. e) Ha cercato di valorizzare e rendere ancor di più interessanti i calendari dell’Arciconfraternita, che si pubblicano annualmente, integrandoli di notizie e riferimenti storici.
  6. f) Nell’organizzazione dei riti pasquali, della festa dell’Immacolata e degli altri eventi religiosi ha cercato di mantenersi nel solco della tradizione, ma con uno sguardo rivolto anche ai tempi che cambiano.
  7. g) Ha reso possibile lo spostamento della data di indizione dell’Assemblea annuale dell’Arciconfraternita (dal sabato santo alla prima domenica di febbraio), convinto che ciò giova ad una migliore organizzazione del programma da svolgere e delle attività da realizzare.
  8. h) Si è sempre impegnato, in qualità di priore e di cittadino, per la messa in sicurezza e recupero della chiesa dello Zopardo e dello stesso castello, con l’augurio e la speranza che prima o poi le due opere vengano portate a termine.

Il dr. Antonio Blefari, nel lasciare il posto di priore al fratello prof. Giuseppe rieletto all’unanimità dall’assemblea, ha relazionato su quanto realizzato, confessando tra l’altro ai confratelli di avere accettato e svolto l’incarico sempre con entusiasmo e spirito di servizio, sacrificando spesso esigenze familiari e personali e facendo i cosiddetti salti mortali per conciliarlo con gli impegni di lavoro, convinto di fare una cosa utile per la collettività. Si è dichiarato soddisfatto per le cose realizzate, dispiaciuto per quelle impossibili da portare avanti o non realizzate per indolenza (come ad esempio le commemorazioni filateliche utili a fissare storicamente gli eventi), amareggiato per l’indifferenza e l’apatia di molti confratelli nei confronti della Confraternita, augurando al suo successore ogni bene e la capacità di servire la gloriosa Arciconfraternita, memore della sua lunga storia e del suo ruolo importante per la crescita civile sociale e culturale della Comunità bovalinese.

[7] Localmente spesso ci sono delle variazioni rituali legate al territorio, che non modificano la sostanza della cerimonia. Ad esempio presso la Confraternita del Sacro Cuore di Gesù e di Maria SS. del Rosario a Gerace il rito si svolge nel seguente modo: <Professione dei novizi. Dopo il canto del “Veni Creator Spiritus” il Priore rivolto al Padre Spirituale dice: “Rev.mo Padre, la confraternita desidera che siano ammessi a fare la professione di fede i seguenti fratelli e sorelle….” Il Padre Spirituale rivolto ai novizi dice: “Volete fare parte di questa Confraternita?”. I novizi rispondono: “Si lo vogliamo!”. Il sacerdote: “Sarete fedeli al Sacro Cuore di Gesù? A Maria SS. del Rosario? Servirete questo Oratorio? E osserverete lo Statuto?”. I novizi: “Con la Grazia di Dio spero di si!”. Il Padre Spirituale: “Ad onore e gloria della SS. Trinità io vi ricevo tra i fratelli e le sorelle di questo Oratorio. Il Signore perdoni i peccati della Vostra vita passata, vi faccia vivere secondo Dio in giustizia e santità e vi faccia degni della perseveranza finale”. Inginocchiati si cantino le litanie: Kirie eleyson, Christe eleyson, Kirie eleyson, / Christe audi nos, Christe exaudi nos, / Pater de coelis Deus misere nobis / Filii Redemptor mundi Deus misere nobis / Spiritus Sanctae Deus misere nobis / Sancta Trinitas unus Deus misere nobis / Cor Jesu Filii Patris aeterni misere nobis / Cor Jesu in sinu Virginis Matris a Spiritu Sancto formaturn misere nobis / Cor Jesu Verbo Dei substantialiter unicum misere nobis / Cor Jesu vita et resurrectio Nostra misere nobis / Sancta Maria ora pro nobis / Sancta Virgo virginurn ora pro nobis / Regina Sacratissirni Rosarii ora pro nobis / Ornnes Sancti Angeli et Arcangeli orate pro nobis / Omnes Sancti et Sanctae Dei orate pro nobis / Ut nasmetipses in haec Congregationis hoc famulos tuos admittere, benedicere et conservare dignetis Te pregarnus audi nos / Christe audi nos Christe audi nos / Christe exaudi nos Christe exaudi nos. Preghiera – Professione recitata dai novizi. O Gesù, dolcissimo, redentore del genere umano, guarda a noi, umilmente prostrati davanti al Tuo altare. Noi siamo tuoi e Tuoi vogliamo essere, e poter vivere a Te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al Tuo Sacratissimo Cuore, fermamente ci proponiamo di volerTi sempre servire e di fare quanto possiamo perché sia amato anche dagli altri. Fa, o Salvatore Nostro, che risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore Divino da cui venne la nostra salute, a Lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen. Benedizione delle vesti. Padre Spirituale: “O Dio, la tua parola santifica tutte le cose: effondi la Tua benedizione su queste vesti, che i Nostri Padri con umiltà ed innocenza portavano come sacre, affinché quelli che le indosseranno imiteranno nell’anima e nel corpo Te,Ns. Salvatore che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen”. Veste. Prendi fratello carissimo la veste candida, simbolo della nuova vita nella grazia di Dio. Cingolo. Ti cinga col cingolo della mortificazione, senza la quale non si possono conservare le virtù cristiane. Mozzetta. Ti copra col manto della giustizia, ricordandoTi il cammino che dovrai percorrere al servizio dei fratelli per amore di Cristo che sottopose le sue spalle al gravissimo peso della croce. Fascia. Prendi l’abitino del Sacro Cuore di Gesù e della Vergine del Rosario, singolare contrassegno dei suoi servi affinché col vestito possa vivere sotto il loro patrocinio. Cappuccio. Questo Ti renda uguale ai Tuoi fratelli nell’umiltà, nell’ubbidienza e nella carità (consegnando la candela) e cerca di essere al Tuo prossimo d’esempio e come arde questo cero così arda il Tuo cuore nell’Amore SS. di Dio.>

[8] La Settimana Santa 2009 si è svolta secondo il seguente programma, comunicato ai fedeli del posto e a quelli dei paesi vicini, attraverso affissione di manifesti e consegna di depliant: <L’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata di Bovalino Superiore in collaborazione con tutta la Comunità Parrocchiale rivive nella fede e nella tradizione la Pasqua del Signore / Fedeli, la Pasqua si avvicina, si appresta a calarsi nel Nostro mondo tormentato da lotte, violenze e sopraffazioni, ma pur sempre illuminato dall’infinita luce di Dio. Dunque, l’augurio per tutti noi è che ci possiamo sentire avvolti da questa luce Divina e che nell’attesa Pasquale si spianino nei nostri cuori le vie della pace e della gioia. 1) Venerdì 20 marzo -ore 20,30 Celebrazione Eucaristica nella Chiesa Madonna delle Grazie di Pozzo. Seguirà la Via Crucis per tutta la comunità con arrivo al Calvario di Bovalino Superiore. 2) Venerdì 27 marzo -ore 20,30 Celebrazione Eucaristica nella Chiesa Madonna del Carmine di Biviera. Seguirà la Via Crucis per tutta la comunità con arrivo al Calvario di Bovalino Superiore. 3) Venerdì 3 aprile / Giornata dedicata alla Vergine Addolorata -ore 19,30 Incontro del gruppo di preghiera “Carlo sei con noi” nella Chiesa Matrice di Bovalino Superiore -ore 20,15 Celebrazione Eucaristica in onore della B.V. Addolorata e Via Crucis per tutta la comunità con arrivo al Calvario. 4) Domenica delle Palme / Gesù entra in Gerusalemme -ore 10,30 Incontro in Chiesa Santa Caterina con distribuzione e benedizione delle Palme. Processione verso la Chiesa Matrice dove seguirà la celebrazione Eucaristica per tutta la comunità parrocchiale. 5) Giovedì Santo 9 aprile -ore 19.00 Celebrazione della “Caena Domini”, lavanda dei piedi ed agape fraterna. Seguirà la cerimonia di vestizione dei confratelli novizi –ore 21,30 Adorazione del Santissimo nel Cenacolo. 6) Venerdì Santo 10 aprile -ore 19,00 Funzione liturgica con adorazione e bacio della Croce. Santa Comunione -ore 21,30 Omelia di Passione tenuta da Don Natale Spina dell’Ordine dei Salesiani con la suggestiva “Chiamata della Madonna” -ore 23,00 Processione al Calvario con l’immagine della Madonna Addolorata. 7) Sabato Santo 11 aprile -ore 8,00 Processione al Calvario con Cristo morto e la Vergine Addolorata. Segue Omelia al Calvario -ore 21,30 Veglia Pasquale e Celebrazione dell’Eucarestia. 8) Domenica di Pasqua 12 aprile -ore 10,00 Sfilerà per le vie del paese la banda musicale “Costa Ionica” -ore 11,30 Celebrazione Eucaristica. Seguirà processione con Cristo Risorto. In piazza Gaetano Ruffo avverrà la tradizionale e suggestiva “Affruntata”, accompagnata da un tumultuoso spettacolo pirotecnico diurno eseguito dalla ditta F.lli Ciconte da Sorianello (VV). L’Arciconfraternita augura a tutti una Santa Pasqua – Il Parroco Padre Giuseppe Pittarello / Il Priore dr. Giuseppe Blefari>

[9] Anche nel ruolo di predicatore, insuoperabile è rimasta nella memoria collettiva la figura di Padre Stefano De Fiores (mariologo di fama internazionale), che divideva (con amore e passione) tra San Luca e Bovalino Superiore tale impegno pasquale…

[10] A titolo indicativo si ricorda che all’incantu del 2004 per le statue di Cristo Morto e Risorto sono stati offerti 225 euro da Antonio Blefari, Carlo Blefari, Pasquale Blefari e Francesco Macrì; per le lanterne davanti al Cristo Morto 20 euro e per quelle dietro 10 euro da Nailon Giuseppe e Carpentieri Giuseppe; per le lanterne della Madonna 20 euro da Oliva Francesco.

[11] Dice Vito Teti, a proposito dei mille riti di Pasqua in Calabria che si svolgono tra fede e pietà popolare, che tali rappresentazioni corali del trionfo della vita sulla morte esprimono un radicato bisogno di comunità: “Tutti i riti, che si svolgono nella regione, nei grandi e nei piccoli centri, quelli più famosi e quelli sconosciuti all’esterno, hanno al centro la ‘rappresentazione’, la ‘narrazione’, la ‘drammatizzazione’ di una vicenda ‘esemplare’. Le processioni del Venerdì o del Sabato Santo, le sacre rappresentazioni della passione e morte di Cristo (che si svolgono in molte località), le processioni, i canti, i riti a lutto (che vedono come protagoniste le confraternite religiose), l’Affruntata del giorno di Pasqua (o Confronta o Confrontata o Svelata, che interessa numerosi centri grandi e piccoli delle province di Catanzaro, Vibo, Reggio Calabria, in particolare l’area della Piana e il versante jonico) costituiscono un grande ordito letterario mitico, religioso che vede coinvolte ed impegnate intere comunità, anziani, giovani, donne e anche bambini. Le chiese, le strade, le piazze, i vicoli, i calvari, i cimiteri diventano luoghi densi di ‘sacralità’, spazi scenici ‘eccezionali’ dove viene recitata, raccontata, rappresentata, teatralizzata –in forme drammatiche- una ‘vicenda’, antica e sempre attuale (come lo sono la morte e la vita) nella quale tutti continuano ad identificarsi…Le feste, le tradizioni, i riti non sono immobili e vanno sempre compresi per la loro carica di memoria e di sentimento dell’appartenenza, ma anche per le vicende che essi ricapitolano (si pensi al legame tra riti di Pasqua e storie di lutti, devastazione, terremoti, riorganizzazione del territorio, emigrazione), ma soprattutto per la loro capacità di parlare oggi, di dire qualcosa ‘qui ed ora’, in maniera nuova. Nessun rito sarebbe ‘eseguito’ se non raccontasse, rispecchiasse, inventasse la vita nel presente…”

[12] In Calabria si svolgono anche le celebrazioni pasquali arbereshe delle comunità italoalbanesi, con la liturgia greco-ortodossa di derivazione bizantina. Nella settimana santa, detta la ‘Grande e Santa settimana’, vengono riproposti i misteri della passione, della morte, della sepoltura e della risurrezione di Cristo, con il coinvolgimento dell’intera popolazione. La sera de ‘Grande e Santo giovedì”, all’interno delle chiese e per le strade dei parsi, si canta la kalimera (in greco buongiorno), una sorta di litania cantata a voce bassa, che ripercorre gli episodi che hanno caratterizzata la vita terrena di Gesù, di Maria e dei santi… All’alba della domenica, alle ore 5.30, durante la cerimonia ‘Fjalza e mira’ viene annunziata la Resurrezione seguendo un rito molto particolare.Il celebrante, attorniato dai fedeli, per farsi aprire la porta della chiesa bussa tre volte usando la croce. A questo punto inizia un dialogo con chi, all’interno della chiesa impersona il male. Al terzo invito ad aprire la porta, vengono accese luci e luminarie e i fedeli entrano intonando ‘Christòs Anèsti’ (Cristo è risorto).

[13] Anche la stampa dedica la sua attenzione alla festa, come in questo articolo di Antonio Ardore pubblicato in data 7 settembre 1996 e titolato A Bovalino la tradizione dell’Immacolata. <Fuochi e musica per ricordare antiche grazie. “Inizieranno questa sera, nell’antico borgo medioevale di Bo­valino Superiore, i festeggiamenti patronali in onore di Maria SS. Immacolata. Alle ore 19 don Emanuele Pipicelli celebrerà la Santa Messa, mentre alle ore 21 grande serata musi­cale con “I Nuovi Eroi”, ci sarà la partecipazione del cantautore Franco Strangio e della coppia Bruno Rossi e Claudia Ferraro del grup­po danza sportiva di Reggi­o Calabria, campioni re­gionali, interregionali e semifinalisti ai campionati italiani 1996 di danze stand­ard e latino-americane. La serata sarà conclusa dal maestro Ilario Lamberto con un’esibizione di assolo di tromba. Domani dalle ore 17, il concerto bandistico “Città di Bovalino S.” allieterà le vie principali del paese; alle ore 19 Santa Messa ed alle ore 21 verrà presentato ufficialmente alla cittadinanza il Concerto bandistico “Maria SS. Immacolata” di Bovalino S. diretta dal maestro direttore e concer­tatore Ilario Lamberto che allieterà la serata con musiche scelte. Ed arriviamo dunque a domenica 8 settembre, nati­vità della Beata Vergine Maria, patrona di Bovalino Superiore. Dopo la Santa Messa delle 8, il grande concerto bandistico “Città di.Fa­lerna” percorrerà le princi­pali vie di Bovalino Ma­rina. Alle ore 11 Santa Messa con omelia. Alle 18,30 Santa Messa cantata cui seguirà la solenne processione con l’antico simulacro della Vergine Immacolata per le vie del borgo medioevale, ravvivata da una suggesti­va fiaccolata e da uno spet­tacolo pirotecnico. Al termine della funzio­ne religiosa ci sarà in piaz­za il saluto del Priore dell’omonima confraternita ed un’orazione panegirica tenuta da don Bruno Sculli. Seguirà un concerto di musica operistica ed alle 23,30 prenderà il via il tanto atteso festival di fuo­chi d’artificio cui interver­ranno 3 rinomate ditte pirotecniche. La festa si concluderà con la riffa e con la pre­miazione del vincitore dello spettacolo di fuochi d’artificio. La festa dell’Immaco­lata a Bovalino Superiore risale al 1594, quando l’antico centro fu prima bombardato da mare e poi assaltato, saccheggiato ed incendiato dai turchi gui­dati dall’avventuriero Scipione Cicale, il visconte. genovese rapito a 16 anni dai turchi e che in quell’anno fece bombarda­re anche Cariati e Reggio Calabria, assaltando l’E­remo della Consolazione. La gente si raccolse in chiesa a pregare e mentre Il paese era invaso dalle fiamme si mise a piovere come se la Madonna si fosse messa a piangere sulle rovine del paese e l’incendio fu spento. Era l’8 settembre 1594 e per com­memorare il luttuoso avve­nimento e l’intervento miracoloso della Vergine Maria, venne istituita la festa dell’Immacolata Concezione e fu fondata la confraternita omonima. La statua lignea poli­croma settecentesca dell’Immacolata Concezione si trova all’interno della Chiesa Matrice Arcipretale e Protopapale S. Maria ad Nivea e S. Nicola di Bari a Bovalino Superiore, nella navata laterale destra. L’Arciconfraternita “Maria SS. Immacolata esorta ad essere sempre più umili ed indulgenti, unico modo per meritare l’amore di Maria Immacolata e quindi con i cuori ricolmi di amore ci apprestiamo a venerare in questi giorni a Bovalino Superiore la Madonna Immacolata.”>

Capitolo nono – Il presepe

Il presepe è un’altra interessante “creatura” dell’Arciconfraternita di Bovalino Superiore. E’ dal Natale del 1962 che viene realizzato nella Chiesa Matrice un originale presepe elettromeccanizzato. In quell’anno il nuovo parroco padre Domenico De Tommasi riusciva ad avvicinare alla Chiesa i giovani motivando la loro partecipazione alle varie manifestazioni, finalizzando le loro energie e creatività e appassionandoli alla realizzazione di un grande presepe.

Il presepe, ogni anno diverso e reinventato, perfezionato e curato nei particolari, viene realizzato per incarico dell’Arciconfraternita dal sig. Clemente Francesco con amore competenza e vera passione da quel lontano 1962. Lo stesso Clemente provvede alla creazione artigianale delle statue necessarie. In particolare vengono messe in risalto le antiche tradizioni, gli antichi mestieri e gli ambienti più caratteristici del centro storico.

L’egregia fattura del presepe richiama ogni anno sempre più la curiosità e l’interesse dei visitatori provenienti da ogni parte, che vedono in esso un formidabile strumento di comunicazione, attraverso il linguaggio iconoco e artistico, dei valori genuini e primitivi della fede di questa comunità che li ha sempre posti al centro della vita familiare.

Ha ricevuto diversi premi speciali come miglior presepe dall’Associazione Amici del presepe di Reggio Cal.[1]; è stato oggetto sempre di servizi televisivi e di articoli di stampa, come sottoriportati:

<Bovalino: primo premio al presepio meccanico, allestito nella Chiesa Matrice.“La Commissione ‘Amici del Presepio’ riunitasi recentemente a Reggio Calabria ha designato vincitore per il Concorso del «Presepio Cristiano Natale‘84» il presepio elettromeccanizzato allestito nella Chiesa Matrice Maria Santissima Immacolata di Bovalino Supe­riore. La massima onorificenza pro­vinciale di cui è stato insignito il Presepio di Bovalino Superiore è stata sancita con la consegna del diploma d’onore per mezzo delle mani del vescovo metropolita di Reggio, mons. Aurelio Sorrentino. L’eccellente opera cattolico-culturale in Bovalino Superiore è stata realizzata a cura dell’Arci­confraternita di Maria Santissima Immacolata sotto il patrocinio dell’assessore dell’industria e commercio della Comunità Montana «Aspromonte Orien­tale» Giuseppe Blefari. Per la definitiva realizzazione dell’opera hanno dato il loro contributo un gruppo di giovani iscritti all’associazione «Amici del Presepio», di concerto con il validissimo impegno di alcuni artigiani che con grande passione e con spirito di sacrificio hanno consentito l’allestimento dell’opera. La progettazione e la pittura artistica è stata curata da Francesco Tallarida mentre ha provveduto agli effetti luce e alla parte meccanica Francesco C1emente. Per ammirare l’opera, si è recato in visita ufficiale a Bovalino Superiore il vescovo della diocesi di Gerace-Locri, monsi­gnor Francesco Tortora. Il presule si è detto entusiasta del «Presepio meccanizzato», complimentandosi anche con quanti vi avevano lavorato alla realizzazione.” (“Oggi Sud”, 29 gennaio 1985)>

<Bovalino S.. In allestimento l’artistico e monumentale presepe elettromeccanico grande 120 mq. Centro storico in miniatura. Magiche atmosfere che richiamano file di visitatori. “Giunti all’Avvento, il tempo liturgico in cui la Chiesa si prepara a celebrare la ricor­renza del Natale, tornata da poco agli antichi splendori, ci si prepara ad allestire l’artisti­co e monumentale presepe elettromeccanico che occupa una superficie di circa 120 mq. Il priore dell’Arciconfraternita “Maria SS. Immacolata”, dot­tor Antonio Blefari, ha affidato la realizzazione dell’opera all’artista Francesco Clemente e al suo staff. Elettricisti, car­pentieri, idraulici, falegnami, di anno in anno si adoperano instancabilmente per mante­nere viva la tradizione del Presepio, introducendovi sem­pre qualche novità. Testimoniano così che l’antico si sposa col nuovo. «La caratteristica del presepe, meta di interminabili file di visitatori – afferma Blefari – è rappresentata dalla ricostruzione di antiche viuzze del centro storico di Bovalino Superiore». Il prospetto dell’altezza di quattro metri, i personaggi costruiti e animati meccanica­mente e artigianalmente, per­mettono di riprodurre i movi­menti simulando le tipiche attività lavorative paesane. «In un magico gioco di luci -aggiunge il priore della Confraternita fondata nel 1594 – si ricrea l’alternanza delle quattro fasi: notte, aurora, alba e sorgere del sole. Di fron­te all’immensa palla di fuoco si resta ammaliati. Non meno suggestivi sono il tramonto, il passaggio delle nuvole, le stelle, la luna, l’apparizione dei coro degli Angeli che inneggiano “Gloria a Dio nell’alto dei cieli…». Che dire poi della fantasmagorica novità che è la tempesta? Lampi, tuoni, vento, pioggia stupiranno certamente i visita­tori calabresi che non manca­no al tradizionale appunta­mento natalizio della visita dell’originale presepe elettromeccanico ripetutamente pre­miato dall’Associazione reggi­na “Amici del Presepe” (Rosanna Orlando – Il Domani, 15 novembre 2001)>

<Profumo di Natale. A Bovalino Superiore sono già all’opera per allestire il caratteristico Presepe elettromeccanico. Giunti all’Avvento, tempo liturgico in cui la Chiesa si prepara a celebrare, la ricorrenza del Natale, anche nei centri della Locride ci si appresta ad allestire i caratteristici presepi. Ed è bello, vedere come le sta­tuette, piccole o grandi, lignee o di terracotta, statiche o in movimento, ben disposte nella mangiatoia, in taverne, sotto le stelle, a ridosso dei fiumi o sui crinali richiamino folle di vi­sitatori. A Bovalino Superiore, nella Chiesa Matrice restaura­ta di recente, il compito di montare l’artistico e monu­mentale presepe elettromecca­nico occupante una superficie di circa 120 mq, è stato affida­to all’artista Francesco Cle­mente e ai suoi collaboratori. Il dottor Antonio Blefari, prio­re dell’Arciconfraternita “Ma­ria SS. Immacolata”, ha dato l’incarico di realizzare il pre­sepe mobile ad un efficiente staff di elettricisti, carpentieri, idraulici e falegnami. Le maestranze locali, guidate da Cle­mente, saranno impegnate ad azionare i tipici personaggi d’epoca che instancabilmente ripeteranno i gesti del lavoro quotidiano. L’équipe, protesa a mantenere viva, la tradizione del Presepio arricchendolo di novità valorizzanti ed esaltanti il sacro evento, ricorderà alle genti che la freschezza ha la pregnanza della tradizione bimillenaria. “La caratteristica del presepe, meta di intermi­nabili file di visitatori affer­ma Blefari- è rappresentata dalla ricostruzione di antiche viuzze del centro storico di Bovalino Superiore. Il prospetto dell’altezza di. 4 metri, i personaggi, costruiti e animati meccanicamente e artigianal­mente, permettono di ripro­durre i movimenti simulando le tipiche attività lavorative paesane e richiamano agli antichi mestieri.“In un magico gioco di luci, aggiunge il priore della Confraternita fon­data nel 1954si ricrea l’al­ternanza delle quattro fasi: notte, aurora, alba e sorgere del sole. Guardando il “quadro vivente” che rappresenta la na­scita di Gesù, l’apparizione del coro degli angeli inneg­gianti al “Gloria a Dio nell’al­to dei cieli …“, ci si sente avvolgere da quell’atmosfera di luce proveniente dall’immen­sa palla di fuoco. Richiama al­la fiamma dell’amore che per­vadendo il cuore degli uomini di buona volontà finirà col ri­scaldare i sentimenti dei tiepidi. Il tramonto, il passaggio delle nuvole, le stelle, la luna lasciano intravedere un Dio che nel fare bella ogni cosa, ri­chiama all’armonia del Creato e alla pace sul pianeta terra. Ma c’è pure la fantasmagorica tempesta. Lampi, tuoni, vento, pioggia mentre immettono nel clima natalizio non manche­ranno di richiamare alla difesa e alla tutela ambientale. I calabresi durante la tradizionale visita all’originale presepe elettromeccanico percepirann­no in maniera crescente che la nascita del Salvatore, l’atto della divina natività, va compreso nel suo immenso significato. Il presepe di Bovalino Superiore è stato premiato più volte dall’Associazione reggina “Amici del Presepe” impe­gnata a tenerne vivo il ricordo il culto e a rilanciare l’arte e il gusto dei diversi artigiani che con le diverse tecniche modellano figure espressive rivestendole di costumi di squisita fattura. (Rosanna Orlando –-2001)>

<Riscoprire te tradizioni attraverso i presepi che ricostruiscono gli antichi borghi: “Bovalino. A ben guardare, le tradizioni storiche di Bovalino Su­periore si materializzano attraver­sò l’artistico presepe elettromec­canizzato allestito da Francesco Clemente e dai suoi più stretti col­laboratori nella chiesa matrice del­l’antico borgo dove giornalmente arrivano centinaia di persone ri­chiamate anche dalla possibilità di visitare il museo d’arte sacra e del­le confraternite. La caratteristica del presepe sta tutta nella ricostruzione degli an­tichi vicoli, delle piazze, dei tradi­zionali balconi in ferro battuto, del­le scale ornate di fiori con sullo sfondo il classico tramonto di col­lina con il paesaggio aspromonta­no che lascIa intravedere l’armo­nia del Creato. Per immettersi degnamente nell’armonia del clima natalizio, Fran­cesco Clemente ci ha messo pure lampi, tuoni, vento e pioggia ri­creando una fantasmagorica tem­pesta fatta di luci e di colori. L’arte e la tradizione del presepe. quindi, continuano grazie all’im­pegno di Francesco Clemente che sicuramente, anche quest’anno, a­vrà i meritati riconoscimenti da parte dell’asso-ciazione «Amici del presepe». Dal presepe si può passare diret­tamente al Museo d’arte sacra a­perto circa tre mesi addietro nella Cripta della stessa chiesa Matrice.” (Giuseppe Pipicella – La Gazzetta del Sud, 27 dicembre 2002)>

<La suggestiva opera dell’artista Francesco Clemente, un presepe elettromeccanico, fa bella mostra a Bovalino Superiore: “Anche quest’anno a Bovalino Superiore in Avvento, tempo di vigilanza che prepara al Natale, nella cinquecentesca Chiesa Matrice tornata recentemente agli antichi splendori, è stato preparato il presepio elettromeccanicizzato. Artefice della suggestiva opera, l’artista Francesco Clemente e il suo team di cooperatori (elettricisti, idraulici e falegnami) che, quasi per tradizione, su incarico del priore della Confraternita “Maria SS. Immacolata” (1594), dott. Antonio Blefari, con passione mantengono viva la tradizione del Presepio. L’opera monumentale che si estende su una superficie di circa 120 m. quadrati vede in particolare ricostruite quest’anno le caratteristiche viuzze del centro storico di Bovalino Superiore e realizzata in miniatura la facciata dell’antica chiesa del Rosario col bel portale ogivale decorato con tralci di vite e visi di angeli. Ma c’è di più: all’interno del portale è stato riprodotto il Borghetto dello Zopardo in cui si trova la stessa chiesa. Il fantastico presepio elettromeccanico è stato dichiarato dalla Soprintendenza ai Beni Artistici alla metà degli anni ’70, monumento nazionale. «Il prospetto principale del presepio alto 4 metri – ha affermato il dottor Blefari – riproduce la facciata di un’antica chiesa della città di Atene, di cui il liceo “Proto Piramatiko” della metropoli greca è gemellato con il Liceo Scientifico “Francesco La Cava” di Bovalino a seguito della visita di studenti ed insegnanti delle classi del triennio del progetto “Brocca Classico”, agli inizi del passato mese di novembre». E continuando ne ha descritto le peculiarità: «personaggi costruiti artigianalmente e animati meccanicamente permettendo di riprodurre i movimenti delle tipiche attività lavorative dei contadini e degli artigiani, lavori che oggi tendono a scomparire. Inoltre il gioco di luci con l’alternanza delle fasi quali: l’aurora, l’alba, il passaggio delle nuvole, la pioggia con vento, lampi e tuoni, l’apparizione del coro degli angeli in cielo, le stelle, il tramonto, la luna». L’artista, con un pizzico di giusto orgoglio ha affermato: «Il presepio che chiama a raccolta tantissimi visitatori provenienti da varie parti della Calabria è stato premiato più volte dall’Associazione “Amici del Presepio”. Il presepe lo si può visitare fino al due febbraio nei giorni festivi dalle ore 9,30 alle 12.00 e dalle 15,30 alle 19.00, mentre in quelli feriali dalle 16,30 alle 19.00. I visitatori oltre al presepio potranno ammirare il Museo di Arte Sacra, ospitato nella cripta della Chiesa Matrice, inaugurato durante i festeggiamenti dell’Immacolata Concezione dello scorso anno. Il paese dalle antiche tradizioni, grazie alla Confraternita e al parroco don Giuseppe Pittarello è proteso a far sì che queste si rinnovino trasformandosi in convinzioni. «Chi ama la lettura – ha affermato il prof Blefari, fratello del priore – potrà interessarsi al libro intitolato “Bovalino un borgo da salvare” scritto da Antonio Ardore e stampato col contributo dell’Arciconfraternita “Maria SS. Immacolata” e dell’Amministrazione Comunale di Bovalino. Il ricavato della vendita del volume esposto nella cripta, sarà utilizzato dalla Confraternita per il restauro della casa natale del Beato Camillo Costanzo, ubicata nelle vicinanze della Matrice.” (tratto dal n. 55 del periodico “Calabria Ecclesia Magazine” del 19 dicembre 2003)>

<Ammirato il presepe di “mastro” Clemente. “Bovalino. La storica e tradizionale arte del presepe continua a vivere nell’antico borgo di Bovalino Superiore grazie all’attività in­stancabile di “mastro” Ciccio Clemente e dei suoi collaboratori (Francesco Macrì in prima linea) elettricisti, idraulici e falegnami. La versione di que­st’anno riproduce uno spacca­to di vita paesana vissuta nella località Zopardo dove antica­mente venivano praticati arti e mestieri oggi scomparsi. Il presepe di Bovalino Superiore rappresenta anche un tradi­zionale punto di riferimento per gli innamorati dell’arte sa­cra che l’Arciconfraternita Ma­ria SS. Immacolata (presidente il dr. Antonio Blefari) sta cu­rando con attenzione grazie al Museo d’arte sacra aperto nel­la cripta della chiesa Matrice. I due siti, in pochi giorni, sono stati già visitati da migliaia di fedeli. Fino al prossimo due feb­braio sarà possibile visitare l’artistico presepe (ed anche il Museo d’arte sacra) sia nella mattinata che di pomeriggio nei giorni festivi mentre nei giorni feriali sarà possibile visitarlo soltanto dalle ore 15,30 alle ore 19. Per il secondo anno, inoltre, l’Arciconfraternita (fondata nel 1594) ha realizzato un ca­lendario di prestigio con noti­zie storiche sull’antica “Città di Mocta Bubalina” che meri­tano un attento approfondimento. Intanto il coro polifonico diocesano “Laetare” dedicherà il concerto che terrà nella chie­sa S Nicola di Bari di Bovalino centro venerdì prossimo all’Unitalsi e agli ammalati Si tratta di una iniziativa molto importante che, come ha scritto padre Giuseppe Ca­stelli nel bollettino domenicale, servirà anche a dare un mo­mento di gioia a tante persone che ne hanno bisogno.” (G. Pipicella – Gazzetta del Sud 4 gennaio 2007)>

Dal 2011 l’Arciconfraternita, in collaborazione con la Pro Loco, organizza anche il presepe vivente, iniziativa aggregante che richiama molta gente del circondario. La suggestiva descrizione dell’ evento del 2012, che ne fa per la stampa uno dei protagonisti, non ha bisogno di ulteriori commenti:

<Grande festa e affluenza a Bovalino Superiore per la II edizione del Presepe Vivente di Pasquale Blefari (30 dic. 2012) – San Giuseppe si incammina lentamente verso il castello, lanterna in mano e asino al seguito. A metà strada incontra Maria, e da qui arrivano insieme sino alla capanna. Si spengono le luci.

Quando si riaccendono si innalzano forti le noti del Gloria: Gesù è nato. E poi gli angioletti, i pastori grandi e piccoli, i Magi, le varie musiche tradizionali e non, alcune anche suonate e cantate dal vivo, con il nostro collega Filippo Musitano che ha sfoggiato tutte le sue qualità canore, esaltate da una buona dose di vino bevuto appositamente (giustificazione abbastanza debole…).

Quella di ieri è stata una serata suggestiva, che, grazie anche alla bellissima ambientazione, per alcuni minuti è riuscita davvero a proiettarci tutti con la mente al momento della nascita di Gesù. Presepe vivente organizzato per il secondo anno a Bovalino Superiore dall’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata. Conclusa la Sacra Rappresentazione è stato tutto il paese a tirare un sospiro di sollievo, dopo che per giorni e giorni aveva lavorato per allestire il tutto e fatto prove su prove. E dopo è stato un intero paese anche a festeggiare su per la via che porta fin la Chiesa Matrice, addobbata e occupata da antichi attrezzi e mestieri, fra il suono dell’organetto, della fisarmonica, della lira, della pipita. E poi tutti nelle vecchie case che per una serata hanno ripreso vita, all’interno delle quali si sono potute assaggiare frittole, salsiccie, zeppole, legumi, ricotta ancora calda e le nocatole, immancabili nel periodo natalizio, anche se “u catoiu” più frequentato della serata è stato sicuramente (colpa del freddo si dice) quello del vino. E’ stato un intero paese a festeggiare per una sera, insieme ai tanti presenti venuti da fuori. Un paese che sta morendo e neanche poi così lentamente, ma che quando si unisce e si rende attivo riesce, almeno per una sera, a riprendere brillantemente vita. E magari accadesse più spesso…>

Il presepe del borgo – Anche quest’anno, / come tutti gli anni / quasi ininterrottamente / dal millenovecentosessantadue, / nell’antico Borgo di Bovalino Superiore, / l’artistico presepe elettromeccanico / è nato dalle mani sapienti e intelligenti / del signor Ciccio Clemente, / su incarico del priore / della locale Arciconfraternita / sempre attenta al recupero di riti e della tradizione. / Anche quest’anno, / come tutti gli anni, / rimodellato su progetto diverso, / ricostruisce del centro storico / vicoli e scorci / e ripropone i tipici personaggi / creati artigianalmente che, / con i loro lenti movimenti, / ripetono i gesti dei lavori quotidiani / di un mondo ancora vicino nel tempo / ma lontanissimo psicologicamente. / Anche quest’anno, / come tutti gli anni, / il successo di visitatori / al presepe, aperto fino a febbraio, / è già assicurato. / Molti gli appassionati in visita / -e del sottostante Museo d’arte sacra / inaugurato a settembre del 2002-, / molti i riconoscimenti, come è giusto / e meritati nel corso degli anni, / dall’Associazione specialistica con sede a Reggio Calabria. / Anche quest’anno, / come tutti gli anni, / c’è lo sforzo tenace / di pochi e testardi, / fedeli ai riti / e alla tradizione del Borgo, / di creare una suggestione / di provocare un ricordo / un rimorso un sorriso / un po’ di nostalgia / e un ritorno all’antico (CR)

La festa del Natale è vissuta in questa Comunità con partecipazione analoga rivolta alla festa dell’ Immacolata. Le due solennità vengono vissute senza soluzione di continuità, anzi in genere l’Arciconfraternita li accomuna in un programma unico, indicandone anche le comuni finalità:

“Due momenti vissuti intensamente dalla nostra comunità; l’Immacolata e il Santo Natale. Vogliamo rinnovare il nostro grazie a Maria per tutto quello che, da Lei, fino ad ora abbiamo ricevuto, consapevoli che ancora, come nostra generosa Madre, ci sarà di grande sostegno. Eleviamo la nostra lode a Dio che si fa uomo per noi, per farsi conoscere, per insegnarci la strada della pace, della gioia e del perdono, per accompagnarci nella nostra vita quotidiana. L’Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata si augura che questi non siano due momenti che passano in fretta, ma che possano lasciare una traccia di impegno e di vita nuova. Un grazie sincero a tutti coloro che hanno collaborato, con grande amore, sacrificio e costanza alla buona riuscita del presepio”.

La simbologia del presepe trova l’atto finale nel “bacio al bambinello”, che si rinnova per tradizione durante la celebrazione eucaristica dell’Epifania.

Natale – Buio. / Poi una due cinque tante luci / illuminano / un albero / un presepe / palline colorate / pastori / neve / rami / una grotta / un bambino / nudo / caldo / ai soffi di un bue e un asinello! / Genitori / piccoli / miseri / grandi / una mamma e un papà / commossi / piangono / mentre / lassù / angeli bianchi / cantano l’inno della carità: / “Gloria a Dio nell’alto dei Cieli / e pace in Terra agli uomini di buona volontà” (CR)

A volte ai programmi natalizi vengono aggiunti momenti di cultura, come quello musicale del 2003, il sottoindicato Recital natalizio, tenuto nella Chiesa Matrice giorno 26 dicembre dal trio Teresa Cardace (soprano), Antonio Santoro (flauto) e Salvatore Mendicino (pianoforte):

Prima parte: E Schubert (Serenata); G. Bizet (Minuetto – L’Arlesienne); Gastaldon (Musica proibita); G. Bizet (Ent’acte – Carmen); G.Rossigni (L’Invito); G.Rossigni (“Una voce poco fa” – Barbiere di Siviglia); E. Lehar (Romanza della vita – Vedova Allegra); P.I.Ciaikovski (Scena dal “Lago dei Cigni”); E Lehar (Tace il labro – Vedova Allegra); C. Saint-saens (Le Cygne).

Seconda parte: E. Morricone (Colonne sonore); G.Gershwin (Medley); Jonn Lennon – Yoko Ono (Happy Xmas).­

Nel 2012 muore Ciccio Clemente, il creatore del presepe elettromeccanizzato. e pilastro importante dell’Arciconfraternita. Per fortuna l’eredità non è andata dispersa: i figli continuano con amore a costruire ogni anno un presepe diverso e molti giovani continuano, con passione e volontà, a portare avanti il progetto della Confraternita, fatto di fede, tradizione e voglia di riscatto.

Nel presente capitolo è doveroso fargli un omaggio, attraverso alcuni messaggi di condoglianze fatti pervenire ai famigliari da amici e conoscenti:

<In ricordo dell’amico Ciccio Clemente di Carlo Ripolo – Ogni commemorazione o ricordo di chi ci ha preceduto è sempre un atto d’amore e di fede nei principi della condivisione e della reciprocità, i soli che rendono possibile la dilatazione dei concetti di spazio e di tempo, per chi, cattolico o non, religioso o laico, crede nell’immortalità dell’anima e considera la morte come semplice passaggio o rinascita, rifuggendo dal rappresentarla soltanto come una proiezione delle nostre aspettative o scudo delle nostre fragilità, e rifiutando l’idea materialista per la quale tutto finisce assieme al corpo…

E quando ogni volta ci riuniamo per ricordare i nostri morti, con loro si forma una catena d’amore, che ha il significato della continuazione di un impegno al quale loro partecipano in modo diverso, trasferendo in noi, con un diverso linguaggio, l’impulso ad operare bene e a migliorarci. E’ una catena che si può spezzare solo nella forma e nei rapporti fisici, ma nella sostanza è sempre salda e rappresenta la continuità di ideali, di sentimenti e di valori ereditati, che con commozione e convinzione possiamo trasmettere anche a quelli che verranno dopo di noi…

Soprattutto quando si parla di persone che con il loro contributo, in nome di un’idea nobile, hanno cercato di rendere grande la comunità e il territorio in cui hanno operato, creando le condizioni perché sopravviva e diventi stimolo il loro esempio di vita, l’eredità delle loro virtù, dei loro limiti umani, della loro amicizia, della via giusta che essi hanno percorso… e attualizzando i significativi versi del poeta A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti

Ciccio Clemente senz’altro appartiene a questa nobile categoria: è stato un grande uomo, innamorato del suo Borgo come nessun altro… elogiato da tutti per l’indiscussa fede religiosa, vissuta in modo semplice e concreta, e per l’alto senso morale che lo ha sempre contraddistinto in ogni momento della sua vita…

Ha sparso a piene mani semi di passione e d’impegno in una comunità difficile; rimane la speranza e l’augurio che almeno alcuni possano attecchire, germogliare e crescere sempre per il bene di questo territorio, al quale lui era profondamente legato… A tutti quelli che l’hanno conosciuto ha lasciato centinaia di ricordi personali e collettivi, ma soprattutto la testimonianza di una vita spesa esclusivamente al servizio dei valori cristiani, della Chiesa di Bovalino Superiore e dell’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata…

Il presepe elettromeccanizzato era la creatura che amava di più… Coinvolto in questo progetto fin dal Natale del 1962, anno in cui il nuovo parroco padre Domenico De Tommasi riusciva ad avvicinare alla Chiesa i giovani, stimolando le loro energie e creatività e appassionandoli alla realizzazione di un grande presepe… Ciccio Clemente ogni anno lo reinventava, perfezionando e curando i particolari… provvedeva direttamente alla creazione artigianale di tutto il materiale necessario che potesse mettere in risalto le antiche tradizioni, gli antichi mestieri e gli ambienti più caratteristici… Ogni anno, rimodellato su progetto diverso, ricostruiva vicoli e scorci del centro storico e riproponeva i tipici personaggi costruiti artigianalmente che, con i loro lenti movimenti, ripetono i gesti dei lavori quotidiani di un mondo ancora vicino nel tempo, ma lontanissimo psicologicamente…. Ogni anno, c’era in lui lo sforzo tenace, ormai di pochi e testardi fedeli ai riti e alla tradizione del Borgo, di creare una suggestione, di stimolare un ricordo, un rimorso, un sorriso, un po’ di nostalgia e un ritorno all’antico…

Analoga partecipazione emotiva e totale era rivolta da parte di Ciccio Clemente alla festa dell’Immacolata. In effetti le due solennità venivano da lui vissute senza soluzione di continuità, accomunate da un programma unico e da comuni finalità… d’estate in giro, nei paesi del circondario, per la raccolta delle offerte con i pochi soliti confratelli sempre disponibili, che tutti conosciamo… di seguito l’organizzazione della festa, gli addobbi, la preparazione, la novena, il grande giorno dell’Immacolata… e poi dal 9 settembre già a pensare e preparare il presepe, con un impegno continuo e quotidiano fino allo smantellamento dello stesso dopo il 2 febbraio…

Da Natale alla Candelora, Ciccio Clemente diventava guida, non solo del presepe, ma di tutto ciò che poteva interessare il visitatore o il turista, per conoscere meglio il Borgo… In queste occasioni dimenticava fatica e stanchezza, la gioia si leggeva sul volto… fino all’ultimo periodo della sua esistenza… Mia moglie ricorda ancora la felicità e la soddisfazione di Ciccio Clemente, nonostante fosse debilitato, per la visita al presepe, i primi giorni di febbraio di quest’anno, di un folto gruppo di alunni di Crotone… e la sua voglia di mostrare tutto ciò che a Bovalino è stato realizzato dall’Arciconfraternita con il suo contributo determinante: oltre il presepe, il museo di arte sacra e la Casa del Beato Camillo…

Figura straordinaria, unica direi… I miei rapporti con lui risalivano agli anni ottanta… Inizialmente formali, col tempo, con la frequentazione e con la migliore conoscenza tra di noi, si erano trasfor-mati in stima reciproca e poi solida amicizia, della quale io andavo fiero e mi sentivo onorato…

Non chiedeva mai niente per se e il suo lavoro, che svolgeva sempre a nome dell’Arciconfraternita, e solo per questo voleva fosse pubblicizzato in ambiti più vasti… per lui pretendeva solo un po’ di gratificazione morale… e in ogni incontro, conoscendo il mio amore per il Borgo e il mio interesse per tutte le attività che qui si svolgono, mi mostrava con gioia infantile i premi ricevuti, i ritagli dei giornali e le foto, che riferivano delle sue attività e del suo lavoro… e con orgoglio mi indicava le magiche atmosfere, gli effetti speciali, il commento musicale e i vari meccanismi del grande presepe, il gioco di luci che creava l’alternanza della notte, dell’aurora, dell’alba, del sorgere del sole, del tramonto, del passaggio delle nuvole, delle stelle, della luna fino all’apparizione del coro degli Angeli che inneggiavano il “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”… e poi ancora gli elementi della tempesta, i lampi, i tuoni, il vento e la pioggia, effetti creati con sorprendente realismo…

Ciccio Clemente non faceva mai niente a caso o si perdeva in astrusità o ghirigori teorici, per lui i progetti erano sempre finalizzati alla loro effettiva e concreta realizzazione… e tutto doveva essere sempre a posto, secondo i suoi principi e i suoi criteri, anche se qualche volta discutibili e poco democratici… Nel suo modello di vita solo una persona era al di là di ogni discussione, l’Immacolata, nei confronti della quale nutriva una vera profonda e immensa devozione, l’unica che riusciva in qualche modo ad addolcire il suo temperamento a volte spigoloso…

Ora si trova nel Borgo celeste e certamente, dopo un breve periodo di adattamento, avrà ripreso la sua attività usuale, si sarà messo già a disposizione per lavorare e gestire la festa dell’Immacolata e i riti della settimana santa, ma soprattutto per allestire il più grande e il più bel presepe mai visto, con la rappresentazione degli scorci più belli, seppur degradati, del suo sempreamato Borgo terreno… Con affetto Carlo Ripolo>

<Al caro Ciccio Clemente di Flavio Garreffa (Roma)Caro Ciccio, all’apprendere la notizia della tua morte quasi sono rimasto incredulo, come se quello che mi avevano detto non poteva essere vero.Fin da piccolo venendo a Bovalino Superiore per la novena della Madonna del Monte Carmelo e dell’Immacolata ho trovato in te una persona affettuosa, seria, onesta e laboriosa. Sempre dedito a Dio e al culto della Sua Santissima Madre.

Hai con operosità instancabile ravvivato l’Arciconfraternita allestendo nella Chiesa Matrice di Bovalino Superiore ogni Natale il magnifico Presepe che richiamava da ogni parte della Calabria gente ad ammirarlo, ti sei fatto promotore per la ristrutturazione e la riqualificazione della Casa del Beato Camillo Costanzo illustre Martire e tuo concittadino, realizzavi sempre bellissimi parati per solenizzare maggiormente la Festa della Regina Immacolata Celeste e Gloriosa Patrona dell’antico Borgo di Bovalino e le altre Solennità dell’anno liturgico.

Grande appassionato di bande musicali e di feste eri sempre il primo a partire per assistere alle tradizioni religioso – popolari della tua anzi della nostra gloriosa terra di Calabria.

Non voglio pensare che quando passo con la macchina non ti vedrò più a fermarmi sulla strada per parlare, non posso pensare che per la Messa della Solennità della Madonna del Monte Carmelo la mattina del 16 luglio non ci sarai ad aspettarmi sulla porta, non posso pensare che in questa estate che è alle porte non ci vedremo e non parleremo dei preparativi per la Festa della Madonna Immacolata e delle bande che verranno a suonare o dei pirotecnici in gara.

Posso pensare che ora stai cantando il tuo “tota pulchra” prostrato innanzi alla Regina del cielo e con i tuoi familiari, il tuo caro fratello, Vito Cavallo e generazioni di Bovalinesi vi preparate a festeggiare la Regina del cielo non l’8 settembre ma per l’eternità.

Mi hai sempre stimato e voluto un gran bene ed io altrettanto ne ho voluto a te.

Pregherò incessantemente per te e per la tua famiglia e tu dal cielo prega Cristo e la Sua Madre Santissima di concedermi la grazia di poter venire quando Loro vorranno nella Gerusalemme Celeste a cantare in eterno le lodi del Signore.

Non sei morto Ciccio… Tutta Bovalino parla di te… Tu eri e resterai sempre l’anima e lo spirito vivo di quel paese e della sua gente.

E voi bovalinesi e confratelli mandate avanti sempre con impegno e zelo l’immenso patrimonio che vi ha lasciato.

Io ti saluto così, come a te piaceva salutare la Madonna quando trionfalmente usciva per le vie del paese dalla Sua Chiesa: “Viva Maria! Viva Maria! Viva Maria!”

Si Ciccio: “Viva Gesù e Maria in eterno!”! Flavio Garreffa (Roma)>

<Un saluto da Pasquale Blefari – Un saluto da parte di tutta l’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata a un confratello e amico, il nostro Procuratore Ciccio Clemente, che, silenziosamente, ieri ha lasciato questo mondo. Ha lasciato la sua amata famiglia, ha lasciato la sua cara Bovalino e ha lasciato tutti noi, suoi confratelli e amici. Questo è motivo di grande desolazione, e solo la consapevolezza che Gesù si è espresso con un grande e immenso messaggio di amore nei confronti di tutti gli uomini, ci aiuta a stemperare l’amarezza che dentro di noi si propaga per il doloroso distacco. “Nulla vi turbi”, le parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli e a noi tutti, oggi Chiesa cristiana, “vado a preparare un posto per voi”. Noi siamo certi che Ciccio ha seguito la strada della Croce di Cristo, offrendo la sua stessa vita con fiduciosa attesa e speranza cristiana.

La sua giornata era sempre impegnata dalle varie esigenze familiari e, fino all’ultimo, dal servizio alla Chiesa, dal fare di tutto per servire e onorare la Vergine Immacolata. Per lui dire “Maria SS. Immacolata” era motivo di grande vanto, perché la Madonna, la Madre, superava ogni altro bene terreno e averla nel proprio cuore rappresentava una grande ricchezza.

Tutti noi l’abbiamo visto giorni e notti, nel freddo invernale, per mesi, lavorare per allestire il magnifico presepe elettromeccanizzato, vanto del nostro paese; l’abbiamo visto passare intere giornate a camminare sotto il sole estivo, casa per casa, per raccogliere i fondi necessari per la festività dell’Immacolata; l’abbiamo visto impegnarsi per il restauro della casa natale del Beato Camillo Costanzo, di questa chiesa, del simulacro della Vergine; l’abbiamo visto addobbare questa chiesa per ogni solennità. E questo è riduttivo per descrivere tutto quello che ha fatto ogni giorno, e ripeto ogni giorno, per anni e anni, per questa chiesa, anche negli ultimi tempi per lui di estrema sofferenza. Le ultime parole che mi ha rivolto riguardavano proprio le festività della nostra Patrona. Ma tutto questo, anche negli ultimi momenti difficili, con grande entusiasmo e con un’immensa gioia per quello che faceva.

E quanto detto finora non l’ho fatto solo per vantare il suo operato, perché questo sicuramente è già ampiamente ripagato nel regno dei cieli, ma per lanciare un appello soprattutto ai giovani dell’Arciconfraternita: Seguiamo le sue orme!

Voglio concludere come faceva lui, alla fine di ogni processione, con le lacrime agli occhi: gridando “Viva Maria!”.>

Capitolo decimo – Il museo d’arte sacra

Il Museo d’Arte Sacra di Bovalino Superiore, inaugurato giorno 6 ottobre 2002[2], è stato allestito dall’Arciconfraternita e dal suo attuale Priore dott. Antonio Blefari. In esso è esposto il materiale-tesoro più importante che la Chiesa possiede e ha prodotto nel corso della sua plurisecolare attività. Il Museo sorge all’interno della struttura più suggestiva della Chiesa Matrice, la Cripta detta Juditria e si propone di recuperare la memoria della storia religiosa del paese. Molti sono i reperti interessanti, salvati con passione e tenacia dall’incuria degli uomini e dall’usura del tempo; il più importante è senz’altro il reliquario, costruito nel 1629 di ottone dorato, per l’originalità stilistica, per l’egregia fattura e per i significati religiosi e misterici che sottintende. Per l’arricchimento del Museo, inoltre, si cerca di recuperare libri e reperti, che abbiano attinenza con la storia della Chiesa e della Confraternita, presso privati ed Enti, come si evince dalla seguente lettera:

Parrocchia “Santa Caterina V. M.” / Chiesa Matrice “Santa Maria ad Nives e San Nicola di Bari” / 89034 – Bovalino S. (RC) / Egregio Signor Sindaco del Comune di / 89034 – Bovalino (RC) / Oggetto: P.Giuseppe Pittarello – parroco di Bovalino Superiore (RC). / Richiesta concessione libri Fondo Morisciano. / Il sottoscritto P. Giuseppe Pittarello, parroco a Bovalino S. (RC) della Chiesa “Santa Caterina V. M.” e della Chiesa Matrice “Santa Maria ad Nives e San Nicola di Bari”, essendo stato istituito nel settembre 2002, durante i festeggiamenti patronali per l’Immacolata Concezione a Bovalino S. (RC) nella cripta della Chiesa Matrice, un Museo d’Arte Sacra che custodisce oggetti facenti parte della storia religiosa di Bovalino (RC) a partire dal XVI secolo, sapendo che alla fine degli anni ‘90 del passato secolo, a seguito della ristrutturazione interna del palazzo Morisciano a Bovalino M. (RC), sono stati recuperati su iniziativa dell’allora responsabile della Biblioteca Comunale “Mario La Cava” di Bovalino M. parte dei volumi della biblioteca Morisciano e depositati nella stessa Biblioteca Comunale e non resi fruibili al pubblico fino ad oggi, / c h i e d e / alla S.V.I. la concessione dei suddetti libri denominati “Fondo Morisciano” da conservare ed esporre nel menzionato Museo d’Arte Sacra, con entrata gratuita, nella cripta della Chiesa Matrice di Bovalino S. (RC), rendendoli così fruibili alla visione del pubblico. / Si fa inoltre presente che i suddetti libri facevano parte della biblioteca personale dell’illustre concittadino Mons. Raffaele Antonio Morisciano, Vescovo di Squillace (CZ) per oltre cinquant’anni, nato il 19 ottobre 1811 nel palazzo di famiglia nel borgo-castello a Bovalino Superiore ed ancora d’imperitura memoria essendo stato anche parroco a Bovalino Superiore. / In attesa porgo distinti saluti. / Bovalino Superiore (RC), lì 06/12/2003 / Il Parroco (P. Giuseppe Pittarello)

Quello che segue è l’elenco completo del materiale, presente nel Museo alla data dell’8 sett. 2002.

Spazio espositivo n.1 – ENTRATA / 1) CROCIFISSO LIGNEO, proveniente dal Convento di Santa Maria del Gesù (sec. XVIII). 2) QUADRO “MADONNA COL BAMBINO”, eseguito a macchina da scrivere da Giuseppe Ardore nel 1972. 3) QUADRO “MADONNA SS. DEL ROSARIO” di Benestare. 4) QUADRO “BEATO CAMILLO COSTANZO” eseguito alla fine dell’800. 5) CONTRAPPESO OROLOGIO del campanile distrutto nel 1908.

Spazio espositivo n.2 – 1^CAPPELLA / 6) VETRINETTA N.1 (- PIANETA, dono di Leccane Giuseppe, appartenuta al vescovo Balsamo. – N.2 PIANETTE di color neroverde e altri arredi. – CANAPEO, copritabernacolo proveniente dalla Cappella Santissima della Chiesa Matrice). 7) VETRINETTA N.2 (-VESTITO MADONNA DEL ROSARIO, con tessuto laminato in argento con ricami in oro. -VESTITO MADONNA DEL ROSARIO, damascato e indossato dalla Madonna al tempo della battaglia di Lepanto, proveniente dalla Chiesa dello Zopardo. – MANTO in azzurro a corredo del vestito. -VELO VETRINETTA coprisanti). 8) CROCI (n.3) in legno provenienti dal Vecchio Calvario. 9) CROCIFISSO proveniente dalla Chiesa di Santa Caterina. 10) CANDELABRO proveniente dalla Chiesa di Santa Caterina. 11) FRAMMENTI provenienti dal pergamo (pulpito). 12) PEZZO CORO LIGNEO proveniente dalla Chiesa Matrice 13) QUADRO “IMMACOLATA” proveniente dalla cappella della Cripta. 14) BARELLA MORTUARIA + PEZZI CASSA MORTUARIA utilizzati per i confratelli passati a miglior vita.

Spazio espositivo n.3 – SPAZIO TRA LE DUE CAPPELLE / 15) RESTI MARMOREI (n.2) provenienti dal Castello. 16) PIETRE SANTE (n.4) provenienti dalla Casa Matrice, considerate alla stregua di reliquie. 17) FRAMMENTI LIGNEI provenienti dall’Altare maggiore del Convento di Santa Maria del Gesù. 18) CROCIFISSO LIGNEO proveniente dall’Altare del Beato Camillo Costanzo della Chiesa Matrice. 19) QUADRO “SANTA FILOMENA” (sec.XIX).

Spazio espositivo n.4 – 2^ CAPPELLA / 20) ANTE (n.2) portone in legno proveniente dalla Chiesa Matrice. 21) “PETRERA”, piccolo mortaio che, caricato con polvere da sparo e frammenti di tegole, veniva utilizzato (sparato) per avvisare dell’inizio della novena dell’Immacolata, a settembre e a dicembre. 22) GRADINO della cripta 23) FRAMMENTI DI CAPITELLI provenienti dal Castello. 24) “CARACACI”, strumenti che sostituiscono il suono delle campane il venerdì santo. 25) “TROCCOLE” (n.3). 26) ANTENNE PROCESSIONALI (n.8). 27) CORONE DI SPINE (n.11), indossate dai Confratelli venerdì santo, in occasione della Chiamata della Madonna e dinnanzi a CRISTOMORTO, e sabato santo al CALVARIO. (Le stesse CORONE e la CROCE si usano in occasione della morte di un confratello. 28) INCENSIERE proveniente dalla Chiesa di Santa Caterina. 29) TABERNACOLO proveniente dall’altare dell’Immacolata (Chiesa Matrice), opera (o dono?) dei sigg.Carpentieri Giovanni e Parisi Giuseppe, datato 1879. 30) CROCIFISSO proveniente dal pulpito della Chiesa Matrice (sec.XIX).

Spazio espositivo n.5 – SPAZIO DAVANTI 2^ CAPPELLA / 31) STAZIONI VIA CRUCIS (n.6) provenienti dalla Chiesa di Santa Caterina. 32) LETTERA della Sottointendenza del Distretto di Gerace con oggetto “Opere pubblicate in Bovalino”. 33) STATUA LIGNEA di Santa Filomena, datata 1843, proveniente dalla Chiesa Matrice. 34) ARCA SACRA di San Giovanni, proveniente dalla Chiesa Matrice. 35) BASE ACQUASANTIERA proveniente dalla cripta. 36) MANO DI STATUA tenente Gesù Bambino,proveniente dalla Chiesa di Santa Caterina. 37) QUADRI (n.2) di Pino Giordano (Immacolata e La Madonna del Sedile). 38) CROCE in ferro proveniente dalla Chiesa di Santa Caterina. 39) VETRINETTA N. 3 (- STATUA LIGNEA di San Nicola di Bari (inizio ‘800) – ANGIOLETTI in cartapesta provenienti dall’altare maggiore della Chiesa Matrice). 40) VETRINETTA N. 4 (- ABITO MADONNA DEL CARMINE CON MANTO (d’epoca non recente) – PIANETA damascata proveniente dalla Chiesa di S. Caterina – TELO per vetrina Coprisanti). 41) VETRINETTA N. 5 (- STENDARDO ARCICONFATERNITA SS.Immacolata (d’epoca non recente) – VELO OMERALE – PIANETA stile romano anni ’30 con stola e canapei (dono del sac. Don Emanuele Pipicelli) – VELO OMERALE offerto dalla Sig.ra Chiarantano Nanà – GESU’ BAMBINO, portato in giro la notte di Capodanno in segno augurale – ABITO e MANTO della Madonna Addolorata, di proprietà del Duca che li consegnava alla Confraternita (o alla Chiesa?) da giovedì al sabato santo con atto notarile, per essere utilizzati nei riti pasquali (giovedì per la chiamata di Cristo morto …..) 42) ASTE DA CERIMONIERE (n.3) dell’Arciconfraternita.

Spazio espositivo n.6 – SPAZIO CENTRALE / 43) CAMPANE (n.2) provenienti dalla Chiesa del Rosario (datate 1414 e 1590) / 44) QUADRO “ADORAZIONE DEI MAGI” di Guido Reni[3] (inizio ‘800?, proveniente dalla Chiesa Matrice. 45) QUADRO “ANGELO” del XIX sec. Proveniente della Chiesa Matrice. 46) QUADRO “SAN GIUSEPPE” del XIX sec. 47) LIBRI contabili (n.6) dell’Arciconfraternita: – Registro di Contabilità della Confraternita dal 1921 al 1928; – Registro di Contabilità della Confraternita dal 1929 al 1942; – Registro di Contabilità della Confraternita dal 1937 al 1943; – Registro di Contabilità della Confraternita dal 1944 al 1950; – Registro di Contabilità della Confraternita dal 1953 al 1960; – Registro di Contabilità della Confraternita dal 1961 al 1971. 48) VETRINA N.6 (- CANDELABRI (n.6) del sec.XIX provenienti dalla Chiesa Matrice – CROCE in legno del sec.XIX proveniente dalla Chiesa Matrice – CANDELIERI in ottone del sec.XIX provenienti dalla Chiesa Matrice – CROCI (n.2) del sec.XIX provenienti dalla Chiesa Matrice – URNA per il SS. Sepolcro del XIX proveniente dalla Chiesa del Rosario – CORNICI PORTA PREGHIERE (n.3) dell’inizio ‘900, utilizzate per la festa dell’ Immacolata – CROCE in ottone della fine del XIX sec. proveniente dalla Chiesa di Santa Caterina – CAMPANELLO in bronzo del XIX sec. – CANDELIERI di varia dimensione (n.19) – CROCE in ottone del sec.XIX proveniente dalla Chiesa Matr.-CANDELIERI in ottone (n.6) del sec. XIX di proprietà dell’Arc.). 49) VETRINA N.7 (- PISSIDE in argento del sec.XIX, proveniente dalla Chiesa Matrice – CALICE in argento del sec.XIX, proveniente dalla Chiesa Matrice – CALICE in argento del sec.XIX, proveniente dalla Chiesa Matrice – NAVICELLA e INCENSIERE in argento, dono di Giuseppina Agostani fu Bruno, del XIX sec., proveniente dalla Chiesa Matrice – PORTAOSTIE in argento, utilizzato per la somministrazione della comunione agli ammalati, del XX sec., proveniente dalla Chiesa Matrice – CALICE e PATENA in ottone del XX sec., proveniente dalla Chiesa Matrice – PETTORALE di Maria SS. del Carmelo in argento, del XIX sec.- SACRO CUORE di Gesù in argento,fine XIX, proveniente della Chiesa di Santa Caterina – VOTO (o ex-voto) a Sant’Antonio del 1934 – CORONA in argento della Madonna del Rosario del XVIII sec., proveniente della Chiesa Matrice – ROSARI (n.2) in madreperla con medaglioni in filigrana della Madonna del Rosario (dono della Sig.ra Maria Spagnolo Cordopatri – 1897) – CORONE in argento (n.2) della Madonna del Rosario (dono del sig. Vincenzo Ruffo fu Giovan Battista – 1879) – OSTENSORIO in argento (dono di Filippo Calfapetra – 1879) – ROSARI (n.2) con medaglioni in filigrana della Madonna del Rosario (sec.XIX) – CROCE in argento, opera di argentiere napoletano del 1884 (dono di Giovanni Ruffo fu G.Battista) 50) VETRINA n.8 (-CARICHE / n.4 della Procura dell’Immacolata (priore, procuratore, 1° e 2° assistente)-CORONA in argento placcato in oro dell’Immacolata Conc (metà sec. XIX) – EX-VOTO (n.13) – (Altri 3 sono in Chiesa) – MEDAGLIONE-RELIQUARIO OVALE con collare – RELIQUARIO in ottone dorato

Il reliquario in ottone, costruito nel 1629, contiene 126 reliquie di santi, Gesù Cristo e la Madonna, contenute in 112 piccoli depositi; apparteneva alla Duchessa Lucrezia Reggio Branciforte, moglie di Francesco Pescara Diano Duca di Bovalino, la quale trasferitasi nel 1719 da Saracena a Bovalino lo portò con se e sul letto di morte lo lasciò al popolo bovalinese. (Francesco Pescara Diana, già V Duca della Saracena, con regio assenso del 30 marzo 1716 aveva acquistato per 80.000 ducati, il feudo di Bovalino ed i casali di Benestare e di Cirella con annesse giurisdizioni dal precedente feudatario, il principe Nicola Bernardino Caracciolo, e dai relativi tenutari, i coniugi Isabella Spinelli e Giuseppe Spinelli, e con successivo regio assenso del 27 giugno 1716 aveva altresì ottenuto di poter trasferire il titolo ducale della Terra di Bovalino di Saracena, alienata nel 1718 al Principe di Scalea, su quella di Bovalino, di cui ne divenne così il primo duca. Il Duca morì il 12 settembre 1719 e fu sepolto nella Chiesa del Gesù e Maria dei PP. Riformati).

Notizie del reliquario vengono riportate in un atto pubblico notarile, datato 12 maggio 1720, del Notaio Carlo Ghiozzi di Ardore: “…e già avendoli trasferiti in questa terra di Bovalino s’è risoluta della Signora Eccellentissima farli collocare, et asservare nel Altare Magiore della Chiesa Matrice di detta Terra, avendo già a due spese fatte fare li tabernacoli per magior custodia e decoro, et a ciò che si conservassero tinessero, et Adorassero come si conviene. Li detti Magnifici del Reggimento Universale di detta terra hanno suplicato la detta Signora Eccellentissima che mandasse in esequtione la detta sua volontà, la Medesima con la sua ardente devozione e pietà s’è già deliberata; però a convenzione che l’Università di detta terra dovesse mantenere a propri spese una lampada accesa notte e giorno avanti detti reliquariJ, e che facesse celebrare qualibet anno la festività della traslazione di detti reliquie con la vespere messa cantata solennemente nel giorno assigniando che si converrà col Reverendo Arciprete anche costituito in nostra presenza…”

L’appartenenza delle reliquie è attestata da una dichiarazione della stessa Branciforte, in cui fa una descrizione del reliquario e l’elenco delle reliquie. Le stesse vennero autenticate da Mons. Paolo Palombo, vescovo di Cassano Ionio (CS) ed in seguito da Mons. Cesare Rossi vescovo di Gerace, nel corso della visita pastorale svolta nella chiesa madre bovalinese il 30 novembre 1730: “Abbiamo ritrovato un tesoro di sacre reliquie insignie e nobili, ed abbiamo comandato che si facci la tabella distinta delle reliquie che vi sono nel reliquario maggiore ch’è collocato in mezzo all’altare maggiore…E perché l’abbiamo già ritrovate esposte alla pubblica venerazione con decreto del nostro Predecessore, che li riconobbe autentiche, perciò ordiniamo che s’espongono alla pubblica venerazione del popolo, che il Reverendo Arciprete l’esponga in tutte le feste di prima classe più solenni, e nelle feste della Beatissima Vergine… e nelle feste degli Apostoli, li di cui reliquie ivi sono, com’ancora quando sortisce giorno di Domenica ogn’altra reliquia del Santo che cascherà in quel giorno, e per ogni volta che s’espongono si accendano due candele a spese dell’Università. Che il sacrestano sotto la pena di carlini cinque debba ogni due mesi spolverarle”.

Allegata agli atti vi è l’attestazione della Duchessa, resa in Bovalino il 23 aprile 1720, relativa in particolare all’elenco delle 114 reliquie, che già erano state autenticate, come già detto, da mons. Paolo Palombo, vescovo di Cassano, con bolla del 4 novembre 1631, la quale venne trascritta dal notaio Gliozzi e inserita nell’atto di donazione.

Tra le reliquie, incapsulate in tabernacolo a modo di Chiesiola di Rame decurato con cristalli, spiccano frammenti delle vesti infantili di Cristo (de pannis infanctiae Domini nostri Iesu Xsti), della tunica insanguinata (de veste Domini sanguine pincta) e del sudario del Salvatore (de tela qua Xstus fuit velatus), del legno della S. Croce (de ligno Sanctae Crucis, ubi Xstus oravit ad Patrem), della pietra di Betlemme e del Calvario (de petra Bthleem de Monte Calvario), del bastone di Mosè (de Virga Moysh), del legno della Croce del buon ladrone (de Cruce boni latronis).

Il Reliquario venne ufficialmente esposto alla venerazione dei fedeli, nella Chiesa Matrice, il 13 maggio 1720. Nel 1783 il reliquario rimase sepolto tra le rovine della Chiesa colpita dal terremoto, riportando solo la rottura di qualche cristallo, senza la dispersione d’alcuna reliquia. In occasione di calamità, venivano esposte in chiesa alla presenza di fedeli con il canto della litania dei santi. Quando il venerdì santo coincideva con la festa dell’Annunciazione della Madonna il 25 marzo, durante una funzione religiosa avveniva la liquefazione del sangue rappreso sulla spina della corona di Gesù, contenuta nel reliquario.

Nel 1927 il Soprintendente ai Beni Artistici della Calabria, dott. Galli, dichiarò monumenti d’arte le due piccole statuette poste ai lati del reliquario e raffiguranti San Lorenzo e San Pietro. L’elenco completo delle reliquie è il seguente: 001 ) Tunica, veste e cappello di S. Carlo Vescovo 002) Cintura della Beata Maria Vergine 003) Veste inconsutile 004) Porta Aurea 005) Veste di Gesù Cristo 006) Pietra sulla quale cadde il sangue di Gesù Cristo 007) Pietra sulla quale per primo pregò Gesù Cristo 008) Legno della croce di Gesù Cristo 009) Spina della corona di Gesù Cristo 010) Pelle di San Bartolomeo Apostolo 011) San Filippo 012) San Pietro Apostolo 013) San Giovanni Battista 014) San Paolo Apostolo 015) Sant’Andrea Apostolo 016) San Giacomo Apostolo 017) San Bartolomeo Apostolo 018) San Matteo Apostolo 018) San Simone Apostolo 019) San Mattia Apostolo 020) San Barnaba Apostolo 021) Sant’Atanasio 022) San Tommaso d’Aquino 023) San Basilio 024) San Francesco di Paola 025) San Vitaliano 026) San Zaccaria profeta 027) Sant’Ignazio di Lodola 028) San Placido martire 029) Croce dei Buoni Ladroni 030) Bastone di Mosè 031) San Giovanni elemosinario 032) San Dionisio 033) Capelli della Beata Maria Vergine 034) San Leonardo 035) San Bartolomeo abate 036) San Pellegrino 037) San Gamaliele 038) San Rustico 039) San Vincenzo confessore 040) San Vitalione martire 041) San Dionigi l’Aeropagita 042) Veste intrisa del sangue di Gesù Cristo 043) Panni infantili di Gesù Cristo 044) Sacra Sindone 045) Sepolcro di Gesù Cristo 046) Veste di Gesù Cristo 047) Veste della Beata Maria Vergine 048) Sacro velo della Beata Maria Vergine 049) Cripta di Bethlehem 050) Monte Calvario 051) San Teodoro martire 052) Sant’Adriano martire 053) San Lorenzo Martire 054) San Clemente martire 055) San Damiano martire 056) San Giorgio martire 057) San Pantaleone martir 058) Santa Genoveffa 059) Sant’Ippolito 060) San Faustino 061) San Cornelio martire 062) San Cipriano martire 063) San Pietro martire 064) San Crescenzio martire 065) Sant’Aniceto papa e martire 066) San Dario 067) San Massimo 068) San Fortunato 069 Quaranta martiri 070) San Vincenzo Martire 071) San Leone martire 072) Dente di San Placido martire 073) San Valerio 074) Sangue di San Lorenzo 075) Sangue di San Giovanni Battista 076) Sant’Eusebio 077) San Tiburzio martire 078) San Gregorio VII papa 079) Velo della Beata Maria Maddalena 080) Sant’Anna martire e vergine 081) Capelli della Beata Maria Maddalena 082) Veste di Sant’Elena 083) Santa Maria Maddalena 084) Santa Maria Egizia 085) Santa Rosalia 086) Santa Marina 087) Santa Camilla 088) Sant’Agnese 089) San Cirillo 090) Santa Chiara 091) Santa Vittoria 092) Santa Margherita 093) Santa Cristina 094) Santa Felicita 095) Santa Lucia 096) Santa Paolina 097) Sant’Eufemia 098) Santa Barbara 099) Santa Brasiliana 100) San Nicola di Bari 101) San Vito martire 102) Pelle di San Giovanni Crisostomo 103) Legno della Croce (2) 104) San Gregorio di Nazianzo 105) San Filarione abate 106) San Fantino martire 107) San Cirillo 108) Legno della Croce (3) 109) San Bartolomeo vescovo 110) Santa Flora 111) Sant’Orsola 112) San Blasio vescovo e martire 113) Santa Potenziana 114) Santa Teresa 115) Unguento di Santa Maria Maddalena 116) Sangue di altri martiri 117) 9 Reliquie con il nome mancante o illeggibile

Altre notizie sul reliquario nell’interessante libro di Mario Panarello, Fanzago e Fanzaghiani in Calabria. Il circuito artistico nel seicento tra Roma, Napoli e la Sicilia (Rubbettino,2012, p.624). In particolare nel capitolo “Il reliquario di Bovalino. Una microarchitettura di influenza romana”.[4]

Reperti aggiunti dopo l’8 settembre 2002: 1) Campana… 2) Lapide marmorea dedicata a…riportante la seguente iscrizione: “D. FRAN. RUFFO BOBALINENSIS FECIT – ANNO DOMINI 1755”, ritrovata… probabilmente nella chiesa parrocchiale di Maria SS. Assunta e consegnata da…3) Il libro “Vita del venerabile padre Bonaventura da Potenza, Minore conventuale, scritta da F. Giuseppe Maria Rugilo dell’istesso Ordine”, le cui vicissitudini sono “raccontate” dall’offerente con una lettera allegata, della quale si riporta il testo: “Questo libro Vita del venerabile Bonaventura da Potenza, Minore conventuale, scritta da F. Giuseppe Maria Rugilo dell’istesso Ordine (…), in Napoli MDCCIV, presso Giuseppe Raimondi, apparteneva ad Antonio Morisciano, che lo ricevette in regalo nel 1776 dal p. Maestro Francesco Antonio Grillo di Bovalino (poi vescovo di Martirano), e dal 1825 a Raffaele Morisciano (poi vescovo di Montepeloso e di Squillace). Purtroppo nell’anno 2000 il libro era finito miseramente presso il fiume Careri, da dove le mani pietose di un amico lo hanno raccolto e regalato a me, p. Stefano De Fiores. Fattolo rilegare e restaurare a Roma con pulitura e rifacimento di pagine nel laboratorio di Franco Panzone (che per amicizia ha generosamente rinunciato alla retribuzione di 1 milione di lire), ora lo dono al Popolo di Bovalino Superiore, da cui proveniva la mia nonna materna Maria Gatto, perché sia accuratamente conservato nel Museo locale. I proprietari erano molto attaccati a questo libro, tanto da minacciare addirittura l’inferno per chi lo avesse rubato, secondo la strofa latina presente in due versioni nell’ultima pagina: Qui rapit librum istum / non videbit Jesum Christum, / imo ibit in infernum / et remanebit in eternum.( Chi ruba questo libro / non vedrà Gesù Cristo, / anzi andrà all’inferno / e rimarrà in eterno.) Non è il caso di minacciare nessuno. Ho fiducia che il popolo di Bovalino veglierà a che questo libro non esca più dal suo territorio. In segno di stima e di affetto, avendo più volte predicato a Bovalino Superiore e avendo scritto un lavoro sul beato Camillo Costanzo (pubblicando le sue interessanti 17 lettere inedite), consegno il libro alla gent.ma signora Caterina Signati pregandola cortesemente di trasmetterlo al Museo locale. P. Stefano De fiores, n. a San Luca nel 1933, ordinario di mariologia alla Pontificia Università Gregoriana Roma. Bovalino Superiore, 11 aprile 2004, Pasqua di Risurrezione.” 4) Bibbia del ‘700 in due volumi…

Capitolo undicesimo – “Bovalino, un borgo da salvare” di A. Ardore

Il libro citato è stato stampato, nel mese di settembre del 2002, a cura dell’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata di Bovalino Superiore, presso le Arti Grafiche GS di Ardore Marina, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica verso i problemi del Borgo, che per la sua interessante storia va assolutamente salvato e riportato in auge, dal degrado in cui versa attualmente. La stessa Arciconfraternita ha deciso di utilizzare il ricavato della sua vendita per il restauro della casa natale del Beato Camillo Costanzo, da utilizzare come sede e archivio dell’Associazione.

L’urgenza della rivitalizzazione e del recupero del Borgo è evidenziato molto chiaramente dal sottoscritto nella Presentazione dello stesso libro:

<Nel libro di Edward Lear “Diario di un viaggio a piedi” effettuato nel 1847 si legge: “Bovalino scintillante, sulla sua cretosa altura, nell’ultimo raggio di sole è un posto di considerevole grandezza ed eravamo incantati per il marcato carattere calabrese. Mentre salivamo il tortuoso sentiero, osservavamo la lunga fila di paesani che tornavano a casa, il costume delle donne era il più bello che avessimo visto finora. Ci recammo dal Conte, ci ha portato in giro per tutta la città, le chiese, il castello[5], i viottoli, ci ha mostrato i paesaggi”.

Mutate le situazioni sociali -per fortuna- al visitatore di oggi Bovalino Superiore può fare lo stesso effetto e la stessa impressione in quanto ha mantenuto il suo aspetto suggestivo e fascinoso, ma ha perso la grandezza e la vivacità di un centro attivo e popoloso. Ha seguito nell’ultimo cinquanten-nio, un processo di dissanguamento e di prosciugamento delle risorse vitali, comune a tutti i paesi collinari perdenti nella competizione con la marina. La vita e la storia di Bovalino Superiore infatti sono intimamente legate a Bovalino Marina: lo sviluppo di quest’ultima frazione rappresenta il decadimento ed il degrado del vecchio paese, che vive dal punto di vista economico e sociale una situazione di marginalità se non di vera emarginazione, pur se ricca dal punto di vista culturale[6].

Anche nella trattazione dei vari aspetti del nostro Borgo s’intrecciano e sono presenti elementi che riguardano l’intero territorio comunale. La situazione è drammaticamente chiara, e urgente s’impone una riflessione e una presa di coscienza del problema di un recupero e di cosa fare, tenendo presente alcuni punti fermi:

1) Il Borgo necessita di un intervento radicale non solo per essere valorizzato ma soprattutto per essere salvato, in quanto gli edifici comuni hanno subito per l’incuria e per l’assoluta mancanza di manutenzione, un veloce inarrestabile processo di degrado. Un esempio emblematico è rappresentato dalle precarie condizioni in cui si trovano il portale e l’intera Chiesa di Santa Maria delle Grazie e del SS. Rosario, abbandonati a se stessi e in attesa della completa distruzione, per assistere poi alle teatrali inutili lamentazioni e imprecazioni generali, come è nel nostro costume. Solo un intervento mirato e convergente di tutti gli operatori che “contano” sul territorio, da quelli culturali a quelli religiosi e amministrativi, può bloccare questo processo negativo.

2) L’Arciconfraternita intitolata a Maria SS. Immacolata è impegnata da anni a mantenere vivi riti di forte impatto aggregativo, che richiamano gente da tutto il circondario. L’“Affruntata”, la festa dell’Immacolata, che eccezionalmente per dispensa papale si svolge l’8 settembre, l’artistico Presepe elettromeccanico realizzato con passione e amore, sono appuntamenti annuali attesi e vissuti in un’atmosfera d’altri tempi.

3) La memoria non va cancellata, anche se i modelli organizzativi economici e politici attuali rischiano, pur se non intenzionalmente, distruggere e annullare. Comunque non basta trasmettere solo su disco o sulla carta, importante è soprattutto incidere e lasciare impronte formative nella coscienza individuale e collettiva.

4) Questa ricerca vuole essere un piccolo contributo finalizzato a stimolare riflessioni, a pizzicare le corde dei sentimenti, a rovistare nello scrigno dei ricordi, a suscitare emozioni e possibilmente a sollecitare interventi. Onori e meriti per questo lavoro vanno equamente distribuiti tra A. Ardore e A. Blefari. Il primo, autore del presente lavoro, nato nel 1973 a Bovalino, dove risiede, diplomato presso il L Scientifico “La Cava”, è appassionato di ricerca storica riguardante il paese in cui vive e quelli del circondario. Collabora con propri articoli a giornali e riviste di circoli ed associazioni culturali locali, ha promosso i convegni: “Bovalino: 2000 anni di storia”(1996), “E. Ruffo ed il cinema dimenticato”(2000) ed “Il lager di Ferramonti”(2002). E’ una vera risorsa culturale che andrebbe utilizzata e valorizzata dagli Enti locali e dalle Associazioni, spesso distratti nell’ assegnare i giusti rilievi ai meritevoli e disattenti ai problemi del recupero della memoria storica, la sola che dà identità ad una comunità nel tempo. Antonio Blefari, medico di professione ed attuale priore dell’Arc., domiciliato per scelta nel centro storico, crede fortemente nell’operazione di riscatto e recupero del Borgo verso cui sta indirizzando le sue forze con passione e amore. E’ sua l’idea di pubblicare questa ricerca, è sua la caparbietà di allestire un museo d’arte sacra.>

Per inquadrare meglio l’articolazione del libro si aggiunge l’indice degli argomenti trattati:

Presentazione

Descrizioni (1571, Barrio – 1586, Basso – 1847, Lear – 1952, La Cava)

Aspetti geografici (Territorio – Frazioni e contrade – Vie di comunicazione – Corsi d’acqua)

Attività economiche (Agricoltura – Commercio – Industria – Stabilimento “Bricà” – Turismo)

Cenni storici [Periodo greco (710 a.C. – 280 a.C.) – Periodo romano (280 a. C. – 553) – Periodo bizantino (553 – 1059) – Periodo normanno (1059 – 1266) – Periodo angioino (1266 – 1381) – Periodo durazzesco (1381 – 1504) – Periodo spagnolo (1504 – 1734) – Periodo borbonico (1734 – 1860) – Regno d’Italia (1860- 1922)]

Elenco feudatari

Famiglia Conclubet: signori di Arena (CZ), Stilo, Gerace e Bovalino. (dal ? al 1250)

– Fulcone Ruffo (1233-1266): figlio di Ruggero Ruffo e Belladama, fratello di Pietro I Ruffo di Calabria, Conte di Catanzaro. Da giovane fu valletto alla corte di Federico II, dove frequentò la Scuola Poetica Siciliana(1247-1249) e fu armato Cavaliere nel 1250 ed il Re gli donò diverse terre in Calabria. Si sposò nel 1253 con Margherita figlia di Messer Carnelevario di Pavia Nel 1256 Manfredi confiscò tutti i beni dei Ruffo, in quanto questi volevano che divenisse Imperatore Corradino (dal 1250 circa al 1258).

– Enrico Ruffo: primogenito di Fulcone, sposò Margherita di San Lucido e rientrò nel regno all’avvento della dinastia angioina e riebbe i feudi tolti da Manfredi (dal 1266 al 1332).

– Fulcone II Ruffo: figlio secondogenito di Enrico. Divenne Regio Ciambellano e Viceré d’Abruzzo. Diventò nel 1334 Conte di Sinopoli (dal 1333 al 1346).

– Nicolò Ruffo: unico figlio maschio del precedente. Pur appartenendo alla casa di Sinopoli (RC), testò per un omonimo della casa Ruffo di Catanzaro, in quanto si sentiva ingiustamente privato dei domini della sua casa (dal 1347 al 1372).

– Nicolò II Ruffo: figlio di Giovanni e fratello di Pietro III Conti di Catanzaro (dal 1373 al 1385). – Riccardo Ruffo: unico figlio maschio del precedente (dal ? al 1399).

– Giovanni Ruffo: cugino del precedente (dal 1400 al 1403 circa).

– Nicolò Ruffo: Conte di Catanzaro, Marchese di Crotone e Viceré di Calabria. Si ribellò al nuovo re di Napoli Ladislao d’Angiò Durazzo nel 1404 e gli furono confiscati tutti i feudi. Fu graziato nel l419 da Giovanna II regina di Napoli, sorella di Ladislao e così poté rientrare dalla Francia e riotten-ne da Luigi III d’Angiò, re di Napoli e Duca di Calabria, tutte le terre calabresi (dal 1404 al 1434).

– Giovannella Ruffo: Marchesa di Crotone e figlia di Nicolò. Nel 1425 sposò Antonio Colonna principe di Salerno e nipote del Papa Martino V. Morta prematuramente e non avendo avuto figli, il feudo passò alla sorella Enrichetta (dal 1435 – ?).

– Enrichetta Ruffo: Marchesa di Crotone e sorella di Giovannella. Nel 1441 sposò Antonio Centelles, che si ribellò al re Alfonso V d’Aragona, per questo ebbe tolta la signoria.

– Tommaso Caracciolo: marchese di Gerace, gli fu affidata la baronia di Bianco, Bruzzano e Bovalino. Nel 1455 fu accusato di tradimento al re, fu processato e spodestato (dal 1445 al 1457).

– Andrea de Pol: Consigliere del Re

– Antonio Centelles: Marchese di Crotone e marito di Enrichetta. Il 24 giugno 1462 viene perdonato da re Ferrante, per questo è riammesso nel possesso dei suoi feudi (dal 1462 al ?).

– Alfonso Centelles: fratello di Antonio. Ebbe ceduta dal fratello la baronia di Bianco, Bruzzano e Bovalino. Nel 1466 a seguito di una lettera del popolo della baronia contro la signoria dei Ruffo e dei Centel1es, il re toglie definitivamente il feudo ai Ruffo (dal ? al 1466).

– Cesare Pignatelli: signore di Orta (FG) e Toritto (BA). Il feudo di Bovalino venne posto in Regio Demanio ed affidato ai Pignatelli, Giovanni Francesco Pignatelli rimase a Bovalino, linea che si divise in parte trasferendosi a Gerace ed estinguendosi come a Bovalino nel 1700 (dal 1466 al 1486)

– Polidoro Gagliardi (dal 1487 al 1496).

– Tommaso Marullo: nobile messinese, Stratego di Messina (1500-1501) e Conte di Augusta (SR) il 12 ottobre 1496 acquistò dal re Federico I la baronia di Bianco, Bruzzano e Bovalino e la terra ed il castello di Condoianni, divenne 1° Conte di Condoianni (dal 1496 al 1518).

– Giovanni Marullo: 2° Conte di Condoianni. Stratego di Messina (1535) e Preside della Calabria (1550). Sposò D. Francesca Moncada de Lune, figlia del conte di Caltanissetta, per cui la contea di Augusta passò ai Marullo. Dovette vendere la terra di Motta Bruzzano a Tommaso Marquez nel 1551, di Potamia a Eleonora Del Negro nel 1553, di Precacore e Sant’Agata a Uberto Squarciafico nel 1554 (dal 1519 al 1556).

– Vincenzo Marullo: 3° Conte di Condoianni. La contea era ridotta a Condoianni, Bianco, Bovalino e Careri con i rispettivi casali. Oltretutto si era trasferito a Napoli dove si era sposato con una nobile iscritta al seggio di Montagna. Fece una vita dispendiosa per mantenere il tenore di vita alla pari della nobiltà napoletana. Partecipo alla Battaglia di Lepanto (1571) e a quella di Navarrino ( ). Morì a Napoli nel 1629 senza figli, per cui si estinsero i Conti Marullo di Condoianni (dal 1557 al 1584)

– Giovanni Battista Marullo: ricevette la contea con i gravami che ne pesavano. Infatti fu messa all’asta. Bianco, Condoianni, Ferruzzano e Bruzzano passarono al marchese Carafa, per i 72.000 scudi vantati. Vendette Careri a Cristoforo La Rocca nel 1585, Gli altri feudi fruttarono il necessario per saldare il debito a Del Tufo. Con lui si estinse la linea primogenita dei conti di Condoianni, titolo che il re volle far rimanere all’illustre famiglia messinese.

– Mario Galeota: barone di Monasterace acquista la baronia di Bovalino per 43.390 ducati per cederla dopo qualche mese al barone di Grotteria Sigismondo Loffredo (1586)

– Sigismondo Loffredo: Barone di Grotteria e di Olevano sul Tusciano (SA). Il 26 giugno 1587, ebbe concesso il titolo di Marchese di Bovalino dal re Filippo Il di Spagna (dal 1586 al 1605).

– Beatrice Orsini: della più nobile famiglia romana, Principessa di Montescaglioso (MA) e moglie di Sigismondo Loffredo. Non avendo avuto figli, il 28 settembre 1605 s’intestò il feudo di Bovalino. Alla morte del marito, si sposò con il Duca di Gravina (BA) (dal 1606 al 1617).

– Sebastiano Vitale: acquistò il feudo per 85.000 ducati dalla Principessa Orsini (dal 1617 al 1650).

– Orazio Del Negro: Patrizio genovese. Acquistò il feudo da Sebastiano Vitale (dal 1650 al 1651).

– Ambrogio Del Negro: signore di Quaranti, consignore di Drosso, conte di Gonzole e Stupinigi, Marchese di Mombaruzzo (AT) e Murazzano ( ), successe nel feudo come nipote di Orazio, avo materno (dal 1652 al 1656).

– Giovanni Geronimo Del Negro: Conte di Quaranti. Sposò Eufrasia Serbelloni Manriquez, Principessa di Marano (CS) e Marchesa di Cirella (CS), feudo che vendette dopo aver assegnato lo stesso nome ad un casale di Bovalino (dal 1656 al 1676).

– Francesca Del Negro: Contessa di Quaranti e figlia di Giovanni Geronimo. Sposò Ferrante Spinelli, Principe di Tarsia (CS) (dal 1677 al 1687).

– Caterina Spinelli: figlia del precedente. Sposò Aniello Ettore Caracciolo, Marchese di Barisciano (AQ) (dal 1688 al 1698).

– Nicola Bernardino Caracciolo: Principe di Marano (CS) e figlio del precedente (dal 1699 al 1715).

– Francesco Pescara Diano: V Duca di Saracena (CS) e Cinquefrondi (RC). Acquistò dal Caracciolo per 80.000 ducati il feudo di Bovalino. Con Regio Assenso del 27 giugno 1716 poté trasferire il titolo di Duca, da Saracena (CS) a Bovalino. Morì il 12 settembre 1719 e venne sepolto nella chiesa del convento di Santa Maria del Gesù. (dal 1716 al 1719).

– Giovanni Battista Pescara Diano: 2° Duca di Bovalino, figlio del precedente (dal 1720 al 1803).

– Giuseppe Pescara Diano: 3° Duca di Bovalino, figlio del precedente. Fu il feudatario ad essere colpito nel 1806 dalla legge sull’eversione della feudalità (dal 1804 al ?).

– Giovanni Battista Pescara Diano II : 4° Duca di Bovalino. Primogenito del precedente, successe al padre solo nei titoli nobiliari (dal ? al ?).

– Maria Pescara Diano: Duchessa di Bovalino e Calvizzano. Figlia del precedente, sposò Francesco Morra, 6° Principe di Morra (PG) (dal ? al 1870).

– Camillo Morra: 7° Principe di Morra Irpino oggi Morra De Sanctis (AV) e 6° Duca di Bovalino, figlio del precedente (dal 1871 al 1891).

– Goffredo Morra: 8° Principe di Morra Irpino oggi Morra De Sanctis (AV) e 7° Duca di Bovalino, figlio del precedente (dal 1892 al 1904).

– Laura Morra: figlia del precedente (dal 1905 al 1925).

– Giovanni Francesco Morra: 10° Principe di Morra Irpino oggi Morra De Sanctis (AV) e 9° Duca di Bovalino, zio paterno del precedente (figlio di Camillo Morra). Successe nel Ducato di Bovalino in virtù della legge del 1925 che aboliva la successione femminile napoletana (dal 1926 al 1935).

– Alberto Morra: 11° Principe di Morra Irpino oggi Morra De Sanctis (AV) e 10° Duca di Bovalino. Figlio del precedente (dal 1936 al 1963).

– Rogero Morra: 12° Principe di Morra Irpino oggi Morra De Sanctis (AV) e 11° Duca di Bovalino.

E’ nato a Napoli nel 1914, si è sposato con Anna Maria Sanfelice dei Duchi di Bagnoli, da cui Goffredo, nato a Napoli nel 1948 è il primogenito. Titoli nobiliari posseduti: Patrizio Napoletano, Patrizio di Benevento, Nobile dei Principi di Morra (PG), Nobile dei Duchi di Mancusi, Nobile dei Marchesi di Monterocchetta (BN), Nobile dei Duchi di Cantalupo (PG), Nobile dei Marchesi di San Massimo (CB), Nobile dei Duchi di Calvizzano (NA), Nobile dei Duchi di Bovalino.

Appendice (Mocta Bubalini – Il Castello – La Torre Scinosa – L’invasione delle locuste – Supposizioni sul porto – Lo stemma comunale – 10 settembre 1943: “Una mancata catastrofe”)

Chiese Monasteri e Confraternite: (Chiesa Matrice “Santa Maria ad Nives e San Nicola di Bari” – Chiesa Parrocchiale di “Santa Caterina d’Alessandria” – Sante Reliquie – Elenco Sante Reliquie – Chiesa di Santa Maria delle Grazie e del SS. Rosario – Chiesa Parrocchiale di San Nicola di Bari – Chiesa Parrocchiale di San Martino Vescovo – Chiesa di San Michele Arcangelo – Chiesa di Santa Maria del Carmelo – Chiesa di Santa Maria delle Grazie – Chiese non più esistenti – Altarini – Sacerdoti – Confraternita – L’Affruntata – Il presepe – Museo d’Arte Sacra – Confraternite non più esistenti – Congreghe – Comuneria civica – Convento Santa Maria del Gesù – Altri conventi esistiti a Bovalino – Festeggiamenti attuali – Festeggiamenti non più esistenti)

Famiglie storiche (De Blasio – Vitale – Oliva – Stranges – Grillo – Spagnolo – Morisciano – Procopio – Agostini – Ruffo – Marrapodi – De Maria)

Personaggi (Francesco Mazzacara -Camillo Costanzo- Domenico A.Grillo – Raffaele A.Morisciano – Gaetano Ruffo – Francesco Calfapetra – Francesco La Cava – Mario La Cava – Elio Ruffo)

Documenti [Leggenda bovalinese – Ricordi della seconda guerra mondiale a Bovalino – Platea della chiesa del Rosario (1763) – Apprezzo del Tabulario Pompeo Basso (1586) – Invasione delle locuste e siccità (atto notarile F.M. Procopio) – Statuti Confraternita]

Elenco sindaci dal 1809 al 2018

– Francesco Antonio Marrapodi, dal 01/01/1809 al 31/12/1809

– Giuseppe Morisciano, dal 01/01/1810 al 31/12/1810

– Giovanni Andrea Sculli, dal 01/01/1811 al 31/12/1811

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1812 al 31/12/1812

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1813 al 31/12/1813

– Tommaso (de) Maria, dal 01/01/1814 al 31/12/1814

– Domenico Antonio Armeni, dal 01/01/1815 al 31/12/1815

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1816 al 31/12/1816

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1817 al 31/12/1817

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1818 al 31/12/1818

– Gennaro Grillo, dal 01/01/1819 al 31/12/1819

– Gennaro Grillo, dal 01/01/1820 al 31/12/1820

– Gennaro Grillo, dal 01/01/1821 al 31/12/1821

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1822 al 31/12/1822

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1823 al 31/12/1823

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1824 al 31/12/1824

– Giuseppe Ruffo, dal 01/01/1825 al 31/12/1825

– Giuseppe Ruffo, dal 01/01/1826 al 31/12/1826

– Giuseppe Ruffo, dal 01/01/1827 al 31/12/1827

– Giuseppe Ruffo, dal 01/01/1828 al 14/07/1828

– Giuseppe Morisciano, dal 15/07/1828 al 31/12/1830

– Cav. Dom. Ant. Conte Grillo, dal 11/05/1831 al 31/12/1832

– Pasquale De Maria, dal 23/02/1833 al 31/12/1836

– Cav. Dom. Ant. Conte Grillo, dal 22/11/1838 al 31/12/1839

– Giuseppe De Maria, dal 01/01/1842 al 31/12/1845

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1846 al 08/09/1847

– Giovanni Battista Ruffo, dal 29/03/1848 al 31/12/1849

– Giovanni Battista Ruffo, dal 01/01/1852 al 02/02/1855

– Ferdinando Saffioti, dal 03/02/1855 al 14/07/1856

– Andrea Roselli, dal 20/02/1857 al 31/12/1859

– Giovanni Ruffo, dal 01/01/1860 al 08/08/1860

– Cav. Dom. Ant. Conte Grillo, dal 09/08/1860 al 31/12/1963

– Nicola Spagnolo, dal 01/01/1867 al 31/12/1868

– Nicola Ruffo, dal 01/01/1869 al 31/12/1872

– Giuseppe Calfapetra, dal 01/01/1873 al 31/12/1873

– Costantino Barone Mercurio, dal 01/01/1875 al 20/09/1876

– Giuseppe Calfapetra, dal 21/09/1876 al 04/09/1879

– Nicola Spagnolo, dal 05/09/1879 al 31/12/1882

– Antonino Spagnolo, dal 01/01/1885 al 31/12/1887

– Carlo Stranges, dal 01/01/1888 al 31/12/1889

– Pasquale Stranges, dal 01/01/1891 al 31/12/1891

– Pietro Cav. Tomei, dal 21/02/1894 al 31/12/1894 (commissario)

– Antonino Spagnolo, dal 01/01/1895 al 31/12/1898

– Giuseppe Morisciano, dal 01/01/1899 al 01/05/1906

– Domenico Stranges, dal 02/05/1906 al 13/01/1908

– Domenico Costanzo, dal 14/01/1908 al 21/01/1908 (commissario)

– Pasquale Cosomati, dal 22/01/1908 al 31/12/1909 (commissario)

– Eugenio Mileto, dal 01/01/1910 al 31/12/1911

– Domenico Stranges, dal 01/01/1912 al 15/01/1920

– Giuseppe Rossi, dal 16/01/1920 al 06/02/1920 (commissario)

– Domenico Aricò, dal 07/02/1920 al 25/03/1920 (commissario)

– Salvatore Marzano, dal 26/03/1920 al 28/04/1920 (commissario)

– Giovanni Musitano, dal 29/04/1920 al 09/01/1921(commissario)

– Didonato Giuseppe, dal 10/01/1921 al 29/11/1922 (commissario)

– Emanuele Muscianisi, dal 30/11/1922 al 31/12/1923 (commissario)

– Vincenzo Chinè, dal 01/01/1924 al 31/12/1925 (commissario)

– Agostino Lodato, dal 01/01/1926 al 31/12/1926 (commissario)

– Vincenzo Lombardi, dal 01/01/1927 al 31/12/1928 (commissario)

– Antonino Misiano, dal 01/01/1929 al 31/12/1929 (podestà)

– Arcangelo Chiarantano, dal 01/01/1930 al 10/09/1930 (commissario)

– Paolo De Meo, dal 11/09/1930 al 31/12/1931 (commissario)

– G. B. Celona, dal 01/01/1932 al 31/12/1935 (podestà)

– Arcangelo Chiarantano, dal 01/01/1936 al 31/12/1936 (podestà)

– Antonio Speziali, dal 01/01/1937 al 12/07/1943 (podestà)

– Francesco Sparvieri, dal 13/07/1943 al 14/10/1943 (commissario)

– Gaetano Ruffo, dal 15/10/1943 al 08/04/1945 (commissario)

– Edoardo Rodinò, dal 09/04/1945 al 28/05/1945 (commissario)

– Francesco Ceravolo, dal 29/05/1945 al 08/10/1945 (commissario)

– Giuseppe Primerano, dal 09/10/1945 al 29/04/1946(commissario)

– Nicola Stranges, dal 30/04/1946 al

– Giovanni Ferrigno, dal

– Pietro De Domenico, dal

– Pasquale De Domenico, 1961

– Sciaricco Oreste, 1962 (commissario)

– Pasquale De Domenico, dal 1963 al 1965

– Domenico Zappia, dal 1966 al 1969

– Giovanni Ferrigno, dal 08/04/1969 al 1972

– Pietro De Domenico, 1973 al 1975

– Vincenzo Mallamo, dal 1976 al 30/07/1978

– Antonio Carpentieri, dal 31/07/1978 al 29/04/1986

– Tommaso Mittiga, dal 30/04/1986 al 09/11/1990

– Antonio Carpentieri, dal 10/11/1990 al 10/12/1992

– Domenico Albanese, dal 11/12/1992 al 21/07/1993

– Luigi D’Agostino, dal 22/07/1993 al 26/01/1996

– Giuseppe Priolo, dal 26/01/1996 al 18/11/1996 (commissario straordinario)

– G. Camillo Ammendolea, dal 18/11/1996 al 14/05/2001

– Antonio Carpentieri, dal 14/05/2001 al 20/01/2005

– Francesca Crea, dal 20/01/2005 al 05/04/2005 (commissario straordinario)

– Francesco Zappavigna, dal05/04/2005 al 30/03 2010

– Tommaso Mittiga, dal 30/03/2010 al 02/04/2015

– Emiliano Consolo, Rosa Correale e Alberico Gentile, dal 02/04/2015 al 14/07/2016 (commissari)

– Salvatore Caccamo, Valeria Pastorelli e Claudia Poletti, dal 14/07/2016 all’11/06/2017 (comm.)

– Vincenzo Maesano, dal 12 giugno 2017 (in carica)

Curiosità (sul Beato Camillo Costanzo – su Gaetano Ruffo – sul nome di Bovalino)

Cronologia bovalinese

986   – Distruzione del paese alla marina e trasferimento dell’abitato a Bovalino Superiore.

1222 – Un terremoto causa gravi danni al castello.

1328 – Già in questa data esisteva la “Juditra”.

1349 – Terremoto

1509 – Terremoto

1520 (circa) – Costruzione dell’attuale Chiesa matrice.

1538 – Attacco turco.

1571 – I bovalinesi sulla nave del conte Vincenzo Marullo, partecipano alla battaglia vittoriosa a Lepanto contro i Turchi.

1581 – Attacco turco.

1583 – Terremoto, a seguito del quale il paese di Panduri venne trasferito a Careri.

1594, 8 settembre – Attacco turco, distruzione del paese e miracolo dell’Immacolata.

1596, 13 luglio – Muore il Beato Francesco Mazzaccara.

1622, 15 settembre – Muore il Beato Camillo Costanzo.

1750 – Istituzione del Pio Monte di Carità “Maria SS. Addolorata” per i maritaggi.

1752 – Acquisto della statua attuale dell’Immacolata Concezione.

1763 – Carestia descritta dal notaio Francesco Maria Procopio.

1783, 5 febbraio – Terremoto, 8 morti (4 uomini, 3 donne e un bambino) e 80.000 ducati di danni.

1791 – Riparata la Chiesa matrice in parte distrutta dal terremoto del 1783, con i proventi della Cassa sacra.

1811 – Divisione del demanio comunale attuata dai francesi, le terre date ai contadini indigenti.

1811 – Alluvione.

1811 – Istituzione della scuola di lettere umane e filosofia.

1837 – Il colera a Bovalino: costruzione di baracche per la quarantena e istituzione del cordone sanitario per impedire l’ingresso nel territorio comunale di persone infette.

1852 – Restauro a Napoli della statua attuale dell’Immacolata Concezione a spese del Vescovo Mons. Raffaele Morisciano.

1853 – A causa di una violenta alluvione, il Bonamico cambiò corso.

1857 – Istituzione alla marina della Fiera del Purgatorio, ogni venerdì e sabato precedenti l’ultima domenica di agosto. La fiera del bestiame si fece fino al 1950 circa.

1860 – I garibaldini pongono a sindaco il Conte Domenico Antonio Grillo.

1862 – Il sindaco Grillo realizza la prima strada comunale che collega Bovalino alla marina, la strada della Biviera.

1866 – Mercato alla marina, ogni 1^ e 3^ domenica del mese.

1867 – Il colera a Bovalino.

1867 – Beatificazione di Camillo Costanzo.

1869 – Inaugurazione della SS. 106.

1870, 24 aprile – Il popolo bovalinese manifestò pacificamente davanti alla casa comunale contro il trasferimento della stessa alla marina (sindaco Nicola Ruffo di Ferdinando, fr. del martire Gaetano).

1873, 11 ottobre – Il consiglio comunale chiede al prefetto il trasferimento della sede comunale alla marina di Bovalino.

1874,29 giugno – Vitt Emanuele II decreta il trasferimento della sede municipale alla marina di Bov

1874, 29 ottobre – Il consiglio comunale chiede il trasferimento da Ardore alla marina di Bovalino degli Uffici Mandamentali.

1876, 28 ottobre – Istituzione di un ufficio postale alla marina, Longo Giovanni Battista fu Giuseppe primo ufficiale postale (Sindaco Giuseppe Calfapetra, al quale oggi è intitolata una via alla marina di Bovalino; lo stesso ha lasciato al Comune una casa e un suolo…).

1877 – La ferrovia arriva a Bovalino.

1879, 11 ottobre – Il consiglio comunale chiede l’istituzione alla marina di una piazza notarile.

1879 – Formazione della delegazione di Porto e l’ufficio doganale.

1880 circa – Costruzione della SS. 112, iniziata dai Borbone prima del 1860.

1881, 20 gennaio – Passaggio in treno da Bovalino di Umberto I e di Margherita di Savoia

1882, 25 marzo – Passaggio in treno di Giuseppe Garibaldi (da Metaponto a Reggio Calabria) per rivedere i luoghi delle battaglie dei Mille per l’unità d’Italia.

1884 – Inaugurata la caserma dei Carabinieri alla marina.

1888 – A tale data il territorio della marina risulta di proprietà delle seguenti famiglie: Grillo, Palaja, Macrì, Saffioti di Palmi, De Maria, Spagnolo, Mercurio-Oliva di Platì, Agostini, Morisciano, De Blasio di Palizzi, Vitale di Sant’Ilario, Amaduri di Gioiosa.

1908, 28 dicembre, ore 5:230 – Terremoto

1911 – Colera e disordini.

1922, 15 ottobre – Primo numero del periodico “La Calabria”, diretto da Pietro De Domenico e Vittorio Spagnolo.

1924 – Istituite le scuole elementari delle frazioni Pozzo, Rosa e Biviera.

1929 – Costruito il municipio alla marina.

1943, settembre – Vengono tolte le cassette di tritolo dalle gallerie scavate sotto la SS. 112 in prossimità della chiesa matrice.

1943, settembre – Vengono fatti saltare dai tedeschi i ponti della SS. 106 per impedire il passaggio alle truppe alleate.

1946 – Viene realizzato il Lido Azzurro.

1950 – Inaugurato lo stabilimento “Fratelli Primerano” di Bricà.

1951 – Terribile alluvione, che provoca il crollo dei ponti della SS. 106 sul Careri e Bonamico e quello ferroviario sul Careri.

1952 – Costruita con un finanziamento degli Stati Uniti d’America, l’edificio delle scuole elementari centro.

1960 – Inaugurato il Centro Sociale.

1964 2 aprile, – 1°numero della rivista satirica “U Tappu” a cura dei giovani universitari bovalinesi.

1966 – Passaggio in macchina dal C. Umberto I del Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

1970 – Anche a Bovalino si verificano blocchi stradali e ferroviari in concomitanza della rivolta di Reggio Calabria per il capoluogo di Regione.

1972, dicembre – Alluvione e formazione del lago Costantino lungo la fiumara del Bonamico.

1975, 7 settembre – Processione dell’Immacolata Concezione di Bovalino Superiore alla Marina.

1977 – Aperta al culto la chiesa parrocchiale San Martino di Bosco Sant’Ippolito.

1980 – Restauro a Bovalino Superiore dell’Immacolata Concezione.

1984 – Trasferiti gli uffici comunali nel palazzo della Comunità Montana, in attesa della costruzione del nuovo municipio.

1986 – Prima giornata della pace a Bovalino.

1990, gennaio – A seguito di un articolo pubblicato su un noto giornale italiano, i commercianti di Bovalino denunciano alla Procura di Milano, il relativo direttore ed il giornalista in quanto definiva i commercianti bovalinesi “scangiapicciuli”, ovvero riciclavano il denaro dei sequestri di persona.

1992 – Il ministro dell’Interno assegna al comune il segretario generale di seconda classe.

1993, agosto – Si è svolta nella piazza Ruffo a Bovalino Marina la manifestazione “Insieme per la vita” organizzata dall’Arci Pesca, nell’ambito della lotta alla distrofia muscolare col concorso “F. Milcovich” di disegni.

1993, settembre – Partito un carico di medicinali, viveri ed abbigliamento per i ragazzi della Bielorussia, che in numero di 27 sono stati ospiti delle famiglie bovalinesi nel mese luglio c.a.

1993, ottobre – Bovalino è il maggior centro del progetto europeo Cadispa (Conservazione e sviluppo in aree scarsamente popolate, per l’Italia è l’Aspromonte Orientale); gli alunni della scuola media, assieme ai docenti propri ed al delegato italiano del progetto, hanno elaborato progetti ambientalistici sulle colline del Petto d’Adamo, dove Raitre nazionale, realizza uno speciale.

1994 – Giornata della pace, organizzata dalla Diocesi a Bovalino.

1996, 11 maggio – La statua della Madonna di Fatima a Bovalino

1997 – Peregrinatio della Santa Croce di Polsi.

1998 – Nei primi mesi dell’anno, dopo 8 anni di lavori, viene inaugurato il nuovo municipio.

2000 – Iniziano i lavori di costruzione della nuova rete idrica, costo 9 miliardi di lire a carico del ministero ai Lavori Pubblici.

2001 – Restauro a Roma del quadro “Adorazione dei Magi”.

2001 – La giunta della Regione Calabria dichiara Bovalino, comune ad economia prevalentemente turistica e Città d’arte.

2001, 1 dicembre – Esercitazione “Arco calabro” della Protezione Civile contro eventuali terremoti.

Notizie varie (La Coltura – Il cimitero – Biblioteca Popolare, Corrado Alvaro e la famiglia Spagnolo – Mario Spagnolo – Cassa Sacra – Demanio Comunale – Petto d’Adamo – La Croce di Biviera – San Francesco di Paola – Scipione Cicala – Malachia – Vincoli ambientali – Vincoli idrogeologici – Beni architettonici – Toponomastica – Abitanti – Referendum istituzionale del 2/6/1946).

Bibliografia

Opere generali:

Ettore Gliozzi – “Ardore” – Tip. Grandolfo – Bari 1970.

Vincenzo Garreffa – “Benestare – oltre la speranza …” – Ed. Eurograf – Bovalino 1996.

Marianna Procopio – “Diario ed altri scritti” – Padova 1962

Franz Von Lobstein – Settecento calabrese”

A.A.V.V. – “Atti del convegno storico su San Luca, storia tradizioni e società (1590-1990) – Ed. AGE – Ardore 1994.

Stefano DeFiores –“San Luca, memorie storiche a 400 anni dalla fondazione” Ed.Monfortane 1989.

Fortunato Nocera – “La valle del Buonamico” – quaderni della fondazione Corrado Alvaro – 2001

Gabriele Barrio – “Antichità e luoghi della Calabria” – ristampa, Ed. Brenner – Cosenza 1979

Giovanni Fiore – “Della Calabria illustrata” – ristampa, Ed. Arnaldo Forni 1974.

Girolamo Marafioti – “Cronache ed antichità della Calabria” ristampa, Ed. Arnaldo Forni 1975.

Gustavo Valente – “Dizionario dei luoghi della Calabria” – Ed. Frama Sud – Chiaravalle 1973.

Elia D’Amato – “Pantologia calabra” – Ed. Brenner – Cosenza 1980.

Rocco Ritorto – “Storie nella storia” – Ed. AGE – Ardore 1991.

Nicola Lafortuna – “Storia della Calabria ducale” – Ed. Brenner – Cosenza 1988.

Giuseppe Brasacchio – “Storia economica della Calabria” – Ed. Effe Emme 1977

Vincenzo Padula – “Calabria prima e dopo l’Unità” – Ed. Laterza 1977.

Felicia La Cava Ziparo – “Dominazione bizantina e civiltà basiliana nella Calabria prenormanna” – Ed. Parallelo 38 – Reggio Calabria 1976.

Nicola Leoni – “Studi istorici – Magna Grecia” – Napoli 1856.

Francesco Caracciolo – “Sud, debiti e gabelle” – Tip. Antonino Trischitta – Messina 1994.

Sergio Dragone – “Le città magnogreche della Calabria” collana Calabria Econ. – Ed. CBC 1995.

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Calogero – “Storia e cultura della Locride” – Messina 1964.

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Geografia:

Angela Tallura – “Un bosco da favola” (Bosco Sant’Ippolito) – Ed. Eurograf – Bovalino1995.

Salvatore Gemelli – “La Locride, caratteri fisici e poleografici” – Ed. Gangemi – Reggio C. 1992.

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Salvatore Gemelli – “La Locride” – Catanzaro 1972

Amari-Schiapparelli – “L’Italia descritta nel libro di Re Ruggero” di Edrisi – Roma 1883

Agricoltura, commercio, industria e turismo:

A.A.V.V. – “Un’industria sepolta viva” (Bricà) – 1969

Storia:

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Rocco La Cava – “Immagini – fotostoria di Bovalino” tip. La Nuova Stampa – Offida (AP) 2000.

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Gustavo Valente – “Calabria, calabresi e turcheschi nei secoli della pirateria (1400-1800)” – Ed. Frama Sud – Chiaravalle 1973.

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Mirella Mafrici – “Bovalino in un apprezzo del 1586” Ed. Calabria Sconosciuta, n. 9 del 1980.

Oreste Dito – “La dimora degli ebrei in Calabria” – Ed. Brenner – Cosenza 1979.

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Mario La Cava – “Le memorie del vecchio maresciallo” – Ed. Einaudi – Torino 1958.

Tommaso Violi – “Linee operative di sviluppo turistico del Comune di Bovalino – Bovalino Superiore, paese-albergo” (tesi di laurea in architettura – Reggio Calabria 1992/1993).

Cesare Serafino – “Locri antica” – Ed. Aga – Cuneo.

Feudatari:

Ernesto Pontieri – “La Calabria a metà del sec. XV e le rivolte di Antonio Centelles” – Ed. Fausto Fiorentino – Napoli 1973.

Giovanni Ruffo – “Da Berenice d’Oriente a Paola Regina del Belgio – Undici secoli di storia dei Ruffo di Calabria” in Calabria Letteraria anno XLII, n. 1-2-3 del 1994.

Giovanni Ruffo – “I Ruffo presso la corte di Federico II” in Cal. Lett. a. XLIII, n. 4,5, 6 del 1995.

Giovanni Ruffo – “Una medaglia per celebrare un millennio di storia familiare” in Calabria Letteraria – anno XLII , n 7,8, 9 del 1994.

Giovanni Ruffo – “Pietro I e Pietro II Ruffo” in Calabria Sconosciuta, anno XVI n. 60 del 1993.

Mario Pellicano Castagna – “Storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria” – Ed. Frama Sud – Chiaravalle 1984.

Vincenzo Ruffo – “Nicolò Ruffo di Calabria – marchese di Cotrone e conte di Catanzaro” in Archivio Storico della Calabria – ristampa ed. Barbaro – Oppido Mamertina.

Vincenzo Ruffo – “Pietro Ruffo di Calabria conte di Catanzaro” in Archivio Storico della Calabria – ristampa ed. Barbaro – Oppido Mamertina.

Antonio Ardore – “I Pignatelli nella Locride Calabra” inedito.

Carlo Marullo – “La famiglia dei Marullo di Messina e le sue vicende. Memorie e documenti” – Messina 1956.

Appendice:

Giovanni Ruffo – “Torre Coscinosa” inedito.

Vittorio Faglia – “Tipologia delle Torri costiere di avvistamento a segnalazione in Calabria Citra e in Calabria Ultra, dal XII° sec.” – Ed. Istituto Italiano dei Castelli – Roma 1984.

Edward Lear – “Diario di un viaggio a piedi (1847)” – Ed. Parallelo 38 – Reggio Calabria 1973.

Vincenzo Cataldo – “Cospirazioni, economia e società (1847-1860) – AGE Ardore 2000.

Sulla religione:

Franz Von Lobstein – “Bollari dei Vescovi di Gerace” – Ed. Effe Emme – Chiarvalle 1977.

Antonio Oppedisano – “Cronistoria della diocesi di Gerace” – Tip. Isidoro Cavallaro, Gerace 1934.

Platea di Santo Stefano del Bosco” 1532-4.

Francesco Russo – “Regesto vaticano per la Calabria” 1975-1979.

Francesco Russo – “Monachesimo greco nella locride” – Roma 1979

Domenico Minuti – “Catalogo dei monasteri e luoghi di culto tra Reggio e Locri” – Ed. Storia e Letteratura – Roma 1987

Giuseppe Santagata – “Calabria sacra” – Ed. Parallelo 38 – Reggio Calabria 1975.

Nicola Ferrante – “Santi italo-greci nel reggino” – Ed. Oriente cristiano 1974.

Vincenzo Nadile – “dal rito greco al rito latino in Calabria e nella diocesi di Gerace” – Ed. Diaco – Bovalino 1998.

A.A.V.V. – “Fede, pietà, religiosità popolare e San Francesco di Paola” – Armellini, Roma 1992.

Sui personaggi:

Leone Piero – “Francesco La Cava” – Bovalino 1978

Giuseppe Italiano – “La forza della semplicità – F. La Cava tra scienza e fede” AGE, Ardore 2001.

Francesco La Cava – “Un medico alla ricerca della verità” Ed. Minerva Medica 1977.

Girolamo Spagnolo – “Tre fratelli in guerra” –

Ludovico Perroni – “Corrado Alvaro, l’amico di famiglia (Spagnolo)” in Calabria Sconosciuta.

Giuseppe Antonio Patrignani – “Menologio di pie memorie” (Camillo Costanzo) – Venezia 1730.

Giuseppe Zinghinì – “Leggenda di suor Maria Cecilia” inedita

Aurelio Romeo – “Francesco Calfapetra”

Marcello Gelonese – “Giuseppe Macrì Cristofaro – Disegni ed opere inedite”.

Stefano De Fiores – “Il beato Camillo Costanzo di Bovalino” – Qualecultura s.r.l., V.Valentia 2000.

Pasquino Crupi – “Mario La Cava – nella critica letteraria contemporanea” Ed. Calabria Oggi – Reggio Calabria 1991.

Luigi Accattatis – “Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie” – Ed. Arnaldo Forni 1977.

Giovanni Scarfò – “La Calabria nel cinema” (Elio Ruffo) Ed. Periferia 1990

Domenico Martire Cosentino – “Calabria sacra e profana” (Camillo Costanzo e Francesco da Bovalino – Ed. Davide Migliaccio 1876.

Biblioteche:

Biblioteca Comunale “Mario La Cava” di Bovalino

Biblioteca Comunale “Raffaella Scordo” di Ardore

Biblioteca Curia Vescovile di Locri

Biblioteca Comunale di Reggio Calabria

Biblioteca Regione Calabria di Reggio Calabria

Biblioteca Museo Nazionale di Reggio Calabria

Biblioteca Provinciale di Soriano Calabro (VV)

Archivi:

Archivio Storico Comune di Bovalino

Archivio di Stato di Reggio Calabria

Archivio di Stato di Locri

Archivio Storico Curia Vescovile di Locri

Archivio di Stato di Catanzaro (Cassa Sacra)

Archivio di Stato di Vibo Valentia (ex Monteleone)

Archivio Vescovile di Locri

Fonti orali:

Dott. Giovanni Ruffo: Sulla famiglia Ruffo di Bovalino – inedito 2001.

Mattia Marrapodi (sui Marrapodi)

Avv. Agostino Romeo (sulla famiglia Agostini)

Avv. Antonino Spagnolo Muratori (sulla famiglia Spagnolo)

Carlo Stranges detto Mario e Fedele Stranges (sulla famiglia Stranges)

Pasquale Oliva (sulla famiglia Oliva)

Rocco La Cava (sulla famiglia Procopio)

M.llo Domenico De Maria (sulla famiglia De Maria)

Dott. Giuseppe De Sandro (sulla famiglia Morisciano)

Pino Vitale (sulla famiglia Vitale)

B.ne Arturo Nesci e Domenico Gelonese (famiglia De Blasio)

Barone Arturo Nesci (sulla famiglia Grillo)

Domenico Zinghinì (sulla mancate catastrofe del settembre 1943 a Bovalino Superiore)

Principe Stefano Pignatelli di Cerchiara (sulla famiglia Pignatelli)

Principe Rogero Morra (sulla famiglia Morra)

Vincenzo D’Agostino e Dott. Vittorio Primerano (sullo stabilimento di Bricà)

Renato Mollica (sulla contea di Condoianni

Capitolo dodicesimo – Le Chiese di Bovalino Superiore

1) Chiesa matrice o arcipretale

La Chiesa, dedicata a Maria Santissima della Neve e a San Nicola vescovo, fu dal X sec. Centro di copia e conservazione di manoscritti greci. E’ costituita dalla cripta (chiamata in gergo del luogo Juditria, parola proveniente dal greco che significa Madonna che mostra il Bambino, che lì veniva onorata con il rito greco ortodosso) al piano inferiore chiamata San Nicola e dall’attuale chiesa al piano superiore, e si trova dentro le mura di cinta del castello normanno. Nel 1783 la chiesa subì gravi danni a causa del terremoto, che portò al riabbassamento della chiesa di due metri; i restauri furono eseguiti a più riprese, il campanile fu completato nel 1866 su disegno dell’ing. Bonfantinì, piemontese, il progettista della strada ferrata. Nel 1908 la chiesa fu ulteriormente danneggiata dal terremoto e fu riparata con un contributo dell’allora Papa Pio X.

Nel 1995 venne restaurata dall’Arciconfraternita[7]. E’ sotto competenza delle belle arti.

La cripta, costruita verso il XIV sec., è formata da due navate (una mai ultimata, sotterrata nel terremoto del 1783 e nel 1995 riaperta dall’arciconfraternita e la seconda occupata dalle catacombe) conteneva un altare dedicato alla Madonna dell’Odigitria ed era retta da un protopapa che officiava con il rito greco. Di pregevole fattura sono gli stucchi in gesso sulla volta a crociera e sull’arco che separa le due navate, mai restaurati ma quasi completamente intatti, che rappresentano rami di ulivo e di vite, fiori e trionfante in centro la colomba inondata di spirito santo. Nel 1865 il priore della locale Confraternita chiese ed ottenne dal prefetto di Reggio Calabria, dopo la delibera adottata all’unanimità dall’Amministrazione comunale di Bovalino, di poter seppellire i cadaveri dei confratelli nelle catacombe della Juditra[8], che agli inizi del ‘900 furono murate. Oggi ospita il Museo d’arte sacra, allestito e gestito dall’Arciconfraternita, inaugurato il 6 settembre 2002.

La Chiesa attuale[9], a tre navate di stile romanico, venne costruita a spese di D. Giovanni Francesco Pignatelli: iniziata nel 1520 fu ultimata nel 1525 come attestava un marmo situato nel pavimento fino a qualche secolo fa: HOC OPUS FIERI FECIT / MAGNIFICUS JOANNES FRANCISCUS PIGNATELLI / NEAPOLI DE NOBILI FAMILIA SEDILIS NILI / IN ANNO DOMINI MDXXV / (Questa opera è stata costruita / dal magnifico Giovanni Francesco Pignatelli / della nobile famiglia di Napoli -iscritto- al seggio di Nilo / nell’anno del Signore 1525)

E’ a pianta longitudinale priva di transetto; la facciata era un tempo realizzata con la tecnica del bugnato, come ci testimonia il campanile in gran parte rimasto intatto. Oggi è stata intonacata e ridipinta; è scandita da quattro lesene e presenta un portale centrale e due laterali in legno, incorniciati da cornici a rilievo. Un architrave separa i due livelli dell’edificio; la parte superiore presenta un coronamento a timpano spezzato. Lungo le pareti laterali, scandite da piccole finestre quadrate, e nel rivestimento posteriore dell’edificio sono ancora visibili i fori dove venivano poste le travi in legno per la costruzione della parte superiore dell’edificio. La copertura è costituita da un tetto a doppio spiovente in tegole, che lascia intravedere dall’ esterno la differente altezza della navata centrale rispetto a quelle laterali più ribassate. La copertura è realizzata a capriate lignee. Nella facciata posteriore il corpo centrale è sporgente e scandito da due finestre quadrate, quella inferiore arcuata e quella superiore architravata, e dalla coronatura a timpano; la parte superiore della facciata è incorniciata da due robuste semicolonne angolari di evidente derivazione romanica. Lo spazio interno, di impronta rinascimentale, è diviso in tre navate scandite da pilastri robusti decorati con finti capitelli di stile composito e archi ornati con putti in stucco. Il fregio percorre l’intera navata centrale. Mediante un piccolo cortile adiacente la navata destra, una volta utilizzato dai monaci, si accede alla parte più antica della chiesa, la cripta.

La navata centrale ha un altare cinquecentesco in marmo di scarso valore artistico, una statua in marmo bianco della Madonna[10] col Bambino di Scuola gaginesca acquistata a Palermo dai Pignatelli nel 1524 e l’altarino delle Reliquie, appartenenti al Convento di Santa Maria del Gesù. L’abside, poligona, è rialzata rispetto al livello della navata tramite due gradini, ed è separata da una balaustra dal resto del corpo longitudinale.

In corrispondenza dell’ingresso della navata centrale vi è un porticato costituito da tre arcate separate da due serie di colonne; le tre campate sono sormontate da volte a padiglione; sopra tale porticato un tempo veniva posto l’organo.

Nella navata laterale sinistra l’abside ospita un altarino con l’Occhio di Dio al centro, dedicato al Santissimo e un altare in legno dedicato alle Sante Reliquie; è coronata da un catino absidale con decorazioni policrome, preceduto da una splendida volta a padiglione riccamente ornata con costo-loni bianchi decorati mediante rifiniture dorate, e medaglioni in stucco bianchi e dorati raffiguranti simboli liturgici entro le vele azzurre della volta; due finestroni laterali illuminano l’ ambiente.

La navata laterale destra, priva di abside, contiene un altare ligneo intagliato, all’interno del quale è sistemata la statua dell’Immacolata Concezione[11] del 1752, un altorilievo acefalo del ‘400 in marmo bianco di pregevole valore raffigurante la Madonna col Bambino[12] dei Principi Pignatelli, di cui reca l’arme, sfigurata dai colpi di scimitarra dai Turchi assedianti ad oltraggio della fede cristiana. L’altare in legno, dello stesso periodo della chiesa, scolpito a mano da un frate spagnolo, proviene dal convento Santa Maria di Gesù dei frati minori di Bovalino Superiore ormai distrutto.

La statua dell’Immacolata[13] fu acquistata a Napoli dall’Arciprete Gaspare Barletta nel 1752 e nel 1854 (1850?) fu restaurata a spese di mons. Raffaele Morisciano, nativo di Bovalino e arcivescovo di Squillace-Catanzaro. Nello stesso anno il vescovo comprò una bellissima vara in legno rivestito in lamina d’oro, in cui la statua viene appoggiata e portata a spalla dai confratelli. Altro restauro nel 1950 a cura dell’arciconfraternita. Nel 1979 i fedeli si autotassarono (furono raccolti più di tre milioni e mezzo di vecchie lire) per un nuovo restauro della statua, che venne riesposta ufficialmente l’8 settembre 1980, con solenne rito. Il restauro fu eseguito da Jenny Rolo e Susanna Segarelli, delle quali si riporta la relazione tecnica…

Restauro: Maria ss. Immacolata – Bovalino Superiore – (RC) / Premessa: L’8 settembre i devoti di Bovalino, visto lo stato conservativo dell’Immacolata talmente preoccupan­te, prendevano finalmente in esame il problema restauro che già da tempo se ne parlava senza alcun risultato. Il Signor Zinghini Domenico resosi volontaria­mente responsabile si assumeva l’incarico e provvedeva con l’aiuto di alcuni devoti alla raccolta del fondo sufficiente per poter coprire le eventuali spese. Il compito di rivolgersi, a chi di competenza potesse procedere al suddetto restauro, veniva affidato al Signor Talladira Francesco, il quale, premurosamente interpellava il professor Eugenio Mancinelli dell’Isti­tuto Centrale del restauro di Via Cavour, Roma; che gentilmente e prontamente recatosi sul posto il giorno 17.5.1980, insieme con altri esperti effettuavano un accurato e attento sopralluogo. Il giorno seguente, invitati il sindaco e altri membri della giunta municipale insieme al parroco e numerosi altri fedeli, lo stesso professor Mancinelli, dopo aver espresso le buone qualità dell’opera e del tipo di scultura, spiegava il pessimo stato di conservazione e le eventuali conseguenze trascurando ancora la suddetta opera. Nella stessa riunione si veniva quindi in trattativa con persone esperte e si iniziava il restauro il giorno 21.6.1980. Seguendo lo svolgersi dell’operazione si è pensato, quale documento, a un servizio fotografico dove si possono seguire le varie fasi e processi principali. L’opera ultimata il giorno 27.6.1980 veniva ufficialmente esposta al pubblico il giorno 8.9.1980 con solenni riti e con piena soddisfazione di tutti i devoti. / Relazione tecnica – oggetto: Statua lignea policroma sec. XVIII. – Provenienza: Bovalino Superiore – Ubicazione: Chiesa di San Nicola di Bari – Attribuizione: Ignota – Soggetto: Madonna con putti sovra-stante un serpente e la luna – Dimensioni: Altezza cm. 175 – Peso: Kg. 97 – Ambiente: Edicola interna, navata laterale destra. / Tecnica di esecuzione e stato di conservazione – 1.Supporto: Legno apparentemente pioppo. 1.1. Caratteristiche: Composto da un pezzo centrale tranne le mani e la base. Privo di incamottature. 1.2.Alterazioni: Prevalentemente dovute a fenomeni fisici del materiale stesso per la caratteristica igroscopicità del legno. Di conseguenza risultano fenditu­re piuttosto profonde sul retro, sulla base e sul collo. Si riscontrano inoltre attacchi biologici di insetti xilofagi (tarli) che fortunatamente non hanno compromesso la staticità dell’opera. 2.Preparazione 2.1.Descrizione: Dalle lacune presenti è stato pos­sibile vedere il tipo di prepara­zione, quest’ultima di   colore bianco, è composta da gesso e colla. 2.2.Alterazione: In alcune zone ha un’adesione mol­to precaria, che in alcuni punti diventa quasi nulla. Differentemente la coesione è buona. 3Pellicola pittorica 3.1.Tecnica di esecuzione: Ad un primo esame visivo, la tecnica di esecuzione si presenta come pittura ad olio. Ha una (crettatura) molto fitta ma piuttosto sottile ed è più rile­vante negli incarnati e nel pan­neggio . 3.2.Sovrammissioni: Per quanto riguarda le sovrammis­sioni bisogna dire che ci sono degli strati, protettivi di ver­nice molto spessi e uno strato di polvere che alterano la pellicola pittorica. 3.3.Ridipintatura: Dopo un accurato esame, si è potu­to notare che varie zone sono ri­dipinte; le sopraciglia del viso, il punto di congiunzione dei pol­si, varie parti del manto azzurro e sul panneggio delle braccia sono stati aggiunti dei motivi floreali. Altre ridipinture si sono riscon­trate sulla base precisamente sul serpente e in varie zone dei putti. 3.4.Dorature: La veste della Vergine, come pure i capelli e le decorazioni a rilievo del manto sono dorate. La tecnica d’esecuzione si differenzia tra la veste, i capelli a missione e le decorazioni del manto a bolo. Quest’ultima zona presenta delle parti molto consunte che lasciano trasparire il bolo sottostante. Altre mancanze si notano sui capelli precisamente nel punto dove poggia la corona. 4.Intervento 4.1.Pulitura: La primissima fase è consistita in una accurata asportazione della polvere accu­mulatasi nel tempo. Successivamente si è continuata l’opera­zione di restauro facendo il “Test” di pulitura, che è consistito nell’effet­tuare dei tasselli impiegando differenti solventi per decidere quale fosse quello più idoneo. Fatto ciò si è iniziata la pulitura vera e propria di tutta la superficie, inter­venendo su di questa con un solvente atto ad asportare lo strato di polvere invecchiato nel tempo e lo strato di vernice sovramesso. Per quanto riguarda invece le parti dora­te si è utilizzato un solvente differen­te, proprio a pulire l’oro. Durante la pulitura si è messa in luce la pellicola pittorica originale e si sono asportate le ridipinture che sovra­stavano le originali sopracciglia della Madonna, dei putti, inoltre si è scoperta l’originale decorazione floreale del panneggio delle braccia: prima di tale operazione coperta da una pesante ridipintura. Per asportare tali ridipinture, oltre all’impiego del solvente data la loro consistenza, si è reso necessario anche l’uso meccanico del bisturi. 4.2.Consolidamento: Come seconda fase del lavoro si è preceduto con il consolidamento delle zone prive di adesione con il supporto. Questa operazione la si è effettua­ta con l’impiego di una resina polivinilica iniettata all’interno della struttura per mezzo di sirin­ghe. Precedentemente a questa ope­razione si è iniettata una soluzio­ne di acqua e alcool nella propor­zione 1:2 per facilitare la pene­trazione del consolidante. Durante questa fase si è provveduto anche alla ricollocazione della luna sovrastante i piedi della Madonna. Prima di procedere alla fase successiva si è verniciata tutta la superficie. 4.3.Stuccature: A questo punto si è dato inizio alla stuccatura delle mancanze e alle numerose crepe createsi nella materia dei notevoli movimenti del legno. Si è utilizzato dello stucco bianco composto da gesso di Bologna e colla di coniglio in quanto più malleabile e adatto al nostro uso. A completo essiccamento, lo stucco è stato portato a livello per mezzo di bisturi e carta smeriglia e dove si è reso necessario lo si è model­lato. 4.4.Reintegrazione: La reintegrazione è stata effettua­ta in due tempi, inizialmente all’acquarello sugli stucchi e suc­cessivamente con colori a vernice per restauro ridando con piccole velature unità alla pellicola pit­torica. 4.5.Doratura: Date le numerose lacune è stato necessario effettuare degli in­terventi di ripristino anche sulle parti dorate. Sono state, quindi, applicate delle foglie d’oro a missione, sul manto e sui capelli, mentre sulle parti a bolo, si è rimes­so prima il bolo e poi l’oro concludendo l’operazione con la brunitura. 4.6.Proposte conserva­tive sull’ambiente: Per una perfetta conservazione dell’opera, dopo il restauro, si sconsiglia una scrupolosa manutenzione sull’ambiente. 1) Evitare che l’opera venga collocata in ambiente eccessivamente umido o secco, l’umidità ideale deve rientrare tra il 40 / 60%; 2) Evitare che il sole batta con continuità sull’ope­ra in quanto provocherebbe un essiccamento della materia con conseguenti spaccature; 3) Data la particolarità della Madonna, si sconsiglia nelle manifestazioni religiose che la statua venga toccata dai fedeli in quanto a distanza di tempo si verificherebbe la precedente usura della materia. / Ringraziamo gli abitanti di Bovalino Superiore. Le restauratrici: Jenny Rolo e Susanna Segarelli – Giugno 1980

La statua fu portata una sola volta in processione fuori dal Borgo, il 7 settembre 1975 in festa solenne a Bovalino Marina.

L’altare maggiore del ‘500, parte dell’oggettistica sacra e pitture varie provengono dal distrutto Convento francescano degli Osservanti e dei Padri Riformati.

Diverse altre statue, utilizzate nei vari riti della liturgia annuale, fanno parte del patrimonio della Chiesa: Santa Filomena[14] -San Nicola di Bari[15] -Madonna delle Grazie[16] -Maria SS Addolorata[17] -Madonna del Rosario o della Vittoria[18] -Cristo Risorto[19] -Camillo Costanzo[20] -San Giovanni Apostolo[21] -Crocifisso[22] -Sant’Antonio di Padova[23] -Cristo Morto[24]; e alcune tele sistemate oggi nel museo d’arte sacra: Adorazione dei Magi[25] -San Giuseppe[26] -Angelo[27] -Beato Camillo Costanzo[28] -Santa Filomena[29] -Sant’Agnese[30].

L’imponenza, la maestosità e l’altezza notevole di tutto il complesso (Chiesa e cripta) sono visibili dall’esterno, percorrendo la strada che attraversa il paese e prosegue per Benestare, nella parte posteriore sulla quale ad un’altezza di 2 metri circa si trova una frase in latino, non completamente leggibile: “FLUMINA MONTES FERIUNT BONUM / EST…ISSE”

Con il terremoto del 1783 la Chiesa subì gravi danni, nel 1791 con atto del notaio Vincenzo Sità di Gerace si appaltò il restauro su progetto dell’ing. Diego Asande Riviera, per 1218 ducati pagati dalla Cassa Sacra, mentre il campanile fu ricostruito solo nel 1866 su progetto di Bonfantini, ingegnere piemontese della strada ferrata. (Le tre campane presenti furono fuse nel 1971 dalla ditta Capezzuto e figli di Napoli, per interessamento di V. Ceravolo allora procuratore della confraternita. Su di esse sono raffigurate la Madonna Immacolata, un ostensorio e il Beato Camillo Costanzo. Il bronzo per le campane fu ricavato da una antica lesionatasi negli anni precedenti).

Il 1° ottobre del 1898 Mons. Mangeruca vescovo di Gerace, considerando la grande importanza che iniziava a rivestire la Marina di Bovalino, trasferì l’arcipretura da Bovalino Sup. a Bovalino Marina.

Nel 1908, un nuovo terremoto procurò gravi danni, tanto che il Papa Pio X inviò per la ricostruzione un contributo di mille lire.

Con decreto datato 6 luglio 1923, il vescovo Chiappe, in considerazione dell’antichità del paese, diede al parroco pro-tempore il titolo di Arciprete.

Nell’aprile del 1995, dopo quasi due anni di lavoro di restauro, la Chiesa matrice è riaperta al culto nel suo antico splendore, mentre la Soprintendenza per i Beni arti-stici, architettonici e storici la dichiara “immobile di notevole interesse storico ed artistico”. Nel suddetto periodo la statua dell’Immacolata fu trasferita con solenne processione nella Chiesa di S. Caterina, dove si svolsero regolarmente tutte le funzioni a Lei dedicate, esattamente dal 1° novembre 1992 ore 17.00 al 2 aprile 1995 ore 16.00.

Nel 1931, a cura della pia e zelante signora Rosina Raco, con l’obolo proprio degli emigranti, dell’ Arcivescovo di Oristano e un sussidio di S.M. la Regina, ha fatto costruire per la Chiesa Matrice una campana di 5 quintali, benedetta solennemente dal vescovo Chiappe il 7 settembre dello stesso anno e alla presenza del cav. Foti, console della M.V.S.N., nel ruolo di padrino. (Precedentemente la stessa pia signora aveva acquistato un’altra campana per la Chiesa di S. Caterina).

Nella Chiesa vi erano istituiti i seguenti benefici: a) quello dell’Annunziata, fondato da Anna De Adamo nel 1656; b) quello di S. Maria della Scala, di patronato De Marcello; c) quello di S. Giovanni Battista, di patronato Diano, fondato l’1-9-1682; d) quello di S. Giuseppe, di patronato Blefari, fondato il 20 gennaio 1780; e) quello di S. Maria della Neve, con l’onere di una messa settimanale; f) quello di S. Maria della Pietà, con altare, di patronato Musolino, fondato nel 1578, passato poi di patronato Capogreco; g) quello dello Spirito Santo, con due messe settimanali, della famiglia Poggio, poi Mittiga, istituito nelle catacombe della Matrice il 1° maggio 1675; h) quello di Aracoeli e di S. Onofrio, di patronato Mannella, e poi di patronato Allio, con l’onere di una messa settimanale; i) quello dei SS. Pietro e Paolo, con una messa settimanale, di patronato Armeni; l) quello della Consolazione, con due messe settimanali, di patronato Festa, poi Spagnolo; m) quello del SS. Crocifisso, fondato da Antonello Campagna il 1° settembre 1882, con tre messe settimanali, passato poi a Ciccia; n) quello di S. Tommaso Apostolo, di patronato Lombardo, con 15 messe annue; o) quello di S. Francesco di Paola, fondato da Camillo Costanzo (s’ignora se sia il Beato oppure qualcuno dei parenti);

Uniti ai benefici erano presenti i seguenti altarini: a) Nella Juditra cappella Spirito Santo del 1675 della famiglia Poggio, poi Mittiga, e altare dell’Immacolata Concezione; b) Santa Maria della Sanità (1683); c) Santa Maria ad Nives, eretta nel 1676 dai Pignatelli; d) Ara Coeli, della famiglia dei Conti Marullo, passata poi alla famiglia Campagna; e) Cappella della SS. Trinità eretta nel 1617 da suora Vincenzina Mittiga, terziaria francescana, passata poi ai Pignatelli e Del Balzo di Gerace, e nel 1753 al barone Mazza di Gioiosa Ionica e Nunziata Pignatelli; f) SS. Pietro e Paolo, della famiglia Armeni (1686); g) Altare del Santissimo; h) San Francesco di Paola, fondato nel 1612 da Tommaso Costanzo, poi alla famiglia Correale; i) San Giuseppe, fondato nel 1737 dal Duca Giovanni Battista Pescara Diano; l) Santa Maria della Pietà, fondato da Camillo Musolino nel 1579, passato alla famiglia Capogreco; m) Sant’Anna, della famiglia Malgeri; n) SS. Crocefisso della famiglia Ciccia (1682); o) San Tommaso, della famiglia Lombardo (1686); p) Santa Maria della Consolazione, fondata dalla famiglia Costanzo nel 1604, passata poi alla famiglia Mezzatesta; q) SS. Annunciazione del 1656 della famiglia De Adamo, donata nel 1682 alla famiglia dei marchesi Del Negro; r) Santa Maria della Scala, fondata dai conti Marullo, nel 1615, passato poi alla famiglia De Marcello; s) Pentecoste, della famiglia Poggio; t) Santa Maria dei Pignatelli, fondata dalla famiglia Pignatelli nel 1586; u) Santa Maria del Soccorso, della famiglia Campagna (1682); v) SS. Sangue di Cristo (1734); z-1) Santa Maria del Rosario (1746); z-2) San Rocco della famiglia Armeni (1746); z-3) Spirito Santo di Paolo Marzano (1746); z-4) San Nicola di Bari (1735); z-5) San Giov. Evangelista della famiglia Mittiga (1695); z-6) Santa Maria di Loreto (1575).

Serie cronologica degli arcipreti: 1545 – Simone Sisinio 1575 – Iacopello Pulitanò da Bianco 15?? – Francesco Rigitano 1583 – Antonio Condercuri 1590 – Francesco Marullo 1651 – Tommaso Faraone 1692 – Giuseppe Curari 1704 – Francesco Morabito 1736 – Domenico Marrapodi 1741 – Gaspare Marrapodi 1763 – Domenico Saporito 1773 – Alessio Oliva 1780 – Nicola Mollica 1784 – Andrea Sculli 1793 – Domenico Antonio Argirò poi Protonotario 18?? – Gaetano Ritorto 1820 – Bruno Larosa (che ha rinunziato subito) 1823 – Vincenzo Tedesco 1832 – Domenico Antonio Zinghinì 1856 – Giuseppe Agostani 18?? – Giuseppe Ruffo 18?? – Antonio Cocuzza 18?? – Vinc. Morisciano 18?? – Giuseppe Romeo 18?? – Giovanni Andrea Sculli 1890 – Antonio Rocca (durante il quale il beneficio fu trasferito alla Marina)

Inventario degli arredi sacri e degli altri oggetti liturgici – redatto dall’Arciprete Saverio Pelle in data 24 novembre 1954: N. 15 pianete (di cui 5 nuovissime acquistate direttamente dal parroco) N. 01 pallio (deteriorato) N. 01 piviale bianco (vecchio) N. 01 piviale nero (vecchio) N. 04 camici N. 01 croce astila (argento) N. 01 incensiere con navicella (argento) N. 01 pisside di argento con cappa d’oro N. 03 calici di ottone N. 01 pisside piccola N. 01 teca di ottone N. 02 abiti ricamati con sete e oro (Madonna del Rosario–Madonna del Carmine) N. 04 corone d’argento (due della Madonna del Rosario e due della Madonna del Carmine, custodite quest’ultime dalla S.ra M. Zappia fu Antonio) N. 10 libri parrocchiali N. 01 status animarum N. 01 platea del 1880 / Crediti: lire 500 dalla ditta Capogreco da Benestare; lire 500 dalla ditta Scopacasa; pagamento di tre tomoli di grano da parte del Barone Macrì.

Verbale di riconsegna dei beni arcipretura Santa Caterina del 14 aprile 1955 (Rep.N.1071/55) – Il passaggio di consegne fra il parroco uscente sac. Pelle Saverio, trasferito altrove in data 2 settembre 1954, e il nuovo parroco sac. Apicella Giovanni, nominato con Bolla vescovile dell’1 gennaio 1955, avviene alla presenza del Can. Giuseppe Sansotta, Direttore dell’Ufficio Amministrativo Diocesano di Gerace, del dott. Giovanni Autelitano, in qualità di rappresentante del Governo, delegato con nota del 2 aprile 1955 dal Prefetto di Reggio Calabria ai sensi della normativa vigente, e del parroco Giuseppe Pugliese, in qualità di testimone. Il nuovo parroco riceve in custodia, con l’obbligo di amministrare e curare a norma delle disposizioni canoniche e civili con la diligenza del buon padre di famiglia: a) le temporalità annesse al Beneficio; b) le sacre suppellettili e gli altri oggetti mobili; c) l’Archivio della Parrocchia; tutti come da sottoindicato elenco. Il rendiconto di cassa è pari a zero, in quanto l’entrata risulta di £. 500 di pari importo delle spese. a) Le temporalità annesse al Beneficio (Allegato A) – L’Ente ha diritto di esigere 3 tomoli di grano (misura locale) per censo enfiteutico dovuto dalla Ditta Macrì Barone Emanuele. Inoltre percepisce £. 500 per censo enfiteutico dalla Ditta Capogreco di Benestare ed altre £. 500 per censo enfiteutico dalla Ditta Scopacasa dalla stessa Benestare. b) Inventario degli arredi sacri e degli altri oggetti liturgici (Allegato B) – 1.Pianete 8 / 2.Stole 13 / 3.Manipoli 8 / 4.Veli omerali 2 / 5.Piviali (fuori uso) 3 / 6.Tunicelle 6 / 7.Plicate 0 / 8.Palli astili (fuori uso) 1 / 9.Borse per calici 11 / 10.Veli per calici 8 / 11.Veli per faldistorio 0 / 12.Veli per pisside 3 / 13.Conopei 3 / 14.Paliotti 0 / 15.Veli per croci 0 / 16.Amitti 6 / 17.Camici 4 / 18.Cingoli 5 / 19.Tovaglie per altare 5 / 20.Cotte 0 / 21.Purifìcatoi 12 / 22.Corporali 4 / 23.Manutergi 10 / 24.Tovaglie per balaustra 0 / 25.Asciugamano 0 / 26.Cotte di piccolo clero 2 / 27.Vestine per S. Battesimo 1 / 28.Palle 10 / 29.Ostensori (in argento) 1 / 30.Pissidi 2 / 31.Calici 3 / 32.Turiboli 1 / 33.Navicelle per turibolo 1 / 34.Croci astili 1 / 35.Patene 3 / 36.Vasetti O.S. 0 / 37.Tronetti per Esposizione 1 / 38.Candelieri in metallo 0 / 39.Candelieri in legno 6 / 40.Crocifissi in metallo 1 / 41.Crocifissi in legno 3 / 42.Candelabri 10 / 43.Giardinetti metallici 0 / 44.Lanterne processionali 0 / 45.Aspersori 1 / 46.Secchielli 1 / 47.Campane esterne 3 / 48.Campanelli corali 2 / 49.Campanelli manuali 2 / 50.Piattelli per Santa Comunione 1 / 51.Stellari 0 / 52.Teche 1 / 53.SS. Urne 1 / 54.Lampade pensili 1 / 55.Lampadari 2 / 56.Piattelli per Lavabo 2 / 57.Raggiere o aureole 0 / 58.Chiavette in metallo prezioso per Tabernacolo 1 / 59.Chiavette in metallo prezioso per S. Urna 0 / 60.Spade in metallo prezioso per SS. Addolorata 1 / 61.Faldistori 1 / 62.Vasi per manutergio 0 / 63.Bugie 0 / 64.Vassoi 0 / 65.Corone per SS. Immagini 5 / 66.Ampolle 2 / 67.Vasi portafiori 0 / 68.Varette per processione 3 / 69.Quadri in tela (deteriorato) 1 / 70.Quadri in cartone 3 / 71.Quadri Via Crucis 14 / 72.Arazzi 0 / 73.Baldacchini o sopracieli 0 / 74.Stendardi 0 / 75.Bandiere 0 / 76.Aste per pallio 6 / 77.Aste per bandiera 0 / 78.Cartegloria 9 / 79.Cuscini 4 / 80.Lavandini 0 / 81.Lampadine 23 / 82.Appendipanni 0 / 83.Croci in solo legno 0 / 84.Reliquari (in altare dorato) 1 / 85.Sedie a divano 0 / 86.Pomelli per aste 0 / 87.Tendine 4 / 88.Tappeti per pavimento 1 / 89.Tappeti per tavolo 0 / 90.Organi 0 / 91.Armonium 1 / 92.Confessionali 2 / 93.Armadi chiusi 0 / 94.Scaffali 1 / 95.Custodie di statue 9 / 96.Leggii per altare 1 / 97.Leggii per Uff. Tenebre 0 / 98.Braccia murali 2 / 99.Messali grandi 2 / 100.Messali dei Defunti 2 / 101.S. Bambini per presepio 1 / 102.Tavoli 1 / 103.Sedie comuni 0 / 104.Genuflessori 1 / 105.Banchi 4 / 106.Libri: Rituale 0, Off. B. M. V. 0, 0ff. Defunctorum 0, Settimana Santa 0, Breviario Romano 0, Horae diurnae 0, Martyrologium Romanum 0, Orationes in Benedictione SS. Sacramenti 1, Ordo Baptismi 1, Pontifìcale Romanum Ritus celebrandi Matrimonium 0, Caerimoniale Episcoporum 0, Novus Ordo Sabbati Sancti 1, Proprium Dioeceseos 0, Devozionali 0 / 107.Vestine per Santo Bambino 1 / 108.Vesti per statue 2 / 109.Mozzette 0 / 110.Berrette 0 / 111.Scanni 0 / 112.Funi per campane 3 / 113.Globi in vetro 1 / 114.Accessori per Battistero si / 115.Accessori per Presepio si / 116.Bottiglie 0 / 117.Bicchieri 1 / 118.Orcioli 0 / 119.Cassette per obolo 0 / 120.Cerei pasquali 1 / 121.Culle del B.G. 0 / 122.Pietre sacre di riserva 0 / 123.Timbri 1 / 124.Tamponi per timbri 1 / 125.Acquamanili 0 / 126.Acquasantiere 0 / 127.Arundini 0 / 128.Cattedre 1 / 129.Crotali 0 / 130.Predelle 0 / 131.Borse per E.U. 1 / 132.Triangoli per Uff. Tenebre 0 / 133.Altri oggetti: Spadoni 2, Ombrelli 1 / 134.STATUE: Santa Filomena – San Nicola – Madonna Grazie – Addolorata – Rosario – Cristo Risorto – Camillo Costanzo – San Giovanni – Immacolata – Crocifisso – Sant’Antonio / 135.Ex-Voto in metallo prezioso: 0 / La Chiesa è sede della Confraternita Maria SS. Immacolata. / PER VERITA’ E PRECISIONE. c) Consistenza dell’Archivio della Parrocchia (Allegato C) – 1)Libri di Battesimi n.4 dal 1736 al 1955 / 2)Libri dello Cresime n.1 dal 1910 al 1955 / 3)Libri dei Matrimoni n.4 dal 1852 al 1955 / 4)Libri dei Defunti n.5 dal 1936 al 1955 / 5)Libri dei Confratelli 0 / 6)Libri di Cassa 0 / 7)Status animarum 1 / 8)Bollettino Diocesano = Annate 0 / 9)Libro dai Legati 0 / 10)Libri delle SS. Messe 0 / 11)Libri degli Inventari 0 / 12)Registri Stati Patrimoniali 0 / 13)Cartelle di corrispondenza varia 1 / 14)Raccolta di Atti Vescovili anno 1955 / 15)Platee 0 / 16)Ruoli esecutivi 0 / 17)Tabelle (can. 1549 CJC.) 0 / 18)Fascicoli giudiziari 0 / 19)Altri titoli o documenti 0 / Per verità e precisione.

Verbale di riconsegna delle temporalità beneficiarie arcipretura Santa Caterina del 5 maggio 1980 (Rep.N.780/80) – Il passaggio di consegne fra il parroco uscente sac. Luigi Emanuele Tognazza, trasferito altrove in data 31 dicembre 1979, e il nuovo parroco sac. Emanuele Pipicelli, nominato con Bolla vescovile n.780 dell’1 gennaio 1980, avviene alla presenza di Mons. Vincenzo Nadile, Direttore dell’Ufficio Amministrativo Diocesano di Gerace, e del dott. Bruno Richichi, in qualità di rappresentante del Governo, delegato con nota n.709 I/Sez.II del 5 febbraio 1980 dal Prefetto di Reggio Calabria ai sensi della normativa vigente. Il nuovo parroco riceve in custodia, con l’obbligo di amministrare e curare a norma delle disposizioni canoniche e civili con la diligenza del buon padre di famiglia: a) le temporalità annesse al Beneficio; b) le sacre suppellettili e gli altri oggetti mobili; c) l’Archivio della Parrocchia; tutti come da sottoindicato elenco. Il rendiconto di cassa è pari a zero, in quanto l’entrata risulta di £. 100.000 di pari importo delle spese. a) Le temporalità annesse al Beneficio (Allegato A) – L’Ente ha diritto di esigere 3 tomoli di grano (misura locale) per censo enfiteutico dovuto dalla Ditta Macrì Barone Emanuele. Inoltre percepisce £. 500 per censo enfiteutico dalla Ditta Capogreco di Benestare; ed inoltre £. 500 dalla Ditta Scopacasa pure da Benestare. N.B. L’ente non ha casa colonica. b) Inventario degli arredi sacri e degli altri oggetti liturgici (Allegato B) – 1.Pianete 4 / 2.Stole 9 / 3.Manipoli 5 / 4.Veli omerali 1 / 5.Piviali 1 / 6.Tunicelle 2 / 7.Plicate 0 / 8.Palli astili 0 / 9.Borse per calici 0 / 10.Veli per calici 0 / 11.Veli per faldistorio 0 / 12.Veli per pisside 0 / 13.Conopei 2 / 14.Paliotti 0 / 15.Veli per croci 0 / 16.Amitti 10 / 17.Camici 4 / 18.Cingoli 3 / 19.Tovaglie per altare 20 / 20.Cotte 2 / 21.Purifìcatoi 20 / 22.Corporali 6 / 23.Manutergi 10 / 24.Tovaglie per balaustra 0 / 25.Asciugamano 2 / 26.Cotte di piccolo clero 10 / 27.Vestine per S. Battesimo 1 / 28.Palle 3 / 29.Ostensori 2 / 30.Pissidi 2 / 31.Calici 2 / 32.Turiboli 2 / 33.Navicelle per turibolo 2 / 34.Croci astili 3 / 35.Patene 2 / 36.Vasetti O.S. 1 / 37.Tronetti per Esposizione 0 / 38.Candelieri in metallo 10 / 39.Candelieri in legno 10 / 40.Crocifissi in metallo 1 / 41.Crocifissi in legno 2 / 42.Candelabri multipli 2 / 43.Giardinetti metallici 0 / 44.Lanterne processionali 6 / 45.Aspersori 1 / 46.Secchielli 1 / 47.Campane esterne 3 / 48.Campanelli corali 1 / 49.Campanelli manuali 2 / 50.Piattelli per Santa Comunione 1 / 51.Stellari 0 / 52.Teche 1 / 53.SS. Urne 1 / 54.Lampade pensili 0 / 55.Lampadari 0 / 56.Piattelli per Lavabo 0 / 57.Raggiere o aureole 3 / 58.Chiavette in metallo prezioso per Tabernacolo 3 / 59.Chiavette in metallo prezioso per S. Urna 0 / 60.Spade in metallo prezioso per SS. Addolorata 1 / 61.Faldistori 0 / 62.Vasi per manutergio 0 / 63.Bugie 0 / 64.Vassoi 0 / 65.Corone per SS. Immagini 0 / 66.Ampolle 2 / 67.Vasi portafiori 10 / 68.Varette per processione 3 / 69.Quadri in tela 4 / 70.Quadri in cartone 2 / 71.Quadri Via Crucis 14 / 72.Arazzi 0 / 73.Baldacchini o sopracieli 1 / 74.Stendardi 3 / 75.Bandiere 2 / 76.Aste per pallio 2 / 77.Aste per bandiera 2 / 78.Cartegloria 0 / 79.Cuscini 0 / 80.Lavandini 0 / 81.Lampadine 0 / 82.Appendipanni 1 / 83.Croci in solo legno 1 / 84.Reliquari 0 / 85.Sedie a divano 0 / 86.Pomelli per aste 0 / 87.Tendine 0 / 88.Tappeti per pavimento 1 / 89.Tappeti per tavolo 0 / 90.Organi 0 / 91.Armonium 1 / 92.Confessionali 1 / 93.Armadi chiusi 2 / 94.Scaffali 0 / 95.Custodie di statue 6 / 96.Leggii per altare 1 / 97.Leggii per Uff. Tenebre 0 / 98.Braccia murali 0 / 99.Messali grandi 1 / 100.Messali dei Defunti 3 / 101.S. Bambini per presepio 3 / 102.Tavoli 1 / 103.Sedie comuni 50 / 104.Genuflessori 2 / 105.Banchi 30 / 106.Libri: Rituale 0, Off. B. M. V. 2, 0ff. Defunctorum 2, Settimana Santa 0, Breviario Romano 0, Horae diurnae 0, Martyrologium Romanum 0, Orationes in Benedictione SS. Sacramenti 0, Ordo Baptismi 1, Pontifìcale Romanum Ritus celebrandi Matrimonium 1, Caerimoniale Episcoporum 0, Novus Ordo Sabbati Sancti 0, Proprium Dioeceseos 0, Devozionali 0 / 107.Vestine per Santo Bambino 0 / 108.Vesti per statue 3 / 109.Mozzette 0 / 110.Berrette 0 / 111.Scanni 2 / 112.Funi per campane 0 / 113.Globi in vetro 1 / 114.Accessori per Battistero 1 / 115.Accessori per Presepio 0 / 116.Bottiglie 0 / 117.Bicchieri 0 / 118.Orcioli 0 / 119.Cassette per obolo 0 / 120.Cerei pasquali 1 / 121.Culle del B.G. 0 / 122.Pietre sacre di riserva 0 / 123.Timbri 1 / 124.Tamponi per timbri 1 / 125.Acquamanili 2 / 126.Acquasantiere 0 / 127.Arundini 0 / 128.Cattedre 0 / 129.Crotali 2 / 130.Predelle 0 / 131.Borse per E.U. 0 / 132.Triangoli per Uff. Tenebre 0 / 133.Altri oggetti: Candelabri votivi elettrici 2 / 134.STATUE: Madonna delle Grazie – Addolorata – Madonna del Rosario – Gesù Risorto – Beato Camillo Costanzo – San Giovanni – Immacolata – Sant’Antonio / 135.Ex-voto in metallo prezioso: 0 / Per verità e precisione. c) Consistenza dell’Archivio della Parrocchia (Allegato C) – 1)Libri di Battesimi n.5 dal 1736 al presente / 2)Libri dello Cresime n.2 dal 1910 al presente / 3)Libri dei Matrimoni n.4 dal 1852 al presente / 4)Libri dei Defunti n.5 dal 1936 al presente / 5)Libri dei Confratelli 0 / 6)Libri di Cassa 0 / 7)Status animarum / 8)Bollettino Diocesano = Annate 0 / 9)Libro dai Legati 0 / 10)Libri delle SS. Messe 0 / 11)Libri degli Inventari 0 / 12)Registri Stati Patrimoniali 0 / 13)Cartelle di corrispondenza varia 1 / 14)Raccolta di Atti Vescovili 0 / 15)Platee 0 / 16)Ruoli esecutivi 0 / 17)Tabelle(can. 1549 CJC.) 0 / 18)Fascicoli giudiziari0 / 19)Altri titoli o documenti 0

2) Chiesa parrocchiale di Santa Caterina d’Alessandria

E’ situata nel sobborgo della Guarnaccia. Fu eretta il 15 giugno 1586 ad opera del vescovo di Gerace, Mons. Ottaviano Pasqua ed è composta da un’unica navata in stile barocco, con più altarini. Con decreto reale del 6 giugno 1812, dopo l’occupazione francese, la Chiesa venne chiusa al culto, ma dopo qualche anno fu ripristinata. Nell’ultima domenica di luglio si svolge la festa della Madonna del Carmelo (con novena e messa), la cui origine è antichissima. Il giorno prima della festa viene portata nella chiesa matrice e la domenica in processione. La statua, realizzata nel 1776, è opera dello scultore napoletano G. Sarno: è rappresentata con i capelli raccolti dietro che mostra il Bambino. Nel 1986, ricorrendo il 400° anniversario della costruzione[31], la chiesa è stata ristrutturata ed abbellita con immagini sacre ad opera del maestro D. Savica. La Chiesa ha un portale con fogliame scolpito, proveniente da un’antica chiesetta esistente nella fortezza medioevale di Bovalino, e un’entrata laterale sormontata da uno stemma vescovile. La parrocchia aveva il beneficio di S. Maria di Gesù e un altarino dedicato a S. Caterina[32], della famiglia Scundi di Siderno. In questa chiesa sono custodite altre statue: San Sebastiano, Santi Cosma e Damiano e Santa Lucia.

La Chiesa fu retta dai seguenti parroci: 1586 Francesco Marullo di Bovalino, primo parroco – 1588 Iacopello Poliziano – 1604 Vittorio De Adamo di Bovalino – 1613 Francesco Marullo di Bovalino – 1651 Paolo Capogreco – 1693 Carlo Cusaci – 1699 Carlo Poggio – 1708 Salvatore Gentile – 1736 Domenico Scundì di Sidereo – 1752 Giuseppe Antonio Procopio di Bovalino – 1784 Giovanni Battista Procopio di Bovalino – 1798 Gaetano Ritorto di Grotteria – 1820 Vincenzo Piscioneri da Grotteria – 1835 Francesco Antonio Lentini di Bovalino – 1844 Domenico Antonio Morisciano di Bovalino – 1858 Giovanni Andrea Sculli di Casalnuovo d’Africo – 1896 Bruno Macrì di Benestare – 1913 Antonio Pipicelli di Natile – 1921 Saverio Pelle di S. Nicola d’Ardore, coadiutore Emanuele Pipicelli – 1955 Apicella Giovanni, coadiutore Caminiti Antonio – 1962 Bizzotto Pietro, coadiutore Conti Antonio Vittorio – 1963 Conti Antonio Vittorio, coadiutore Caminiti Antonio – 1967 Zinghinì Rosario di Bovalino Superiore, coadiutore Caminiti Antonio – 1968 De Tomasi Silvano di Isola Vicentina (Vc) – 1973 Centis Dino di San Vito al Tagliamento (Pd), c. Dalli Cani Luigi Costante – 1978 Tognazzi Luigi di Gottolengo (Bs), coadiutore Dalli Cani Luigi Costante – 1980 Pipicelli Emanuele di Bovalino, coadiutore Dalli Cani L. Costante.

Inventario degli arredi sacri e degli altri oggetti liturgici – redatto dall’Arciprete Saverio Pelle in data 24 novembre 1954: n.10 pianete (di cui cinque nuovissime acquistate direttamente dal parroco) – n. 02 calici di ottone – n. 04 camici – n. 01 incensiere con navicella di ottone – n. 01 ombrello per viatico – n. 01 pisside d’argento

Inventario degli arredi sacri e degli altri oggetti liturgici (Estratto dal verbale di Riconsegna dei Beni datato 14 aprile 1955). b) Inventario degli arredi sacri e degli altri oggetti liturgici (Allegato B) – 1.Pianete 5 – 2.Stole 5 – 3.Manipoli 5 – 4.Veli omerali 1 – 5.Piviali 0 – 6.Tunicelle 0 – 7.Plicate 0 – 8.Palli astili 0 – 9.Borse per calici 5 – 10.Veli per calici 5 – 11.Veli per faldistorio 0 – 12.Veli per pisside 1 – 13.Conopei 1 – 14.Paliotti 0 – 15.Veli per croci 0 – 16.Amitti 3 – 17.Camici 2 – 18.Cingoli 2 – 19.Tovaglie per altare 15 – 20.Cotte 1 – 21.Purifìcatoi 3 – 22.Corporali 3 – 23.Manutergi 5 – 24.Tovaglie per balaustra 0 – 25.Asciugamano 0 – 26.Cotte di piccolo clero 0 – 27.Vestine per S. Battesimo 0 – 28.Palle 9 – 29.Ostensori 0 – 30.Pissidi 1 – 31.Calici 2 – 32.Turiboli 1 – 33.Navicelle per turibolo 1 – 34.Croci astili 0 – 35.Patene 2 – 36.Vasetti O.S. 0 – 37.Tronetti per Esposizione 0 – 38.Candelieri in metallo 10 – 39.Candelieri in legno 0 – 40.Crocifissi in metallo 1 – 41.Crocifissi in legno 5 – 42.Candelabri multipli 0 – 43.Giardinetti metallici 0 – 44.Lanterne processionali 0 – 45.Aspersori 0 – 46.Secchielli 0 – 47.Campane esterne 3 – 48.Campanelli corali 2 – 49.Campanelli manuali 1 – 50.Piattelli per Santa Comunione 1 – 51.Stellari 0 – 52.Teche 0 – 53.SS. Urne 0 – 54.Lampade pensili 4 – 55.Lampadari 1 – 56.Piattelli per Lavabo 0 – 57,Raggiere o aureole 0 – 58.Chiavette in metallo prezioso per Tabernacolo 1 – 59.Chiavette in metallo prezioso per S. Urna 0 – 60.Spade in metallo prezioso per SS. Addolorata 0 – 61.Faldistori 0 – 62.Vasi per manutergio 0 – 63.Bugie 0 – 64.Vassoi 0 / 65.Corone per SS. Immagini 0 – 66.Ampolle 2 – 67.Vasi portafiori 6 – 68.Varette per processione 1 – 69.Quadri in tela 1 – 70.Quadri in cartone 1 – 71.Quadri Via Crucis 14 – 72.Arazzi 0 – 73.Baldacchini o sopracieli 0 – 74.Stendardi 0 – 75.Bandiere 0 – 76.Aste per pallio 0 – 77.Aste per bandiera 0 – 78.Cartegloria 6 – 79.Cuscini 0 – 80.Lavandini 0 – 81.Lampadine 20 – 82.Appendipanni 0 – 83.Croci in solo legno 0 – 84.Reliquari 0 – 85.Sedie a divano 0 – 86.Pomelli per aste 0 – 87.Tendine 0 – 88.Tappeti per pavimento 0 – 89.Tappeti per tavolo 0 – 90.Organi 0 – 91.Armonium 1 – 92.Confessionali 1 – 93.Armadi chiusi 0 – 94.Scaffali 0 – 95.Custodie di statue 0 – 96.Leggii per altare 1 – 97.Leggii per Uff. Tenebre 0 – 98.Braccia murali 0 – 99.Messali grandi 1 – 100.Messali dei Defunti 1 – 101.S. Bambini per presepio 0 – 102.Tavoli 0 – 103.Sedie comuni 0 – 104.Genuflessori 0 – 105.Banchi 2 – 106.Libri: Rituale 0, Off. B. M. V. 0, Off. Defunctorum 0, Settimana Santa 0, Breviario Romano 0, Horae diurnae 0, Martyrologium Romanum 0, Orationes in Benedictione SS. Sacramenti 0, Ordo Baptismi 0, Pontifìcale Romanum Ritus celebrandi Matrimonium 0, Caerimoniale Episcoporum 0, Novus Ordo Sabbati Sancti 0, Proprium Dioeceseos 0, Devozionali 0 – 107.Vestine per Santo Bambino 0108.Vesti per statue 0 – 109.Mozzette 0 – 110.Berrette 0 – 111.Scanni 2 – 112.Funi per campane 3 – 113.Globi in vetro 0 – 114.Accessori per Battistero 0 – 115.Accessori per Presepio 0 – 116.Bottiglie 0 – 117.Bicchieri 0 – 118.Orcioli 0 – 119.Cassette per obolo 0 – 120.Cerei pasquali 0 – 121.Culle del B.G. 0 – 122.Pietre sacre di riserva 0 – 123.Timbri 0 – 124.Tamponi per timbri 0 – 125.Acquamanili 0 – 126.Acquasantiere 0 – 127.Arundini 0 – 128.Cattedre 0 – 129.Crotali 1 – 130.Predelle 0 – 131.Borse per E.U. 0 – 132.Triangoli per Uff. Tenebre 0 – 133.Altri oggetti: 0134.STATUE: San Giuseppe, SS. Cosma e Damiani, San Rocco, Sacro Cuore, Santa Caterina, Carmine, San Sebastiano, Santa Lucia – 135.Ex-voto in metallo prezioso: 0 / Per verità e precisione

3) Chiesa di Santa Maria delle Grazie e del SS. Rosario

La Chiesa, ancora esistente ma in condizioni degradati, collocata nel borgo dello Zopardo, è probabilmente d’epoca angioina (1256-1435) in base alla sua struttura e al suo orientamento secondo il rito greco, con rifacimenti d’epoca rinascimentale. La data del 1581, riportata in una pietra del muro esterno, si riferisce alla cappella di Santa Maria della Vittoria o Madonna del Rosario, costruita 10 anni dopo la battaglia di Lepanto, alla quale parteciparono vittoriosamente tre zii materni del Beato Camillo Costanzo. (Dopo qualche secolo la cappella fu dedicata alla Madonna delle Grazie e l’altare maggiore alla Madonna del Rosario).

La Chiesa[33] è orientata a mezzogiorno e vi si entra per due porte, una grande e l’altra piccola verso scirocco; è formata da un’unica navata. In corrispondenza della porta principale, all’interno c’è l’altare maggiore di stile romanico a due gradini, dove fino al 1581 era situata la statua della Madonna delle Grazie. In corrispondenza della porta piccola c’è una cappella con altarino, dove era riposto il quadro del SS. Rosario sostituito in questo secolo dalla statua del Rosario, conservata nella chiesa matrice ed acquistata a Napoli nel ‘700 da suor Girolamo Morisciano. Le corone d’argento della Madonna del Rosario, donate dall’avv. Vincenzo Ruffo e D. Girolamo Spagnuolo, furono sostituite recentemente da quelle offerte dal dott. Giovanni Ruffo, opera dello scultore Rosario La Seta.

Di grande valore artistico è il portale ogivale[34], d’impronta gotico-romanica del ‘400, ma di gusto siciliano, proveniente da antica chiesetta del Castello feudale e dichiarato monumento nazionale, in pietra tufacea dura, con bassorilievi di tralci e foglie di vite sulle spalle dell’arco, rose, colombe, un’aquila e puttini stilizzati sull’archivolto. Ai lati del portale nicchiette emicicle ad archetto, decorate da conchiglie litiche sul quarto sferico.

La Chiesa, chiusa al culto da diversi anni, è rimasta per tanto tempo in un completo stato d’abbandono, con il tetto quasi del tutto crollato e con esso la maggior parte delle decorazioni in stucco e gli affreschi che lo abbellivano. Le due, conservate ancora, appartenevano al Convento di Santa Maria del Gesù e raffigurano S. Vito e S. Aloe l’una e i SS. Cosma e Damiano l’altra: dimensioni 40×30 e 30×22.

In tempi recenti un maldestro e infelice tentativo di recupero strutturale della chiesa ha creato ulteriori problemi estetici e funzionali… I lavori sono stati interrotti per la protesta dei cittadini… e la chiesa è diventato un ibrido tra moderno e antico, conseguenza di scarsa professionalità delle maestranze e nullo controllo da parte delle istituzioni preposte…

La Chiesa era di patronato della Confraternita omonima, come si evince dalla Bolla del Vicario Generale abate Carlo Migliaccio, al tempo del vescovo Stefano Sculco sotto la data del 1° maggio 1676; e possedeva molti beni e diverse case nell’abitato di Bovalino, che venivano amministrati da un procuratore.

Sacerdoti: 1607 Vito Palmieri – 1681 Matteo Monero – 1723 Giacobbe Lombardo.

Questa chiesa sta seguendo la sorte di altre opere che, nel territorio, sono sopravvissute alle invasioni, alle intemperie e ai cataclismi, ma non hanno potuto evitare i danni causati dall’insensibilità e dall’imperizia delle Amministrazioni locali degli ultimi cento anni (castello, convento, torre Scinosa e l’elenco è ancora lungo)[35].

Il contesto sociale dei nostri territori, unito all’ostica burocrazia e alla sublime inefficienza della nostra classe politica, crea situazioni kafkiane che solo chi è dotato di ironia e arguzia riesce a metabolizzare, senza lasciarsi abbattere dall’amarezza, dallo sconforto e dalla sdegno. Nell’articolo che segue, l’autrice Maria Carmela Monteleone lo fa egregiamente, soffermandosi sulle tristi condizioni della Chiesa di Bovalino Superiore:

<Salviamo la chiesa del Rosario. Da Bovalino un appello per un bene culturale in pericolo. Un portale tardo gotico “deturpa” la facciata con due lampioni. / Bovalino, ridente località in provincia di Reggio Calabria, è salita , pochissimi anni fa, agli onori (?) della cronaca per un esempio di valore architettonico e urbanistico tale da essere ammirato, già prima del completamento, sia dell’intenditore che dal cittadino comune. Ci si riferisce al Palazzo Municipale, sul quale si è tanto e tanto autorevolmente parlato, che non si ritiene necessario dilungarsi oltre. Pertanto, si vuole segnalare un altro pregevolissimo segno di civiltà e di buon gusto collocato a Bovalino, ma che potrebbe benissimo trovare posto in ogni città italiana. Ma prima di proseguire e in considerazione del fatto che siamo nell’era delle immagini, sicuramente più efficaci delle parole, si vuole invitare il lettore a prendere visione della foto che accompagna questo breve scritto. Si tratta di un particolare dello splendido impianto d’illuminazione pubblica del centro storico della stessa cittadina. E’ un lampione a mensola, di stile floreale e in ghisa antichizzata, perfettamente confacente al luogo, rievocando le luci soffuse di tempi che furono. Da notare l’effetto edera dei cavi dell’impianto elettrico che si arrampicano ben in vista intorno al lampione, saldamente fissato alla superficie verticale di supporto attraverso cemento ad effetto macchia. Per una maggiore comprensione della foto, bisogna informare il lettore che questa mensola è accompagnata da una gemella posta simmetricamente ad essa sulla stessa superficie e a poca distanza. Come si può intuire, tutto è voluto e ricercato in modo da imporsi all’attenzione anche del più distratto dei passanti, evidenziando la presenza di un gusto paragonabile solo a quello del lodato Municipio.

Tuttavia bisogna rilevare come la visione di questo capolavoro appaia disturbata dalla presenza deturpante della facciata cinquecentesca della Chiesa del SS.mo Rosario nella quale, proprio tra lampione e lampione tardo-gotico.

Naturalmente il valore della chiesa e del portale non consiste nella loro antichità e bellezza, (di testimonianze di arte e storia nella nostra zona ce ne sono così tante che non ha molto senso conservare qualcuna in più) ma nel loro essere legati indissolubilmente a questa coppia di lampioni, di cui sono supporto e ornamento, per salvaguardare i quali ormai bisogna consrvare anche chiesa e portale> (la Riviera, domenica 7 ottobre 2001)

4) Chiesa di Santa Maria delle Grazie

La Chiesa si trova nella contrada Pozzo, realizzata nel 1962, e conserva la statua lignea della Madonna delle Grazie, appartenuta alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie e del SS. Rosario di contrada Zopardo, restaurata a Napoli.

Il 21 settembre 1997 è stata riaperta al culto dopo quasi un anno di lavoro di restauro.

Sul tabernacolo sono incise le parole favorite, favorite, tipica espressione popolare suggerita dal vescovo Bregantini per sottolineare l’ospitalità dei bovalinesi.

La messa domenicale e le funzioni di Natale e Pasqua vengono svolte dal parroco di Bovalino Superiore. La festa si svolge, in modo solenne, alla metà di luglio.

5) Chiese non più esistenti

Chiesa parrocchiale di Maria SS. Assunta – Eretta nel 1651, fu totalmente rasa al suolo dal terremoto del 1783. Oltre al beneficio proprio aveva quello di S. Orsola della famiglia Agnelli, quello delle Anime Purganti della famiglia Giuseppe Procopio, di San Francesco di Paola dell’abate G.B. De Lorenzo, San Brunone da Colonia della famiglia De Lorenzo e quello di San Marco. Dopo il terremoto, il parroco Agostini continuò ad esercitare il ministero nella chiesa arcipretale, finché, dopo la sua morte, con R.D. del 6 giugno 1812 fu soppressa la parrocchia ed il vescovo aggregò i fedeli alla matrice. Il ricco beneficio, che aveva l’onere di 4 messe settimanali, come risulta dalla platea dei beni compilata nel 1755, fu assegnato alla Comuneria civica, con obbligo di recitare nelle solennità e nelle feste tutto l’ufficio e messa conventuale, che veniva celebrata a turno dai cappellani.La Chiesa fu retta dai seguenti parroci: 16?? Gregorio Condarcuri – 1632 Giovanni Maria Faraone – 1651 Giovanni Maria Faraone – 16?? Antonio Spanò – 1677 Giovanni Battista Ruffo – 16?? Antonio Spanò di Bovalino – 1690 Antonio Pedullà di Gerace – 17?? Francesco Filippine – 17?? Nicodemo Fazzari – 17?? Antonio Callà – 1723 Antonio Callà – 1724 Nicola Migliore di Gioiosa Ionica, già canonico – 1736 Nicola Migliore – 1738 Nicodemo Fazzari di Mammola – 1756 Sebastiano De Agostino di S. Ilario – 1783 La parrocchia venne soppressa dopo il terremoto.

Chiesa di Santa Maria del SoccorsoFu eretta fuori le mura, nell’omonimo vallone, per opera dell’Abate Francesco Correale arciprete di Siderno in un fondo della stessa Chiesa. Aveva una sola navata, con la porta verso oriente, ed un bellissimo dipinto di Maria SS. Del Soccorso; inoltre aveva il peso di due messe per settimana. In una platea dei beni della Chiesa dell’anno 1756, la stessa viene descritta come segue: “Di quanto sia l’antichità di detta chiesa si può congetturare del non esservi stata persona quantunque canuta, non solo di nostri tempi, ma bensì dell’ora che il dottissimo dott. Abate Carlo Poggio, nell’anno di nostra salute 1674 si è fatta Platea, il quale asserisce non esservi memoria da chi fosse stata edificata né fondata, forse per essere state bruciate le scritture nel 1594 allorchè questa terra fu presa dal turco e incendiata. Ma che sia di gran pregio si fa conoscere mercè li privileggi che li furono concessi siccome porta il medesimo Poggio. I Cappellani della suddettta Chiesa con Breve spedito nell’anno 1432 del R.mo P.F. Bartolomeo di Miranda, allora Generale dei Domenicani, possono scrivere e arrollare li fratelli e sorelle della Confraternita del SS. Rosario, benedire le corone, candele, ecc., esponere li sacrosanti Misteri di quello e fare quanto far possono l’istessi PP. Dell’ordine del glorioso Patriarca S. Domenico. Onde siegue che i cappellani possono liberamente dare l’assoluzione in articulo mortis ai fratelli e sorelle della Confraternita con la quale si guadagna l’indulgenza plenaria ed assoluzione nel libretto del SS. Rosario intitolato Modo di dire il SS. Rosario. Nella menzionata chiesa vi è l’indulgenza a chiunque devoto entri, toties quoties, e con molta venerazione si adora detta chiesa. Vi è ancora la confraternita di Gentiluomini benchè in pochissimo numero per la scarsezza delli genti, sendo questa Terra sprovvista d’abitatori………” – Sacerdoti: 16?? Giovanni Battista Correale – 1633 Alessandro Castracani

Chiesa di San Nicola ad fratres – Era retta dell’omonima Confraternita, istituita nel 1539 durante il vescovato di Planca; fu restaurata nel 1751; crollò con il terremoto del 1783. Aveva due altarini dedicati a Santa Maria Latina della famiglia Macrì e a Santa Maria della Sanità, nel 1607, della famiglia Condò. Sacerdoti: 15?? Iacopo Poliziano – 1591 Giovanni Iacopo Contestabile – 16?? Tommaso Taccone – 1671 Antonio Correale – 16?? Andrea Macrì – 1699 Andrea Capone – 1737 Gioacchino Agnelli

Chiesa di Santa Lucia – Di proprietà della famiglia Muscolo, Pedullà e De Romeis,era stata dotata d’arredamenti sacri dalla famiglia Spanò, tra i quali un altare a San Michele Arcangelo fondato nel 1696 .

Chiesa delle anime del PurgatorioAveva il patronato del duca di Bovalino, con l’onere della sola messa festiva.

Chiesa di San Sebastiano – Era una chiesa rurale, nella quale era installata la Confraternita omonima del 1500, che aveva rendite proprio, col peso di una messa settimanale.

Chiesa dell’AnnunziataEra una chiesetta rurale della famiglia Spagnuolo, retta dalla Confraternita omonima, per bolla del vescovo Vincentini del 20 agosto 1653. Dotata di altarino dedicato a San Marco.

Chiesa di San LeonardoSituata fuori paese, apparteneva al Convento degli Agostiniani. Di patronato della famiglia Campagna, fu costruita il 12 ottobre 1580 in un fondo della Chiesa matrice. La Chiesa era ad una sola navata ed aveva la porta esposta ad oriente. Aveva l’onere di due messe settimanali e della messa solenne nel giorno della festa, che ricorreva la prima domenica di settembre. Aveva un altare dedicato a Maria SS. Del Soccorso, su cui vi era un bellissimo dipinto e sul quale gravava un onere di messe, per cui godeva di un pingue beneficio. Pagava inoltre un censo annuo al capitolo e al seminario.

Chiesa di Santa Maria di LoretoSi sa solo che era una chiesa rurale e che nel 1562 era retta dal sac. Antonio Sirleto.

Chiesa di San Rocco e Addolorata – Non si sa nulla delle sue origini. Era situata nel rione della Guarnaccia e fu data in censo nel 1851.

Chiesa di San Giorgio – Di questa chiesa si trovano, nell’omonima località, solo ruderi sparsi dell’edificio basiliano di origine bizantina (sec.X), a pianta quadrata, orientata, triabsidata, di tipo orientalizzante, analoga alla Cattolica di Stilo con residui di pavimentazione marmorea, resti di colonne e decorazioni varie.

Chiesa di San RoccoEra una Chiesa parrocchiale nel sobborgo della Guarnaccia, ma già diruta nel 1730.

Chiesa di Santa Maria del Gesù – Era annessa all’omonimo convento e si celebrò messa fino ai primi anni del secolo scorso. Tra i sacerdoti: Giovanni Battista Correale; Pietro Benessa di Siracusa (1628); Alessandro Castracani (1633); G. Agostino Vicentini (1655); Vincenzo Petra (1691).

Chiesa di San Francesco di Paola – Costruita agli inizi del ‘700 dal sac. Carlo Gliozzi, era situata nel vallone del Soccorso. Il terreno, dove si ergeva la chiesa, risultò franoso, pertanto si dovette demolire la Chiesa e trasferire il beneficio in un altare della Chiesa matrice di Careri.

6) Convento di Santa Maria del Gesù o della consolazione

Sull’anno della costruzione del Convento vi sono diversi indizi o indicazioni:

  1. a) Il 1508 come attestava una bolla di papa Giulio: “Confirmatur erectio conventus S. Mariae Jesu, oppidi Bubalini, Hierace N. Dioc., pro fratibus ord. De Obs., a Thoma Merula Fundati. D.1508” (Si conferma l’erezione del convento di S. Maria del Gesù, nella città di Bovalino, in diocesi di Gerace, per i frati dell’Ordine degli Osservanti, fondato da Tommaso Merula –Marullo?- Anno del Signore 1508).
  2. b) Il 1512 come attestava la scritta su una pietra del convento: “Don Tomasius Merulla comes Qondoioannis et ejus uxor domina Dianora Staiti fundaverunt 1512” (Don Tommaso Marullo conte di Condoianni e sua moglie Dianora Staiti fondarono nel 1512). c) Il 1602 a spese di mercanti genovesi, i quali, correndo pericolo nel mare antistante, fecero voto che se arrivati a terra sani e salvi avrebbero eretto un convento, e così fu. E l’opera fu affidata al conte Tommaso Marullo.

I primi ad abitare nel convento furono i francescani minori osservanti, sostituiti poi nel 1570 dal Papa PioV con i francescani minori riformati.

Nel 1665, i frati minori donarono alla statua della Madonna dell’Alica di Pietrapennata due corone d’argento del XVI sec., in lamina a sbalzo con fitto ornamento decorativo. Qualche studioso ipotizza invece che la stessa statua fu data in dono dagli stessi frati, sempre nel 1665.

Nella Chiesa del Convento si conservava la rinomata immagine dell’Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo dipinta dal Reni, e poi trasportata nel Museo borbonico di Napoli, come risulta dal Bollario del vescovo Pellicanò.

Nel 1810, durante l’occupazione militare francese, il Convento fu soppresso; fu ripristinato nel 1822, ma abolito definitivamente nel 1866.

Rimasti alcuni frati per la custodia della Chiesa del Convento, il clero di Bovalino curò le celebrazioni domenicali e le altre feste religiose: il 2 agosto festa della Pizzongula (la Porziuncola); l’11 agosto la festa di Santa Chiara ed il 4 ottobre quella di San Francesco di Assisi.

Nel 1908, a causa del terremoto, la chiesa venne chiusa al culto ed i frati allontanati ; però, a seguito delle proteste dei fedeli di Bovalino e di Benestare, l’arciprete S. Pelle fece un altarino e le sante messe festive e le varie feste continuarono fino al 1919.

Facevano parte dell’arredo sacro un crocifisso ligneo, opera di Fra’ Umile da Petralia del XVI sec., la statua marmorea della “Madonna della Neve” (m.1,60) e l’altare maggiore in legno intarsiato, trasferiti poi tutti nella chiesa matrice.

I resti del convento furono rasi al suolo per la costruzione di un oleificio, oggi convertito in fabbrichetta per la produzione di materiale edile, mentre le vecchie cisterne furono utilizzate dopo il 1908 dal Comune di Bovalino e Benestare come luogo di sepoltura dove i morti erano gettati attraverso una botola.

Nel convento visse il Beato Francesco Mazzacara di Bovalino (1516-1596).

Presso l’Archivio di Stato di Catanzaro sono custoditi alcuni frammenti della “Cronica” del Convento, in particolare i seguenti documenti della fine del Settecento:

1) “Rendita in danaro. Da fondi. – L’Orto.” Nel documento, stilato verosimilmente nel 1793, si dice che il Convento possiede un orto attaccato al medesimo e circuito da muri e siepi; che nell’orto sono presenti querce, peri, fichi, ulivi, agrumi, pomi e fichi d’India intorno alle mura; che vi è uno stagnone per conservare acqua e una cisterna sotto le mura del Convento dalla parte dell’orto; che vi sono molte baracche dirute e solo due in piedi; e che l’orto venne affittato per anni quattro, dal settembre 1788 ad agosto 1792, a Fortunato Ruffo a Domenico Marrapodi e Nicola Blefari per annui ducati diciassette.

2) “Fondi in Demanio. Fabriche.” Nel documento, dello stesso anno del precedente, è detto che le fabbriche del Convento dalla parte interna sono dirute dal terremoto (1783?), restando solo in piedi le mura esterne, senza copertura in buona parte.

3) “Libro delle Messe Temporali che si celebrano in questa Chiesa di S. Maria di Gesù de’ PP. Riformati della Terra di Bovalino incominciando dalla prima di settembre 1777” e fino al mese di agosto 1784. Nel documento vengono annotate, con meticolosità certosina, le Messe settimanali., mensili e per anniversari, con il nome dei committenti e dei destinatari; i controlli e le vidimazioni annuali, a fine agosto, con l’indicazione del Canoninucus Vigilator Delegatus sempre diverso (Padre Iacopus da Gimigliano, Padre Franciscus da Caraffa, Padre Bernardinus da Marcellinara,…)

4) “Libro dell’introito, ed esito di questo Convento di S. Maria di Gesù della Terra di Bovalino; incominciando dalla prima di settembre Mille settecento settanta = Nel tempo della Guardiania, del P. Michelangelo da Satriano. 1780.” Nel documento vengono annotate in modo analitico, scrupolosamente e separatamente, tutte le entrate e le uscite del Convento, in grana e/o carlini (due delle monete in circolazione, nel periodo trattato, nel Regno di Napoli), e i controlli e le vidimazioni annuali, a fine agosto, con l’indicazione del Canoninucus Vigilator Delegatus di turno, tra i quali Fr. Bernardinus da Marcellinara[36].

 Capitolo tredicesimo: Preghiere e canti mariani

E’ la produzione più consistente, che esiste nella Chiesa Cattolica, quella di preghiere e canti riferiti alla Madre di Dio, che i devoti sentono più vicina ai loro bisogni ed esigenze. Anche nel nostro Borgo circolano preghiere e canti dedicati all’Immacolata, alcuni dei quali si tramandano oralmente o trascritti, da pii confratelli, con mano tremante su fogli ormai ingialliti:

<1) Maria, che dolce nome / Fin da bambina appresi / Ed Ei gioconda rese / La mia primiera età. / Maria, del ciel regina / Qual astro in ciel risplende / Deh! nuovi amori accende / Madre la sua beltà. / Maria, che dolce nome / Tu sei per chi ti crede / Beata chi ti rende / Amore per amor. / Un bel pensiero mi dice / Ch’io pur sarò felice / Se avrò Maria sul labbro / Se avrò Maria nel cuor. / O dolce nome Maria Maria / Speme e conforto dell’anima mia / Con onore sul labbro finché vivrò / O dolce nome ti invocherò. / Allor che l’alba annuncerà il giorno / Allor che il sole fa in mar ritorno / Ovunque sia ovunque andrò / O dolce nome ti invocherò.>

<2) Odo suonar la squilla della sera / Che dolcemente invita alla preghiera / Per rallegrare il cor l’anima mia / Ave Maria Ave Maria. / Vedo aleggiar di cielo messaggero / Che soave disvela un gran mistero / Col salutare la Vergine pia / Ave Maria Ave Maria. / O Gabriele celesto serafino / Unendomi all’accento suo divino / Va’ così nella sua dolce compagnia / Ave Maria Ave Maria. / All’appressar dell’ultima mia sera / Aiutami a ripeter la preghiera / Dolce cantando in vita all’alma mia / Ave Maria Ave Maria. / Non tremerò per quei supremi istanti / Se muoverai le labbra mie anelanti / A mormorar nell’ultima agonia / Ave Maria Ave Maria>.

<3) O Concetta Immacolata / Che nel ciel siedi Regina / Fortunato chi s’inchina / A te Vergine illibata / O Concetta Immacolata. / Alla Triade suprema / Piacque tanto il suo bel cuore / Che prevalse il suo candore / Per la sua prole incerata / O Concetta Immacolata. / Quando in ciel gli astri lucenti / E la luna e il sol creava / Le sue cure Dio drizzava / Tutte a te non ancor nata / O Concetta Immacolata. / Dalla macchia della colpa / Ove Adam trasse ogni figlio / Per divino alto consiglio / Sola fosti preservata / O Concetta Immacolata. / Del serpente insidiatore / L’infernal cervice altera / D’ogni mal cagion primiera / Del suo pie’ fu calpestata / O Concetta Immacolata. / L’alto Spirito divino / Con pienezza in te discese / E senz’opra d’uom ti rese / Del gran Dio madre beata / O Concetta Immacolata. / Nel purissimo tuo seno / Senz’averne alcun dolore / Il bambino redentore / Tu portasti o madre amata / O Concetta Immacolata. / L’esser madre niente offese / Il vergineo tuo candore / Che fu sempre intatto il fiore / Sempre pura ed illibata / O Concetta Immacolata. / Vera madre, figlia e sposa / Dell’eterno alto fattore / Tutta cinta di splendore / Siedi in cielo incoronata / O Concetta Immacolata. / Madre pia del santo amore / Di virtù specchio lucente / Nell’aiuto tuo potente / Nostra speme assai fidata / O Concetta Immacolata. / Dagli orribili flagelli / Da terremoti e rie tempeste / Dalla fame guerra e peste / La tua gente servate / O Concetta Immacolata. / Per te viene a noi la pace / Mostri ogn’ora il suo bel viso / Per te sia nel Paradiso / La mort’alma alfin beata / O Concetta Immacolata.>

<4) Tu sei del gaudio / Madre e Signora / Tu fosti martire / In te ognora / Materna gloria / Il ciel ti diè / O rosa mistica / Prega per me. / L’ave la visita / Il parto santo / L’offerta allegrati / Da un divo incanto / Col figlio giubili / Che diede a te / O rosa mistica / Prega per me. / L’ultimo spasimo / Lo scempio atroce / Il serto spineo / L’orrenda croce / Col figlio immolati / Che riede a te / O rosa mistica / Prega per me. / Cogliamo o popoli / Dai rami santi / E a Lei sacriamole / Rose fragranti / Speranze e gemiti / Pongo ai tuoi pie’ / O rosa mistica / Prega per me.>

<5) Accorrete fedeli venite / Su traete giulivi festanti / Della vergine all’ara davanti / Vi recate a sua gloria ed onor. / Vostre voci sciogliete giocondi / Esaltate la grande potenza / Encomiate la somma clemenza / Della vergine madre d’amor. / Si, veniamo gran vergin pietosa / Qui davanti alla tua sacro imago / Questo canto per noi sia presago / Di quel canto che in ciel faremo / Te lodiamo gran vergine madre / Col cantarti concetta illibata / Col chiamarti fra tutte beata / Come angelo un dì t’annunziò.>

<6) Ora un priego quest’umil tua prole / A te porge gran Vergin Maria / Tu pietosa, tu amabile e pia / Deh! ti degna clemente ascoltar / Il biel priego che questa ti eleva / E’ il favor mentre dura la vita / Di goder la materna tua vita / Di poter nel tuo braccio morir.>

<7) Vergin del ciel Regina, / Immacolata e bella / Che ti chiamasti Ancella / E sei signora. / Più vaga dell’aurora / E come il sole eletta / Tu fosti già concetta / Al primo istante. / Sei Figlia Madre e sposa / Più candida di un giglio / Ti elesse il Padre e il Figlio / E il santo amore.>

Preghiere e invocazioni tratti dai calendari

Calendario 2003 – O Vergine Immacolata, / Ti preghiamo / di stare sempre vicino a noi / nelle gioie e nelle pene / della vita di tutti i giorni, / ma soprattutto ti imploriamo / di predisporre che un domani / tutti i membri di questa famiglia / possano trovarsi con te / uniti in Paradiso.

Calendario 2004 – Maria SS. Immacolata / candida visione di Paradiso, / porta nelle nostre famiglie, / pace e serenità.

Calendario 2005 – Maria SS. Immacolata / candida visione di Paradiso, / porta nelle nostre famiglie, / pace e serenità.

Calendario 2006 – A Maria. Vergine Immacolata / la tua intatta / bellezza spirituale / è per noi sorgente viva / di fiducia e di speranza. / Averti per Madre, Vergine Santa, / ci rassicura nel cammino della vita / quale pegno di eterna salvezza. / Per questo a Te, o Maria, / fiduciosi ricorriamo. / Aiutaci a costruire un mondo / dove la vita dell’uomo / sia sempre amata e difesa, / ogni forma di violenza bandita, / la pace da tutti tenacemente ricercata. (Giovanni Paolo II) – O Vergine SS. Immacolata / abbi per noi, per i nostri figli e per le / nostre famiglie le stesse premure / e tenerezze avute per Gesù. – Maria SS. Immacolata / candida visione di Paradiso / porta nelle nostre famiglie / pace e serenità. – A Te, o Beato Giuseppe, invochiamo il Tuo patrocinio, / dopo quello della Tua SS. Sposa, / per quel sacro vincolo di carità che ti strinse / all’Immacolata Vergine, Madre di Dio. – “Madre, stringi al tuo cuore l’Agnello Santo che un dì / bagnasti con materno pianto, offri al Padre per Lui / l’uman dolore perché scenda il conforto ad ogni cuore. – Compatisci, o Purissima, l’infermità dell’anima mia. Tu puoi ogni cosa / perché sei la Madre di Dio; a Te nulla si nega, perché sei regina. / Non disprezzare la mia preghiera e il mio pianto, non deludere la / mia attesa. Piega il Figlio Tuo in mio favore, finchè durerà questa / vita, difendimi, proteggimi, custodiscimi. / (S. Eflem) – Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento / dell’Eucarestia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa’ / che adoriamo con viva fede il Santo Mistero del Tuo corpo e / del Tuo sangue, per sentire sempre in noi i benefici della / resurrezione, Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen. – Vergine Santa, decoro del Monte Carmelo, / Regina e Madre della pace, ottieni la pace a noi, / alle nostre famiglie, al mondo intero. – Gloriosissimo Beato Camillo, intrepido apostolo del / Vangelo, che predicaste ai popoli barbari del lontano / Oriente, concedetemi la grazia di professare / costantemente la Santa Fede per essere degno, / ora e sempre, della misericordia del Signore. – O Vergine SS. Immacolata, madre di Dio e madre nostra! Ci prostriamo / davanti alla tua santa immagine. Si, tu sei la nostra mamma; la più tenera e / la più comprensiva. Difendici dalle tentazioni, consolaci nella tristezza e / aiutaci in tutte le nostre necessità. Nei pericoli, nelle malattie, nelle persecuzioni, / nelle amarezze, nelle solitudini e nell’ora della nostra morte. / Guardaci con occhi compassionevoli e non abbandonarci mai. Amen. – “Maria, stringendo con la sinistra Gesù, con la / destra vi porge l’arma della pace che soggioga il / mondo, il rosario, arma di fratellanza, unione dei cuori, / amore che conquista il mondo”. – Ti offro, adorato mio Gesù, per le anime purganti, la desolazione / da cui fu oppressa la Vergine santissima nell’assistere / alla tua morte, e lo schianto del suo tenero cuore nell’accogliere / esanime, deposta dalla croce, tra le sue braccia. – A Maria Immacolata / Vergin del ciel Regina, / Immacolata e bella / che ti chiamasti ancella / e sei Signora. / Più vaga dell’aurora e / come il sole / eletta / tu fosti già concetta / al primo istante. / Sei figlia Madre e Sposa / più candida di un giglio / ti elesse il Padre / e il Figlio / e il santo amore. – Carissimi, anche quest’anno l’Arciconfraternita di Maria Santissima Immacolata vi propone un calendario: piccolo strumento, ma pensiamo possa esservi di grande aiuto. Un aiuto perché nelle vostre case, nelle vostre quotidiane occupazioni, quando occasionalmente lo guardate lì, appeso alla parete, dovrebbe richiamare alla vostra mente la particolare vostra devozione mariana che serve principalmente a rispolverare la nostra poca fede nel Cristo, suo Figlio. Guardando la cara immagine dell’Immacolata noi pensiamo a Maria madre di Dio e madre nostra: la ritroviamo viva e presente accanto a noi. Lei che ha compiuto il suo cammino di fede dall’Incarnazione fino alla sua attiva presenza in mezzo alla prima comunità cristiana, ci auguriamo possa diventare modello, guida e forza per il nostro cammino di fede personale e comunitario. Che la Vergine Immacolata di cui tutti noi siamo devoti, ci accompagni giorno dopo giorno. (Il Parroco Padre Giuseppe Pittarello – Il Priore dr. Antonio Blefari)

Calendario 2007 – Salve Regina / Salve del ciel Regina Madre / pietosa a noi volgi gli sguardi tuoi / o Madre di pietà / vita dell’alme nostra / dolcezza di chi ti ama / speranza di chi brama la bella eternità / rivolgi a noi gli sguardi / nostra avvocata / se noi siamo indegni e rei / ma siam tuoi figli ancora / in questa valle orrenda di pianto e di dolore / coi gemiti del cuore ti domandiam mercè / dall’infelice esilio guidaci a ciel sereno / il frutto del tuo seno Gesù / ci mostri un dì / Regina di clemenza / tenera madre / pia dolcissima Maria / da te speriam così / così speriamo un giorno /goderti tutti quanti / con gli angeli e con i santi / per l’eternità. (La preghiera è cantata durante la novena che precede la festa dell’Immacolata l’8 settembre). – Carissimi, anche quest’anno l’Arciconfraternita di Maria Santissima Immacolata vi propone un calendario: piccolo strumento, ma pensiamo possa esservi di grande aiuto. Un aiuto perché nelle vostre case, nelle vostre quotidiane occupazioni, quando occasionalmente lo guardate lì, appeso alla parete, dovrebbe richiamare alla vostra mente la particolare vostra devozione mariana che serve principalmente a rispolverare la nostra poca fede nel Cristo, suo Figlio. Guardando la cara immagine dell’Immacolata noi pensiamo a Maria madre di Dio e madre nostra: la ritroviamo viva e presente accanto a noi. Lei che ha compiuto il suo cammino di fede dall’Incarnazione fino alla sua attività presenza in mezzo alla prima comunità cristiana, ci auguriamo possa diventare modello, guida e forza per il nostro cammino di fede personale e comunitario. Che la Vergine Immacolata di cui tutti noi siamo devoti, ci accompagni giorno dopo giorno. (Il Parroco Padre Giuseppe Pittarello – Il Priore dr. Antonio Blefari)

I canti mariani più diffusi

1) Ai piedi della Madonna – Ai piedi della Madonna / una bella rosa ci sta: / era tutta piena d’amore / la Madonna di pietà (2v.). / E nun mi nni vaiu di ccà / si sta grazia a mia ‘un mi fa’. / Facitimilla, Madonna mia, / facitimilla, ppi carità (2v.) / Sul capo della Madonna / una bella corona ci sta: / era tutta piena d’amore…/ Sulle spalle della Madonna / un bel mantello ci sta: / era tutta piena d’amore… / Nelle braccia della Madonna / il bel Bambino ci sta: / era tutta piena d’amore…/ Nel cuore della Madonna / una grazia per tutti ci sta: / era tutta piena d’amore….

2) Andrò a vederla un dì – Andrò a vederla un dì – in cielo, Patria mia. / Andrò a veder Maria, – mia gioia e mio amor. / Al ciel, al ciel, al ciel, / andrò a vederla un dì. / Al ciel, al ciel, al ciel, / andrò a vederla un dì. / “Andrò a vederla un dì” – è il grido di speranza, / che infondemi costanza – nel viaggio e fra i dolor. / Al ciel….. / Andrò a vederla un dì – andrò a levar miei canti / cogli Angeli e coi Santi, – per corteggiarla ognor. / Al ciel….. / Andrò a vederla un dì – Le andrò vicino al trono / ad ottenere il dono – un serto di splendor. / Al ciel….. / Andrò a vederla un dì – la Vergine immortale; / m’aggirerò sull’ale – dicendole il mio amor. / Al ciel….. / Andrò a vederla un dì – lasciando questo esilio / le poserò qual figlio – il capo sopra il cuor! / Al ciel….. / Andrò a vederla un dì – a Lourdes mio cor l’implora, / ma non la veggo ancora: – è in cielo col Signor. / Al ciel….. / Andrò a vederla un dì – meglio che a Massabielle: / lassù, sopra le stelle, – svela sua gloria e amor. / Al ciel…..

3) Ave di Fatima (il tredici maggio) – Il tredici maggio – apparve Maria / a tre pastorelli – in “Cova d’Iria”. / Ave, Ave, Ave Maria. / Ave, Ave, Ave Maria. / Ed ai spaventati – di tanto spendore, / si dettero a fuga – con grande timore. / Splendente di luce – veniva Maria / e il volto suo bello – un sole apparia. / E d’oro il suo manto – avea ricamato; / qual neve il suo cinto – nitea immacolato. / In mano un Rosario – portava Maria, / che addita ai fedeli – del cielo la via. / Dal maggio all’ottobre – sei volte Maria / ai piccoli apparve – in “Cova d’Iria”. / “Miei cari fanciulli, – niun fugga mai più; / io sono la mamma, – del dolce Gesù. / Dal ciel son discesa – a chieder preghiera / pei gran peccatori – con fede sincera. / Ognor recitate – mia bella corona: / a quel che si prega – sue grazie Dio dona”. / Un inno di lode – s’innalzi a Maria, / che a Fatima un giorno – raggiante apparia. / O madre pietosa – la stessa sei tu, / che al cielo ci guidi, – ci guidi a Gesù.

4) Ave Maria di Lourdes (è l’ora che pia) – È l’ora che pia la squilla fedel / le note c’invia / dell’Ave del ciel / Ave, Ave, Ave Maria! / Ave, Ave, Ave Maria! / Con gli angeli oranti / sul nitido pian / del Gave il sussurro ripete lontan / La pia Benedetta / sul chiaro ruscel / radiosa s’affretta / in luce di ciel / Un’aura l’investe / sul muto sentier / di grazia celeste / le annuncia il mister / La Vergine bella / la Madre d’amor / nell’antro risplende di vivo baglior / Dal braccio le pende / dell’Ave il tesor / che immagine rende / d’un serto di fior / La pia fanciulletta / si sente smarrir / ma il cielo, beata, / le par di salir / La bianca Signora / l’invita a tornar / dinanzi alla grotta / pel mondo a pregar / Si spengon nel cielo / le stelle ed ancor / la bimba ripete / con trepido cuor / Richiamo supremo / la spinge laggiù / e spira l’Eterno / Celeste virtù / E bianca nell’antro / la Vergine ancor / Materna risponde / al trepido cuor / O vista beata, / la Madre d’amor / si mostra svelata / raggiante in fulgor / Rivela il suo nome / che suona candor / in bianca visione / raggiante in fulgor / Qual fiume vivente / che sosta non ha / accorre la gente / da terre e città / Lo sguardo le brilla / d’ignoto chiaror / la viva pupilla / dà raggi di sol / Oh, quanti timori / quell’onda sopì! / Oh, quanti ai terrori / di morte rapì! / E vengon in folla / le genti a pregar / de l’alme e dei corpi / le piaghe a lavar / Qui regna dolcezza / qui pace ed amor / la grotta e l’altare / si copron di fior / O bianca Regina / d’amor, di bontà, / erranti le turbe / ti chiedon pietà / Sorridi all’Italia / benigna dal ciel / proteggine ognora / il popol fedel / Di Roma la luce / s’effonda in amor / ritornin le genti / al bianco Pastor.

5) Ave maris stella-Ave,maris stella,/Dei mater alma/ atque semper Virgo,/ felix caeli porta./ Amen / Ave, o stella del mare,/ nobile Madre di Dio/ e sempre Vergine,/ porta felice del cielo./ Amen

6) Come Maria – Vogliamo vivere, Signore, / offrendo a Te la nostra vita, / con questo pane e questo vino / accetta quello che noi siamo. / Vogliamo vivere, Signore, / abbandonati alla Tua voce, / staccati dalle cose vane, / fissati nella vita vera. / Vogliamo vivere come Maria, / l’irraggiungibile, / la madre amata / che vince il mondo con l’Amore / e offrire sempre la tua vita / che viene dal Cielo. / Accetta dalle nostre mani / come un’offerta a Te gradita / i desideri di ogni cuore, / le ansie della nostra vita. / Vogliamo vivere, Signore, / accesi dalle Tue parole / per riportare in ogni uomo / la fiamma viva del Tuo amore. / Vogliamo vivere come Maria, / l’irraggiungibile, / la madre amata / che vince il mondo con l’Amore / e offrire sempre la tua vita / che viene dal Cielo.

7) Dell’aurora tu sorgi piu’ bella – Dell’aurora tu sorgi più bella / coi tuoi raggi, a far lieta la terra / e tra gli astri che il cielo rinserra / non v’è stella più bella di te. / Bella tu sei qual sole / bianca più della luna / e le stelle le più belle / non son belle al par di te. (2 volte) / Gli occhi tuoi son più belli del mare, / la tua fronte ha il colore del giglio, / le tue gote baciate dal Figlio / son due rose e le labbra son fior. / Bella tu sei…. / T’incoronano dodici stelle / al tuo piè piegan l’ali del vento / della luna s’incurva l’argento / il tuo manto ha il colore del ciel. / Bella tu sei… / Come giglio tu sei immacolata, / come rosa tu brilli tra i fiori, / ti degli angeli il cuore innamori / della terra sei vanto e decor. / Bella tu sei….

8) Immacolata, vergine e bellaImmacolata, Vergine bella, / di nostra vita Tu sei la stella. / Tra le tempeste, deh guida il core / di chi T’invoca Madre d’amore. / Siam peccatori, ma figli Tuoi, / Immacolata, prega per noi. / Tu che nel cielo siedi regina, / a noi pietosa lo sguardo inchina. / Pel divin Figlio che stringi al petto, / deh, non privarci del Tuo affetto. / Siam peccatori, ma figli Tuoi, / Immacolata, prega per noi. / Madre celeste sta a noi vicino / mentre ancora siamo in cammino; / tendi la mano a questo mondo, / deh! fa che tutti giungano in fondo. / Siam peccatori, ma figli Tuoi, / Immacolata, prega per noi

9) Magnificat – Cantico della beata Vergine (Lc 1, 46-55) / L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, / perché ha guardato all’umiltà della sua serva. / D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. / Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente / e Santo è il suo nome: / di generazione in generazione la sua misericordia / si stende su quelli che lo temono. / Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili; / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote. / Ha soccorso Israele, suo sevo, / ricordandosi della sua misericordia, / come aveva promesso ai nostri padri, / ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre. / Gloria al Padre e al Figlio / e allo Spirito Santo. / Come era nel principio, e ora e sempre / nei secoli dei secoli. Amen.

10) Mira il tuo popolo – Mira il Tuo popolo, o bella Signora / che pien di giubilo oggi Ti onora, / anch’io festevole corro ai Tuoi piè / o santa Vergine prega per me. (2 v) / Il pietosissimo Tuo dolce cuore, / egli è il rifugio al peccatore, / tesori e grazie racchiude in sé / o santa Vergine prega per me. (2 v) / In questa misera valle infelice / tutti Ti invocano Soccorritrice, / questo bel titolo conviene a Te / o santa Vergine prega per me. (2 v)

11) Nome dolcissimo – Nome dolcissimo, nome d’amor / Tu sei rifugio al peccator. / Tra i cori angelici e l’armonia, / ave Maria, ave Maria. / Nome mirabile, nome felice / tutti T’invocano “Consolatrice”. / Anch’io Ti invoco “Speranza mia”, / ave Maria, ave Maria.

12) O Maria quanto sei bella – O Maria, quanto sei bella, / Tu sei la gioia, Tu sei l’amore; / Tu hai rapito questo cuore, / notte e giorno io penso a Te. / Tu hai rapito questo cuore, / notte e giorno, / notte e giorno penso a Te. / Evviva Maria, / Maria evviva. / Evviva Maria, / e Chi la creò. / Quando il sole è già lucente / le colline e il mondo indora, / quando a sera si scolora / Ti saluta il mio pensier. / Quando a sera si scolora, / Ti saluta, / Ti saluta il mio pensier. / Evviva Maria, / Maria evviva. / Evviva Maria, / e Chi la creò. / E un bel giorno in Paradiso / Grideremo: Viva Maria! / Grideremo: Viva Maria! / Viva Lei che ci salvò / Griderem: Viva Maria! / Viva Lei, / viva Lei che ci salvò. / Evviva Maria, / Maria evviva. / Evviva Maria, / e Chi la creò.

13) Salve madre di giovinezza Salve máter misericórdiæ, / Salve máter misericórdiæ, / Máter Déi, et máter véniæ, / Máter spéi, et máter grátiæ, / máter pléna sanctæ lætítiæ. / O María! / 1 Sálve, décus humáni géneris, / Sálve Vírgo dígnior céteris, / Quæ vírgines ómnes transgréderis, / et áltius sédes in súperis, / O María! /* Salve máter misericórdiæ, / 2 Sálve félix Vírgo puérpera: / Nam qui sédet in Pátris déxtera, / Caélum régens, térram et aéthera, / Intrá túa se cláusit víscera, / O María! /* Salve máter misericórdiæ, / 3 Te creávit Páter ingénitus, / Adamávit te Unigénitus, / Fecundávit te sánctus Spíritus, / Tu és fácta tóta divínitus, / O María! /* Salve máter misericórdiæ, / 4 Te creávit Déus mirábilem, / Te respéxit ancíllam húmilem, / Te quæsívit spónsam amábilem, / Tíbi múmquam fécit consímilem, / O María! /* Salve máter misericórdiæ, / 5 Te beátam laudáre cúpiunt / Omnes jústi, sed non suffíciunt; / Múltas láudes de te concípiunt, / Sed in íllis prórsus defíciunt, / O Mária! /* Salve máter misericórdiæ, /6 Esto, Máter, nóstrum solátium;/ Nóstrum ésto, tu Vírgo, gáudium;/ Et nos tándem post hoc exsílium,/ Laétos júnge chóris cæléstium,/ O Mária!

14) Salve Regina – Salve Regina, Madre di misericordia. / Vita, dolcezza, / speranza nostra, salve! / Salve Regina! (2 volte) / A Te ricorriamo, esuli figli di Eva. / A Te sospiriamo, piangenti / in questa valle di lacrime. / Avvocata nostra, volgi a noi gli occhi Tuoi, / mostraci dopo questo esilio / il frutto del Tuo seno Gesù. / Salve Regina, Madre di misericordia. / O Clemente, o Pia, o dolce Vergine Maria. / Salve Regina! / Salve Regina, salve, salve.

15) Santa Maria del cammino – Mentre trascorre la vita, solo tu non sei mai / Santa Maria del cammino, / sempre sarà con te. / Rit. Vieni o Madre in mezzo a noi, / vieni Maria quaggiù, / cammineremo insieme a Te, / verso la libertà. / Quando qualcuno ti dice: / “Nulla mai cambierà”, / lotta per un mondo nuovo, / lotta per la verità. Rit. / Lungo la strada la gente, / chiusa in se stessa va, / offri per primo la mano, / a chi è vicino a te. Rit. / Quando ti senti ormai stanco / e sembra inutile andar, / tu vai tracciando un cammino, / un altro ti seguirà. Rit. / Ave, oh piena di grazia, / il Signore è con te, / “Ecco l’ancella di Dio, / opera tu in me”. Rit. / La tua risposta Maria, / diede a noi Gesù, / ciò che tu avevi creduto, / ecco si avverò. Rit. / Tu sei la luce a chi crede / nel figlio tuo Gesù, / tu sei speranza e certezza / che lui ci cambierà. Rit.

Appendice

a) Il Beato Camillo Costanzo

Nel 1870 il gesuita padre Giuseppe Antonio Patrignani raccoglie tutte le notizie, disponibili negli archivi della Compagnia di Gesù, sul Beato Camillo Costanzo e dedica al frate bovalinese un Menologio pubblicato a Venezia. Le notizie sono preziosissime in quanto riescono a delineare compiutamente la figura storica e soprattutto morale del Beato, che viene annoverato fra i figli più illustri di Bovalino[37], dove nacque nel 1572 da Tommaso Costanzo e Violante Monsana, di nobile famiglia originaria della città di Cosenza.

<<Venezia Pezzana, 1730 – Tomo terzo, 15 settembre 1622, pag.126 / Il Padre Camillo Costanzo ebbe il natale in Bovalino, terra della Calabria: i suoi genitori furono Maso, ovvero Tommaso Costanzo e Violante Montana, di nobil famiglia. Imparate in patria le lettere umane, si portò a Napoli, e vi studiò Legge due anni. Menava una vita assai diversa da quella, che suol menare la gioventù, lasciata in sua balia, senza chi la dirigga, vivendo bene spesso senza freno di legge, quando studia la legge. Frequentava le Congregazioni della Vergine nel nostro Collegio di Napoli, e ogni otto giorni i divini Misteri, inducendo il suo servitore all’istessa frequenza. Orava molto e molto ancor si mortificava con penitenze e digiuni. Erano nel medesimo studio altri giovani paesani, amici e condiscepoli di Camillo, il quale, in vederli dediti al giuoco, ed alla libidine, s’ingegnava colle sue ammonizioni di ridurli ad una vita innocente; essi al contrario tentarono una volta di mettere lui a cimento, e la di lui pudicizia. Era il tempo di Carnevale, Camillo, ritirato in casa, mentre stava studiando si vede alle cinque ore di notte i camera una rea donna, intrusavi da quei licenziosi giovani, la quale il saluta per nome. A tal saluto insolente Camillo, che faccenda, disse, è la tua qui a quest’ora impropria. Scellerata, gli disse, levatimi davanti: e soggiungendo quella ch’era un’impietà cacciarla a quell’ora fuori di casa: il forte giovane a forza trassela fuor della stanza, e serratosi dentro, prese in mano il suo Crocifisso, e ringraziò il Signore per la vinta tentazione, e pregò la Santissima Vergine che gli guardasse la castità col suo potentissimo patrocinio. Dopo tali preghiere, udendo il servitore, che mezzo sdegnato dice a parergli crudeltà cacciar via di casa a quell’ora quella meschina, gli rispose con due solenni schiaffi Camillo e gli disse: “E tu che mangi il mio pane avete ardire di sollicitarmi a mal fare?”. Passata la Dio merce innocente la sua gioventù, il Signore trasselo alla Compagnia in età d’anni 21, agli otto di settembre del 1591, e dodici anni di poi andò all’India; e di quivi dopo un anno alla Missione della Cina; e dalla Cina per particolar destino di Dio al Giappone, dove per 9 anni coltivò la Vigna del Signore con frutto ben copioso; essendo che era egli uomo religiosissimo, e osservantissimo delle nostre Regole, di costumi affabile e sincero, d’animo mansueto, zelantissimo della salute delle Anime, e di gran petto nelle difficoltà che incontrava. Nell’anno 1614, esiliato con altri Padri della Compagnia dal Re del Giappone Daisusama, si ritirò in Mocao dove fece la professione solenne. Alle altre fatiche solite della Compagnia nei sette anni, che stette in Mocao, aggiunse quella di studiare i libri giapponesi e Cinesi per così meglio confutare coi libri loro le loro sette. Aveva risoluto di non abbandonare il Giappone e di far guerra alle false dottrine dei Bonzi; onde nel 1621 ritornò al Giappone con due altri Padri della Compagnia in abito da soldato. La pietà però e la modestia, che gli traduceva nel volto , facea entrare in sospetto di quel Religioso ch’egli era. E però il Governatore della nave che condotto l’avea, timoroso di non perdere roba e vita, se si scopriva, avea deliberato , benchè cristiano di professione, di deferirlo al Governatore di Nangasachi, ma vinto dalle preghiere di più cristiani, lo licenziò coi compagni della sua nave. Pertanto destinato a spedizioni più premurose, per ordine dei Superiori andò a Fundoiama, castello del regno Filgense. Ivi tranquillamente per molti mesi fece del gran bene a quei cristiani. Di là si portò a un altro castello detto di Carasfù, e in tre mesi di dimora vi raccolse gran messe e v’istituì una nuova pia Congregazione, che fu di gran giovamento all’anime, e di gran servizio di Dio. Ma non potendo ivi più trattenersi fu invitato dai cristiani della Città e dell’Isola di Firando, dove trovò campo uguale alla sua carità e coltivollo con infinita pazienza, e non senza pericoli della vita. Si trovavano ivi di molti schiavi cristiani in prigione; il Padre nonostante il pericolo che incontrava, trovò modo di penetrarvi, e vi confessò tutti quei poveri cristiani, e li confortò a sostenere eziandio la morte per amor della fede. Certo che sembrò cosa prodigiosa l’avere impunemente potuto entrare ed uscire da una prigione guardata da tanti armati. Di là se ne andava per quattro e cinque leghe scorrendo a piedi quella castella d’intorno, senza mai aver quiete né dì né notte per la moltitudine dei cristiani, che ricorrevano a lui. Passò poi all’Isola d’Ichifuchi (Ikifuki), nel cui tratto, che dicesi di Tachinosama, il frutto fu copiosissimo. Da quella passar voleva a un’altra Isola della Noxima, la quale di gran tempo per l’assenza dei Padri, viveva senza l’uso dei Sacramenti. Or mentre meditava di far questa Missione, gli si offrì per compagno e guida della strada il suo albergatore Giovanni, a cui aveva palesato il suo buon pensiero. Entrò in nave con uno della Compagnia, non ancor Sacerdote per nome Niccolò e con Gaspare Cobenda, suo Catechista, e con Agostino Oda, che in assenza dei Padri presiedeva alla Chiesa di Firando, detta Cambò, con un servitore, e due Cristiani marinari. Coltivata quest’Isola, passò all’altra, ch’è prossima, della UKI, la quale è la principale delle Isole di Gotò, a Gotondano soggetta. Il suddetto Giovanni albergatore del Padre avea per parente un gentiluomo pagano, la cui moglie assai pia, e che in Ikifuki s’era confessata col padre, esortava il marito a rendersi cristiano, e a non lasciar passare la bella occasione, che nella venuta del Padre gli s’offriva. Il pagano finse di voler fare a modo della moglie per cavarle di bocca dove il Padre fosse, e dove disegnava d’andare. Udito il perfido quanto desiderava d’intendere, si portò a far la spia al commissario e al Governatore di quella Provincia; i quali subito spediscono dietro al Padre più bastimenti pieni di gente armata. Lo cercano in Oxima, ma indarno; vanno ad Uki, dove trovata una nave Firandese ancorata, lo sorprendono con gran furia, e vi trovano il Padre Camillo senza il Compagno, che il dì avanti aveva mandato a fare qualche negozio. A vista di Sacerdote sì venerando, s’attutì alquanto il furore degli assalitori, ma perché costava lui essere un banditore dell’Evangelo, non ardirono di dissimulare. Or mentre fatti prigioni il Piloto, Agostino e Gaspare, gli mandarono legati a Noxima; il padre Camillo gli prega di far l’onore anche a lui di condurli con quelli ammanettato in prigione; ma alla maestà del volto che ispirava santità, non s’ardirono di toccarlo, anzi per farli onore, l’invitarono a desinare. Non accettò egli l’invito. Il giorno di poi ritornano a Ikifuki, dove lasciati gli altri, menano il P. Camillo, con Gaspare e con Agostino a Firando. Il Padre nel partire si voltò a Giovanni suo ospite, e gli disse così: “Eccoci o Giovanni, finalmente fatti degni di quella beata sorte per tanti anni desiderata. Io ti prego, e per le viscere di Gesù ti scongiuro, che voglia corrispondere al di Lui amore, perseverando con tal costanza, fino a poter dare il sangue e la vita per Gesù Cristo”. Ringraziatolo poi dell’ospizio benignamente a lui dato, non senza lacrime si divisero l’un dall’altro. Subito che a Firando arrivassi, il Padre Camillo fu consegnato ai Governatori di quella Provincia dai quali fu esaminato e nella prigione d’Ikinoxima ristretto. Quello poi che ivi avvenssegli meglio il diranno le lettere da lui medesimo scritte al Padre Rettore di Nangasachi; eccone una: “Già Vostra Riveranza avrà inteso la mia cattura, e per questa n’avrà sentito qualche dolore. Ma questa non è materia d’attristarsene, ma di renderne grazie. E però la prego con tutti cotesti Padri e fratelli ad aiutarmi a ringraziare Iddio di beneficio sì segnalato. Arrivato ai 25 d’Aprile all’Isola d’Ucugato, fu lì preso da alcuni bastimenti armati. Nel viaggio mi trattarono con gran rispetto. Fui condotto al tribunale di Firando, dove interrogato, risposi ch’ero io sacerdote della Compagnia di Gesù, chiamato Camillo Costanzio: dissi la causa della mia venuta al Giappone, e presentai un’apologia fatta da me sopra quest’argomento. Mi domandarono perché io non ubbidivo al Principe del Giappone. E io risposi che la Religione Cristiana comanda che s’ubbidisca ai Principi in ogni cosa che non contraddica ai precetti di Dio; ma poiché l’editto del Principe del Giappone, dove si fa proibizione di predicar la legge Cristiana, troppo ripugna ai precetti del Re del Cielo, per quello io non potevo ubbidire a un Re della terra. Ciò udito, uno di quei giudici alzò la voce e pronunciò sentenza di morte sopra di me; onde gittatami una corda al collo mi fecero andare alle carceri d’Ikinoxima, dove perfettamente mi trovo con due Religiosi, fatti schiavi dai Corsari inglesi. Osserviamo un continuo digiuno, come quei che non mangiano altro che poco riso e poch’erbe. Insegno spesso alle guardie della prigione la Fede e la legge di Cristo, e credono quando io dico, ma non si fan cristiani per paura degli editti imperiali. Intanto stiamo aspettando la risposta della corte: Purchè facciasi la volontà del Signore, io, confidato nella grazia divina, sono apparecchiato a ogni caso. Non cessate, Padri e fratelli miei, di raccomandarmi al Signore. Saluto tutti cordialissimamente, e vi prego a perdonare i miei mancamenti. Ogni ora è la mia per la morte che aspetto con desiderio”. Dal medesimo luogo scrisse ad un altro della Compagnia in questo tenore: “Vivo in questa prigione come in un Paradiso, tanto è il gaudio che provo nel cuore, veggendomi arrivato alla sorte da tanto desiderata. In Firando nel gittarmi al collo la fune, protestai ch’era io arrivato al colmo della mia felicità, e alla meta dei voti miei. Questo mio parlare ai giudici, parve una mezza pazzia, non arrivando a capire come poness’io la beatitudine nei vincoli e nelle catene e in altre somiglianti prolusioni di morte. Da ciò prese occasione di spiegar loro in che si fondava il mio gaudio e la mia Felicità”. Scrisse ancora al Padre Pietro Paolo Navarro Rettore d’Arima; di questa lettera la contenenza era questa: “Io mi ricordo che la R.V. nell’ultime sue lettere mi diceva, che sperava di vedermi in Cielo o martire o confessore. Eccomi, o Padre mio in Cristo carissimo, fatto degno di confessare innanzi al tribunale di Firando, la Fede di Gesù Cristo; questa è la causa, per cui ora mi trovo in prigione in quest’angolo del mondo. Chi sa, ch’io non sia per accostarmi a voi? Ma non sono degno di tanta grazia”. Fatto consapevole intanto l’imperatore dei servi di Dio carcerati, siccome fremea di sdegno contro i Religiosi, i quali, non curato il suo editto, predicavano in Giappone la dottrina di Cristo immantinente comanda che il Padre Camillo sia dato alle fiamme, e che ai suoi compagni si tronchi la testa. I ministri della giustizia, ad eseguir la sentenza si portarono subitamente alla carcere, dove solo rimasto era il Padre Camillo, giacchè gli altri compagni erano stati altrove condotti. Da quella carcere a Firando lo trasportarono. Stavano sul lido aspettando sei toni, ovvero presidenti del tribunali per menarlo al luogo del destinato supplizio. Il Padre Camillo, benchè, cinto di catene e di corde, avesse innanzi agli occhi la morte, non tralasciò nondimeno con ogni espressione di benevolenza, di ringraziare ognuno che l’avea fatto prigione e che lo menava a morire. Al medesimo tempo era giunto un ministro, il quale al supplizio dovesse assistere in luogo del Governatore Gonroquo. Rivolto a questo il Padre in volto sereno gli domandò s’era egli della corte di Gonroquo, e quegli risposto che si, gli fe’ una bella riverenza e ringraziollo, che per amore suo avesse presa a far quel viaggio, e con tanto incomodo: e ciò disse con tanta ilarità di volto, e con tanta grazia che fece meravigliare gli astanti, veggendo un uomo colla morte allato tanto lieto e franco. Il luogo destinato al supplizio era dirimpetto alla città di Ferando, detto Tabira, che sporgesi allo stretto del mare, dividente dalla città di Castello. Concorsi così per terra come per mare gran moltitudine di persone a quello spettacolo, a cui piacque di trovarsi ancora presenti a molti Olandesi ed Inglesi, venuti da lontanissime parti per vedere quell’atleta di Cristo lottar col fuoco. Nel passar loro innanzi al Padre, disse loro alcune parole in fiammingo, avvisandoli a vivere cristianamente: così volendo ricompensare coloro, i quali per la loro importunità avevano eccitato la tragedia di quell’anno, di cui era egli un insigne asso. I ministri avevano fatto lo staccato cento passi lontano dal mare. Il Padre Camillo volle fare a piedi quel po’ di strada, e in toccar lo steccato disse a chiara voce “lui essere Camillo Costanzio, Sacerdote della Compagnia di Gesù di Nazione italiana; di ciò pregava a ricordarsene quanti cristiani fossero lì presenti. Ciò detto fu legato al palo con fune fatta di sferze di canne molto arrendevoli in quel paese. Allora egli, quasi dal pulpito, incominciò a predicare, e in ultimo a protestare, che non per altra cagione veniva condannato a morire, che per aver predicata la Santa Fede. Poi, sopra quelle parole dell’Evangelo: Nolite timere e vs. qui accidunt corpus seguitò a ragionare, concludendo in fine che il corpo, o presto o tardi, doveva ridursi in cenere, e però incrudelissero pure contro di quella , che quanto all’anima non era alla morte, né alla podestà loro soggetta. Mentre che durava egli a parlare, i littori attaccano il fuoco, ed egli nondimeno tra le fiamme si fe’ sentire dicendo che la celeste beatitudine era solo aperta a coloro che, seguendo la Religione cristiana, vivono e muoiono santamente; ad ogni altro essere infallibilmente serrata; lui per difesa della Religione morir volentieri e star tra le fiamme con gran contento. Ogni altra setta, credete a me, (soggiungeva egli) è mero sogno; è finzioni dei Bonzi, inganno e invenzione del demonio il quale fa ogni sforzo per deviare gli uomini dal retto sentiero della salute, per tirarli alla morte eterna. E quivi al crescere dell’incendio il fumo adombrò l’aria e tolse agli occhi dei riguardanti il servo di Dio. E pure ciò nonostante, tra gli stridori del fuoco, ardendo d’un altro maggior fuoco il suo cuore, udivansi le voci di lui, che con gran fervore tuttavia predicava. Rarefattesi alquanto e scemate le fiamme, si potè vedere il Padre; ma non istette molto in silenzio, imperocchè udissi intonare cantando il “Laudate Dominum omnes gentes”, e finito questo pareva che dovesse finire la vita mortale per principiare l’eterna; ma il fortissimo campione, ripigliando novelle forze, incominciò di nuovo a discorrere in lingua latina e Giapponese, e in mezzo al disco all’improvviso proruppe in questa gioconda esclamazione: “Oh quam bene mihi est!” Oh quanto mi trovo contento! E replicolla tre volte. E un idiotismo usato in Giappone per espressione d’una grande allegrezza. Intanto, cresciuto l’incendio, e facendo uno strepito orribile, e comparve, già bruciate le vesti, il di lui corpo bianco come la neve, ma presto rimase dalla forza del fuoco abbronzato. Già i circostanti credeano che quell’anima fortunata fosse passata all’eterno riposo, quando con meraviglia di tutti fu udito con suono gagliardo e canoro a cantare ben cinque volte il divin Trisagio “Sanctus, Sanctus, Sanctus” per dare ad intendere il sacrificio, che faceva a Dio di se stesso con somma gioia. In tal guisa finì egli di vivere per principiare in Cielo a cantare cogli Angeli eternamente le lodi a Dio. Questa morte preziosa accadde il dì 15 di Settembre del 1622, in età d’anni cinquanta compiti. La memoria di questo invitto Sacerdote di Cristo sarà eterna, e sarà gloriosa appresso i posteri nella Città di Firando. Sino i pagani stessi, ch’erano presenti, e gli Olandesi, e gl’Inglesi non cessavano d’ammirare e di commentare la generosità del Padre Camillo Costanzo, come di un grande eroe. Le di lui venerande reliquie furono da quei scellerati ministri sepolte in mare, perché quella terra infida degna non era di quel tesoro.>>

In Societas – Rivista dei Gesuiti dell’Italia Meridionale, Anno L – Settembre / Dicembre 2002 – n.5/6, pagg. 221-224, è pubblicato un breve saggio su “Camillo Costanzo S.I. scrittore e martire / Spiritualità ed esegesi del lessico sino-giapponese” di Irene Iarocci.[38] Nel saggio si fa riferimento anche al testo “Il Beato Camillo Costanzo, di Bovalino. Con 17 lettere inedite dal Giappone e dalla Cina” di Stefano de Fiores (uno dei più attenti studioso del Nostro), Qualecultura – Jaka Book, Vibo Valentia, 2000. La Iarocci si propone di cogliere “il profilo di un’anima tesa a vivere nella pienezza la volontà divina” attraverso l’analisi delle lettere del Beato Camillo Costanzo, che, partito dalla provincia gesuita di Napoli verso le terre di missione di Estremo Oriente e di Cina, conclude la sua giornata terrena da martire, arso vivo a Tabira, Hirado-Giappone, nel 1622. Sono 17 lettere importantissime, in quanto le uniche, in base alle ricerche d’archivio attuali, giunte fino a noi; tutte le altre opere finirono in mare nel naufragio di padre Francesco Eugenio (31 luglio 1621), al quale il Beato le aveva consegnate per la revisione romana. Le lettere, inviate dal padre gesuita dal Giappone nel periodo febbraio 1606 – ottobre 1620 ed estate 1622 e dalla Cina nel period0 1614 – 1620, furono conservate nell’Archivio storico della Compagnia di Gesù; oggi, grazie al padre Stefano de Fiores le stesse sono state studiate e fatte conoscere. Sono importanti soprattutto per chi ha interesse di storia della spiritualità e di dialogo interreligioso in terra d’Asia. Le lettere, che presentano un elevato interesse storico linguistico-filologico-culturale e spirituale, sono scritte in italiano, venato da inflessioni calabresi, e in portoghese; padre Costanzo, “colto figlio della Calabria del ‘500 senza pane e senza pace”, divenne tra il 1605 e il 1614 nipponista di seconda generazione. Sempre rispettoso del “decoro” e della volontà dei Superiori, rivolgeva e indirizzava la sua azione evangelizzatrice non tanto ad aumentare il numero dei fedeli estremo-orientali quanto a rafforzare la maturazione nella fede cristiana e in una vita spirituale da essa vivificata. “Incoraggiava la correzione lessicale dei catechismi e la necessaria uniformità terminologica tra Cina e Giappone, al fine di raggiungere una precisione teologica non ingenerante malintesi interpretative. In effetti il padre sosteneva di dover andare oltre una comprensione da occidentali del senso letterale offerto da parole-chiave… La dimensione spirituale viene delineata con semplicità dalle lettere: viene fuori il ritratto dell’anima e del carattere schietto del Beato… Da buon calabrese aveva la testa dura, come dice il proverbio, come quando volle rientrare in incognito (1621) nel Giappone scosso dalla persecuzione, travestito da soldato ma lietamente consapevole di andare incontro ad un destino eroico di testimone di fede, preparato con cura e accettato senza timore, ricordando il poeta italiano che dice: ‘La morte è fin di una prigione oscura / agli animi gentil, agli altri è noja” e per ultimo: ‘Un bel morir tutta la vita honora’ (Lettera dell’11 giugno 1622)”

Nel sito del Sistema Bibliotecario Territoriale Ionico (www.sbti.it), con sede a Bovalino Marina è inserita una “Vita del Beato Camillo Costanzo e la persecuzione nel Giappone” del sacerdote Giuseppe Napoli, datata 1953:

<A sua Ecc.za Rev.ma Mons. Pacifico Perantoni Novello Pastore della Diocesi di Gerace Affinché l’Invitto Martire Irraggi ed infiori la via del suo Santo Apostolato

Bella e forte Calabria, terra feconda di spiriti eletti, di anime generose, di cuori. ardenti, di creature umili e grandi!

Tra i tanti eroi che questo estremo lembo della nostra penisola ha dato al mondo, uno dei meno noti ma dei massimi è, senza dubbio, il beato Camillo Costanzo, gloria di Bovalino e della Diocesi di Gerace, dove fu, nella antichità, la repubblica di Locri, una delle più famose della Magna Grecia.

Platone esalta Locri pagana, definendola: Fiore d’Italia, per nobiltà, per ricchezze e per la gloria delle imprese. Il Beato Camillo, figlio di Locri cristiana, può bene meritare per sé l’elogio fatto alla sua patria ed essere definito: Fiore della Calabria, per nobiltà e ricchezza spirituale e per la gloria delle imprese missionarie.La sua gloria di Martire della Fede, preceduta dalla gloria di un ventennio di fatiche apostoliche nel Giappone, e dalla gloria di tutta una vita di purezza e di carità, lo avvicina a S. Francesco Saverio, apostolo delle Indie, col quale ha in comune non solo l’appartenenza alla Compagnia di Gesù, ma anche la brama possente di conquistare anime a Cristo. Il Beato Camillo Costanzo è una delle infinite gemme della Chiesa ed appartiene alla estesissima schiera degli eroi del Cristianesimo, che fiorirono come per incanto subito dopo il Concilio di Trento.

La sua vita fu già narrata dal grande gesuita Daniello Bartoli nella sua celebre “Storia della Compagnia di Gesù” (1650–1670), e poi dal P. Saverio Santagata S. I. nella “Istoria della Compagnia di Gesù, appartenente al Regno di Napoli”, (1757). Ma ormai si desiderava una biografia più moderna, più accessibile a tutti, ed ecco che un altro figlio della Calabria, un pio e colto sacerdote, Giuseppe Napoli, ha appagato tale desiderio, e ha scritto una vita agile, fresca, attraente del suo grande conterraneo. La vita del Beato Camillo Costanzo è ricca di vicende che hanno del romanzesco, pur essendo pura verità storica; e il nostro agiografo ha saputo raccontarla con chiarezza di esposizione, limpidezza di stile, vivacità di colori, commozione di credente, riuscendo così a suscitare la più viva attenzione nel lettore e, insieme, a infondergli sentimenti di soda pietà cristiana.

Valgono queste pagine a diffondere la conoscenza di questo Beato, di cui noi Calabresi dobbiamo essere orgogliosi, e ad accrescerne la devozione, specialmente nella terra che gli diede i natali. Napoli, gennaio 1953 Francesco Giovinazzo

Introduzione – Quand’io ero chierichetto (beati tempi di molti e molti anni fa!…), ogni anno andavamo con la mia famiglia a fare i bagni nella tranquilla e soleggiata spiaggia di Bovalino Marina, e la mia buona mamma, tanto religiosa (educata da due suoi zii sacerdoti) mi conduceva spesso nella chiesa parrocchiale, costruita allora di recente; mi faceva sempre sostare davanti ad un quadro, rappresentante la figura di un santo barbuto calvo e vestito di nero; e mi diceva, come per darmi un ammonimento: “Vedi, figlio mio, questi è il Beato Camillo Costanzo, nostro conterraneo nacque qui a Bovalino, e poi morì missionario in Giappone, bruciato vivo per la Fede di nostro Signore G. Cristo”.

E io (lo ricordo vagamente anche adesso) torcevo, come impaurito, lo sguardo, e cercavo cautamente di allontanarmi al più presto: quella immagine di una persona arsa viva mi suscitava nell’anima, quasi un senso di paura; mi pareva di sentir esalare da essa (mi perdoni il santo!…) il puzzo della carne bruciata. – Oh, beato follie della prima età! Poi entrai in seminario, dove compii tutti gli studi sacri; ed appena ordinato sacerdote mi recai a Napoli per cagione di studio. Io confesso la mia ignoranza, tranne di quella brutta impressione avuta quando ero piccolo seminarista e di qualche vaga notizia dopo, non mi ero più occupato della figura del B. Camillo. Alcuni anni fa però mi trovai a fare gli esercizi spirituali in una magnifica villa dei Padri Gesuiti, adagiata mollemente sopra una delle più belle colline del Golfo di Napoli. I padri avevano per uso di distribuire dei libri, che ognuno di noi doveva leggere durante gli intervalli di riposo. A me (non so se per volere provvidenziale) mi capitò appunto la vita del B. Spinosa, eroico compagno del B. Camillo. Lessi il libro con vero trasporto, affascinato dall’eroismo di quel martire invitto; tanto più che attraverso la figura del B. Spinosa, traspariva luminosa quella del suo amico e confratello, il B. Camillo. Compresi allora non tanto l’ingenua grettezza del piccolo seminarista, ma ancora di più il grave torto del sacerdote, che ignorava la vita di un eroe, suo conterraneo, non solo gloria della sua diocesi, ma di tutta la Chiesa e dell’Italia.

Cercai allora di studiare i documenti, come meglio ho potuto, e nella mia mente balzò viva e luminosa la figura del grande eroico martire. Oggi col rifiorire delle S. Missioni, anche nella nostra diocesi, la devozione al B. Camillo è molto più divulgata. Ma perché la gloria di lui si possa diffondere più largamente, mi sono permesso, io, ultimo dei sacerdoti della nostra diocesi, di scrivere la vita di questo illustre martire. Ma ci riuscirò?…

Da parte mia ho la coscienza di aver fatto un’ opera di bene; affidiamo il resto al Signore, nelle cui mani stanno i cuori e i destini degli uomini. Voglia intanto, l’eroico Martire, concedere alle anime nostre una scintilla di quelle fiamme ardenti che hanno bruciato la sua anima ed hanno consumato la sua vita per poter almeno amare un po’ di più il Signore.

Piccolo nido di pace – Quel tratto di spiaggia calabrese, ricco di vigneti e di ulivi, che si adagia mollemente lungo il limpido azzurro del mare Jonio, ai piedi delle ultime diramazioni dell’Appennino, fu, in tempi molto remoti, la delizia degli antichi Greci. Ma nel medioevo, quando “il corsaro fè quest’acque infami”, i poveri abitanti dovettero abbandonare le loro verdeggianti pianure, inghirlandate dall’azzurro del mare, e le loro belle città: Sibari, Crotone, Locri…, ed appollaiarsi sopra il cocuzzolo di qualcheduna delle ultime diramazioni dell’Appennino Calabrese in misere case, spesso accovacciate intorno ad un torreggiante castello, valida difesa contro gli assalti dei crudeli pirati.

Tale certamente fu l’origine dell’antico “borgo” di Bovalino. Infatti se il viaggiatore curioso, giungendo col treno ansimante alla stazione di Bovalino Marina (cittadina piena di vita e di ridente avvenire) solleva lo sguardo a settentrione verso l’alta cima di Aspromonte, che sfuma in lontananza sotto la volta azzurra del cielo, scorge a poca distanza sopra il dorso di un precipitoso burrone, un aggruppamento di vecchie case, dominate dai ruderi di un antico castello, che si eleva a cavaliere sopra di esse. Questo è appunto tutto quello che rimane di questo antico capoluogo. Certamente anche dopo il medioevo Bovalino dovette godere molta importanza; infatti è storicamente accertato che da questa marina nel 1571 salpò per la celebre battaglia di Lepanto una galera, comandata dal conte Marzullo, alla quale spedizione presero parte tre valorosi zii del grande martire, Camillo Costanzo, la cui vita noi imprendiamo a narrare.

Camillo Costanzo nacque a Bovalino nel 1572 da una nobile e ricca famiglia, oriunda dalla città di Cosenza; e quivi trascorse tranquillamente la sua prima giovinezza. Il padre si chiamava Tommaso e la madre Violante Monsano; una vecchia casa, davanti alla quale recentemente fu innalzata dalla pietà dei fedeli una piccola edicola, ricorda il nido solitario di pace, ove il cuore del piccolo Camillo sotto le vigili cure dei più amabili genitori si schiuse alla vita, come un bocciolo di rosa, accarezzato dai benefici raggi del sole, per mandare le sue prime fragranze.

Poco sappiamo della sua fanciullezza. E’ certo però che ben presto si diede agli studi letterari e con gran profitto, come si può facilmente rilevare dalle sue opere, pubbliche durante gli anni del suo apostolato. Ma, terminati gli studi in paese, egli dovette con molto rammarico abbandonare i suoi cari genitori ed il suo piccolo nido di pace, ove, in devoto silenzio, al cospetto del glauco mar Jonio, coronato dagli argentei ulivi, aveva potuto ormai preparare l’anima sua alla purezza e fortificarla nella costanza della virtù. Dallo studio delle lettere la sua anima era stata educata alla gentilezza; dalla terra natia aveva tratto un carattere adamantino, e dai ricordi gloriosi di sua famiglia una sete insaziabile di gloria. Poteva davvero paragonarsi all’ “angelo forte” cantato dagl’inni della Chiesa: l’ anima sua spirava una fragranza di gigli ed una fortezza di martire.

Sicut lilium inter spinasLa città di Napoli è stata sempre la metropoli dell’Italia Meridionale, non solo per la sua importanza politica e commerciale, ma anche come centro di studi; ove convennero da ogni parte i migliori ingegneri, assetati di sapere. E si rese ancora più celebre, quando, per opera di Federico II di Svevia, nel 1224 sorse la sua celebre università, che divenne uno dei centri più importanti di studio di tutta l’Italia.

Il B. Camillo, compiuti gli studi letterari, essendo ancora nel fiore della sua prima età, con l’anima piena di sogni, vagheggiante un avvenire coronato di gloria, si trasferì a Napoli per studiare diritto civile; scienza molto pregiata a quei tempi, per mezzo della quale si potevano raggiungere i più alti gradi della società civile.

In quel tempo però la città di Napoli era imbevuta delle teorie del protestantesimo; e gli animi sedotti dallo spirito mondano, si lasciavano facilmente trascinare nella pratica di quelle massime del mondo galante che sono una vera incarnazione dello spirito di satana. Tanto che il B. Paolo d’Arezzo, allora arcivescovo, dovette por mano finanche alla riforma del Clero, “in cui si compiangeva (come dice uno storico di quel tempo) l’ignoranza, la poca operosità negli esercizi sacerdotali, la dissipazione, la corruttela”.

Molti dei compagni del B. Camillo, privi di quell’educazione cristiana che rende l’animo forte e saggio, bazzicando giovani di corrotti costumi, si buttarono in mezzo all’orgia della città per divenire degni servi in livrea di satana, che la Santa Scrittura addita, come il principe, il signore della vita mondana (“princeps huius mundi”). Il B. Camillo invece, quantunque buono e socievole con tutti, pure si teneva lontano da tutto quel mondo corrotto; viveva come un giglio in mezzo al fango. Ed a tale proposito i biografi ci narrano un celebre episodio della sua vita studentesca, da cui si rivela chiaro il suo carattere adamantino di perfetto giovine cristiano.

Quel tratto incantevole di costa, ove s’adagia dolcemente la città di Napoli (in mezzo al sorriso della natura e all’incanto di un mare seducente) fu sempre allietato dai piacevoli divertimenti dei suoi abitanti di natura allegra ed espansiva.

Tramontava una delle giornate allegre del carnevale (feste molto rinomate a quei tempi); ed ancora per la città si sentiva il rauco suono delle trombette e lo schiamazzare e l’urlare della gente, ebbra di piacere e di voluttà;sopra carri, addobbati riccamente con drappi e fiori, le mascherate motteggiando e gesticolando freneticamente facevano divertire la gente, ondeggiante al loro passaggio, o attaccata ai balconi per godere l’insolito spettacolo.

E’ appunto allora che i sensi, inebriati dalla sfrenata gioia, e la carne, invasata dalla febbre della voluttà, segnano la sconfitta dello spirito ed il trionfo di satana. Ma l’anima, amante di Dio, si sente come istintivamente disgustata da quel mondo seduttore; e si ritira placidamente nella solitudine, come timida colomba che sollecita si ripara nel suo dolce nido, quando fuori la tempesta imperversa. Stava infatti, quella sera, solo il giovine Camillo nella sua stanzetta, tutto assorto tranquillamente nella soavità dei suoi pensieri, mentre i suoi compagni, coi quali conviveva, ubriacati dai piaceri del mondo, se la godevano gironzolando per le vie della città. Ma il vizio è stato sempre nemico della virtù, come le tenebre della luce, e cerca sempre di attrarre a sé altre vittime. Ed i compagni del giovine Camillo cercarono appunto quella sera di baldoria generale di vincere la sua ritrosia, preparandogli un brutto tiro.

Scendeva intanto la notte sempre più cupa sulla città; e la gente ormai stanca, (e forse anche delusa dai piaceri di quella giornata) si ritirava nelle proprie dimore. Or, mentre il giovine Camillo era placidamente assorto nei suoi pensieri, sentì bussare alla porta della sua cameretta, ed una voce femminile, tutta impietosita, chiedeva aiuto e soccorso. Egli commosso, aprì la porta, ed, affacciatosi sulla soglia, vide davanti a sé una giovine donna, che all’atteggiamento pareva tutta onesta e desolata, ma l’abbigliamento, la procacità delle forme e soprattutto i suoi gesti facevano facilmente trasparire il suo genere di vita. Con arte diabolica essa si sforzava di conquistarsi il cuore del giovine studente,adoperando mille moine ed accenti commoventi, soliti nella bocca di tali donne: “Abbiate pietà di me! Sono una povera giovine, sola al mondo, in mezzo al frastuono di una città, così insidiosa!…Oh, Dio! Potrei perdere il mio profumo più bello, la mia purezza! Abbiate pietà me!…Mi hanno diretto da voi, che siate un giovine, così buono e caritatevole accoglietemi!… Accoglietemi!…Non mi discacciate!…”. E continuava a ripetere queste ed altre simili frasi, finché il giovane non fissò il suo sguardo sereno ed indagatore nel volto voluttuoso di quella maliarda, quasi per domandare: “E che cosa pretendete da me?…” Allora la sfacciata donna, come rianimata, chiese: “ Che questa notte possa riposare nella vostra stanza…qui con voi…sarei sicura!…Sarei felice…”.

Alla proposta della sfacciata seduttrice un tonfo di sdegno assalì il cuore del santo giovine: il suo volto dovette divenire rosso, come i carboni accesi: ormai tutto si era reso palese e chiaro nella sua anima, ormai era sicuro dell’infelice tranello o arditogli dai suoi compagni; l’anima sua, illuminata dalla grazia, comprese la gravità dell’insidia miserabile, che gli si voleva tendere per mezzo di quella donna seduttrice, e, preso da un impeto di quella sua natura risoluta di calabresi, staccò la sua spada dalla parete, e con minacce e spintoni fece ruzzolare giù per le scale la sfacciata seduttrice.

Ritornato poi nella sua cameretta, rinchiuse la porta, e, stringendo al petto il suo crocifisso, cercò di sedare così il suo animo sconvolto, e di dare sfogo alla piena dei suoi santi affetti, turbati profondamente dalla diabolica seduzione. Era nella soavità di questi momenti, quando la porta fu riaperta, ed apparve nel vano di essa il cameriere, il quale con un sorriso beffardo ed in tono canzonatorio si pose a biasimarlo della brutta accoglienza, fatta a quella bella donna, ed a rimproverarlo dei modi scortesi usati verso di lei, non convenienti certo ad un giovine studente e ben educato. E gli suggeriva di riparare al suo comportamento sgarbato e selvaggio col riammetterla nella sua stanza. A questa indegna proposta il virtuoso giovine, riacceso di santo sdegno, non poté più frenare un impeto spontaneo della sua anima ferita nei più puri ideali, e per tutta risposta assestò a quel losco uomo due schiaffi, che fecero arrossire quel bronzeo volto, non solito invero a divenir rosso per vergogna. E, chiusa la porta, non volle più vederlo.

Il giovine Camillo continuò i suoi studi all’Università di Napoli con molta diligenza; finché, avendo appreso che nel Belgio si combatteva per la liberazione dei Paese Bassi dalla prepotenza dei Protestanti, assetato di gloria si arruolò sotto il comando del principe Alberto, e combatté valorosamente nella battaglia presso Ostenda. Ma la gloria mondana non poteva appagare la sua anima grande, anzi una sete misteriosa la rendeva sempre più insoddisfatta: il suo cuore era fatto per il Cielo, e non potevano appagarlo gli onori del mondo; la sua anima andava in cerca di quella acqua divina, offerta da Gesù un giorno presso il pozzo di Sicar alla Samaritana peccatrice, e che bevuta una volta disseta per sempre l’anima e la rende beata. Ritornò pertanto nuovamente a Napoli, disingannato dagli onori mondani; e, stanco del continuo contrasto della sua vita angelica con quella spregiudicata del mondo, stabilì di darsi tutto a Dio, ritirandosi in una casa religiosa.

L’asilo di pace – Era l’anno 1592, ed in quel tempo, anche a Napoli, correvano brutti tempi per la Chiesa di G. Cristo. La famigerata riforma protestante come un mostro gigantesco aveva steso i suoi tentacoli dappertutto, sovvertendo i popoli e suscitando per ogni dove la ribellione, il disordine e l’immoralità. Anche a Napoli l’errore aveva scosso la coscienza cristiana del popolo, specialmente per l’opera del corrotto frate cappuccino Bernardino Ochino da Siena, il quale, imbevuto delle dottrine dei protestanti, e dotato di una facile facondia, seduceva il popolo; e con velenose argomentazioni “aveva addormentata la pietà nel sentimento del popolo, spostate le coscienze nella disciplina del clero, in tutti ed in tutto diffuso il dubbio e l’indifferenza”. In tanta tristizia di tempi, nel 1549, era stato posto alla sede dell’Archidiocesi di Napoli il grande cardinale Gianpietro Carafa, assunto pochi mesi dopo al Pontificato col nome di Paolo IV, Egli, compreso dei mali che funestavano la città, fece venire a Napoli i padri della compagnia di Gesù.

La Compagnia di Gesù, sorta di recente, si era acquistata tanta fama che in breve tempo aveva estesa largamente la sua preziosa attività non solo nella Spagna, ma anche nell’Italia. Il primo padre della compagnia, venuto a Napoli fu Alfonso Salmeroni, accompagnato da alcuni suoi compagni. Essi subito si diedero a diffondere la conoscenza della Sacra Scrittura, ed a riformare i cuori, guasti dalle teorie dei protestanti, con gli esercizi di pietà cristiana secondo il metodo, tanto efficace, insegnato da S. Ignazio.

E dopo cinquant’anni, quanti erano trascorsi, quando il B. Camillo si trovava a Napoli, l’opera dei Padri Gesuiti aveva già dato frutti abbondanti. “I padri della Compagnia di Gesù (dice uno storico) in quel secolo XVII, lordato da errori di fede, di corrotti costumi e di avarizia scandalosa e simoniaca, ottennero dalle sante loro fatiche mirabili frutti di conversioni e di resipiscenze; aiutarono in ogni maniera il capo della Chiesa, nelle città ove erano le case del loro venerando istituto, ed in conseguenza la compagnia divenne ricca di lasciti pietosi che spendansi alla maggior gloria di Dio, e per il progresso positivo delle scienze e dei buoni studi”.

Così poterono dar vita a opere meravigliose: istituti per i giovani, case per i derelitti e magnifici tempi, come la chiesa di S. Ferdinando, il Gesù Vecchio con l’attigua Università ed il Gesù Nuovo (1584) con la meravigliosa cupola del famoso architetto P. Giuseppe Valeriani, religioso della stessa compagnia. Diffusero principalmente il culto della Vergine, propagando il domma del suo immacolato concepimento; e vollero che nel loro tempio del Gesù Nuovo nel 1600 sorgesse una nuova grandiosa statua d’argento, affinché la S. Vergine richiamasse le folle devote alla purezza della fede e dei costumi.

Non è certamente nostro compito cantare le lodi della compagnia di Gesù per la luce di pietà e di scienza che apportò in quell’ epoca a Napoli; ma abbiamo creduto necessario farne un accenno soltanto per poter più facilmente comprendere, come il B. Camillo, acceso dal fascino di quel sublime spirito di carità, che animava quegli apostoli, volle anch’ egli entrare nella compagnia di Gesù, divenendo uno dei più grandi suoi figli, tanto da essere paragonato a S. Francesco Saverio per il suo ardente spirito di apostolato. Il giovane Camillo era allora nel fiore dei suoi anni (non aveva ancora raggiunto il ventesimo anno di età); ma aveva sperimentato abbastanza la fallacia del mondo e le sue false lusinghe; volle pertanto allontanarsi dalla società corrotta ed ingannatrice, per vivere nascosto nella pace e nella luce di Dio.

Tutto di Dio – Nulla sappiamo della sua vita di novizio della Compagnia di Gesù, ma certo dovette trascorrere in una elevazione continua della sua anima verso quel Dio, che anche in mezzo al fragore del mondo seducente formò sempre l’ideale supremo di tutte le sue aspirazioni. Divenne tutto di Dio e zelatore ardentissimo della sua gloria. Fu pertanto acceso di quello spirito apostolico, per cui era famoso quel centro, che diede parecchi eroici missionari alla Chiesa di G. Cristo. Solo da pochi anni era morto S. Francesco Saverio; e la fama di lui si era dilagata, come un fiume ristoratore; non solo in Italia, ma anche in tutta la terra; ed il ricordo acceso nei cuori dei figli di S. Ignazio (e specialmente in quelli residenti in Napoli, ove il santo taumaturgo aveva operato molti prodigi), come un fuoco vivificatore li trasformava in apostoli invitti. Difatti in quel tempo vi fu una gara fra i padri gesuiti di Napoli per le missioni delle Indie, a preferenza delle altre province d’Italia. Dal lido della città incantevole, in meno di quarant’ anni, partirono ben cinque spedizioni. La prima fu condotta dal B. Paolo Navarro, la seconda dal B. Carlo Spinola, la terza dal nostro B. Camillo Costanzo, la quarta dal Ven. Antonio Capece e la quinta da quel P. Marcello Mastrilli, che fu guarito da S. Francesco Saverio durante una celebre apparizione del santo apostolo. Il B. Camillo pertanto sentì presto l’ardore di divenire missionario; la sua natura stessa temprata ad un’eroica fortezza d’animo lo portava ad essere un combattente. Era stato combattente per la gloria del mondo, ora sentiva il fascino eroico dei combattenti di Cristo. E dalle cronache della Compagnia si rileva che per ben dodici anni consecutivi instanter, istantius et istantissime chiese di essere mandato come missionario in Cina.

Finalmente il suo fervido voto fu esaudito; ed egli nel marzo del 1602, prostrato davanti all’immagine dell’Immacolata, torreggiante sopra l’artistico altare del Gesù Nuovo, la quale tante volte aveva estasiato la sua anima in un’oasi di elevazione spirituale, e ricevuto devotamente dalle mani dei superiori il santo Crocefisso, suo unico scudo e conforto, abbandonò per sempre le belle spiagge partenopee per avviarsi finalmente verso il sogno affascinatore della sua vita.

Solo con dioLa nave si allontanava a poco a poco dal porto, lasciando dietro a sé la curva incantevole di quella spiaggia deliziosa, ove Camillo aveva trascorso il più bel fiore dei suoi anni giovanili, dove lasciava tanti dolci sogni svaniti, e tante care gioie della sua prima età. Sparì finalmente ogni traccia di terra, e la nave correndo velocemente, si trovò sperduta fra l’immenso azzurro del cielo e l’infinita distesa delle acque di un azzurro verdastro.

Ormai egli era solo col suo Crocifisso! Aveva abbandonato ogni cosa per correre attraverso il mare infido, per raggiungere luoghi selvaggi, forse non ancora esplorati, volendo appagare il santo voto della sua anima ardente: portare anime al cuore assetato di Cristo, diffondere il suo divino regno di pace e di amore, anche lì, dove ancora egli non era conosciuto, solo in mezzo all’abisso!…

Ma l’anima dell’apostolo non è mai sola. Ella vive del suo Dio a cui è sempre unita e che forma l’oggetto delle sue delizie. In ogni luogo Egli le è presente; tutto parla di Lui. Ella sente durante la notte la maestà di Dio nell’infinito azzurro del cielo, disteso sul suo capo e trapunto di stelle come un immenso padiglione ricamato d’argento; ella vede ed ammira l’immensa grandezza di Dio nella sterminata distesa delle acque dai riflessi azzurrini, solcata leggermente dalle onde scorrenti, e lo stesso chiacchierio delle onde che, sollevandosi sulla pianura infinita delle acque, sbattono con ritmo eguale e monotono contro i fianchi della nave, giungono all’anima dell’amante di Dio, come un inno della natura al celeste suo Creatore. L’anima dell’apostolo a questi sublimi spettacoli s’inebria, s’eleva, pensando alla potenza, alla gloria di Colui che è l’unica sua forza, il suo conforto. No, l’apostolo non è mai solo, anche in mezzo al più arido deserto della vita, anche sperduto in mezzo all’oceano sterminato, egli vive sempre unito al suo Dio, e parla dappertutto col suo Dio. “In ipso vivimus, movemur, et sumur”. Il B. Camillo ormai si sentiva felice: il desiderio del suo cuore era appagato, dopo lunghi anni di aspirazione e di preghiere il suo sogno stava per realizzarsi; la sua natura ardente lo spingeva a combattere; aveva combattuto per la gloria effimera del mondo, d’ora innanzi sarà il combattente del Dio eterno.

Verso la Cina – Eccolo pertanto avviarsi verso la Cina, luogo prescelto e segnato come suo campo di battaglia. Dopo una tranquilla navigazione si giunge a Goa, terra, santificata dal fervoroso apostolato di S. Francesco Saverio e dove è posta la sua venerata sepoltura. Il B. Camillo dopo essersi prostrato su quella gloriosa tomba, s’imbarcò per la Malacca con l’animo acceso dai ricordi di quei luoghi santificati dal grande apostolo; e di là dopo breve sosta la nave volse direttamente verso Macao. La città è posta a cavaliere sulla isola omonima, ed allora era in possesso dei Portoghesi. Uno spirito superficiale avrebbe creduto, che il Signore, assecondando in tutto l’opera del suo servo fedele, l’avrebbe guidato durante tutta la traversata senza alcun ostacolo. Ma non fu così…Iddio vuol provare le anime eroiche per renderle più temprate nella virtù, per rendere più splendida l’opera da esse compiuta, come l’oro che è purificato dal fuoco ed impreziosito dal bulino. Il B. Camillo credeva di aver raggiunto la terra sognata, invece la nave non potette toccare neppure la spiaggia. I Portoghesi per ostilità contro gl’Italiani, avevano stabilito che nessuna nave proveniente dall’Italia potesse approdare in quel porto.

Il santo missionario cercò di commuovere l’animo del comandante con la dolcezza delle sue parole e con la forza delle sue argomentazioni; ma tutto fu inutile; non valsero né preghiere ne ragioni a scuotere l’animo di lui; sicché la nave dovette ritornare indietro, ed egli rimase disilluso, come il nocchiero, che, superate tutte le tempeste del mare infido, si vede respinto dal porto, tanto agognato.

Col cuore affranto dalla disillusione, ma d’altra parte rassegnato ai voleri di Dio, fissò lo sguardo anelante su quella terra agognata, come Mosé sulla Terra Promessa; e ritornò indietro, pronto anche ad essere inghiottito dalle onde dell’oceano, se la divina Provvidenza richiedeva da lui questo sacrificio. La nave dovette quindi volgere la sua rotta verso il Giappone. Ma dopo un tratto di viaggio tranquillo, parve che il Signore avesse esaudito il voto di olocausto del suo servo fedele, poiché d’improvviso si scatenò una tempesta così furiosa e malvagia, che la nave, sbattuta dalle onde accavallatesi continuamente d’intorno, mentre il cielo diveniva sempre più cupo e minaccioso, sembrava che da un momento all’altro dovesse sommergerla nella profonda voragine delle acque. E mentre tutti i passeggeri parevano impazziti dalla disperazione, il Beato Camillo, credendo che ormai era venuta l’ora suprema del suo sacrificio, giunse le mani in atto di rassegnazione alla volontà del suo Dio, e, volgendo gli occhi al Cielo, si offriva come vittima di tutti i suoi compagni di viaggio. Intanto il mare diveniva sempre più terribile; il cielo, sempre più rabbioso, mandava i suoi bagliori sinistri; l’oceano, aprendosi in profondi gorghi, sollevava la nave in alto per poi disperderla in mezzo alle montagne delle acque, che si scagliavano ferocemente contro i fianchi di essa. Disperando ormai gli stessi marinai di poter scampare dall’imminente pericolo, tutti i viaggiatori furono presi dalla disperazione: e chi urlava e chi bestemmiava; chi smaniando pregava e chi contristato e piangente si prostrava ai piedi del B. Camillo, implorando da lui aiuto e conforto. Ed egli, commosso ma tranquillo, con le braccia e gli occhi rivolti verso il cielo, rinnovava la sua offerta della vita per la salvezza almeno di quei suoi fratelli infelici, e con commosse ed ardenti parole incitava tutti a venerare la potenza e la bontà di Dio, anche in quei supremi momenti. Poi con ispirato accento si diede a consolarli e a riconciliarli con Dio per mezzo della confessione; convertì perfino un cinese idolatra, il quale vinto dallo zelo apostolico di quella grande anima, si volle subito battezzare ed abbracciare la santa religione di Cristo. Cosicché alla disperazione tremenda dei primi momenti a poco a poco per l’opera salutare di quell’angelo consolatore, successe una serena tranquillità nell’animo di tutti, pronti a fare la volontà del Signore. Tutti, cessati i lamenti e le bestemmie, si diedero a recitare le preghiere insieme al B. Camillo, tanto che quella bolgia infernale, a cui dapprima potevasi paragonare quella nave, per opera del B. Camillo era divenuta poi (come notano i biografi della vita del Beato ) un coro di religiosi, ove s’inneggiava e si benediceva il Signore. E il Dio consolatore volle premiare lo zelo del suo servo fedele e l’accesa fede di quei poveri naufraghi. Infatti, dopo due giorni di ansie e di desolazione, il sole spuntò di nuovo raggiante nel cielo, indorando coi suoi benefici raggi le acque divenute tranquille, cosicché gli animi furono consolati dal divino sorriso della natura. Grati pertanto alla misericordia del Signore, poterono attraversare tranquillamente il mare Cinese, ed ai 15 di agosto del 1605, raggiunte le spiagge biancheggianti del lontano Giappone, sbarcarono nella città di Nagasaki, ove il grande apostolo S. Francesco Saverio aveva spiegato il suo primo apostolato nel viaggio che egli fece al Giappone. Il ricordo di questo memorabile avvenimento dovette certamente consolare l’animo del B. Camillo, pensando che la divina Provvidenza ormai gli assegnava quella terra, santificata dall’opera salutare del grande apostolo, come campo delle sue fatiche apostoliche.

In GiapponeLa storia gloriosa dell’apostolato cattolico nel Giappone dovrebbe in verità essere conosciuta ancora di più dai cattolici, specialmente dei nostri tempi. Essa infatti può gareggiare con quella dei primi secoli della Chiesa sia per la sublimità degli eroismi da parte dei missionari e dei fedeli, e sia per i gloriosi trionfi della Religione di Cristo. Con la morte di S. Francesco, primo grande apostolo del Giappone, il seme abbondante irrorato dai suoi santi sudori, non potette essere del tutto distrutto né dalla tristizia dei tempi, né dalle bufere terribili delle persecuzioni.

Ma, almeno in piccolissima parte, nascosto magari negli angoli più remoti, s’è conservato fino ai tempi nostri senza più l’opera dei ministri di Dio, ma solo per un prodigio della Provvidenza Divina. Si narra infatti con meraviglia, che, quando nel 1868 alcuni sacerdoti delle “Missioni Estere” di Parigi, sbarcarono a Nagasaki, videro dopo poco tempo presentarsi e chiedere del missionario (che era il padre Petitjean) un gruppo di quindici Giapponesi. Facendosi prima conoscere per cristiani, pregarono il padre missionario, che volesse mandare una missione presso di loro, perché essi conservavano da secoli per tradizione nelle loro famiglie, la religione cristiana senza poter avere un sacerdote che li istruisse ed amministrasse loro i santi sacramenti. I missionari vi andarono e trovarono che tutto era vero quello che asserivano i quindici Giapponesi.

Né l’ardire dei missionari venne meno dopo l’evangelizzazione del grande apostolo anche in mezzo alle tempeste più violente. Ed il trionfo della Chiesa si ebbe nei secoli, e culminò specialmente nell’anno 1582, quando avvenne la celebre ambasceria dei tre sovrani, convertiti di Arima, di Bungo e di Omura inviata al Papa Gregorio XIII.

Pochi anni dopo i convertiti erano giunti ad oltre duecentomila con duecentocinquanta chiese, e nel 1587 a trecento mila, quando scoppiava la persecuzione di Taicosama, principe depravato ed orgoglioso, che scompigliò e disperse le comunità religiose: fece crocifiggere nove missionari sopra un monte vicino a Nagasaki, e martirizzò con terribili supplizi molti convertiti giapponesi; fra essi si distinsero per l’eroica fermezza tre fanciulli che servivano la messa ai sacerdoti. Dei missionari si salvarono solo ventotto, che travestiti dovettero vivere nascostamente. Nel 1593 con la morte di Taicosama vi fu un periodo di calma, sicché i missionari vi potettero ritornare con nuovo ed instancabile ardore, tanto che i convertiti in quello stesso anno furono quaranta mila, trenta mila nell’anno seguente, e si costruirono cinquanta nuove chiese. Ma nel 1602, tre anni prima che vi giungesse il B. Camillo, una nuova persecuzione era sorta con rinnovata ferocia per opera del re Cubasama, la quale s’intensificò sempre più, finché raggiunse il colmo della ferocia nel 1614.

Quando nell’anno 1605 giungeva nel Giappone il B. Camillo, si era pertanto nel periodo della persecuzione. Ed egli, come un comandante che vuol buttarsi nella mischia, comprese che doveva prima preparare le armi. Ed in primo luogo era necessario conoscere la lingua e le usanze del luogo. Ed egli vi si pose con tale alacrità, che dopo appena un anno, i superiori potettero affidargli il regno di Bugen, come campo delle sue fatiche. Poche notizie ci hanno tramandato i suoi biografi di questo primo periodo del suo apostolato; ma certo dovette guadagnarsi tanta stima e fiducia presso i superiori, che appena dopo poco tempo fu trasferito in un centro più vasto e importante, a Sakai, posta sopra un importante ed incantevole golfo una delle quattro primarie città di tutto il Giappone.

L’idolatria dominava sovrana in quelle regioni, e l’animo dei cittadini era ottenebrato da molte superstizioni e massime corrompitrici. Il santo missionario vi lavorò per sei anni con grande ardore ed abnegazione, non tanto per moltiplicare il numero dei convertiti, ma piuttosto per rendere i loro animi ben illuminati nelle verità della Fede e ben radicati nelle pratiche della morale cristiana. Ed infatti egli riuscì a formare in essi un carattere così saldo ed invincibile da saper resistere eroicamente anche davanti al martirio. Ed una chiara prova si ebbe durante la terribile persecuzione che imperversava in quel periodo di tempo. Infatti delle ottocento anime da lui convertite, si fa menzione che solo tre o quattro vennero meno davanti ai crudeli supplizi dei carnefici. Gli altri sostennero eroicamente e volentieri piuttosto che rinnegare la fede cristiana. Già la terra fecondata dai santi suoi sudori cominciava a dare i suoi abbondanti frutti; aveva egli già fatto costruire una chiesa per raccogliere misticamente i fedeli nella preghiera e nelle pie pratiche, che alimentano ed irrobustiscono le anime; e, mirando all’avvenire, già aveva fondato una casa per preparare gli operai del domani, quando, mentre ormai l’anima sua vagheggiava in quelle terre di conquista un avvenire radioso per la Chiesa di G. Cristo,vide, col cuore straziato,svanire d’un tratto ogni sua speranza;vide la sua opera, sorta con preoccupazioni e sacrifici, distrutta, e la sua stessa vita essere in pericolo.

La terribile persecuzione del 1614, di cui già abbiamo fatto menzione, incominciava ad incrudelire terribilmente, tutti i missionari furono sbandati; ed egli, conosciutissimo per la sua fama, essendo cercato dagli ufficiali di Daifusama, dovette fuggire nascostamente dal Giappone, rifugiarsi a Macao nella Cina.

Persecuzione di CubosamaQuesta volta la persecuzione sorse più terribile per l’ambizione di Cubosama, principe reggente (il quale aspirava a divenire imperatore), e per la malvagità degli Olandesi, protestanti.

Costoro, gelosi del vasto commercio esercitato dagli Spagnoli, accusarono i missionari cattolici, come agenti della Spagna, spediti in Cina da quel re per favorire le sue ambizioni.

Cubosama, inasprito per tali accuse, divenuto imperatore, nel 1613 emanò un editto col quale proscriveva il cristianesimo, e per sempre da tutto l’impero giapponese, E, siccome l’impero giapponese era amministrato da numerosi re, i quali governavano le diverse province, come dei piccoli stati, tutti sottoposti all’autorità imperiale, i settantadue re, suoi dipendenti, affetti da vile servilismo, fecero a gara per rendere omaggio al loro capo nel perseguitare maggiormente i cristiani. Si distinse per la sua ferocia il re di Arima, discendente di due sovrani, vissuti da fervidi cattolici. Egli invece divenne apostata, e giunse a tali nefandezze che, per occupare il trono, tramò presso la corte imperiale, e fece uccidere il proprio padre.

Che cosa non sa fare l’ambizione, quando è accoppiata ad una natura brutale? S’innamorò costui di una cortigiana che gli stava sempre al fianco e ripudiò la bella e buona sua moglie legittima, che condannò al bando. Ed ella si ridusse a vivere in una solitaria capanna, ove, abbandonata da tutti, finì i suoi giorni confortata soltanto dal suo Signore, lieta di volare nella gloria eterna del Cielo.

La botte dà sempre quel vino che ha!…Che potevano aspettarsi i cristiani da un animo così brutale e depravato, a cui si accoppiava per di più lo spirito diabolico di quella donna che gli stava al fianco?…Il suo primo odio si volse contro una famiglia, nota dappertutto, come esempio di fede e di bontà cristiana. Ed un giorno chiamò presso di sé il capo Tommaso Onda per dirgli: “Io so che voi e la vostra famiglia siete cristiani; ma da questo momento dovete rigettare questa vostra superstiziosa credenza, contraria alle nostre gloriose tradizioni! “. Ed Onda da buon cristiano rispose tranquillamente: “Signore mio, un buon soldato non diserta la sua bandiera; io mi glorio di essere milite di G. Cristo, amo la mia religione e non la tradirò mai, neppure se dovessi finire in mezzo ai più crudeli tormenti!…”. Il volto del tiranno divenne truce a questa risposta, e Tommaso si ritirò sicuro che ormai si doveva preparare al martirio. L’attese pertanto con l’animo forte e tranquillo. Anzi, consigliato da qualche amico di nascondersi dall’ira del re, o almeno di mettere in salvo la vita dei suoi figlioli, egli esclamava: “Io non credo di poter procurare un bene migliore per me e per i miei figli che guadagnarci la gloriosa corona del martirio!”. Il tiranno cova la vendetta nel suo cuore per farla scoppiare al tempo opportuno. E così fece il re di Arima: per quel momento tacque, ma il giorno seguente lo mandò a chiamare col pretesto di un affare urgente. Tommaso Onda che conosceva bene l’animo feroce di lui, comprese tutto. Era ormai da tempo preparato a morire per la Fede: volle quindi dare un ultimo addio ai suoi cari; e corse dapprima dalla sua santa mamma, donna eroicamente cristiana; e, prostratosi ai suoi piedi, con l’animo commosso, ma col volto sereno, chiese la sua benedizione, abbracciò teneramente la moglie, e baciò per l’ultima volta i suoi due figlioli, cari tesori della sua vita; e poi, voltosi al suo fratello Mattia, con parole quasi ispirate, gli predisse che anche lui fra breve lo avrebbe seguito al martirio.

E dopo aver incoraggiati tutti con accenti sublimi ad esser forti davanti ai nemici della santa Fede di Cristo, con quella serenità di animo, che accompagna i giusti in ogni pericolo, si presentò dal re. Costui lo accolse con un maligno sorriso e con affettata tranquillità; si pose dapprima a trattare di affari amministrativi; poi volle trattenerlo a pranzo con lui. Ma giunti davanti alla tavola, da cui si spandeva il profumo delle appetitose vivande, si fece portare una spada, e, trattala dal fodero la consegnò al suo ospite dicendo: “Che ne pensi di questa spada?…”. Ed egli senza scomporsi prese la spada dalle mani del sovrano e, come se ricevesse un trofeo di gloria, la baciò e poi gliela consegnò, dicendo: “ Ecco una eccellente arma per troncare il capo ad un vostro odiato commensale, il quale per altro sapeva bene quel che gli era stato preparato!…”.Ed in così dire cadde in ginocchio con gli occhi rivolti al cielo, splendenti di divina luce. Il sovrano allora truce in volto, con mano convulsa gli strappò la spada; e con un colpo violento gli troncò dal busto il capo, che, rotolando per terra, segnò col sangue del più crudele tradimento quella sala, preparata di solito per festeggiare la più intima amicizia. Sitibondo ancora di altro sangue, dopo qualche giorno fece trucidare il fratello Mattia, verificandosi cosi la profezia di Tommaso; e dopo di lui ordinò che fossero portati al martirio la vecchia e santa loro madre con i due nipotini, figli dell’eroico Tommaso. La debole donna seppe gareggiare per fortezza e generosità di animo con le eroine cristiane, Felicita e Perpetua: ed appressandosi il giorno del martirio non si dava pace nell’incoraggiare i due nipotini, uno di dieci e l’altro di dodici anni, a morire gloriosamente per il Cristo Signore, finché non li sentì esclamare con santa gioia: “ Oh! Come siamo lieti!…Noi vogliamo morire martiri per il nostro Signore G. Cristo!”.

E la madre dei due bimbi, quando se li vide strappare barbaramente dal seno insieme alla loro nonna, desolata come la Niobe pagana, non si lamentava, perché orbata dalle sue creature, ma perché essa sola rimaneva priva della corona del martirio. Ed abbracciandoli per l’ultima volta esclamava: “Andate, o tesori della mia anima, andate a conseguire la corona che a me è negata, sopportate con animo forte quei tormenti che strazieranno le vostre tenere carni innocenti. Essi vi congiungeranno col padre vostro nei gaudi eterni del Cielo, ove presto (lo spero) verrà la madre vostra ad unirsi con voi!…”.

Intanto chiusi i bambini insieme alla nonna in una lettiga, furono trasportati al luogo del martirio,mentre una folla immensa di popolo seguiva mesta e piangente. La lettiga si fermò in mezzo ad una piazza. E tratti i due bambini, furono condotti dinanzi al carnefice, pronto con la scimitarra sguainata a troncare il loro capo. Per nulla essi turbati a quella vista, postisi in ginocchio con le mani giunte, invocavano ad alta voce i nomi di Gesù e di Maria, sembravano due piccoli angioli scesi proprio in quel momento dalle supreme regioni del Cielo. Fu troncata dapprima la testa del primogenito, la quale, rotolando a terra, andò a collocarsi proprio vicino alle ginocchia dell’altro fratello. Ed il piccolo fanciullo,senza mostrare alcuna titubanza, fissò gli occhi smorti di quel teschio che spiravano ancora una soavità di Cielo, ed il suo sembiante apparve così sublimato agli sguardi non solo della folla piangente ma dello stesso carnefice, che dovette affrettare l’esecuzione per il timore di rimanere vinto dalla commozione.

Finalmente la nonna, dopo aver assistito con santa gioia alla gloriosa morte dei due nipotini, porse spontaneamente il suo collo al carnefice, contenta di coronare col martirio i suoi settantadue anni di vita, spesi a glorificare il Signore ed a preparare alla Chiesa di G, Cristo una gloriosa falange di eroici martiri. Le stragi continuarono più terribili, ma il sangue dei cristiani germinava nuovi eroi.

Allora il tiranno, imbestialito, ordinò di straziare i cristiani con i più crudeli tormenti, e poi bruciarli vivi a lento fuoco. Ma neanche la veemenza delle fiamme fu capace di spegnere l’ardore della grazia che infiammava quei cuori fedeli a Cristo. Anzi la gloria del martirio entusiasmava sempre più i cuori delle moltitudini. E si videro accorrere nei giorni dell’esecuzione, anche dalle campagne fino a quindici e venti mila persone con corone in mano; unirsi a quelli della città, non inferiori di numero, che, incoronati di fiori, tenendo in mano torce accese (simbolo della loro fede ardente) accompagnavano trionfalmente i martiri al luogo del supplizio, pregando e cantando lodi al Cristo, gloria dei martiri. Anche nell’intensificazione di questi barbari supplizi si ebbero molti episodi di sublime eroismo. Ma non è nostro compito di seguirli tutti; per dare qualche idea della feroce persecuzione narreremo soltanto il martirio di un’intiera famiglia, composta dal padre, fervente cristiano, che si chiamava Adriano Mondo, dalla moglie Giovanna, da una figlia Maddalena di venti anni e da un figlio Giacomo di dieci anni. Furono tutti condotti al martirio insieme ad altri (in tutto otto persone), perché si erano dichiarati cristiani.

Una folla di fedeli li seguiva il giorno dell’esecuzione pregando, come al solito, e cantando inni: i più vicini si congratulavano con loro per la felicità da essi ormai raggiunta; altri invocavano su di loro le benedizioni del Cielo; avidi anch’essi della corona del martirio. Da lontano si sentivano canti e melodie celesti. A dispetto del tiranno era insomma un trionfo, ciò che, nel concetto del barbaro sovrano, doveva risuonare nella folla esecrazione e timore. Giunti i condannati nel luogo del martirio, tranquillamente e spontaneamente corsero in mezzo alla catasta della legna per abbracciare quel palo, al quale furono subito legati. Le fiamme furono accese a tre piedi di distanza dal loro corpo,sicché le loro carni cominciarono ad abbrustolirsi lentamente, prima di essere consumate dal fuoco che si avvicinava sempre più con veemenza, procurando alle povere vittime una morte lenta ed atrocissima. Ma essi soffrivano senza alcun lamento con eroismo e serenità, anzi cantavano spesso inni e lodi al Signore, mostrando una forza di animo superiore davvero alla natura umana.

Basti pertanto accennare alla fine eroica delle due più tenere creature: Giacomo e Maddalena. Già le fiamme divoratrici avevano investite in pieno quelle carni delicate, che ormai ardevano, come torce accese; quando il piccolo Giacomo, libero dai legami che lo avvincevano al palo, s’avviò con passo vacillante in mezzo alle fiamme La moltitudine credette per un momento che egli volesse sfuggire al fuoco, ma presto si vide dirigersi verso la propria mamma e, stendendo le sue braccia accese, stringerla in un supremo ed ultimo amplesso d’amore; e poi, sfinito, cadere, vittima innocente, ai piedi della sua straziata genitrice. E la madre in uno strazio supremo contorse le sue membra consumate dal fuoco, e poi cadde in mezzo alla voragine delle fiamme per consumare il suo olocausto unito al figlio, come il fiore, strappato dalla bufera insieme al suo bocciolo, va a consumarsi nelle crepitanti fiamme di una fornace. Né fu meno eroica la fine della sorella Maddalena. Infatti, mentre il suo corpo, ormai tutto fiammante, si sollevava ritto in mezzo ai carboni incandescenti, si vide d’un tratto raccogliere ad uno ad uno i carboni accesi, baciarli come sacre reliquie e poi collocarli intorno al suo capo in modo di corona; e con quel diadema di rubini fiammanti, consumata dalle fiamme ella si adagiava in quella bolgia ardente per consumare il suo sacrificio supremo, mentre la sua anima, glorificata dal martirio, vagheggiava la splendida corona, preparata dagli angioli nel trionfo del cielo. Così finirono eroicamente tutte le otto vittime, consumate dal fuoco. Ed il Signore ha voluto glorificare la loro costanza; poiché, sottratti furtivamente, i loro corpi bruciati furono trovati intatti, e così si conservarono, spiranti un profumo soave, come segno della benevola protezione del cielo.

Sette anni in Cina – Mentre nel Giappone si rovesciava con tanta veemenza l’uragano della persecuzione, disperdendo anche l’opera paziente ed appassionata del B. Camillo, egli col cuore straziato seguiva i tristi avvenimenti e rimpiangeva da lungi la sorte crudele dei suoi figlioli sbattuti e torturati dalla sventura. Ma non volle pertanto rimanere inoperoso in quel nuovo campo di aposto-lato, in cui lo aveva posto la divina Provvidenza. E si diede con calore a predicare ed a scrivere libri.Nel breve tempo che era rimasto nel Giappone, aveva compreso che per far trionfare la dottrina cristiana non bastava soltanto predicare al popolo, perché quest’opera fosse stabile e duratura, bisognava principalmente conquistare le menti delle persone dotte, ottenebrate dagli errori tradizio-nali dell’idolatria, ed attirare i loro cuori alla pratica delle sante virtù cristiane. Sono in vero le per-sone elevate per ingegno e per dottrina che in ogni tempo preparano e dirigono la vita del popolo.

Le dottrine di quelli che stanno in alto per sapere e per autorità, scendono a poco a poco in mezzo al popolo, e come la pioggia cade dall’alto e viene imbevuta dal terreno, così le dottrine che stanno in alto si diffondono lentamente, e poi penetrano nel cuore delle moltitudini, e presto o tardi producono i loro frutti benefici o di “tosco”. Inoltre quando le credenze non sono radicate nell’animo da una piena convinzione, la fede spesso diventa un mero sentimentalismo, che presto sfuma al primo soffio di vento contrario. La fede bisogna viverla, e per viverla bisogna conoscerla in tutta la sua bellezza. Allora soltanto essa diventa in noi idea-forza, e quindi invincibile anche dinanzi alla furia del martirio. Ora questo avevano compreso anche gli altri missionari, prima del B. Camillo, e molti di loro si erano dati allo studio accurato delle dottrine di quei popoli. Basta ricordare il dotto P. Matteo Ricci, il quale non solo si rese edotto delle scienze coltivate nel territorio cinese, ma divenne un grande divulgatore di esse, per poter con questo mezzo volgarizzare in quel ceto elevato anche i principi della Religione Cristiana.

Il B. Camillo sin dal primo contatto aveva compreso l’animo dei Cinesi “ riflessivi ed ottimi giudici”, perciò stimò opportuno, dopo aver appreso con molta perfezione la loro lingua, di trovare un mezzo adatto per far penetrare la dottrina cristiana nelle menti dei dotti. Pertanto sin da quando si trovava nel Giappone, si era dato a studiare a fondo i loro libri, e non solo quelli che trattavano delle dottrine teologiche delle varie sette cinesi, ma anche quelli delle scienze fisiche e morali. Consultò poi antichi chiosatori e valenti maestri, che non mancavano fra i bonzi, alcuni dei quali convertiti alla Religione Cristiana. Ma con uno scopo diverso dagli altri, e certamente più pratico: raccogliere tutti gli errori in materia di religione diffusi nella Cina, nel Giappone e nel Siam, mettendo ciascuno a contatto con la luce della dottrina cristiana per scoprire la loro fallacia, come comunemente avviene delle perle false messe a contatto con la luce del sole. La suo opera era certamente molto utile ed efficace per il trionfo della Fede Cristiana; richiedeva però una dura fatica, perché era contrastata da molte difficoltà. Ma trovandosi ora per divina disposizione nella Cina, ebbe più agio ed opportunità di portare a compimento il suo disegno vagheggiato. Infatti i Giapponesi in quel tempo ricevevano la loro cultura dalla Cina, a cui guardavano con ammirazione, avendo essi più spiccata tendenza per le imprese guerresche. Si narra che i Giapponesi opponevano questa argomentazione a S. Francesco Saverio, durante la sua predicazione: se la dottrina cattolica era sublime per la sua dottrina e santa per la sua morale, perché non l’aveva prima predicata nella Cina dove si trovavano menti più adatte per giudicare il vero? “Noi, dicevano, ci sentiamo superiori a loro solo per le armi”. C’erano infatti allora nella Cina varie accademie di studiosi. Ci era, ad esempio, la setta dei letterati, che il P. Matteo Ricci chiamava addirittura: l’Accademia dei letterati composta dalle menti più elevate che si davano del tutto alla scienza, alla politica ed al bene dello stato. Formavano pertanto la parte più eletta della cittadinanza; e se non erano atei (come qualcuno ha voluto dimostrare) erano certamente indifferenti in fatto di religione. Contro di essa vi era fra le altre quella chiamata “la setta degli idolatri”.

Anch’essa era formata da persone tenute in grande stima presso il popolo, che adoravano varie divinità, rappresentate con forme strane e spesso laide e mostruose. Il B. Camillo ebbe quindi agio di poter studiare da vicino le credenze ed i libri di queste varie sette per catalogare con più precisione i loro vari errori e combatterli cosi efficacemente. Lavorò per cinque anni con indefessa attività; e raccolti gli errori, li ordinò confutandoli con somma dottrina ed efficacia in quindici libri. I primi cinque servivano come d’introduzione per preparare e disporre gli animi a ben intendere gli errori, i quali poi venivano combattuti specificatamente negli altri dieci libri. Inoltre, acceso di santo sdegno per le calunnie divulgate contro la chiesa cattolica da un cattivo giapponese idolatra, scrisse altri dieci libri per sfatare tutta la malvagità del calunniatore. Compiuta la sua opera, egli, pieno di santa umiltà, volle che i suoi libri fossero esaminati da persone competenti ed esperte delle dottrine dell’Oriente e li affidò ad alcuni suoi confratelli dottissimi in tali dottrine.

E dopo che la sua opera non fu soltanto approvata, ma elogiata, la inviò per l’approvazione definitiva al loro superiore P. Nicolò Lombardi. Ma, mentre tutto era ormai pronto per la pubblicazione dell’opera, che tanta gloriosa fama avrebbe apportato all’umile apostolo del Signore, la Provvidenza lo chiamava ad un apostolato ancora più alto e sublime: fu finalmente appagato il suo ardente voto di ritornare nel Giappone per dare eroicamente la sua vita per la Fede di Gesù Cristo. La sua opera rimase pertanto inedita e non fu mai più pubblicata, specialmente per la repentina morte del suo discepolo P. Francesco Eugenio, perito in mare nel 1621, al quale l’opera era stata affidata.

Ritorno in Giappone – Fu detto che un cuore, squarciato da un forte amore, lascia dietro il suo cammino brandelli di sé. Il B. Camillo invece non aveva lasciato nel Giappone soltanto dei brandelli del suo cuore, ma, come egli stesso afferma, aveva lasciato colà tutto il suo cuore. Durante quindi tutti i sette lunghi anni che vi rimase lontano, egli con ansia pensava continuamente ai suoi figli lontani, generati alla grazia della sua anima apostolica, e rimasti desolati in mezzo alla bufera della persecuzione soli senza il conforto del loro angelo consolatore.

Pensava che forse molti, venendo meno alla tremenda prova, sarebbero diventati apostati spergiuri. Ed egli, combattente invitto, dal cuore fiammeggiante di carità, sentiva di non poter rimanere lontano; bramava ardentemente di lasciar la Cina, ove in quel momento regnava pace e tranquillità, per accorrere là, dove infierivano le crudeli stragi di cristiani, per finire i suoi giorni in mezzo ai suoi figli, come un glorioso capitano che cade nella furia del combattimento in mezzo agli eroici suoi soldati. Ma sottomesso sempre ai comandi dei suoi superiori, pregava ed attendeva con fiducia il tempo opportuno, quando la Provvidenza divina avrebbe esaudito i voti ardenti del suo cuore. Finalmente, nell’anno 1621, quando la bufera della persecuzione aveva spazzato quasi tutti i missionari dal Giappone e fu deciso di mandare degli altri dalla Cina, il Beato Camillo ottenne il permesso di partire, purché si studiasse con qualche sotterfugio di fare il viaggio da persona ignota.

Impresa non molto facile, poiché da pochi anni l’odio contro i cristiani era aumentato a dismisura. Nel 1616 era salito al trono imperiale il figlio di Cubusama, di intelligenza abbastanza limitata, ma di carattere assai feroce; e siccome era stato educato in un monastero di bronzi (gelosi avversari del Cristianesimo), aveva portato sul trono un ostinato attaccamento a tutte le stravaganze della sua superstizione e del fanatismo, e un odio bestiale contro i cristiani. Ordinò pertanto l’arresto di tutti i preti e i religiosi, indistintamente, che si trovavano nel Giappone; minacciando supplizi severissimi anche contro coloro che avessero avuto l’ardire di ospitarli od in qualche modo aiutarli.

E per scoprire più facilmente i colpevoli istituì un esoso spionaggio, ben retribuito, per cui missionari e molti fedeli furono scoperti e bruciati vivi o decapitati. Soprattutto intensificò la vigilanza per impedire assolutamente l’ingresso dei missionari nel Giappone. Appunto di recente si era appreso la notizia che un armatore (pare di nazionalità olandese) insieme ad alcuni suoi compagni, essendosi impadronito sulla costa di Firando, del convoglio di un cristiano giapponese, che conduceva due religiosi spagnoli, ed avendo egli per invidia denunciato l’accaduto al comando del luogo; i due religiosi furono barbaramente bruciati vivi insieme al capitano della nave; ed il rimanente dell’equipaggio, in tutto dodici persone, furono decapitati.

Era quindi una temerità non solo per i missionari ma anche per il capitano della nave, per gli stessi marinai e per i viaggiatori, tentare un viaggio per il Giappone con a bordo un missionario, in qualsiasi modo fosse travestito. E tanto era più pericoloso per il B. Camillo, ormai così noto dappertutto per le sue opere apostoliche. Ma che cosa non sa fare il cuore umano, specialmente quando è acceso della carità di Gesù Cristo. L’amore fu chiamato il grande architetto della natura.Ed infatti quando si ama sinceramente e fortemente tutto si sa escogitare in soccorso ed a vantaggio della persona amata. La mite e dolce Erminia della “ Gerusalemme liberata “ indossò le pesanti e terribili armi di Clorinda per soccorrere e medicare le ferite del suo Tancredi. Se questo sa fare l’amore umano, che cosa non può fare l’amore, quando è confortato dalla grazia divina?

Travestito da soldato – Le ombre della notte erano già scese dal cielo, ed avvolgevano tutte le cose nel silenzio e nell’oblio: per le vie della città di Mucao regnava una solenne quiete.

Ormai tutti i cittadini ritornati dalle loro occupazioni giornaliere, riuniti intorno ad una pallida lucerna,potevano godere la pace del dolce nido domestico.

Ma nel porto, illuminato dalla scialba luce dei fanali, si notava più intenso il movimento dei marinai, si udiva il forte rullio delle carrucole e lo stridore delle sartie; una nave giapponese era in partenza. Venuta qualche giorno prima dalla Cocincina, si preparava ora a ritornare al Giappone.

Tutto ormai era pronto; il capitano ritto sulla tolda della nave, era sul punto di dare il segnale di partenza, quand’ecco si vide un soldato correre verso la nave, seguito da un compagno; e tutto agitato chiese di voler parlare urgentemente con il comandante.

Giunto davanti a lui si prostrò umilmente ai suoi piedi, supplicandolo di aver pietà di lui, povero soldato, che per la brama di rivedere i suoi cari lontani, eludendo la vigilanza del corpo di guardia, era fuggito nella speranza di essere accolto su quella nave; lo scongiurava pertanto a volergli salvare la vita, accogliendolo insieme al suo compagno in qualche angolo della nave. Il volto di quello sconosciuto spirava veramente fiducia; e le sue calde preghiere commossero l’animo del capitano, tanto che egli senz’altro lo fece entrare nella nave insieme al suo compagno. Il segnale di partenza fu dato ed il B. Camillo, travestito da soldato insieme al suo compagno, potrà finalmente veder appagato il sogno. Se la Provvidenza divina vorrà salvarlo del suo divino ardimento, presto potrà rivedere e consolare i figli del suo cuore!.

Come egli stesse durante il viaggio, infagottato dentro quella divisa, con la spada al fianco e col volto mistificato di autorità marziale per paura di essere riconosciuto, procurando la rovina di tutto l’equipaggio, è più facile immaginarlo che descriverlo. Certo gli era impossibile mantenere sempre quella rigidità del volto, solita del soldato; e spesso i suoi atti, il suo comportamento e i moti del suo volto ispiravano tanta bontà e tanta dolcezza che tradivano la sua qualità di soldati. Ed in quei momenti, mentre la divisa e la spada manifestavano il militare, il suo volto lasciava facilmente intravedere l’animo angelico del missionario. Fra i viaggiatori pertanto nacquero dei sospetti; anzi alcuni, osservando più attentamente la sua statura, la sua testa calva, la sua barba brizzolata, e specialmente il suo aspetto venerando, che affascinava gli animi, si convinsero che sotto quella divisa del militare certamente vi era travestito il B. Camillo. Né è da meravigliarsi, perché egli era noto in tutto il Giappone, che era stato impossibile dimenticarlo nei sette anni di assenza. Anzi fra i viaggiatori vi erano due suoi cari amici, cittadini di Iacai e suoi entusiasti ammiratori, i quali, vinti dalla commozione per quella sorpresa, non seppero tener nascosta la loro gioia; e quando potettero avere la opportunità di trovarlo a solo vollero di nascosto manifestargli la loro consolazione ed offrirgli i loro omaggi devoti. Ed egli col cuore palpitante di carità, anche sotto la veste del soldato, commosso volle abbracciare i suoi cari amici, e ringraziava la Provvidenza che in quella triste circostanza recava tanta gioia all’animo abbattuto.

Ma anche all’occhio esperto del capitano, che alla partenza non aveva posta una sufficiente attenzione, non poteva sfuggire il comportamento di quei due soldati. E convinto che essi erano due missionari travestiti, ebbe tanta paura che, per mettersi al sicuro, stabilì in cuor suo di trattenerli durante il viaggio sotto la sua speciale vigilanza per consegnarli in mano al comando della città appena giunto a Nagasaki. La nave intanto viaggiò tranquillamente tutta la notte senza alcun incidente. Era ancora buio, quando il cigolare delle antenne, il rullare della nave, il vociare e i passi affrettati dei marinai e poi il gaio e lungo sibilo delle sirene, tutto faceva comprendere che ormai si era giunti al porto di Nagasaki. I viaggiatori si riversarono frettolosi sul ponte con i loro bagagli pronti ad andare via, scambiandosi saluti, auguri e scappellate da buoni amici (poiché durante il viaggio si legano facilmente relazioni di amicizia). La nave d’un tratto si svuotò, rimase silenziosa. Ma il B. Camillo ed il suo compagno furono trattenuti e rinchiusi in una cabina sotto la custodia degli ufficiali, aspettando il giorno per consegnarli nelle mani del governatore della città. Ormai per il santo missionario tutte le speranze sembravano svanite e proprio, quando il suo sogno era stato raggiunto, proprio al cospetto di quella terra sospirata, che aveva formato ogni aspirazione della sua apostolica vita.

Ma non era ancora scoccata l’ora di Dio: il santo martire doveva ancora molto lavorare per la gloria di lui. E fu davvero provvidenziale l’incontro del B. Camillo con due cittadini, suoi amici, di Sacai durante il viaggio. Accortisi essi della crudele sorte toccata al loro santo amico, pensando con grande dolore e costernazione che fra pochi momenti i due missionari sarebbero stati gettati nelle zampe di leoni arrabbiati, corsero subito ad avvertire i padri del loro ordine, che dimoravano nascostamente in quella città, affinché col loro intervento cercassero di salvare i due loro confratelli.

Un grande terrore invase l’animo loro a quella tremenda notizia, conoscevano abbastanza la crudeltà del presidente della città, fiero persecutore dei missionari; ma una lieve speranza confortò il loro animo: sapevano che il comandante della nave era cristiano, e con animo fidente vollero andare da lui.

Per tutto il resto della notte fino al mattino rimasero a pregarlo e scongiurarlo in nome di quel Gesù, che egli adorava, a non voler gettare quei due loro fratelli nelle zampe di quelle belve feroci; rassicurandolo che nascostamente senza destare alcun sospetto, avrebbero fatto scomparire i loro confratelli dalla città. Finalmente l’animo del capitano fu commosso: Iddio aveva toccato il suo cuore e così i due prigionieri, messi in libertà furono affidati alla prudenza dei padri, i quali benedicendo Iddio, celatamente ritornarono alla loro dimora, conducendo con sé salvi quei due confratelli. Ormai alla tempesta era succeduta la calma, ma la loro preoccupazione era ancora assillante, potevano essere sicuri di poterli tenere nascosti fino alla partenza da quel luogo? Nulla sarebbe trapelato per mettere in moto i nemici di Dio, così vigilanti per la rovina dei cristiani?

A Nagasaki – In tanto il sole era spuntato nel bel cielo d’oriente e coi suoi raggi rallegrava le acque del porto, e indorava i tetti degli edifici della città. Non era quindi prudente far viaggiare in pieno giorno i due padri salvati a stento; era molto noto l’accanimento diabolico con cui dai nemici di Cristo si ricercavano i missionari, per l’opera nefasta delle volpine spie sguinzagliate dappertutto sulle loro tracce. Perciò tutti i confratelli di quella città credettero opportuno e prudente di tenerli nascosti, durante tutto quel giorno, per farli allontanare poi durante la sera, col favore delle tenebre.

Né si sbagliarono; infatti un triste figuro si vide girare durante il giorno per le vie della città, spiando dappertutto alla ricerca dei due missionari, sbarcati al mattino; era evidente pertanto che la notizia del loro arrivo, non si sa come, era giunta all’orecchio delle autorità.

Ma passata quella giornata in preghiera e forte trepidazione, le tenebre desiderate della notte scesero finalmente sulla città, avvolgendo nel loro nero grembo tutte le cose, ed anche la malvagità umana di questo povero mondo. Le argentee stelle coi loro raggi luccicanti infusero ancora maggior coraggio nell’animo dei padri perseguitati, ad affidarsi alla Provvidenza divina, cosicché, abbandonando quella città così pericolosa per la loro vita, potessero cercare un luogo di scampo lungi da essa. Davano pertanto un commosso addio ai loro confratelli salvatori; e si avviarono cautamente verso il porto, mentre la città era ancora avvolta dalle tenebre ed immersa nel sonno; ivi li attendeva una leggera barchetta per traghettarli. I due missionari vi salirono, e risegando di nuovo le acque, si rifugiano nella costa opposta, a Nagasaki, nei regni di Arimandono. Ma neanche colà potettero trovare una dimora sicura, ed i confratelli di quel luogo, temendo che il loro arrivo potesse destare alcun sospetto, stimarono prudente mandarli dal loro provinciale, il quale in quel tempo trovavasi non molto lontano di là. Stettero nascosti tre giorni presso di lui per prendere i necessari accordi e per ricevere le opportune istruzioni. E finalmente, fatto indossare al B. Camillo l’abito giapponese, fu rimandato dapprima a Fudoiama in Figen, e dopo poco tempo gli fu affidata la cristianità di Caratzu, del medesimo regno, come nuovo campo del suo apostolato. Egli si diede ad evangelizzare quei luoghi con rinnovato ardore di carità di cui traboccava il suo cuore.

E come il sole che per un abbassamento di temperatura è nascosto da vapori molti densi, ma poi d’un tratto, rinnovando il suo calore, dissipa le dense tenebre e risplende con rinnovata luce, così l’anima del B. Camillo, riaccesa dalla luce divina, illuminava quelle popolazioni dello splendore della verità cristiana e suscitava un tale fervore da affascinarle, sicché la fama del suo apostolato si diffuse per tutte le regioni circonvicine, e da ogni parte si chiedeva il B. Camillo, come loro evangelizzatore. E specialmente i cristiani di Firando insistettero e pregarono tanto presso i superiori di lui, che finalmente il B. Camillo fu trasferito in quella missione, molto rinomata.

Infatti quella terra era stata santificata per la prima volta dall’apostolato di S. Francesco Saverio, ottenendo un vero trionfo di fede.

Innumerevoli furono i convertiti. La stessa famiglia reale aveva abbracciata la religione cristiana. E tutti rimasero così fervorosi nella Fede, ricevuta dal grande apostolo, che anche dopo la sua partenza, abbandonati a loro stessi senza i missionari, non solo fu triplicato il numero dei convertiti, ma vissero con una vita così edificante, “usando anche delle macerazioni da richiamare il fervore di una comunità religiosa, o per dir meglio tutta la perfezione della chiesa primitiva” come riferisce uno storico. Uno di questi neofiti interrogato come avrebbe risposto al re, se questi gli avesse comandato di rinunziare alla Fede Cristiana, diceva: “Gli risponderei arditamente: signore,, tu vuoi senza dubbio che io sia fedele, pronto ad esporre in tuo servizio la mia fortuna e la mia vita; che riguardo ai miei eguali io sia moderato; mansueto e benefico verso i miei inferiori; soggetto ai miei padroni; giusto verso tutti. Ordinami dunque di rimanere cristiano; perché il solo Cristianesimo è tutto questo”. Oh, se tutti i governatori ed i padroni intendessero il ragionamento di questo neofita!…quanta più pace ed armonia vi sarebbe nella misera società!…In questa regione così gloriosa per le sue nobili tradizioni cristiane si credette bene di rinviare il degno figlio di S. Francesco; ed egli non venne meno alle comuni aspettative.

I suoi biografi, dicono, che è impossibile riferire tutto quello che egli fece durante il tempo che dimorò in quelle regioni. Come il suo diletto Padre, egli non dava al suo corpo che il minimo di riposo: passava tutto il giorno e porzione anche della notte, intento alle fatiche apostoliche, si recava in tutti i luoghi anche i più lontani e spesso fra disagi e pericoli, per portare dappertutto alle anime assetate la luce ristoratrice della grazia divina. E quelle popolazioni lo veneravano come il messo di Dio, come l’apostolo del Signore. Tanto più che Iddio stesso talvolta faceva vedere con segni straordinari, come Egli prediligeva e proteggeva il suo servo fedele. E basti solo ricordare il seguente avvenimento. Durante uno dei suoi viaggi rimase a dimorare in un bosco presso una casa di pii e buoni contadini. Ma non si sa come, appiccò il fuoco al folto bosco, e si estese tanto, che le fiamme terribili si sollevassero minacciose verso il cielo, avvolgendo e divorando celermente tutto ciò che trovavano davanti.

In un momento si vide ardere anche la casa di un cristiano, attigua a quella, dove trovavasi il B. Camillo: Fu allora un orrore per tutti, perché le fiamme erano divenute così sinistramente minacciose, sormontate da montagne di fumo che non si potette neppure salvare il bestiame; sicché i cavalli ed i buoi bruciarono come in una bolgia infernale, mandando pietosi gemiti e muggiti assordanti in mezzo al crepitio delle fiamme. E dalle loro carni bruciate si spandeva un puzzo insopportabile per tutte quelle contrade. Il B. Camillo stava, come dicemmo, nella abitazione attigua, e durante tutto quello spettacolo di orrore, egli non si mosse, né per nulla si spostò, ma rimase assorto nell’estasi della sua preghiera, o perché i suoi sensi erano completamente astratti a tutto quello che accadeva intorno; oppure perché, abbandonatosi nelle braccia della Provvidenza, era sicuro dell’aiuto divino. Ad ogni modo è certo che le fiamme divoratrici attaccarono e consumarono tutto ciò che vi era d’intorno, ma lasciarono solo intatta, come per riverenza, quella parte dell’abitato, quantunque costruita in legno, dove trovatasi il B. Camillo.

Questo fatto miracoloso, divulgato fra i fedeli, fu ritenuto come un segno della protezione di Dio verso il suo santo ministro; e la fiducia, la venerazione e l’entusiasmo per il santo apostolo crebbero sempre più in quelle popolazioni tanto che lo cercavano e lo seguivano con eccezionale fervore.

Quel tratto di mare, che bagna le coste del Giappone, e che si estende ampiamente come un lucido cristallo, è cosparso di numerosissime isole, isolotti e piccoli scogli, i quali da lontano si vedono spuntare qua e là in mezzo alla vasta distesa delle acque, come uccelli marini di varia grandezza, adagiati tranquillamente sul tappeto azzurro della superficie del mare. Lungo le rive di queste isole, prospere di vegetazione tropicale, vive la maggior parte del popolo giapponese, svolgendo quasi tutta la sua attività nella pesca. Onde migliaia di navi e di barchette si vedono tutto il giorno solcare il mare circostante per pescare quel pesce, che costituisce l’elemento principale della nutrizione e della industria di quelli abitanti.

Il B. Camillo, pertanto, non si riposava né giorno né notte; correva dall’una all’altra di queste isole, volendo visitare tutte e consolare della sua opera apostolica. Ma non potendo trovarsi contemporaneamente in diversi punti, come avrebbe desiderato, per agevolare le sue fatiche apostoliche, fu messa a sua disposizione una barchetta con dei marinai che, sempre pronti in tutti i momenti, lo traghettavano dall’una all’altra riva, dall’una all’altra isola. E gli abitanti di esse, alla notizia del suo arrivo, si riversavano sulle spiagge e nelle piazze, benedicendo iddio che aveva mandato presso di loro il loro angelo consolatore. E non si stancavano mai di ascoltarlo e pendevano del suo labbro intieramente affascinati, mentre egli parlava col volto infiammato dal fuoco divino e con gli occhi brillanti di luce soprannaturale come due stelle scintillanti in mezzo all’azzurro sereno del cielo.

Nelle mani dei nemici – Siamo all’anno 1622, l’anno della più intensa persecuzione nel Giappone, ed il più glorioso per la chiesa di G. Cristo, tanto da essere chiamato: l’anno del martirio. Infatti, sebbene nel seguente anno 1624 vi fosse un numero maggiore di martiri ( si calcolano circa 118 ), pure nel 1622 finirono eroicamente in mezzo ai più inauditi tormenti i più grandi missionari di quel tempo: come il celebre P. Carlo Spinola, il P. Pietro Paolo Navarro, ed il nostro B. Camillo Costanzo e molti altri. La Causa immediata della intensificata persecuzione fu la seguente. Due anni prima (nel 1620) tornava in Giappone dalle isole Filippine una nave carica di mercanzie, comandata dal Capitano Firaima Gioacchino, uomo di nobili e pregiate virtù. Egli, quantunque convertito da poco alla religione cristiana, pure si era reso così edotto nelle verità della Fede, da divenire zelantissimo nella pratica delle virtù cristiane. Avendo preso moglie a Manila, se ne tornava ora lieto e felice in mezzo al suo personale di servizio e ad una buona comitiva di viaggiatori. Tutto si presentava tranquillo e promettente alla partenza; e la nave solcava placidamente le onde cristalline sotto la volta di un cielo limpido sereno. I passeggeri con animo ansioso sognavano di rivedere al più presto felicemente il lido della loro patria per riabbracciare i loro cari. Ma certamente più di tutti sognava sogni di gioia il capitano, il quale conduceva con sé la metà della sua vita, divenuta da poco la donna del suo cuore e delle sue speranze.

Ma ecco invece che il mare si turba d’un tratto, diventa agitato; le onde s’innalzano verso il cielo, ed irrompono violentemente contro i fianchi della nave. Una grande tempesta si scatena; ed una pre-occupazione invade disperatamente gli animi di tutti. Ma maggiormente è preoccupato il capitano, il quale, temendo che la nave fosse travolta da un momento all’altro, volge la prora verso terra per riparare nel vicino porto di Macao. Cessata la tempesta, fu ripreso il viaggio; si era ormai giunti presso l’isola di Formosa, quando alcuni pirati protestanti, acerrimi nemici dei cristiani, assalirono la nave, saccheggiarono ogni cosa; e presero prigioniero lo stesso capitano con tutto il suo seguito.

Quindi, facendo la rassegna dei prigionieri, trovarono in mezzo agli altri due passeggeri, che, quantunque indossassero l’abito di mercanti, dal loro volto e dai loro atteggiamenti lasciavano intendere che non appartenevano a tale categoria. E tanto più i sospetti dei pirati si confermarono, quando fra le robe dei due sconosciuti furono trovati due abiti di religiosi, tutto l’occorrente per celebrare i divini uffici ed il permesso del loro superiore religioso. I due passeggeri però negarono di essere religiosi; certamente non per paura della morte, a cui erano ormai da tempo preparati, ma per non compromettere il comandante della nave ed anche i suoi compagni del tutto innocenti, i quali certamente sarebbero stati martirizzati insieme a loro. Quando la nave giunse al porto, tutti i prigionieri furono chiusi in carcere a Firando, a eccezione dei due sconosciuti, che furono trattenuti separatamente, e torturati per due anni; si sperava di poterli costringere con crudeli tormenti a manifestare finalmente le loro condizioni. Ma tutto riuscì invano: i due prigionieri eroicamente mantennero il loro segreto. Intanto nelle prigioni di Sozuta si trovavano incarcerati una cinquantina di confessori della Fede, appartenenti a diversi ordini religiosi. Si pensò pertanto di condurre a Firando uno per ogni ordine, sperando di poter scoprire almeno per mezzo loro le condizioni dei due sconosciuti. E per meglio riuscire nel loro intento fu introdotto in mezzo a loro un prete apostata e rinnegato a nome Orachi Tommaso, che doveva servire da vile spia. Fra i carcerati, venuti da Sozuta vi era anche il grande missionario P. Carlo Spinola, bruciato vivo poco tempo dopo del B. Camillo, di cui era molto amico. Ed egli, edotto di ogni cosa, rimproverò dapprima acerbamente l’apostata traditore, sperando colle sue accese parole di scuotere quel cuore indurito nella colpa, come quello di Giuda; ma non potendovi riuscire in nessuna maniera, consigliò i due missionari sconosciuti di svelare le loro qualità per evitare che potessero sorgere più gravi incidenti, e forse con grave scandalo dei fedeli convertiti.

Convinti dei saggi ammonimenti del grande missionario, uno di loro, di nome Pietro Zugnica, volle presentarsi per primo davanti ai giudici; e si dichiarò missionario dell’ordine degli Agostiniani. I giudici furono allora molto soddisfatti di questa prima scoperta; ma ancora più soddisfatti ne rimasero i pirati olandesi, perché così potevano più facilmente giustificare la loro ingiusta pirateria. Fu pertanto dato ordine che immediatamente fosse tradotto nella prigione di Ichinosima il P. Zugnica, per separarlo dall’altro prigioniero che rimaneva tuttavia sconosciuto nelle carceri di Firando. Forse le cose si sarebbero svolte con maggiore calma e la terribile persecuzione non sarebbe sorta (almeno per allora), se tre mesi dopo un più grave incidente non fosse avvenuto riguardo all’altro prigioniero, rimasto (come s’è detto) nelle prigioni di Firando, che era il P. Luigi Flores domenicano.

Da poco tempo era venuto nel Giappone per disbrigare alcuni affari il P. Diego Collado dell’ordine dei Domenicani e sentendo narrare gli strazi e le torture che soffriva il suo confratello P. Flores nelle orride carceri di Firando; temendo che le sofferenze ed i tormenti avrebbero presto fiaccata quella nobile vita, mosso da ardente spirito di carità verso il suo ottimo confratello, si propose di liberarlo ad ogni costo dalle mani dei suoi carnefici. Si mise pertanto d’accordo con un cristiano di Nagasaki, certo Luigi Giachigi, uomo di sicura fede e di forte ardimento; ed avendo costui preparata una piccola nave, e preso con sé quattro uomini valorosi e robusti, s’avviò verso l’isola di Firando.

In quel momento il P. Flores passeggiava solitario e pensieroso presso la riva del mare, poiché, per ordine del re, gli Olandesi gli concedevano un’ora al giorno fuori della prigione. Ed essendo tenuto al corrente per mezzo dell’interprete giapponese di ciò che si tentava per sua liberazione, spinse via lo sguardo di tratto in tratto nella vasta pianura dell’acqua, scrutando lontano con trepida attesa. Il sole era ormai giunto in mezzo al cielo, e si specchiava sulle limpide acque irradiandole vivamente coi suoi raggi ed ecco che con trepida gioia egli vede spuntare di lontano nello specchio delle acque, una piccola macchia nera, che avvicinandosi, prende a poco a poco la forma di una navicella, e poi d’un tratto velocemente s’accosta alla spiaggia di Firando. Luigi accostò allora con accorgimento la nave alla terra ferma; e, poiché in quel momento gli Olandesi, custodi del missionario, poco ci badavano, comandò ai quattro uomini nerboruti di acciuffare il P. Flores e di portarlo di peso nella barchetta. Quindi a forza di remi cercò di allontanarsi velocemente dal lido. La barchetta ormai correva sicura sulle placide onde verso il porto di Nagasaki, ed il cuore di tutti gioiva nella ansiosa speranza di poter finalmente mettere in salvo la povera vittima.

Ma, quando erano giunti in alto mare, videro con paurosa trepidazione correre verso di loro una nave snella e velocissima, che il signore di Firando, appena accortosi della fuga del prigioniero, aveva lanciato dietro di loro ben fornita di rematori e di armati con l’ordine di raggiungerli ad ogni costo e di catturarli senza pietà.

Il Collado che ne era stato l’organizzatore principale, stando sopra una piccola barca, spiava da lontano, e seguiva ogni cosa con ansiosa preoccupazione per la riuscita di quella pericolosa spedizione. Quando con amara sorpresa vide quella nave snella correre velocemente dietro i fuggiaschi, ed in breve raggiungerli, ebbe un colpo al cuore; e stimando che, caduti essi in mano di quei feroci nemici, egli nulla poteva più per loro stando in quel luogo, scappò via verso il lido con lo strazio nell’animo per la sorte del suo caro confratello e dei suoi infelici compagni e corse a nascondersi in un bosco vicino nella speranza che, salvando la sua vita, potesse portare qualche vantaggio alle povere vittime. Intanto i sodati del re, che stavano nella nave veloce, s’impadronirono della barchetta; ed afferrato dapprima il P. Flores, la vittima più desiderata, si diedero poi a percuotere con crudele ferocia i suoi infelici compagni, tanto che il santo missionario, vinto dalla commozione per il sangue che abbondantemente grondava da tutto il loro corpo e specialmente dal loro capo, dichiarò solennemente che egli era realmente un missionario, appartenente all’ordine domenicano, che aveva nome Luigi Flores, e che egli solo era il responsabile di tutto l’accaduto.

La grande ed inattesa scoperta fece finalmente calmare l’ira di quelle bestie feroci; un odio bestiale essi nutrivano contro la Religione Cristiana, aver quindi fra i loro artigli un missionario fu per quei manigoldi non solo una gioia, ma addirittura una festa.

Infatti, unitisi con altri numerosi Olandesi, che subito erano accorsi, appena udita la notizia, condussero il missionario sopra una nave allestita appositamente insieme ai suoi cinque compagni, ed in mezzo a banali schiamazzi ed a stupidi canti di esultanza, li fecero ritornare di nuovo a Firando. Il re di Firando, stimandosi il più offeso di tutti per quella tentata evasione, ordinò che i cinque malcapitati fossero per il momento custoditi da un buon numero di soldati, ed il P. Flores fosse invece chiuso separatamente nelle carceri di Ichinoscima.

Intanto si credette in dovere di informare minutamente di tutto l’intero accaduto all’imperatore di Ienco, il quale certamente diede nelle furie, e decretò che subito i due religiosi, scoperti, cioè P. Zugnica e P. Flores, fossero bruciati vivi, insieme al capitano Giacchino Firaima, il quale aveva avuto l’ardire di farli entrare nel Giappone; che fossero trucidati tutti coloro che si trovavano nella nave, come complici del reato, insieme alle loro mogli ed ai loro figli; e sterminati parimenti tutti i religiosi ed i laici, che erano rinchiusi nelle carceri di Sozuta, servendosi della spada, dei supplizi e del fuoco senza alcuna pietà.

L’ordine fu eseguito a puntino (e come non eseguirlo?); e la persecuzione ebbe inizio in tutto il Giappone con una intensità e ferocia inaudita; ed anche nello stato di Firando, ove prima si godeva una quasi piena tranquillità. Ma nondimeno la polveriera era sempre pronta a scoppiare; gli odi dei nemici della nostra santa religione si erano sinistramente addensati; mancava soltanto la scintilla per lo scoppio fatale; la scintilla venne sventuratamente per gli avvenimenti già narrati; e lo scoppio tremendo non si fece aspettare. Furono subito poste delle spie sulle tracce del Collado, riconosciuto ormai come il principale organizzatore del fallito ratto del P. Flores, ma non riuscendo a scovarlo in alcun modo, per vendetta furono presi e condannati a morte l’albergatore e la sua moglie, presso i quali egli si era ricoverato prima dell’attentato. Il B. Camillo, che ancora si trovava a Firando, sentì un tale fremito d’indignazione e di dolore per quelle povere vittime, martiri della barbarie nemica, che volle almeno consolarli, ad ogni costo, con la sua presenza, e fortificare i loro animi con i conforti della nostra santa religione. Ed a sera, quando tutto era in pace, ecco presentarsi al custode di quelle carceri uno sconosciuto, vestito con abiti dimessi, dall’aspetto compunto, il quale seppe talmente toccargli il cuore con le sue infuocate suppliche, che finalmente riuscì ad ottenere il permesso di entrare nella prigione. Fu solo così che il B. Camillo col cuore ardente di carità poté confortare prima di subire l’atroce martirio quelle due povere vittima innocente, sacrificate soltanto per il feroce odio contro la Fede Cristiana. Comprese pertanto, il santo apostolo che a Firando non spirava più buona aria per lui, quel cielo era diventato molto torbido, le spie, sguinzagliate dappertutto, si incontravano in ogni luogo, bramose di scoprire i missionari, stimò quindi prudente rifugiarsi in un’altra isola, chiamata Ichitzuchi. Abitava quivi un santo uomo, anima eroica di cristiano; certo Guenzaiemon Giovanni, il quale aveva una grande venerazione per il B. Camillo e lo accolse quindi in casa sua con grande giubilo. E fu un vero godimento per quelle due anime gemelle, assetate di amore divino, vivere insieme come due colombe presso la fonte ristoratrice in quei tempi di lotta, per tenersi pronte ad accogliere il martirio con animo forte e tranquillo. Anzi un giorno il B. Camillo turbato in volto e commosso fino alle lacrime, fissò Giovanni con uno sguardo illuminato e dolce, e poi gli disse: “Giovanni, voi siete il più fortunato degli uomini che sono sopra la terra; ma non ve ne insuperbite”… E qui la commozione lo vinse talmente che scoppiò in un dirotto pianto, e non poté più continuare il suo dire.

Non sapendo Giovanni a che attribuire la commozione e le gravi parole del suo santo amico, lo pregò che in nome di Dio gli svelasse il mistero. Ed il B. Camillo, ancora commosso come illuminato da una luce divina, soggiunse: “Ho avuto durante il sonno una pietosa, visione, vidi molti cristiani trucidati da uomini crudeli, e fra questi martiri gloriosi mi pareva di vedere anche voi, o mio buon Giovanni. Il Signore per sua bontà vuole di nuovo spalancare le porte del Cielo per accogliere nella sua gloria molte anime belle ed eroiche; e certamente anche voi entrerete presto nel gaudio eterno del santo giardino delle delizie”.

Giovanni accolse con grande serenità le parole profetiche del B. Camillo, e dolcemente sorridendo, rispose che ormai da molto tempo era preparato a dare, anche in mezzo ai più crudeli tormenti, tutta la sua vita per la gloria del Cristo.

Il B. Camillo rimase tre mesi in quell’isola, tutto dedito ad un intenso apostolato: ma essendo la sua anima sempre più assetata della gloria del Signore, decise di passare a Noscima, altra isoletta del dominio di Firando. E Giovanni, che ormai era così legato di devozione verso il suo buon padre, sentiva di non poter vivere più separato da lui, e volle seguirlo, restando al suo fianco, come compagno indivisibile nel suo nuovo viaggio. Preparata pertanto una piccola barca a due remi, il B. Camillo partì accompagnato non solo dal suo fedele Giovanni, ma dal suo catechista. Cotenda Gaspare, dal suo fratello Ota Agostino, ardente apostolo dell’ordine dei Gesuiti, e da altri ferventi cristiani, tutti affascinati dalla santità del grande apostolo. Erano da poco partiti da Firando, quando una donna, fervente cristiana, ma molto ingenua, e quindi poco saggia, senza volerlo diede in mano ai persecutori il bandolo per poterli scoprire e catturare. Aveva essa, per marito, un certo Monam Soiemon, ufficiale di giustizia dell’isola di Ischitzuchi, pagano di religione, e per giunta grande persecutore dei cristiani; ed ella, preoccupata giustamente, cercava con ogni mezzo di convertirlo alla religione cristiana. Accesa pertanto ora da un più vivo ardore per la presenza del grande missionario, cercò con più efficaci parole di sollecitare la conversione del consorte. Le accese parole della moglie parevano aver convinto il suo animo, perché ascoltava i ragionamenti della sua donna con molta attenzione ed interesse. Allora la donna cercò di battere il ferro mentre era caldo; senz’altro gli svelò la presenza in quel luogo di un grande missionario, il quale operava prodigi di carità verso le anime desiderose di convertirsi. Era quindi opportuno, diceva, profittare della provvidenziale circostanza.

Ma il malvagio uomo ruminava invece nella sua mente un pensiero tutt’altro che riguardante la sua conversione. Sospettando che quel grande missionario, tanto elogiato dalla moglie, fosse il Collado, ricercato tuttora invano per il suo attentato di liberare il P. Flores, godeva in cuor suo, non certamente per la sua conversione, come ingenuamente credeva la sua buona moglie, ma per il sicuro premio che avrebbe ottenuto per la cattura del Collado. E seppe così bene infinocchiare la donna che essa, suo malgrado, gli sciorinò tutto quanto sapeva intorno al nuovo missionario. Così l’astuto uomo poté conoscere ciò che più gli importava. La casa dove di solito il missionario soleva essere ospitato ad Ichitzuchi, e che egli attualmente trovavasi a Noscima.

Il traditore fu molto lieto con la moglie, ma la sua trista gioia era quella della belva che ha ormai fra le sue zanne la vittima bramata. E senza por tempo in mezzo si affrettò a riferire ogni cosa ai governatori di Firando. Subito gli furono mandate tre navi ben equipaggiate ed armate; su una delle quali salì insieme con lui il presidente della giustizia di quell’isola. Avviatisi di filato a Noscima, si ritenevano ormai sicuri di aver nelle loro mani il Collado, tanto inutilmente finora ricercato. Ma appena giunti, ebbero una prima delusione: non trovarono quivi il missionario. Infatti il B. Camillo, insofferente di riposo, era passato in altre isole per portare anche colà la sua benefica parola apostolica. Ma i due vecchi volponi potettero finalmente col loro naturale fiuto assicurarsi che in quel momento il missionario si trovava nell’isola di Ucu, poco distante da Noscima. Sicuri ormai del fatto loro, salgono di nuovo sulle navi, e con l’animo ferocemente lieto, come l’aquila quando si scaglia sulla preda, corrono a tutta velocità verso l’isola di Ucu, ed il 24 aprile dell’anno 1622 potettero finalmente avere nelle loro mani il missionario con tutti i suoi compagni.

Ma ebbero una nuova delusione, peggiore della prima, quando, dopo vari interrogatori ed indagini, dovettero assicurarsi che il missionario catturato non era il Collado, frate domenicano, ma il B. Camillo Costanzo della Compagnia di Gesù.

La fama dei suoi prodigi di carità aveva ormai resa sacra la sua persona, per cui quella scoperta non solo portò nell’animo loro una grande delusione, ma, tocchi dall’aspetto venerando di quella senile figura, ne rimasero quasi sorpresi e confusi.

Sicché legarono i marinai e gli altri compagni di lui, e non solo lasciarono libero il santo missionario, ma, giunti di notte tempo nel porto Noscima, lo invitarono ad una cena in mezzo a loro. Dapprima il B. Camillo cercò ogni pretesto per esimersi, ma poi, sollecitato dalle loro insistenze, e, considerando che in quei luoghi molto si teneva alle cortesi cerimonie, volle accettare l’invito anche per mostrare la generosità del suo cuore verso di loro, che avevano commesso l’ingiusta cattura.

La cena fu bandita con sontuosa ricercatezza, ed egli fu accolto con molta affabilità. Durante il tempo della cena si intrattenne con loro i ragionamenti dolcissimi, che palesavano tutta la generosità del suo nobile animo, e bevve e mangiò allegramente, rispondendo con affabilità alle loro cortesie.

Ritornò alla sua nave a notte inoltrata, lasciando un fascino di bontà nei cuori dei commensali.

Quando poi l’alba si affacciava rosea all’orizzonte, tingendo di porpora il mare, le tre navi si mossero da Noscima; e tagliando velocemente le onde spumose, si avviarono alla volta di Ichitzuchi. Quinvi avvenne una dolorosa separazione: Giovanni con tutti gli altri, che erano nati in quell’isola, furono obbligati a sbarcare per rimanere in quel luogo; mentre il B. Camillo con i suoi compagni, coadiutori della sua missione, dovevano continuare il viaggio, essendo stati destinati alle carceri di Firando. Il distacco, così repentino fu certamente dolorosissimo da ambo le parti: si abbracciarono, ormai per l’ultima volta;

si diedero l’ultimo addio, mentre dai loro occhi spuntavano abbondanti le lacrime di tenerezza. Il B. Camillo, animato in quel momento dal suo eroico spirito di carità, non solo seppe confortare i loro animi abbattuti, ma con parole ardenti, suscitando negli animi di tutti gloriose visioni di cielo, li animò ad essere forti e costanti, tenendo sempre fisso lo sguardo alla corona di gloria preparata per loro lassù nel Cielo.

Poi, rivoltosi al suo diletto albergatore Giovanni, con animo riboccante di tenerezza lo ringraziò della generosità con cui l’aveva accolto nella sua casa, delle persecuzioni che aveva voluto soffrire per lui; e, poiché ormai senza dubbio era giunta l’ora (da loro tutti, tanto agognata) di dar la vita per il loro Signore, godeva nel suo cuore, pensando che fra breve dopo i martiri si sarebbero spalancati i Cieli e le loro anime gloriosamente si sarebbero riunite nell’eterno gaudio del Paradiso.

E Giovanni con le lacrime agli occhi rispose che con gioia era pronto ad accogliere i tormenti e la morte bramoso di ricongiungersi presto in Cielo col suo buon padre e maestro.

Il Beato Camillo dinanzi ai giudici – Giunti a Firando, il B. Camillo fu presentato a due burbanzosi giudici di quella corte per essere interrogato. Le interrogazioni, che gli vennero rivolte ed il modo come i giudici si siano comportati verso di lui, si possono rilevare da una lettera che lo stesso B. Camillo diresse poi al Rettore di Nagasaki.

– “Chi sei tu?” – fu la prima domanda.

– “Sono religioso della Compagnia di Gesù, ed il mio nome è Camillo Costanzo “ – rispose egli prontamente.

– “E che sei venuto a fare qui nel Giappone”?

– “Sono venuto per convertire le anime alla fede di Gesù Cristo vero Dio”.

E così dicendo trasse dal suo seno una apologia scritta, e la consegnò ai giudici.

– “E perché” -soggiungevano essi- “non ubbidire piuttosto a Xongun, signore del Giappone?”

– “La mia religione mi comanda di ubbidire fedelmente ai principi della terra, ma non in quello che è contro al volere di Dio, e tale è il divieto di predicare il Santo Vangelo nei suoi stati.”

A queste parole uno dei giudici esclamò solennemente come Caifa dinnanzi a G. Cristo.

– “E’ meritevole di morte!”

– “Ed immantinenti (narra lo stesso B. Camillo) mi fu gettato un capestro alla gola, e la stessa notte fui mandato nell’isola di Ichinoscima, dove ora sono in carcere con due religiosi, l’uno di S. Agostino e l’altro di S. Domenico. (Erano il P. Zugnica ed il P. Flores, di cui abbiamo già narrato la cattura per mano di alcuni eretici). “Il vivere nostro ordinariamente è quaresimale: riso ed erbe e talora un poco di pesce. La prigione, ancorché non sia delle chiuse, ha però molte guardie; ed io dico loro le cose nostre, ed essi a tutto consentono; e dicono che, se Xongun nol vietasse, si renderebbero cristiani. Io per me aspetto la risposta da Iendo, e con essa di ora in ora la morte: fiat voluntas Domini; a tutto sto apparecchiato”.

Ma per modestia il Beato volle nascondere il suo eroico comportamento durante la cattura e la prigionia. Pur tuttavia da dichiarazioni di testimoni oculari si conoscono altri particolari, da cui si rivela la sua grande nobiltà di animo. Si narra, infatti, che quando gli venne gettata la fune al collo, egli col volto giulivo si voltò verso i giudici ringraziandoli, come di un gran tesoro ricevuto: “E’ da molti anni che desideravo questa gioia: essere incatenato per aver predicato la legge del vero Dio”.

E schernendolo i giudici e chiamandolo pazzo; perché, dicevano, solo un pazzo, poteva desiderare ciò che egli mostrava di prediligere; per tutta risposta il B. Camillo con un elevato ragionamento spiegò loro come è proprio di uno spirito nobile immolarsi per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Perciò egli si sentiva giubilante di salire il rogo, ed essere bruciato vivo.

La piccola isola di Ichinoscima sorgeva isolata in mezzo all’azzurro delle acque, come una nera nuvoletta in mezzo al limpido cielo. Era quindi priva di comunicazioni con le altre isole, che di lontano le facevano intorno corona. Inoltre dato il rigore con cui venivano sorvegliati, poco si conosce riguardo al loro tenore di vita ed alle loro sofferenze. Si sa nondimeno con sicurezza che il B. Camillo trascorreva la sua prigionia in continua preghiera, cantando lodi al Signore per prepararsi al martirio, ormai prossimo.

Nelle poche lettere che poté far recapitare ai suoi confratelli, egli chiama beata quella vita solitaria, trascorsa in mezzo a quelle acque sterminate, come in un eremo deserto, e li esorta a non darsi pensiero per la sua sorte, poiché egli era grato al Signore per il gran dono a lui elargito di poter soffrire e dar la vita per la sua gloria. In una di queste

lettere comunica ai suoi la gioia sua grande provata, quando gli capitò di passare vicino a quel carcere ove erano rinchiusi il P. Spinola, il P. Navarro con altri compagni, e confessa di aver sentito rinnovarsi l’animo e estasiarsi il suo spirito al pensiero di quegli eroi invitti.

Egli era invero legato di un grande affetto con i due santi missionari, anzi essendosi una volta incontrato durante il suo apostolato con il P. Navarro, e ragionando insieme, rimasero entrambi così affascinanti della corona del martirio, che, quando il P. Navarro fu per primo incarcerato, comunicò con premura la lieta notizia al suo fedele amico; e quando poi, quattro mesi dopo, fu incarcerato il B. Camillo, egli si sentì lieto di comunicare subito al P. Navarro la notizia della sua cattura con queste parole: “Ecco che io mi trovo ora dove io avevo tanto desiderato, e dove ella mi attendeva. Ho già confessato Gesù Cristo e la sua santa legge dinanzi ai giudici; e forse morirò prima di lei”.

E la sua predizione si avverò a puntino: il P. Navarro fu anch’esso bruciato vivo, ma circa due mesi dopo del B. Camillo. Ma prima del suo supplizio una schiera di illustri confessori doveva precedere il grande apostolo.

Era il suo grande corteo di anime eroiche, care al suo cuore di apostolo, che dovevano accompagnarlo nel giorno della sua trionfale ascesa verso il Cielo, procedendo processionalmente innanzi, rivestite di porpora, tenendo in mano elevate verso il cielo le loro palme di gloria.

E poiché, come abbiamo detto innanzi, i compagni del B. Camillo, dopo la cattura erano stati divisi in due gruppi: alcuni erano rimasti nell’isola di Ischitzuchi, e gli altri erano stati condotti con il B. Camillo a Firando, si diè inizio alla strage con quelli di Ischitzuchi, che erano stati chiusi nel carcere di Tacinofama, località appartenendo alla detta isola.

Eroica morte di Giovanni GuenzaiemonE fu proprio l’albergatore Giovanni, a cui il B. Camillo con le lacrime agli occhi aveva predetto la morte eroica, che ebbe la felice sorte di iniziare la schiera. Trattenuto per trentatré giorni in una oscura prigione, due volte al giorno, veniva sottoposto ad un pressante interrogatorio, si tentò ogni mezzo di tortura per fargli rinnegare la sua Fede. Ma egli con ferma costanza stancò i giudici, sicché dopo i trentatré giorni, il 27 maggio, trascinato sopra una piccola barca, fu condotto da Tacinofama sua patria, nell’isola di Nicaie a pochi chilometri di distanza. Quivi il martire invitto, che aveva accolto con tanto entusiasmo la profezia del suo martirio, scese dalla barchetta, si prostrò al suolo, e con volto giulivo volle baciare quella terra benedetta, che fra breve l’avrebbe gloriosamente consegnato fra le braccia del suo Signore. Ed esclamava con gioia: “Questa terra è certamente per me l’isola del tesoro, perché in essa troverò la beata morte che mi congiungerà al mio Dio, mia felicità, mia gloria!”. Poi sorgendo da terra, rimase in ginocchio per pochi istanti con le mani giunte e gli occhi fissi verso il cielo finché i carnefici quasi offesi dalla sublimità di quello spettacolo gli troncarono il capo, che cadde come un fiore staccato dal suo stelo da una mano crudele di barbaro; e rotolò per terra, bagnandola di quel sangue benedetto che la rendeva gloriosa.

Martirio di Damiano Indogugi GiroiemonGià da poco era stato compito il sacrificio della prima vittima quando, condotto in una barchetta, giungeva in quel medesimo luogo l’altro compagno di apostolato, Indoguci Giroiemon Damiano, reo di aver anch’egli accompagnato il B. Camillo all’ isola di Ichitzuchi.Tentato con ogni mezzo a rinnegare la sua Fede, stette come “torre ferma che non crolla giammai la cima per soffiar dè venti”: resistette alle lusinghe ed ai tormenti. Per vincere la fermezza del suo animo, fu condotto dinanzi al cadavere del suo compagno immerso miseramente nel suo proprio sangue, con la testa staccata dal busto, come un albero schiantato dalla bufera.

Ma invece quella santa vittima è ancora più accesa d’entusiasmo a quell’orrendo spettacolo, e prostatasi per terra abbraccia e bacia i piedi di quell’eroe invitto, caduto per testimoniare la verità della sua religione, ed esclama, versando lacrime di tenerezza: “Beato te, o martire di Cristo, che ormai hai conseguito gloriosamente la palma del martirio: Oh, felice me! Se sarò degno di raggiungerti presto nella gloria dei beati.” Quindi, alzatosi da terra, presentò spontaneamente il capo al carnefice, perché gli fosse troncato. Un colpo terribile di scimitarra, scagliato dal boia corrucciato dalle sue sante parole, troncò la vita a questo secondo martire della Fede di Cristo, mentre il suo capo venerando rotolava a terra per congiungersi con quello del suo eroico compagno. Così i due martiri affratellati in terra dall’apostolato, salivano verso il cielo, stretti insieme in un santo amplesso di gloria.

Martirio di Paolo Mori – La gloriosa serie dei martiri, compagni del B. Camillo, procede ancora con alacrità ed inaudita barbarie. E il 2 giugno ne è vittima una veneranda figura di vecchio di 85 anni, a nome Mori Mangozaiemon Paolo.

Era uno dei primi cristiani, che si erano convertiti all’arrivo dei padri missionari ad Ichitzuchi. Egli aveva abbracciato la fede cristiana con tale convinzione e con tanto fervore da mantenere sempre non solo una notevole innocenza di vita, ma da compiere eroiche opere di apostolato. Era pertanto così stimato dai padri missionari che, quando il P. Rodriguez (antico operaio di quella vigna) dovette scappar via per la persecuzione, col cuore pieno di commozione lasciò a lui il suo Crocifisso, come pegno del suo ricordo e scudo di difesa della imminente persecuzione.

Ed egli, fedele alla consegna, quando i padri non c’erano più, depose il Crocifisso nella sua casa, la convertì in tempio, e si sostituì, in tutto quello che poteva, ai padri: istruiva, esortava quei fedeli, vedovati dei loro legittimi pastori; battezzava e seppelliva cristianamente i defunti; eseguiva insomma tutti quegli uffici che potevano addirsi al suo stato di laico. Quando poi, cessata la persecuzione, potette entrare in quell’isola il B. Camillo, allora il suo cuore, ravvivato dalle ardenti fiamme di carità che si sprigionava dal cuore del santo missionario, arse come un carbone acceso posto in mezzo a vive fiamme.

Si diede con rinnovato fervore alle opere di apostolato; e volle seguire il B. Camillo in tutte le sue peregrinazioni alle varie isole. Fu catturato, come suo compagno e si tentò dapprima con ogni mezzo di costringerlo a rinnegare la sua fede. Ma invano; né le lusinghe né i supplizi valsero a piegare la sua anima eretta come una colonna del tempio. Sicché ai 2 di giugno, trascinato dentro una barchetta, fu trasportato in mezzo al mare, e quivi lo ficcarono dentro due sacchi, infilando in uno la testa, nell’altro i piedi, e poi annodando fortemente i due estremi di essi alla cintola di lui, come se si trattasse di una balla di merce, si diedero coi calci a rotolare quel misero involto; vi salivano sopra di tutto peso per ludibrio; ed intanto con dileggi ed insulti si tentava ancora di vincere la sua incrollabile costanza. E quando i carnefici, stanchi, si convinsero che ogni tentativo era vano, legarono a quel misero involto una pesante pietra, e sollevato di peso da quattro robusti uomini, fu precipitosamente lanciato dentro il fondo del mare.

Si udì un tonfo cupo; le acque, irradiate dal sole, schiumarono largamente intorno come una raggiera d’argento, ed accolsero nel loro seno la vittima gloriosa. Poi tutto divenne calmo su quella superficie azzurra. Ma d’un tratto, ecco, si nota un fenomeno strano: nelle acque placide e sorridenti spunta di nuovo l’involto glorioso e galleggia tranquillo nonostante la pesante pietra legata per tirarlo a fondo. Ed i presenti meravigliati, commossi dal prodigio, che avveniva dinanzi ai loro occhi, pensarono che era la potenza di quel Dio a sostenere il corpo del martire al sommo delle onde; o per un miracolo del Signore la grossa pietra si era disciolta. Quello spettacolo meraviglioso durò una ora intiera, commovendo i cuori di tutti i presenti. Quindi quel corpo, santificato dal sigillo di Dio, placidamente s’immerse dentro le acque limpide, allietate dai raggi del sole; e scomparve per sempre in mezzo a quelle onde sterminate per riposarsi nella pace infinita di Dio.

Altri tormenti ed altri tormentatiLa morte eroica del vecchio Paolo commosse fortemente il cuore degli infedeli; e rafforzò talmente l’animo dei cristiani, che nel giorno seguente (3giugno) una folla immensa e commossa si raccolse nell’isola di No, dove altri due confessori venivano barbaramente trucidati. Si chiamavano l’uno Saburobioi Andrea, vecchio di settantacinque anni, debole di corpo, ma invincibile per la fortezza del suo animo, e l’altra si chiamava Ichinosci Gabriele, giovine, ancora nel fiore dei suoi verdi anno.

Entrambi, accusati di aver albergato il B. Camillo venivano entrambi barbaramente decapitati in mezzo ad inauditi tormenti in premio alla nobile generosità del loro animo.

Nelle carceri di Tacinofama rimanevano ora soltanto i due marinai che avevano traghettato colla loro barca l’apostolo di Dio. Erano due giovani di signorile condizione, i quali, attratti dal fervore apostolico del santo missionario, si misero a disposizione per agevolare la sua opera apostolica, e con le loro barche lo traspostavano sollecitamente dall’una a l’altra isola, dove egli era attirato dal suo zelo apostolico. L’uno aveva nome Sucamoto Paolo e l’altro Matzurachi Giovanni.

Furono decapitati, ed ebbero l’alto onore, perché di nobile casato, di ricevere questo battesimo di sangue, vestiti di bianco ed aver per boia l’uno il presidente della giustizia in persona, e l’altro un diretto suo parente.

Il carcere di Tacinofama (posto, come si è detto, nell’isola di(Ichinoscima) si era ormai vuotata: sette vittime eroiche, compagni del B. Camillo, avevano ottenuto la palma del martirio; erano ormai saliti alla gloria del Cielo. Ma la sete dei crudeli persecutori non si era ancora estinta; ed a guisa di iene feroci, rivolgevano ora il loro furore verso le altre vittime che languivano in mezzo ai tormenti, rinchiusi nell’isola di Ichi: erano quivi rinchiusi il B. Camillo, il suo fedele compagno Ota Agostino, il suo catechista Calende Gaspare ed i due missionari catturati sulla nave del capitano Firaima cioè: il P. Flores ed il P. Zugnica.

Agostino OtaIl primo ad essere tratto dal carcere di Ichi fu il fratello Ota Agostino, un uomo di cinquant’anni, trenta dei quali, spesi al servizio dei padri per aiutarti nelle opere di cristiana pietà.

Il Signore aveva gradito la sua opera, spiegata con vero spirito di abnegazione, e volle esaudire un suo ardente voto: cioè di morire professo della Compagnia di Gesù. E fu certamente per disposizione della Provvidenza, che fra le tante lettere inviate dal P. Provinciale, P. Francesco Paceco, da Nagasaki ad Ichinosci, una sola era pervenuta alle mani del B. Camillo, proprio quello in cui lo autorizzava a ricevere il fratello Ota Agostino nella loro Compagnia.

Nato in una piccola isola posta nei pressi di Gotò, fin da bambino ebbe un’anima assetata della luce di verità e di bene; e come la rosa appena sbocciata va in cerca dei raggi del sole, così egli cercò la luce della sua anima. Discendente di una nobile famiglia pagana, i genitori, notando le sue belle qualità, lo posero in un convento di bonzi, sacerdoti di Budda, per completare la sua educazione.

Ma egli poco soddisfatto di quella vita sterile e monotona, conosciuti i padri missionari della Compagnia di Gesù, abbandonò decisamente il convento dei sacerdoti di Budda, ed abbracciò con grande trasporto la religione cristiana.

Battezzato ed istruito convenientemente dai padri, ebbe affidata la cura di una chiesa per la quale profuse tutto l’ardore della sua anima in opere di apostolato. Ma il turbine impetuoso della persecuzione distrusse anche la sua chiesa; disperse l’opera sua; ed egli, sbattuto dalla violenza ma non vinto, fu mandato dai superiori a Firando.

Quivi visse una vita di santo religioso, e per sollevare sia il corpo e sia l’anima di quei fedeli, compì opere così numerose ed importanti che sarebbe molto lungo enumerare. Quando si recò colà il B. Camillo, egli si sentì preso irresistibilmente dal fascino della sua santa persona, e volle seguirlo, come compagno nella sua santa peregrinazione, per partecipare alle sue dure fatiche apostoliche. Fu pertanto catturato insieme con lui nell’ isola di Ucu, e trascinato nelle carceri di Ichi, visse in preghiera fra dure sofferenze. Ebbe anche la gioia di poter emettere i primi voti della compagnia di Gesù ai piedi del B. Camillo, ed alla presenza dei due santi religiosi: il P. Flores ed il P. Zugnica.

Finalmente il 10 agosto del 1622, trascinato dalla prigione alla riva del mare, fu quivi decapitato; ed il suo corpo insieme al capo, barbaramente staccato dal busto, furono buttati nel cupo fondo del mare, mentre il cielo sorrideva sulle acque cerulee. Ed i tre santi missionari, suoi compagni di preghiera e di sofferenza, furono malignamente condotti dai carnefici per assistere a quest’atroce supplizio, con la speranza che si fiaccasse così il loro coraggio.

Ma essi invece, ammirando quel sublime spettacolo di fortezza cristiana, ritornarono in carcere con l’animo più forte e più acceso di carità benedicendo Iddio che è così mirabile nei santi suoi.

Gaspare CotendaL’ultima delle vittime strappate al cuore paterno del B. Camillo e barbaramente immolata per la gloria del Cristo, fu il suo fedele catechista Cotenda Gaspare.

Era figlio di un altro eroe della Fede, che perseguitato per la sua costanza e cercato a morte, dovette scappare dalle isole di Firando, di cui egli era signore, e rifugiarsi in terre sconosciute. La pia madre, una matrona di rare virtù (che dovette anche finire nell’esilio), prima di darlo alla luce, volle consacrarlo in voto a Dio. Ed appena nato, pregò il Signore incessantemente che del suo bambino facesse un missionario della Compagnia di Gesù. Educato da lei con questi sentimenti, spesso la pia donna gli ricordava la promessa fatta al Signore; ed il figliolo si sentiva sempre più l’animo ardere di zelo apostolico. Un giorno, convinta della pietà del figlio, stimando che il suo voto era ormai esaudito, ella stessa volle presentarlo al B. Camillo, pregandolo di accoglierlo nella Compagnia di Gesù. Il buon Padre lo accolse, ed aveva anche ottenuto la facoltà di riceverlo nell’ordine insieme ad Agostino; ma si dubita se sia riuscito a fare la sua professione in quel tempo di persecuzione. La ragione si è che, quantunque sotto la pressione del giudice ed alle loro lusinghiere promesse non venne meno alla sua professione di cristiano, poi spaventato dalla terribile impressione di essere arso vivo (come si soleva fare per i banditori della dottrina cristiana) egli negò di essere catechista del B. Camillo. Del resto egli fu giovine di ottime virtù, e finì poi col sostenere eroicamente il martirio. Infatti egli rimase solo pochi mesi con il B. Camillo nel carcere di Ichi, e quindi fu trasferito a Nagasaki. Quivi fu condannato alla decapitazione.

Anzi doveva subire il martirio nel giorno medesimo in cui fu bruciato vivo il grande eroe della Fede, il B. Spinola (10 settembre 1622); ma, non si sa per quale ragione, la sua decapitazione fu rimandata per il giorno seguente. Nondimeno in quel giorno egli con animo intrepido assistette alla decapitazione della sua santa nonno, Apollonia e di quella dei suoi trenta compagni di prigionia; ed il giorno seguente, fra la commozione generale, lieto e quasi impaziente, attendeva il carnefice, che prima di lui e davanti ai suoi occhi trucidava, senza alcuna pietà, due innocenti bambini, uno di nome Francesco di dodici anni, e l’altro di nome Pietro di sette. Quindi la sua testa, staccata dal busto, rotolando per terra andò a congiungersi con quelle dei due bimbi, che sembravano due gigli stroncati dal loro stelo da una mano brutale, e imbrattati di vivido sangue.

Questa triade gloriosa di martiri commosse tanto gli animi, e tanto fascino apportò alla Religione del Cristo,che i manigoldi carnefici, ardendo ancora più d’indignazione, bruciarono quei santi corpi e sparsero nell’aria quelle ceneri benedette.

Martirio del Beato CamilloOrmai undici gloriosi martiri, usciti dal cuore del B. Camillo, erano trionfalmente saliti al cielo, glorioso corteo, precursore del grande eroe della Fede. Era rimasto egli solo, rinchiuso nella solitaria prigione di Firando, privato della dolce compagnia dei suoi confratelli, in una vita di inerzia, dopo venti anni di intenso lavoro apostolico. Non gli restava ora che attendere il martirio, e chiudere presto i suoi giorni in mezzo agli atroci tormenti, che per lui formavano tutta la festa della sua vita. Ed infatti come segno sensibile della sua gioia egli volle mandare (come era di uso presso i Giapponesi) in dono al suo Provinciale P. Paceco il suo reliquario, contenente anche la sua solenne professione dei quattro voti. Ed il Provinciale accolse il dono con animo lieto, e, commosso per tanta generosità, volle che si conservasse devotamente come un pubblico patrimonio di quella provincia. Tanto più che la professione di fede ricordava anche un attestato della grande umiltà del santo martire. Infatti egli l’aveva ricevuta dopo molto tempo e dopo tutti i suoi eguali; e, scusandosi il P. Generale che non gli era stata consegnata prima per una dimenticanza del segretario, egli umilmente rispondeva, che sentivasi tanto indegno da ritenere, che i superiori avevano piuttosto ora sbagliato per avergliela mandata, e non allora per averla dimenticata. I suoi giorni tanto trascorrevano monotoni: nella preghiera e col vivo desiderio di potersi presto congiungere con gli eroici suoi compagni nella gloria immortale del Cielo. Attendeva il martirio per potersi unire in una estasi di gioia con Cristo, per cui aveva consumato il più bel fiore della sua travagliata vita.

Ed a questo pensiero gioiva tanto, che i suoi confratelli attestavano, meravigliati, che mai prima di lui si era potuto notare tanta gioia, quanta traspariva da tutta la persona del B. Camillo durante tutto il suo martirio. Finalmente la sentenza, attesa da Iendo, venne, ed ordinava di bruciare vivo il B. Camillo. Quando gli fu annunziata la ferale notizia, egli sorridente, volse lo sguardo verso il Cielo, e pronunziò tranquillamente il suo: “Nunc dimittis servum tuum, Domine”! “ Ora lascia pure che se ne vada il tuo servo,o Signore”.Ormai la sua missione è compiuta;non gli resta più che abbandonare questa terra, campo di fatiche e di lotte, per tornare a Te; nella tua pace, o Signore…Stabilito il giorno dell’esecuzione, furono mandati a lui, dentro una barchetta, sei servitori del Principe di Firando, e contemporaneamente, fu inviato un ufficiale da Nagasaki per assistere all’esecuzione della condanna. Quando costoro si presentarono a lui, egli li accolse cordialmente e con volto giulivo; e, profferendo espressioni di viva gratitudine, faceva intendere la gioia con cui accoglieva quella sentenza. Intanto uno dei ministri del signore di Firando, avvicinatosi più da presso, gli domandò chi egli fosse, donde venisse, che età avesse, e da quanti anni si trovasse nel Giappone. Ed avendo egli risposto esaurientemente a tutte queste ed altre domande, fu compilato così il processo, che fu poi inviato alla corte di Firando.

Fu stabilito anche il luogo dell’esecuzione, che non doveva avvenire nell’isola di Firando, ma in una località situata dirimpetto, divisa da quest’isola per mezzo di uno stretto canale. Giunto il ferale giorno (15 settembre 1622), poco lungi dal mare fu innalzata sull’ampia spiaggia una grossa trave, intorno alla quale fu ammassata una grande catasta di legna, chiusa tutta intorno da un graticolato di bambù a guisa di una siepe. Lo spettacolo era solenne e terrificante: sotto il limpido cielo orientale, al cospetto dell’infinito azzurro del mare si doveva compiere la più crudele delle barbarie: un uomo santo, un missionario di pace e di civiltà, colui che aveva speso tutta la sua vita per beneficare i fratelli, doveva subire il più straziante supplizio: essere bruciato vivo a lento fuoco.

La fama del Beato Camillo risuonava ormai benedetta dappertutto, e la dolorosa notizia della sua crudele condanna richiamò in quel luogo un’enorme folla di gente, che, assiepata tutt’intorno allo steccato di bambù, attendeva attonita e dolente, anzi non essendo sufficiente la spiaggia a contenere tanta moltitudine, parecchi salivano su barchette, su zattere o su qualsiasi altro mezzo, che trovavasi presso al lido, per il desiderio di assistere a quel tremendo e doloroso spettacolo. Né furono spettatori solo i cristiani, commossi e trepidanti, ma vi era anche una folla di pagani e perfino di eretici inglesi e danesi, i quali, avendo lasciato in uno dei porti vicini le loro navi, si erano anch’essi radunati in quel luogo mossi forse da curiosità piuttosto che da compassione.

Il Beato Camillo, dall’aspetto maestoso, passò in mezzo a tutta quella folla con gli occhi bassi e col volto sereno, in cui traspariva una luce sovrumana; mentre tutti gli sguardi si fissavano sulla sua ieratica figura per scrutare ogni suo movimento, ogni suo più piccolo atto.

Giunto alla distanza di circa duecento passi dal rogo, quando vide davanti a sé quell’orrendo apparato, non mutò per nulla il suo aspetto, né diede alcun segno di turbamento, ma sempre raggiante in viso, affrettò il passo, e s’avvicinò quasi con impeto, come raggiungere il suo agognato trofeo. I cristiani, sorpresi da quel suo insolito andare, esclamavano: “Ma noi non lo abbiamo visto mai andare con tanta speditezza…!”

Giunto in mezzo allo steccato, salì sulla catasta della legna e rivolgendosi alla folla, volle di là, come da una cattedra di infallibile verità, al solenne cospetto della morte, fare la sua ultima professione di fede; ed esclamò con voce ferma e sonora: “ Io sono Camillo Costanzo, italiano e religioso della Compagnia di Gesù. Se vi sono cristiani che mi odono, lo sappiano…” Italiano e religioso!… Ecco i due amori che palpitarono sempre insieme nel suo nobile cuore, formando la missione e la gloria di tutta la sua vita!…Cristo e l’Italia!…Né forza umana ha potuto mai disgiungere del suo petto l’amore per la sua Patria lontana, madre di eroi e di santi, e l’amore per la sua Fede, luce e salvezza di tutte le anime del genere umano, sparse in ogni angolo della terra!…

Dette queste parole, attraversò la catasta della legna, e si pose ritto davanti al palo, porgendo spontaneamente le braccia, che i suoi carnefici fortemente gli legarono con grosse funi smaltate di fango, affinché fossero più resistenti all’azione del fuoco. Dopo che fu legato al palo, si volse di nuovo al popolo numeroso, e con voce ferma e risoluta così incominciò nuovamente a dire: “La ragione per cui io devo essere arso vivo altra non è che l’aver predicato la legge del vero Dio in questi regni, ove sventuratamente ancora non è conosciuta. Il santo Vangelo dice: “Nolite timere eos qui occidunt corpus, animam autem non possunt occidere”.

“ E noi, credenti in Cristo, perciò moriamo non solo senza timore, ma “gaudentes”, lieti, perché l’anima nostra è spirituale, e non muore col corpo, ma sopravvive a tutti gli strazi, che può ricevere il corpo ed anche dopo la sua stessa morte”.

E qui, acceso da un fervore sempre più crescente, con argomenti tratti dagli stessi libri giapponesi, di cui egli era tanto edotto, spiegò le ragioni della spiritualità dell’anima e la credenza riguardante il premio o la pena eterna, che si otterranno nell’altra vita: godimento eterno per i buoni, tormento eterno per i cattivi. Tutti gli astanti seguivano attenti e commossi il discorso del B. Camillo, tanto Camillo, tanto che gli stessi carnefici, attratti dalla sua parola avvincente, non ebbero il coraggio di appiccare il fuoco alla catasta, se non dopo che ebbe finito di parlare.

Finalmente l’esca è avvicinata alle legne, pronte ad accendere; ecco che le prime fiamme cominciano a crepitare, lanciando guizzi sanguigni e scottanti contro le carni della santa vittima. Ma l’ardore del fuoco che tormenta e strazia il suo corpo, non è capace di estinguere l’ardore divino che sempre più brucia nella sua anima. Pertanto egli non può tacere, e ricomincia a parlare con voce ancora più chiara e solenne: “Intenda ognuno che non v’è altra via per salvare l’anima, che soltanto quella della fede e della santa legge di Cristo. Tutte le sette dei bonzi sono vane, sono empie, sono ingannevoli!…tutte menano l’anima all’eterna spedizione…”

Le sue parole violente, passate attraverso le fiamme sinistre, acquistarono un’arcana solennità, tanto da scuotere e commuovere gli animi di tutti fino alle lacrime; e non solo dei cristiani, ma anche dei pagani; molti infatti piangevano dirottamente.

D’un tratto le fiamme s’innalzarono più gagliarde e minacciose, tingendo l’aer di sanguigno, tanto che il santo corpo del glorioso martire vi fu investito ed avvolto totalmente da tutte le parti: la folla trasalì atterrita; gli occhi di tutti, ansiosi, spaventati, non potevano più scorgere la soave figura di lui, sempre sorridente. Ma fu solo per un istante: subito come per incanto, il denso fumo si dirada, le fiamme si abbassano di nuovo, ed in mezzo al vivo rosseggiare di esse ricompare ben distinta l’angelica figura con gli occhi radiosi verso il cielo; tutti gli sguardi, avidi ed anelanti della moltitudine si fissano su quella figura sublime. Egli stava ancora ritto, legato al palo, silenzioso e sorridente, assorto in profonda preghiera; i suoi occhi, fissi verso il cielo, sembravano affascinati da una sublime visione celeste. Ben presto si ridestò da un tale assopimento e quasi incurante dei massicci carboni, vivamente scintillanti ai suoi fianchi, che sollevando sinistre fiammate, avvolgevano e torturavano le sue sante

carni ormai abbrustolite, riprendeva a parlare. Ma il tono della sua voce questa volta era mutato da quello di prima, le sue parole, poco intelligibili, sembravano piuttosto voci arcane, provenienti da un mondo lontano e misterioso. Erano voci di preghiera?…Erano voci di lode al Signore?…Esprimevano forse gli ultimi aneliti del suo cuore verso quella folla che assisteva pietosa e piangente al suo supplizio?

E’ certo che tutti gli astanti ascoltarono devotamente quel linguaggio arcano; ma nessuno seppe mai scoprire l’intimo suo significato. Poi per pochi istanti tutto si tacque; ma d’improvviso un nuovo avvenimento attirò l’attenzione dei presenti: di mezzo alle fiamme si spandeva intorno il lento ondeggiare di un canto dolce, simile al salmodiare proveniente da una chiesa lontana.

Tutti vi tendono intenti l’orecchio con religioso silenzio, e distinguono chiaramente la voce del martire invitto, che placidamente cantava in mezzo alle fiamme il cantico di lode al Signore: “Laudate Dominum omnes gentes, Laudate eum omnes populi. Quoniam confirmata est super nos misericordia eius, et veritas Domini manet in aeternum. Gloria Patri ecc.

Tutti assorti ascoltavano quel canto, come una musica, venuta dal cielo; e pensavano che ormai era quello l’ultimo slancio d’amore di quell’ anima innamorata del suo Dio, l’ultima strofe del poema di quella vita immolata per la gloria di Dio ed il bene dei fratelli.

Sicché quando il canto cessò, tutti ebbero un fremito nell’animo ed un nodo di pianto alla gola. E con vivo desiderio cercavano di scoprire ancora l’angelica figura, fissando lo sguardo tra le fiamme, che elevandosi sempre più veementi verso il cielo, avvolgevano ormai totalmente quel santo corpo abbrustolito, divorandolo rapidamente. E tutti, anche i nemici, rimanevano meravigliati non solo per la resistenza, ma anche per la gioia che egli mostrava in mezzo a quegli acerbi tormenti.

I più, anzi, rimasero convinti che il Signore aveva infuso in lui quella gioia, affinché egli sentisse meno acerbamente il tormento del fuoco. E si convinsero ancora di più, quando egli di nuovo rianimato, col corpo ormai fiammeggiante, pronunziava delle frasi con le quali i Giapponesi sogliono esprimere la loro massima gioia: corrisponderebbero alle espressioni “ Oh, che piacere!…Oh, che bene!…” della nostra lingua.

E quasi contemporaneamente un nuovo portento si mostrava alla vista di tutti. Il Beato Camillo era stato condotto al martirio con la sua sottana nera di gesuita; invece ora d’un tratto apparve vestito di bianco del color del giglio. Né si è potuto constatare come ciò sia accaduto: se per un prodigio del Signore, che voleva glorificare quell’anima angelica; oppure meravigliosamente si era consumato prima l’abito talare, lasciando intatta la sua camicia e le mutande.

Ormai il cielo è tutto coperto di un nero fumo, e le fiamme sanguigne, sollevandosi in alto, diradano la caligine, spargendo intorno dei sinistri bagliori. Un fuoco vivo ed abbagliante investe in pieno la misera vittima; ed infiammando da ogni parte quelle sante carni, rende quel corpo acceso simile ad una grossa torcia accesa da ogni parte in mezzo ad una bolgia infernale. Tutto arde d’intorno, arde anche la trave di sostegno ed ardono le funi che tenevano avvinte le braccia.

Con ansia pietosa si attende da tutti la immediata tragica fine. Ma… oh, ancora un prodigio! L’anima del martire invitto, ardente di carità divina, prima di staccarsi per sempre dal quel corpo consumato vuol dare da questa terra l’esilio l’ultimo saluto al suo Signore, e dalla bocca fiammeggiante si udì ripetere per cinque volte: “Sanctus, Sanctus, Sanctus, Sanctus, Sanctus”, l’osanna che gli angeli cantano continuamente dinanzi al troni di Dio!. Santo!…Santo Iddio degli eserciti! Che sa creare tali prodigi, che sa esaltare gli uomini alle vette sublimi, sa elevare e trasformare in eroi le anime che confidano in Lui!…Ma ormai il supremo sacrificio è compiuto: l’olocausto è stato consumato, e l’invitto martire piegando prima la testa come Gesù sulla Croce, precipitò in mezzo alle orribili fiamme, e scomparve in quel vasto cratere ardente.

Tutta la folla che aveva assistito con orrore e con passione a quell’orrendo spettacolo, rimase muta e quasi impietrita per il dolore e per lo spavento: ed allontanandosi mestamente da quel luogo, portò impressa nel cuore la sublime figura dell’eroe, e scolpiti nella mente le sue estreme parole, i suoi estremi insegnamenti, il suo ultimo testamento d’amore. Fu pertanto molto agevole per mezzo di questi testimoni oculari, raccogliere i particolari di questo eroico martirio e tramandarli alla storia, a gloria di un sì grande martire, onore della S. Chiesa e dell’Italia, sua Patria.

E tu finalmente lasciavi questa terra, o martire invitto, e salivi glorioso nel cielo per ricevere la corona immarcescibile della gloria. Ti accompagnavano le benedizioni di tutte quelle anime che hai rigenerato alla grazia col tuo sublime apostolato; ti veniva incontro festante lo stuolo di anime elette da te preparate al martirio, che sollevavano ora le palme, cantando osanna al Dio della Gloria. “Or-mai l’inverno è passato, la tempesta è andata lontana, i fiori apparvero nella nostra terra”, “va, entra nel gaudio del tuo Signore!”.E di là,da quel giardino delle grazie e delle delizie, noi ti preghiamo, spargi una pioggia di rose sulla Chiesa che fu il tuo grande ideale, sulla Patria, l’Italia, che portasti impressa nel tuo cuore anche lontano, onde possa allietarla una eterna primavera. Deo gratias>

Sempre nel sito del Sistema Bibliotecario Territoriale Ionico (www.sbti.it), con sede a Bovalino Marina è inserita una “Breve memoria sulla vita e martirio del padre Camillo Costanzo D.C.D.G. Calabrese, beatificato il 7 maggio 1867” di Giuseppe Zinghinì:

La bibliografia sul Beato Camillo è vasta; tra le tante raccolte e pubblicazioni, interessante è la seguente “Breve memoria sulla vita e martirio del P. Camillo Costanzo D.C.D.G. Calabrese – Beatificato il 7 Maggio 1867” di Anonimo e senza data, Firenze:

<Introduzione – Nel riportare alla luce queste brevi pagine, fedeli alla storia, non vi è altro intento che di edificazione. L’ardore e lo zelo con cui il Beato Camillo Costanzo si dedicò all’Apostolato della Verità, sprezzando onori e ricchezze,meritano di essere ricordati ed additati a tutti come nobile esempio di una Fede pura ed intensa, per la quale anche il più atroce martirio viene affrontato con serenità e con gioia. Ed il martirio del Beato ricevette subito la ricompensa Divina, poiché il suo corpo restò bianco ed intatto fra le fiamme ardenti fino all’ultimo, per mostrare così all’umanità che in virtù della Santa Fede possiamo conservarci puri, anche in mezzo alle più gravi rovine morali.

Nacque il P. Camillo da Tomaso Costanzo e Violante Montana della più onorevol famiglia nella Motta Bovalina, terra della Calabria, dodici miglia lungi dalla città di Gerace. Quivi spesa la prima età nello studio delle lettere, se ne passò a Napoli a studiarvi ragion civile: indi militò qualche anno in Ostenda sotto il Principe Alberto, finchè noiato del mondo, gli volse le spalle e si dedicò a servire a Dio nella Compagnia di Gesù in età di venti anni. Per desiderio di patire e guadagnare anime a Cristo dimandò ed ottenne la mission della Cina. Nel Marzo del 1602 partì d’ Italia; e da Goa per Malacca e Macao nel medesimo mese del 1604. Se non impeditogli per non so quali imponenti ragioni l’ingresso nella Cina, fu inviato al giappone, dove superata una formadibile tempesta , prese porto in Nangasachi ai 17 di Agosto del 1605. Quivi studiata un anno la lingua ebbe il regno di Bugen per campo delle sue fatiche, indi la città di Sacai, ove durò sei anni coltivando i fedeli e guadagnando alla fede da ottocento e più idolatri, che poi la maggior parte morirono per la fede. Nel bando generale del 1614 fu costretto ad uscir dal Giappone e ricoverarsi a Macao della Cina; ed ivi stette sette anni componendo in elegante lingua giapponese, di cui era peretissimo, quindici libri in confutazione degli errori di tutte le sètte di que’ paesi, e altre due opere in difesa della fede cristiana. L’anno 1621, prese abito di soldato tornò al Giappone, mentre infieriva la persecuzione, e l’anno appresso,dopo aver coltivato la cristianità dei regni di Figen,di Gieugen, e di Firando, fu preso da’ persecutori, e conseguì la palma del martirio, come aveva sempre desiderato e chiesto a Dio nelle sue orazioni. Era egli, quando egli morì abbruciato a fuoco lento, in età di 50 anni, de’ quali 30 li aveva spesi nella Compagnia, e 17 nella Missione del Giappone.

Il suo glorioso martirio è raccontato dal P. Boero nel modo seguente: Il 15 Settembre 1622 seguì il memorabile trionfo del beato P. Camillo Costanzo, sacerdote della Compagnia di Gesù. Era già da tre mesi, ch’egli faticava nell’isola d’Ichitzuchi scorrendola con apostoliche missioni e lasciando per tutto le ultime pruove della sua carità; quando raccordò al suo albergatore il bisogno di visitare i fedeli di Noscima, isoletta che anch’ella si attiene al dominio di Firando lungi di colà un qualche dodici leghe. Quegli vel confortò e volle andar seco; e saliti amendue sopra un legnetto a due rematori, con esso Gaspare Cotenda catechista del Padre, e Agostino Otu, s’avviarono a Noscima.

Appena avevano preso mare, che una donna più fervente che saggia li diè tutti senz’avvedersene,in mano a’ persecutori e alla morte. Questa e cristiana e fervente s’era poco avanti confessata col P. Camillo, e tutta in ispirito e in devozione altro non desiderava che di condurre alla fede Monami Soiemon suo marito, ufficiale della giustizia in quella isola d’inchitzuchi, e pagano. E gliene disse quel più e quel meglio ch’ella seppe: aggiungendo, che quando mai più avrebbe una sì bella occasione come ora d’un santo religioso? Che dove voglia udirlo ragionar della fede, e averne il battesimo ella gliel condurrà. Il malvaggio idolatra fintosi alla semplice moglie persuaso d’udirlo e: seguitarne i consigli l’andò destramente scalzando, e ne cavò a poco a poco quanto ella sapeva; chi l’aveva menato a quell’isola, chi sel raccoglieva in casa, chi il conduceva, chi l’aiutava a sostenere e a promuover la fede; e ch’egli poco avanti s’era partito per Noscima, e non andrebbe a molti dì, che il riavrebbero in Ichitzuchi. Così minutamente istrutto il traditore, spedì a riferire il tutto ai governatori di Firando: e questi a lui mandarono tre legni armati; sopra i quali Umanoco presidente della giustizia in quell’isola, ed egli seco, saliti s’avviarono battendo a Noscima. Ma già il P. Camillo era passato oltre all’isola di Ucu, mezza lega distante, e i persecutori proseguendo a cercarne vel trovarono in porto a’ ventiquattro d’Aprile di quest’anno 1622. Era Ucu della signoria di Gotò, né Firando vi aveva giurisdizione per trarnelo:ma Sansì riscotitore dell’entrate del principe, e in dignità il maggiore dell’isola, il diè loro; con che allegrissimi della preda, via nel menarono a Noscima. Ma l’allegrezza fu brieve; perocchè interrogati e Giovanni e Agostino e Gaspare, e gli altri, ognuno in disparte, riseppero lui essere Camillo Costanzo della Compagnia di Gesù; ed o quivi udissero la prima volta, o già per fama sapessero l’uomo ch’egli era forte lor ne dispiacque; legato strettissimamente ogni altro e marinai e compagni della sua barca, lui solo non si ardirono a toccare. Anzi giunti che già era notte a dar fondo in porto a Noscima, il mandarono invitare ad una lor cena, che apparecchiavano sontuosa: ma egli graziosamente se ne scusò; e nondimeno per non parer loro afflitto della prigionia o villano ripigliò se non fosse non altro che onorarlo di certa loro bevanda, il gradirebbe: e subito il messo ritornò ad invitarlo in nome di quei signori a scendere in terra, e,già che più non voleva, prender da essi quel segno di amicizia e di cortesia. Singolare fu la riverenza con che il ricevettero; e fattol sedere nel luogo, più onorevole, bevve: e rimasto con essi alquanto in dolcissimi ragionamenti, accomiatossi, e si tornò ai suoi compagni in mare. Fatto l’alba si mise mano a’ remi con le prode verso Ichitzuchi; dove giunti col sole spartirono i prigioni per due luoghi diversi, quivi lasciando Giovanni e gli altri, che n’eran nativi: il P. Camillo e Agostino e Gaspare suo catechista, li condussero cinque leghe più oltre a Firando.

In giungere il P. Camillo a Firando il presentarono a due giudici di quella corte, i quali, dice egli in una sua al Rettore di Nangasachi, mi domandarono chi era io! Risposi, che religioso della Compagnia di Gesù, e per nome Camillo Costanzo. Soggiunsero: A che fare venuto al Giappone? Ne diedi conto: e trattami dal seno una apologia in iscritto, loro la presentai. Ripigliaran per ultimo; E perché non ubbidire al Xongum signore del Giappone? Al che io: L’ubbidire ai principi la mia legge me l’ordina, fuorchè dove essi comandino cose al voler di Dio contrarie, e tale è il vietare che il Xongum ha fatto, che l’evangelio si predichi nei suoi regni. Ciò udito, pronunziò un di loro che io meritava la morte, e in questo mi fu gittato un capestro alla gola. La medesima notte fui mandato alt’isola di Inchinoscima, dove sto in carcere con due religiosi, l’uno di S. Agostino, l’altro di S. Domenico. Il viver nostro ordinariamente è quaresimale, riso ed erbe e tal volta un poco di pesce. La prigione, ancorchè non sia delle chiuse con isteccato attorno,ha però molte guadie; ed io predico loro cose nostre, ed essi a tutto consentono; e dicono che, se il Xongum nol vietasse, si renderebbero cristiani. Io per me aspetto la risposta da Iendo, e con essa d’ora in ora la morte: Fiat voluntas Domini, a tutto sto apparecchiato. Così egli della sua condannazione troppo succintamente, peroché altronde sappiamo, che quando gli fu messa al collo la fune, egli fatto un sembiante da uomo il più contento del mondo, si rivolse a’ giudici, e disse loro, ch’eran molti e molti anni ch’egli desiderava quello di che ora essi l’avean fatto degno, d’esser legato per una tal cagione, qual è predicar la legge del vero Iddio. E dicendogli con ischermo un de’ giudici, che si fatto desiderio non potea cader in cuore altro che a un pazzo; ripigliò egli a dire, com’era degno della nobiltà del suo spirito e di così subblime argomento, gloriosandone e giubilandone: e che più pienamente il farà, quando per la stessa cagione si venga a crocefiggere, o abbruciar vivo, o comunque altramente parrà loro di ucciderlo. Ben poco o nulla è quel che sappiamo del viver suo nella prigione d’Ichinoscima; perocchè ella è un’isola in alto mare dodici leghe sopra Firando,e non praticata, se non che sol la toccano di passaggio le navi, che vi traggittono dal Giappone al Corai e quivi attendono il vento che loro bisogna. Solo ne abbiamo che egli in alcune sue chiama beata la sua vita in quell’esilio, in quell’eremo; e priega i Padri a non si dar niuna pena di lui, anzi per lui render grazie a Dio, che tal mercè gli avea fatta, che maggior non saprebbe desiderarla. E confessa, che quando gli avveniva di passar vicino alla carcere di Suzuta, dove erano il P. Spinola e que’ tant’altri religiosi in aspettazion della morte, profondamente le s’inchinava, e sentiva brillarsi in petto il cuore e tutto invigorito lo spirito per la vicinanza di quella beata prigione. Erano caramente amici egli e il P. Pietro Paolo Navarro: e quando avveniva loro d’incontrarsi, grandemente si consolavano ragionando della gloria de’ martiri e della felicità del martirio; e l’uno all’altro ne comunicava i suoi desiderii. Or che amendue eran prigioni, si raccordavan per lettere i passati ragionamenti e il brieve tempo che rimaneva a compirsi i lor desiderii. Anzi il P. Navarro, incarcerato quattro mesi prima di lui, gliene spedì subito avviso, aggiungendo che l’aspetterebbe in cielo o martire o confessore. A cui il P. Camillo, poiché anch’egli fu preso riscrisse dalla prigione dandogliene tutto allegro la nuova, e ricordevole dell’invito: Eccoci, dice, dov’ella mi aspetta, e dove io tanto ho desiderato trovarmi. Già ho confessato Cristo e la sua santa legge innanzi a’ giudici; e forse sarò prima di lei a morire; e l’indovinò. Ma perciocchè di lui s’attendevano le risposte e la sentenza dalla corte di Iendo lontano da Firando poco men di quando è lungo il Giappone a levante, prima di lui furono coronati i suoi compagni in diversi luoghi e tempi.

Precorso in cielo questi suoi cari, anch’egli in fra pochissimo tempo tenne lor dietro: perocchè intanto venne a Gonracu la sentenza, che sopra di lui s’attendeva dalla Corte di Iendo, e fu d’arderlo vivo. Il che denunziatogli, ebbe, il sant’uomo i primi saggi di quell’allegrezza di spirito; che poi mostrò in mezzo alle fiamme mai più né prima né dopo lui simile non veduta: e in segno d’esso seguendo l’uso dei giapponesi mandò al Provinciale Paceco in dono il suo reliquiario, dentrovi anche la solenne professione de’ quattro voti che avea fatta in Macao l’anno 1616, singolarmente degna d’aversi in riverenza,onde anche il Paceco la fe’ pubblico patrimonio di quella provincia.

Tratto dunque di carcere e condotto a Firando, quivi diè fondo a Nangiozache, luogo destinatogli a morire: e gli fu subito incontro a riceverlo una barchetta con sei servitori del Principe, accolti da lui in sembiante allegrissimo e con affettuosi rendimenti di grazie: come altresì un ufficiale colà inviato da Nangasachi per assistere alla sua morte in scambio di Gonracu. E qui un de’ ministri del Signor di Firando si fece avanti a domandargli chi fosse e d’onde e di che età e da quanti anni in Giappone: e rispostogli, tutto registrò in iscritto da inviarsi alla corte di Iendo. Era il luogo apparecchiatogli, alla morte non dentro l’isola di Firando, ma dirinpetto in Tabira, quasi a fronte della città nella controcosta ch’era dello Scimo, e con un canale che vi corre framezzo si divide dall’isola. Quivi sulla spiangia poco lungi dal mare avean piantato una colonna di legno, e tutto intorno ad essa disposta un gran catasta chiusa anch’ella dentro una siepe di bambù ingraticolati. La moltitudine d’ogni maniera di gente, che già ne attendeveno la venuta e in terra e in mare era grandissima: e fedeli e pagani, e perfin gli eretici inglesi e olandesi, che tutti insieme vi trassero da Cavacci, uno dei due principali porti dell’isola, dove il lor naviglio di tredici legni era sorto. Il sant’uomo inviatosi alla catasta andò que’ poco più o meno di cento passi, che n’eran lungi con tanto giubilo e celerità, che vi pareva anzi portato con impeto; e i cristiani, che ne conoscevan l’andare, meravigliando dicevano mai simile prestezza non aver veduta in lui. Su l’entrar dentro al cerchio fermatosi, e accomodandosi all’usanza de’ giapponesi in simil punto, disse in voce alta: Io son Camillo Costanzo italiano e religioso della Compagnia di Gesù; se v’ha qui cristiani che m’odano il sappiano. E così detto entrò in mezza alla catasta, e ritto in piè davanti il palo vi si diè a legare, come seguì, all’antica maniera strettissimamente; ed eran le funi canne peste e ritorte, che poi smaltaron di fango, perché più tempo reggessero al tormento del fuoco. Allora egli rivoltosi verso dove era più numeroso il popolo, in gran voce e ben udita come da luogo eminente, dichiarò la cagione di quell’arderlo vivo altro non essere, che l’aver egli predicata in quei regni la legge del vero Iddio, indi fattosi da quel testo di S. Matteo: Nolite timere eos qui occidunt corpus, animan autem non possunt uccidere, ragionò in ottimo giappo del sopravvivere che fa l’anima alla morte del corpo, e della eternità o felice o misera, a cui si passa alla vita presente. Per istentato e tormentoso che sia il morir di qua, pur finirsi, ma non sia già mai quella, secondo il merito, o vita o morte, che l’anima ricomincia in perpetua beatitudine o dannazione: e sopra ciò prosegui a dir fin che volle: né se non posciacchè tacque, i carnefici miser fuoco nella stipa per tutto intorno, e ne usciron dal cerchio. Allora cominciando egli già ad ardere ricominciò il predicare: Intenda ognuno, diceva, che non v’è altra via da salvare l’anima che quella della fede e della santa legge di Gesù Cristo. Tutte le sette de’ Bonsi sono vane, son empie, sono ingannevoli: tutte menano l’anima in eterna perdizione. Mentre così diceva, le fiamme si levaron si alto, che egli più non si vedeva, ma se ne udiva la voce cos’ì ferma e in un dir sì gagliardo e si efficace, come fosse in su il pulpito predicando, non in mezzo al fuoco ardendo. Poi si quietò, e intanto il fumo si rischiarò, e dieder giù le fiamme tanto che fu riveduto. E comparve in atto di attentissima orazione, col volto e gli occhi in cielo, tutto immobile e d’un sembiante giocondissimo: e così stato un poco, ritornò sul dire, ma in altra lingua e in altro tono; e cantò come si suole nelle chiese, il salmo Laudate Dominus omnes gentes con esso infine il Gloria Patri: e quel finita si tacque. E già credevano che con questa lode di Dio in bocca spirasse: quando tutto improvviso ripigliata la voce tornò a predicare, frammescolando alle giapponesi molte parole latine, che poi fedeli, avvegnacchè ben l’udissero, non le seppero ridire.Ma quello che in tutti eccitò maggior meraviglia, e fece credere, ch’egli sopraffatto da una eccessiva consolazione infusagli da Dio nel cuore, non sentisse il tormento del fuoco, fu lo sclamar ch’egli fece, ripetendo tre volte una cotal forma propria di quella lingua, quando estremamente si gode di alcuna cosa; come sarebbe fra noi: O bene! O che piacere! E ciò fu appunto quando le fiamme fatteglisi già più vicine ricrebbero tanto che tutto l’involsero: ed, o gli abbruciassero il vestito che era il proprio della Compagnia, o per altro che io non so veramente dir che, egli apparve, come appunto ne scrivono di colà, candido come neve: poi di lì a poco per lo cocimento del fuoco tutto bronzino ed annerato; né più altro se ne aspettava, se non che già   morto cadesse a piè del palo. Né tardò molto: ma non doveva quell’anima tanto infiammata di Dio uscirgli per andarsene a Dio, se non lodando con le medesime parole di quegli che in paradiso son più da presso a Dio e più ardon di lui: e rialzata per ultimo la voce, con uno sforzo tale che fu intesa ben di lontano, gridò Sanctus, Sanctus, e nella quinta volta che ripetè, chinò il capo e spirò. Di tutte particolarità fin qui riferite, vi ebbe testimoni una immensa moltitudine di spettatori e uditori: e durò gran tempo a ragionarsene e da’ fedeli e dagli idolatri con quella meraviglia e lodi, che a tanta virtù si doveano.

Cadde questo glorioso trionfo della fede di Cristo in Giappone il 15 Settembre del 1622, essendo il P. Camillo di cinquanta anni, trenta della Compagnia e diciassette della missione giapponese. Il suo corpo fu gittato a perdersi in una corrente di mare, che va rapidissima ivi verso Firando; e il menò Iddio chissà dove: perocchè non valse a P. Giovanni Battista Beaza Rettore di Nangasachi il mandarne in cerca per tutto colà intorno que’ lidi: che mai fu potuto trovare.

Camillo Costanzo fu beatificato a Roma il 7 luglio o 7 maggio?) 1867 da Papa Pio IX. A Tabira, luogo di martirio del beato bovalinese, il 25 marzo 1990 è stato inaugurato un monumento a Camillo Costanzo, diventato luogo di pellegrinaggio da parte di milioni di giapponesi.

Diverse sono le preghiere e le invocazioni composte e indirizzate al glorioso martire:

1) Triduo in onore del Beato Camillo Costanzo da Bovalino Superiore, per ottenere le grazie di cui si ha bisogno (Comincia il 22 Settembre) – Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. – Gloriosissimo Beato Camillo Costanzo, che per aver avuto in questa terra i natali, siete presso Dio il nostro potente intercessore, guardate pietoso la mia necessità ed ottenetemi da Lui la grazia che ora per mezzo vostro, umilmente chiedo. (Si esponga la grazia che si desidera) – Pater, Ave e gloria. – Gloriosissimo Beato Camillo, intrepido apostolo del vangelo, che predicaste ai popoli barbari del lontano oriente, concedetemi la grazia di professare costantemente la santa fede per essere degno ora e sempre della misericordia del Signore. – Pater, Ave e Gloria. – Beato Camillo, che consumaste la vita con glorioso martirio, dando a Gesù Cristo la prova più grande dell’amore, concedetemi la grazia di amare Dio con tutto il cuore e di amare il prossimo come me stesso per amore di Dio, affinché allietato da quelle celesti benedizioni che mi sono necessarie nella vita presente e che fervidamente imploro, possa conseguire nell’altra vita il premio eterno. Così sia. – Pater, Ave e Gloria. – Pregate per noi o Beato Camillo affinché siamo fatti degni delle promesse di Cristo. – Preghiamo: Signore che hai voluto illustrare il glorioso martirio del Beato Camillo indefesso predicatore della fede presso la gente giapponese, concedi a noi tuoi servi che infiammati del divino amore, per la di lui intercessione possiamo arrivare a te felicemente. – Per Cristo Signore nostro, così sia. – Visto si approva – Bovalino S, 30 Luglio 1928 – Giovan Battista Vescovo

2) Triduo in onore del Beato Camillo Costanzo S.J. Martire (anonimo e senza data) – I) O grande apostolo di carità, B. Camillo Costanzo, che fin da giovinetto Ti sei segnalato in questa virtù tanto cara al cuore di Cristo e tanto da Lui raccomandata, muoviti a compassione di noi, ora che sei in Cielo ed ottieni provvidenza ai miseri, salute agli infermi e a tutti la liberazione dei mali ed il soccorso nei bisogni. Tre Gloria – Beato Camillo Costanzo, prega per noi. – II) O zelatore fervente della salute delle anime, B. Camillo Costanzo, Tu che intraprendesti lunghi e disastrosi viaggi per annunziare ai pagani la parola della verità, affinché anch’essi potessero conoscere ed amare Cristo, pietà Ti prenda delle anime nostre ed impetraci la grazia di non andare perduti in eterno. Tre Gloria – Beato Camillo Costanzo, prega per noi. – III) O glorioso Beato Camillo Costanzo, nostro potente pro­tettore, Tu che per convertire i popoli del Giappone e per provare il Tuo amore a Cristo non hai dubitato di affrontare il martirio, fa’ che anche noi sappiamo sacrificarci per i nostri fratelli ed ottienici la grazia che ora Ti domandiamo, purché sia conforme alla salvezza della anima nostra (domandare la grazia che si desidera). Tre Gloria – Beato Camillo Costanzo, prega per noi. – Preghiera. Signore Gesù, Tu hai promesso che «chiunque Ti confes­serà dinanzi agli uomini, sarà da Te confessato dinanzi al Padre Tuo», umilmente Ti preghiamo, in ricorrenza del quarto centenario della nascita, che Tu voglia glorificare, con l’aureola dei Santi, il Tuo servo, Camillo Costanzo, che, dopo aver sparso il buon seme della divina Parola, concluse la vita affrontando il martirio per dimostrare il Suo attaccamento a Te e alle anime redente dal Tuo sangue prezioso. Fà, o Signore, che per i meriti di questo Sangue e per l’intercessione del Tuo servo, il Beato Camillo Costanzo, possiamo anche noi, dopo averti con­fessato in terra con una cristiana condotta di Vita, cantare le tue misericordie in cielo. Così sia. – Cenni biografici. Il B. Camillo Costanzo nacque a Bovalino (Reggio Cal.) da nobile e ricca famiglia, profondamente cristiana nel 1572. Ancora giovinetto, fu mandato a Napoli per intra­prendere gli studi per avvocato, ma la voce del Signore lo chiamò all’apostolato, facendolo entrare, dopo non poche difficoltà, nella Compagnia di Gesù: aveva appena vent’anni! Ordinato sacerdote, chiese ed ottenne di andare missionario nel lontano Giappone che solo allora si apriva alla civiltà cristiana. Qui, nella città di Firando, dopo una vita spesa nella predicazione del Vangelo e nella conversione ed assistenza dei pagani, fu condannato ad essere bruciato vivo: era il 15 settembre 1622. Fu glorificato dal Santo Padre Pio IX il 1870.

3) Invocazioni al Beato Camillo Costanzo S. J. da Bovalino Superiore – Reggio Cal. (composte da Zinghinì Giuseppe fu Giuseppe e autorizzate il 17-7-1945 da Giovanni Battista Chiappe, vescovo di Gerace): Signore, abbiate pietà di noi. – Gesù Cristo, abbiate pietà di noi. – Signore, abbiate pietà di noi. – Gesù Cristo, ascoltateci – Gesù Cristo, esauditeci. – Dio Padre, che regnate nei cieli, abbiate pie­tà di noi. – Dio Figliuolo, Redentore del mondo, abbiate pietà di noi. – Dio Spirito Santo, abbiate pietà di noi. – Santissima Trinità, che siete un solo Dio, abbiate pietà di noi. – Santa Maria, concepita senza peccato originale, pregate per noi. – Beato Camillo Costanzo, pregate per noi. – Beato Camillo, geloso custode della virtù angelica, pregate per noi. – Beato Camillo, novello San Luigi per i digiuni e le discipline con cui martoriaste sempre il vostro corpo, pregate per noi, – Beato Camillo, fedele imitatore del casto Giu­seppe, pregate per noi. – Beato Camillo, che lasciaste gli studi della legge umana per farvi apostolo e maestro di quella divina, pregate per noi. – Beato Camillo, che abbandonaste la carriera militare per entrare in una milizia più santa e più perfetta, pregate per noi. – Beato Camillo, sprezzatore delle ricchezze, pregate per noi. – Beato Camillo, amante della povertà, pregate per noi. – Beato Camillo, tempio della più perfetta umiltà, pregate per noi. – Beato Camillo, innamorata di Gesù Crocifisso, pregate per noi. – Beato Camillo, devotissimo di Maria, pregate per noi. – Beato Camillo, giglio purissimo la cui soave fragranza attrasse a Dio molte anime, pregate per noi. – Beato Camillo, specchio tersissimo delle più rare virtù, pregate per noi. – Beato Camillo, indefesso predicatore della fede presso la gente giapponese, pregate per noi. – Beato Camillo, mirabile esempio di forza e di coraggio, pregate per noi. – Beato Camillo, insuperabile confutatore colla parola e cogli scritti, delle sette cinesi e giapponesi, pregate per noi. – Beato Camillo, invitto martire di Cristo, pregate per noi. – Beato Camillo, che ascoltaste impavido l’ingiusta sentenza di morte dinanzi alla corte di Jendo, pregate per noi. – Beato Camillo, il cui cuore arse, per la salute delle anime, più delle stesse fiamme uccisero il vostro corpo, pregate per noi. – Beato Camillo, il cui contegno costrinse i vostri giudici ad ammirarvi, pregate per noi. – Beato Camillo, la cui eloquente parola commosse i vostri stessi carnefici, pregate per noi. – Beato Camillo, che per testimoniare, ancora una volta Gesù, Re D’amore, spiraste al canto del trisagio degli Angeli, pregate per noi. – Beato Camillo, la cui morte somigliò moltissimo a quella del Divin Maestro, pregate per noi. – Beato Camillo, il cui corpo, dopo bruciato, restò candido come la neve, pregate per noi. – Beato Camillo, che dopo morto, in odio alla re­ligione foste buttato in mare, pregate per noi. – Beato Camillo, decoro della Compagnia di Gesù, pregate per noi. – Beato Camillo, onore e vanto della patria vo­stra, pregate per noi. – In ogni nostro bisogno a voi ricorriamo nostro potente avvocato, non abbandonateci. – Sempre e dovunque, Beato Camillo, proteg­geteci. – Agnello di Dio, che togliete i peccati del mon­do, perdonateci, o Signore. – Agnello di Dio, che togliete i peccati del mon­do, esauditeci, o Signore. – Agnello di Dio, che togliete i peccati del mon­do, abbiate pietà di noi, o Signore. – Gesù Cristo, ascoltateci. – Gesù Cristo, esauditeci. – Beato Camillo, pregate per noi. – Affinchè siam fatti degni delle promesse di Gesù Cristo. – Orazione. I beati meriti del tuo martire Camillo, o Signore, ci accompagnino e ci rendano sempre più ferventi nel tuo amore. Per Cristo Signor Nostro-Così sia.

4) Coroncina popolare al Beato Camillo Costanzo S.I. da Bovalino Superiore (approvata dall’autorità ecclesiastica e con l’indicazione in calce che quanti desiderano copie della coroncina e notizie relative al culto del Beato Camillo Costanzo di rivolgersi al Sig. Zinghinì Giuseppe fu Giuseppe in Bovalino Superiore): Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.- O Camillo di Costanzo – Tu che accetto sei al Signore – Ci fortifica nel cuore – Ci conduca tu nel Ciel. – 1^ Posta: Salve, salve, invitto Santo – Della fede e dell’amore – Deh! feconda il nostro cuore – Di sapienza e di bontà. (Si ripete per dieci volte) – Gloria al Padre ecc. O Camillo ecc. – 2^ Posta: La Tua luce, il Tuo martirio – Renda grande questa terra – Fuga vince la ria guerra – O gran Santo di Gesù. (Si ripete per dieci volte) – Gloria al Padre ecc, O Camillo ecc. – 3^ Posta: Ti ricorda dei Tuo figlio – Dei devoti cittadini – Schiudi fulgidi giardini – Per noi tutti di virtù. (Si ripete per dieci volte) – Gloria al Padre ecc. O Camillo ecc. – 4^ Posta: E al peccato al suo veleno – Metti Dio colla sua grazia – Rendi l’alma nostra sazia – Della Santa Carità. (Si ripete per dieci volte) – Gloria al Padre ecc, O Camillo ecc – 5^ Posta: E nel punto della morte – Nell’estrema agonia – Con Gesù e con Maria – Ci conforti il Tuo favor. (Si ripete per dieci volte) – Gloria al Padre ecc. O Camillo ecc. – Orazione. O Dio, che hai voluto illustrare il glorioso martirio del Beato Camillo, indefesso predicatore della fede presso le genti giapponesi, concedi a noi tuoi servi che, infiammati del Di­vino Amore, per la di lui intercessione possiamo arrivare a te felice­mente. – Per Cristo Signore Nostro. Cosi sia.

5) Preghiera e note biografiche (approvate dall’Autorità ecclesiastica e contenute in una doppia immaginetta sacra dedicata al Beato Camillo Costanzo –festa il 25 settembre- e Paolo Navarro –festa il 16 novembre- Martiri in Giappone nel 1622). Il B. Camillo Costanzo, nativo del­la Calabria, dopo di aver portato le armi nelle guerre di Fiandra, si con­sacrò a Dio nella Compagnia di Ge­sù. Passato missionario nel Giappo­ne, vi dilatò con la voce e con gli scritti la religione di Cristo, finché preso dai persecutori fu condannato ad essere arso vivo. In mezzo alle fiamme l’invitto Martire parlava alla moltitudine circostante ricordando quelle parole di Cristo: “Non temete coloro che uccidono il corpo”. Final­mente sentendosi morire ripeté il tri­sagio angelico: Sanctus, sanctus, sanctus, e rese a Dio l’anima glorio­sa. Morirono pochi giorni prima di lui Gaspare Cotenda, catechjsta, con­giunto di sangue alla real casa del Firando e compagno di carcere del P. Camillo, Francesco Taquea, fan­ciullo di 12 anni, e Pietro Xequi di 7. Il P. Camillo fu preceduto nel mar­tirio anche dal B. Agostino Ota, che da lui era stato prima di morire am­messo ai santi voti della Compagnia di Gesù. Tutto ciò avvenne nell’an­no 1622. Preghiera. O valorosi Camillo, Agostino e Compa­gni Martiri, che per mantenervi fedeli a Dio e guadagnare l’eterna vita perdeste volentieri la temporale, ottenete anche a noi un simile coraggio, si che disprezzando la terrena felicità mettiamo ogni studio in assicurarci la celeste. Così sia.

6) Preghiera approvata dal vescovo Giov. Battista e contenuta in un’immaginetta sacra dedicata al Beato Camillo Costanzo, senza data. – Gesù amabilissimo, che il Vostro fedele Beato Camillo Costanzo, pur nato nell’agia­tezza, voleste chiamare ad una vita di stenti e di pericoli, meritandogli il più prezioso dono qual’ è quello di salvare gl’infedeli e condurli nella celeste beatitudine, per il lento doloroso martirio del fuoco che ebbe a sof­frire, e per la sua potente intercessione, fate che ancor noi possiamo ardere di fuoco di­vino per Voi, dolcissimo Gesù; e fate che la vostra potente benedizione scenda, quale vivificante rugiada, sul Vescovo, sui Sacer­doti, sulla Diocesi tutta, affinché superati i travagli e le amarezze della vita presente possiamo insieme godere un giorno la vo­stra gloria immortale. – Un Pater, Ave e Gloria, per impetrare pre­sto la Canonizzazione del glorioso Beato Ca­millo Costanzo. – (Si concedono 50 giorni d’Indulgenza).

7) Inno al Beato Camillo Costanzo cantato dal popolo a Bovalino Superiore – Innalziamo al gran figlio d’Ignazio,/ al Beato Costanzo un bel canto:/ Egli è nostro comune gran vanto,/ che per Cristo il suo sangue versò. – Egli è nato in Calabria felice,/ di soldato la gloria sprezzando,/ il suo nome ben più venerando/ rese a noi col crudele martir. – O Costanzo, o apostolo invitto,/ deh! c’ispiri l’amor delle genti,/ che nell’ombra di morte giacenti/ voglion luce e l’amor di Gesù. – Gloria al martir che intera la vita/ consacrò al divino suo duce!/ Gloria a quanti di Cristo la luce/ alle genti infedeli daran. – Beato Camillo, nostro avvocato,/ che per la fede moristi bruciato,/ gridasti sempre “Viva il Signore!”/ con voce forte e con vivo ardore. – Nota: nel primo rigo Ignazio è Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù (i Gesuiti).

8) Orazione “Die 10 septembris – B. Camilli Costanzo Martyris – III classis/Missa In virtute, de Communi unius Martyris, praeter orationem: Orémus. Deus, qui beatum Camillum, indeféssum fìdei apud Iapò­num gentes praec6nem, len­to igne probatum, gloriòso martyrio illustrare voluìsti: concéde nobis fàmulis tuis; ut, flamma divìni amòris in­cénsi, eius intercessiòne ad te pervenìre felìciter me­reàmur. Per Dòminum no­strum Iesum Christum. – (Preghiamo. O Dio, che, dopo averlo provato col fuoco lento, hai voluto coronare di glorioso martirio il beato Camillo, instancabile propagatore della fede tra i popoli del Giappone; concedi a noi tuoi servi che, accesi dalla fiamma del divino amore, possiamo per sua intercessione meritare di raggiungerti nella felicità del Cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.)

9) Preghiera contenuta nel calendario dell’Arciconfraternita anno 2006, mese di agosto. Gloriosissimo Beato Camillo, intrepido apostolo del / Vangelo, che predicaste ai popoli barbari del lontano / Oriente, concedetemi la grazia di professare / costantemente la Santa Fede per essere degno, / ora e sempre, della misericordia del Signore. 10) Preghiera del Vescovo Giancarlo Maria Bregantini, contenuta dietro l’immaginetta della statua del Beato, che si venera nellla Chiesa Matrice di Bovalino, e distribuita ai presenti in occasione del Convegno di giorno 30 dicembre 2007: “Beato Camillo Costanzo, / noi, figli di questa terra da cui sei partito con passione e zelo missionario, / con cuore grato ti invochiamo, / perché tu possa intercedere presso il cuore di Dio, / perché si allarghino gli orizzonti della nostra speranza, perché possiamo impegnarci con passione nell’annuncio del Regno. / Concedici di avere sempre un animo missionario, / aperto ad ogni necessità. / Chiedi al Padre celeste che questa terra di Calabria abbia nuove vocazioni, / si impegni ad annunciare il Vangelo della liberazione e della consolazione / con fortezza, coraggio, autenticità. / Alle terre del Giappone e della Cina, da te evangelizzate e da te amate, / concedi pace, libertà religiosa, crescita nella fede, / sviluppo solidale e rispetto per il bene di tutta l’umanità. / Alle nostre famiglie e comunità parrocchiali, / per la tua preghiera, / siano concessi giorni di pace e di perdono / perché tutti noi, attraverso il nostro costante impegno, / possiamo far fiorire ogni angolo della nostra terra / della bellezza e del profumo di Cristo.”

 

Nella Chiesa Matrice di Bovalino Superiore è venerata una statua del Beato in legno, di buona fattura, acquistata nel 1932. Alla base del piedistallo sono riportate diverse notizie riconoscitive: “ Beato Camillo Costanzo S.J. nato nel 1572 bruciato vivo in Giappone 1622 Gloria e Onore di Bovalino Sup. / eseguito dalla ditta Schmazl Giuseppe scultore Ortisei Bolzano/ Per cooperazione e interessamento di Giuseppe Zinghinì fu Giuseppe”

Come il sottoscritto si augurava nella Prefazione, la “casa” del Beato Camillo Costanzo è stata completata nel dicembre del 2007 per adattarla a sede ed archivio storico dell’illustre personaggio e della stessa Confraternita. Il progetto di restauro è stato redatto dall’architetto Tommasi Violi e i lavori sono stati eseguiti dalla ditta del sig. Bruno Albanese. La casa, che ha una superficie di circa 48 mq.. è stata acquistata in epoca recente dall’Arciconfraternita. In merito bisogna precisare che gli ultimi proprietari, che risultano dagli atti catastali, furono i coniugi Battista Antonio fu Felice –1908 -disperso durante la 2^ guerra mondiale- e Zappia Giuseppa di Giovanni –1915/1984, che l’acquistarono all’epoca del loro matrimonio celebrato nel 1941. Nel 1962 la sig.ra Zappia si trasferisce ad Ardore e vende senza atto notarile ma solo “verbalmente” ai coniugi Parisi Vincenzo e Trivieri, vicini di casa, per la somma di £. 95.000. Negli anni ’90 il figlio dei suddetti, sig. Parisi Girolamo, fa un compromesso di vendita all’Arciconfraternita, pur non avendone titolo, ricevendo dalla stessa la somma di duemilionicinquecentomila.

In occasione dell’inaugurazione della “casa” l’Arciconfraternita ha organizzato un Convegno nazionale sul Beato Camillo Costanzo, finalizzato alla valorizzazione del più illustre cittadino bovalinese. Attraverso manifesti affissi in tutta la Diocesi di Locri e accattivanti inviti pieghevoli su sei facciate, personalità politiche e religiose, associazioni culturali e la popolazione tutta sono stati avvisati e invitati a partecipare all’interessante iniziativa.

Nella prima facciata sono indicati gli enti promotori e il titolo, con una foto della statua del Beato: “Diocesi di Locri-Gerace / Parrocchia ‘S. Caterina V. M.’ di Bovalino Superiore / Arciconfraternita ‘Maria SS. Immacolata’ di Bovalino Superiore / con il patrocinio del Banco di Napoli e Intesa S. Paolo – Convegno ‘L’azione apostolica del Beato Camillo Costanzo, missionario gesuita bovalinese, martire in Giappone’ (1571-1622) – Bovalino Superiore – Chiesa Matrice – 30 dicembre 2007 / ore 16.00.”

Nella seconda facciata il Programma: “Ore 16.00: Chiesa Matrice, Bovalino Superiore / Introduce: dottor Antonio Blefari, Priore Arciconfraternita ‘Maria SS. Immacolata’ di Bovalino Superiore / Interventi: dottor Giovanni Carteri, Saggista ‘Il contesto storico, sociale e religioso nella Bovalino del Beato Camillo Costanzo’ – Padre Giovanni Ladiana S. J., Superiore Padri Gesuiti di Reggio Calabria ‘Spiritualità missionaria della Compagnia di Gesù: ieri e oggi’ – Padre Stefano De fiores, docente di Mariologia Pontificia Università Gregoriana di Roma ‘La figura meravigliosa del Beato Camillo Costanzo come emerge dalle sue lettere dal Giappone e dalla Cina’ / Conclude: S. E. Padre Giancarlo Bregantini, Vescovo Diocesi Locri-Gerace / Ore 18.00: inaugurazione della casa natale del Beato Camillo Costanzo, acquisita e ristrutturata dall’Arciconfraternita ‘Maria SS. Immacolata’ di Bovalino Superiore / Ore 18.30: Concelebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Padre Giancarlo Maria Bregantini, Vescovo di Locri-Gerace.”

Nella terza e quarta facciata Brevi cenni biografici del Beato Camillo Costanzo: “Camillo Costanzo nacque in Bovalino (Motta Bovalina) nel novembre 1571 da Tommaso e Violante Montano, nobile famiglia di origine cosentina trasferitasi nella nostra cittadina circa trent’anni prima. Tale condizione socio-economica favorevole permise al giovane, buono sensibile ed altruista, di vivere serenamente il periodo della crescita e della formazione in Bovalino e di seguire gli amati studi di diritto civile per un biennio presso l’Università di Napoli, per poter poi esercitare la professione di avvocato. Terminati gli studi, andò soldato a Ostenda, nelle Fiandre, al seguito del principe Alberto. Ritornato in Italia, dopo una forte crisi esistenziale che lo portò ad appartarsi in feconda solitudine in una società piena di contraddizioni e smarrita nel vizio, entrò l’8 settembre (curiosa coincidenza per Bovalino) del 1591 come novizio nel collegio della ‘Compagnia di Gesù’ di Napoli. Completata la sua preparazione in Logica a Napoli, Nola e Salerno e in quest’ultimo Collegio insegna grammatica per due anni. Ordinato sacerdote, finalmente nel marzo del 1602, all’età di 31 anni, parte spontaneamente per Macao in Cina dove giunge nel marzo del 1604. Si realizzava così un sogno inseguito invano per dodici anni. Per tre anni predicò tra Goa, la Malacca e Macao, ma dovette sottostare all’ingiunzione delle autorità cinesi che lo privarono della residenza: si diresse, perciò, in Giappone, dove sbarcò a Nagasaki. Si perfezionò per un anno nella lingua giapponese e iniziò la predicazione della parola di Cristo nella città di Sakai. Nel 1614, a causa di un bando di proscrizione, dovette abbandonare il Giappone e tornare a Macao, dove trascorse altri sette anni. Nel 1621, travestito da soldato, tornò in Giappone, sbarcando nell’isola di Iki. Qui, oltre che all’opera di evangelizzazione e di diffusione della religione cattolica, si dedicò agli studi e scrisse ben diciotto trattati di religione comparata, confrontando criticamente le religioni locali con il cristianesimo. Sfuggito alla cattura si rifugia nell’isola di Firando. Dopo tre mesi, mentre si apprestava a salpare per l’isola di Noscima, fu pregato da una donna cristiana di convertire il marito, ma quest’ultimo, visto il missionario corse ad avvisare i soldati che lo arrestarono insieme ad alcuni marinai. Fu portato nell’isola d’Ichinoscima nell’attesa della sentenza di condanna al rogo. Successivamente fu trasferito a Tabira, sulla costa fronteggiante la città di Firando (oggi Hirado). L’epilogo fu terribile. I marinai vennero condannati alla decapitazione ed il missionario ad essere arso vivo sul rogo. Fu legato ad un palo ed arso vivo, non cessando un attimo di predicare la fede alla moltitudine di gente che assisteva al supplizio e invitando i cristiani a viverla coraggiosamente ed i pagani ad abbracciarla senza paura. Dopo aver cantato il “Gloria Patri” e ripetuto per cinque volte la parola “Sanctus”, lieto con gli occhi rivolti al cielo, spirò. Era il 15 settembre 1622. Fu beatificato a Roma il 7 luglio 1867 da Papa Pio IX. – Nella Mostra Missionaria vaticana allestita in occasione dell’Anno Santo del 1925, venne esposto il quadro con l’effigie del Nostro Beato assieme a quelli degli altri martiri del Giappone. – Sulla sua vita esiste una vasta bibliografia, che delinea compitamente la figura storica e soprattutto morale. Tra le tante raccolte e pubblicazioni, interessanti sono ‘Breve memoria sulla vita e martirio del P. Camillo Costanzo D.C.D.G. Calabrese – Beatificato il 7 Maggio 1867’ di Anonimo e senza data, Firenze; un Menologio pubblicato a Venezia nel 1870, ad opera del gesuita padre Giuseppe Antonio Patrignani, che raccoglie certosinamente tutte le notizie disponibili negli archivi della Compagnia di Gesù, sul Beato bovalinese; il breve saggio su ‘Camillo Costanzo S.I. scrittore e martire / Spiritualità ed esegesi del lessico sino-giapponese’ di Irene Barocci, pubblicato in Societas – Rivista dei Gesuiti dell’Italia Meridionale, Anno L – Settembre/Dicembre 2002 – n.5/6. Originali studi e ricerche sul Nostro sono stati compiuti dai saggisti Piero Leone e Giovanni Carteri. L’opera più ponderosa scritta sul Beato Camillo Costanzo resta il saggio di Padre Stefano De Fiores,pubblicato nel 2000 da Qualecultura – Jaka Book, contenente 17 lettere inedite del Beato dal Giappone e dalla Cina. Come scrive l’autore, che giudica il Beato Camillo Costanzo il padre Ricci del Giappone, ‘se nel Seicento un figlio di Bovalino ha potuto compiere imprese memorabili, perchè oggi la Clabria deve piegarsi su se stessa sotto i mali che la opprimano? La conoscenza del Beato Camillo Costanzo è un tonico che ristora le forze e libera le energie costruttive di quanti verranno a contatto con lui’

Nella quinta e sesta facciata alcune immagini che riproducono la Casa del Beato Camillo prima e dopo il restauro e alcune attività dell’Arciconfraternita, quali il Museo d’arte sacra e il tradizionale presepe meccanizzato. Tale invito era accompagnato da una lettera firmata dal parroco di Bovalino Padre Giuseppe Pittarello e dal Priore dell’Arciconfraternita dott. Antonio Blefari: La S.V. è invitata a presenziare al convegno sul Beato Camillo Costanzo, gesuita bovalinese, martire in Giappone il 15 settembre 1622. Dopo tanti sforzi siamo riusciti, come Arciconfraternita Maria SS. Immacolata, ad acquisire e ristrutturare la sua casa natale. E’ un evento signi/ìcativo non solo per la comunità bovalinese, ma per tutta la Calabria e la Diocesi di LocriGerace, la cui Biblioteca è intestata proprio al Nostro Beato. L ‘Arciconfraternita intende qui ringraziare la grande opera compiuta da S. E. il Vescovo Bregantini che non ha smesso mai di incoraggiare questa iniziativa. Oggi per tutti noi si realizza un sogno. Siamo convinti che la conoscenza di questa grande figura di martire aprirà nuovi spazi di confronto con le altre religioni e con le civiltà dell’Estremo Oriente, dove il Beato operò da vero pioniere del messaggio di Cristo.Grati per la partecipazione, porgiamo fervidi auguri di Buon Natale e un 2008 ricolmo di ogni bene. Bovalino, 7 dicembre 2007.” Nell’attesa della pubblicazione degli atti del convegno, promessa dal priore, perché rimanga a perenne memoria il segno di questa importante iniziativa, i giornali hanno riportato ampiamente la notizia e hanno dato contezza di quanto avvenuto, come la Gazzetta del Sud del 3 gennaio 2008 con un articolo a firma del corrispondente Giuseppe Pipicella dal titolo A Bovalino con un convegno di studi Bregantini inaugura la casa natale del beato Camillo: “Bovalino Superiore, centro col­linare ricco di storia e tradizioni cristiane, celebra il Beato Camil­lo Costanzo, ricordato dal supe­riore provinciale dei gesuiti, pa­dre Giovanni Ladiana, come ‘autentico campione missiona­rio’ della fede cristiana vissuta e divulgata fino al supplizio, il 15 settembre 1622 in Giappone. Fu arso vivo a Firando (oggi Hi Ra­do) e mentre la gente assisteva al suo supplizio, invitava tutti i cristiani a vivere nella fede in Cristo ed i pagani ad abbracciar­la senza paura. ‘E allora -scrive padre Stefano De Fiores, docen­te di Mariologia pontificia alluniversità Cregoriana di Ro­ma- se nel seicento un figlio di Bovalino ha potuto compiere imprese memorabili, perché og­gi la Calabria deve piegarsi su se stessa sotto i mali che la oppri­mono?’. Un concetto che De Fiores, originario di San Luca ‘con radici materne di Bovalino Superiore’, ha ripetuto e ampliato nel convegno, alla presenza del vescovo Bregantini, svoltosi in occasione dell’inaugurazione della casa natale del Beato Camillo Costanzo, acquisita e ristrutturata dall’arciconfraterni­ta Maria SS. Immacolata guida­ta dal priore Antonio Blefari. Dopo l’introduzione di Blefa­ri[39], alla presenza delle autorità cittadine e di politici locali, pro­vinciali e regionali, il convegno è proseguito con le relazioni del saggista Giovanni Carteri, di pa­dre Ladiana sulla spiritualità del missionario gesuita, ieri ed oggi e quella di padre Stefano De Fiores che si è soffermato sulla figura del Beato co­me emerge dalle sue lettere dal Giappone e dalla Cina. Un momento di grande com­mozione si è avuto con l’inter­vento finale del vescovo Bregan­tini il quale già nei giorni prece­denti aveva salutato la comuni­tà di Bovalino Marina imparten­do la cresima a unottantina di giovani. Il taglio del nastro all’ingresso della casa del Beato è stato l’atto finale della giorna­ta prima della concelebrazione eucaristica presieduta dal ve­scovo nell’antica chiesa matrice la cui navata di sinistra era quasi interamente occupata dall’artistico presepe elettromeccanizzato ideato e realizzato da mastro Ciccio Clemente con la collaborazione di Francesco Macrì e di un gruppo di elettricisti, idraulici e falegnami.”

Intanto la casa del Beato, che dovrà fungere anche da foresteria per studiosi e gesuiti, è stata arredata in modo provvisorio, in attesa di una sistemazione definitiva. Al piano terra fa mostra un quadro di Giordano del 1998 raffigurante l’Immacolata, insieme ad un modesto mobilio composta da sedie, cassapanca e un tavolo antico. Il secondo piano risulta più ricco: una pianeta e un calice, un messale per messa gregoriana, un letto (donato da Pino Richichi di Careri), un comodino con crocefisso e lampada a petrolio, una poltrona, una vetrina, un lavabo (offerto da Ciccio Clemente), nelle vetrinette libri e registri dell’Arciconfraternita, un quadro del 1900 di S. Sessa rappresentante il martirio del Beato con sullo sfondo un paesaggio dell’estremo Oriente…. Nella facciata della casa è presente una nicchia con una statuetta del Beato, e in basso una lapide in marmo dove è scritto: Oh invitto martire di Cristo / Beato Camillo Costanzo S.J. / Che in Giappone col sangue piantasti la fede / Benedici Bovalino tua Patria / A.D.1939…

La festa liturgica del Beato Camillo Costanzo si celebra con continuità dall’anno 2017, anno della ricorrenza del 150° anniversario della sua beatificazione. La celebrazione diventa anche l’occasione per approfondire gli studi relativi alla sua figura e far conoscere ai compaesani e ai calabresi una persona degna di essere valorizzata, per i messaggi formativi che la sua vita può indicare. Far riscoprire soprattutto alle nuove generazioni (anche attraverso concorsi e approfondimenti a scuola) la storia della figura del missionario e della terra in cui ha vissuto, offre a loro la possibilità di riappropiarsi del loro territorio, con senso di appartenenza e di orgoglio.

[1] Uno fra tanti nel 2002, alla XXXII edizione del Concorso “L’Arte nel Presepio” indetto dall’Associazione Italiana Amici del Presepio – Sez. “Don Matteo Plutino” e dal suo dinamico presidente Ninì Sapone, con la seguente motivazione: “Presepe monumentale, realizzato dal signor Clemente Francesco che ha curato ogni particolare con grande abilità e senso artistico. Ottimi gli effetti speciali ed il commento musicale”.

[2] L’evento è riportato sul sito www.azzurroonline.it e nel TG Spazio Calabria con il seguente servizio giornalistico di Antonio Condò:“Il Museo d’arte sacra a Bovalino. E’ stato recentemente inaugurato a Bovalino Superiore, caratteristico Borgo in cui un ‘antichissima Confraternita si è adoperata per recuperare vecchi reperti che, diversamente, sarebbero andati perduti. Bovalino (RC). Recuperare, per renderlo fruibile e per tramandarlo anche ai posteri, il ricco patrimonio che è autentico frutto della storia religiosa del paese. Questo lo scopo principale dell’istituzione del Museo d’arte sacra recentemente inaugurato a Bovalino Superiore alla presenza di autorità istituzionali locali e di tantissimi bovalinesi. Il Museo è stato allestito dall’Arciconfraternita ‘Maria SS. Immacolata’, pare sia la più antica della Diocesi di Locri-Gerace essendo stata fondata nel 1594 anno in cui -con regio decreto- venne riconosciuta come ente morale. Ne è priore Antonio Blefari il quale, insieme con altri confratelli, ha profuso tutto il suo impegno per la realizzazione del Museo. La struttura è ospitata nella cripta della Chiesa Matrice di Bovalino Superiore e custodisce vari pezzi moltissimi dei quali considerati unici e strappati con passione e tenacia all’incuria degli uomini ed all’usura del tempo. Dal reliquiario del 1629, dono del duca Francesco Pescara, ad una croce d’argento del 1884; dai candelabri alle corone. E poi un pregevole quadro di Guido Reni, i paramenti sacri, le statue, la ‘petrera’ con cui venivano esplosi i colpi che annunciavano l’inizio della novena, i resti dell’antico portone della Chiesa, le corone di spine con cui i confratelli si cingono il capo durante la processione del venerdì santo. Nel Museo bovalinese è possibile vedere ancor’oggi i vari tipi di ‘Tocca’, oggetto in legno che sostituisce il suono delle campane nel periodo pasquale e –precisamente- ­dal giorno della morte di Cristo fino a quello della sua Resurrezione. Non mancano preziosi documenti dell’allora Sottindendenza del Distretto di Gerace, antiche campane, i bastoni dei maestri cerimonieri della Confraternita, pietre tombali ed il vestito della statua della Madonna. Fino all’antica barella su cui venivano adagiati i confratelli passati a miglior vita. Una fetta di storia religiosa e popolare raccontata, insomma, attraverso gli antichi reperti ora custoditi nel Museo d’arte sacra di Bovalino Superiore un grazioso antico borgo da salvare, come recita il titolo del libro di Antonio Ardore che ha visto la luce per i tipi delle “Arti Grafiche GS” e che è stato presentato contestualmente all’inaugurazione del Museo.”

[3] Guido Reni, nato a Bologna il 4 novembre 1575 e morto nella stessa città il 18 agosto 1642, è uno dei maestri della scuola barocca bolognese. Il padre musicista lo vorrebbe avviare alla sua stessa carriera, ma lui preferisce la pittura. A nove anni entra nella bottega di Calvaert, olandese di stile manierista che si è stabilito a Bologna. E’ attratto però dal classicismo dei Carracci e nel 1595 si lega alla loro Accademia degli Incamminati. Tra il 1600 e il 1604 compie diversi viaggi a Roma dove studia Raffaello e i monumenti dell’antichità. Diventa presto famoso, conquistando a Roma una posizione di assoluto rilievo); a causa delle molte richieste in molti casi impiega anni per finire le sue opere, svolgendo le sue commissioni con l’aiuto degli allievi e dipingendo anche più versioni dello stesso scggetto. Nel 1620 Guido Reni si trasferisce a Napoli, ma dopo due anni lascia precipitosamente la città per le minacce dei pittori locali. D’ora in poi vivrà soprattutto a Roma e dal 1631 a Bologna. Tra le opere più interessanti: Crocefissione di San Pietro (1604/1605, Olio su tela, cm305x175, Roma, Pinacoteca Vaticana); David con la testa di Golia (1605-Parigi, Louvre / stile fortemente caravaggesco); Strage degli innocenti (1611-Olio su tela, cm268x170, Bologna, Pinacoteca Nazionale); Atalanta e Ippomene (1620/1625 circa, Olio su tela, cm192x264, Napoli, Museo di Capodimonte); Maddalena Penitente (1627); Il suicidio di Cleopatra (1639/1640-Olio su tela, cm125,5×97, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina); Adorazione dei Pastori (1640 circa, Olio su tela, cm485x350, Napoli, Certosa San Martino); Ecce Homo (Parigi); Concerto di Angioli (Affresco / San Gregorio-Roma); Aurora (Affresco / Pal. Rospigliosi-Roma); Decorazione cappella del Quirinale (Affresco / Roma). Altre opere: Bologna, Pinacoteca Nazionale, Incoronazione della Vergine e quattro santi, ca 1596; Bologna, Palazzo Zani – Rossi, La caduta di Fetonte, affresco, ca 1598; Bologna, Basilica di San Luca, Madonna col Bambino, san Domenico e i Misteri del Rosario, ca 1598; Pieve di Cento, Parrocchiale, Assunzione della Vergine, 1599; Bologna, chiesa di San Domenico, La Resurrezione, ca 1600; Roma, chiesa di San Luigi dei Francesi, Santa Cecilia e quattro santi, 1600; Roma, chiesa di Santa Cecilia, Incoronazione dei SS Cecilia e Valeriano, 1600; Milano, Pinacoteca di Brera, I SS Pietro e Paolo, 1605; Londra, National Gallery, Incoronazione della Vergine, ca 1608; Città del Vaticano, Affreschi delle Sale delle Nozze Aldobrandine e delle Dame, 1608; Roma, Quirinale, affreschi, 1609 – 1611; Roma, Basilica di Santa Maria Maggiore, affreschi, 1611 – 1612; Roma, chiesa della Trinità dei Pellegrini, L’Eterno in gloria, 1612; Bologna, Pinacoteca Nazionale, Sansone vittorioso, 1612; Bologna, Pinacoteca Nazionale, Strage degli innocenti, 1612; Bologna, Pinacoteca Nazionale, Ritratto della madre, 1612 – 1625; Bologna, Pinacoteca Nazionale, Pietà dei Mendicanti, 1615; Bologna, Pinacoteca Nazionale, Crocefissione, 1616; Genova, chiesa del Gesù, Assunzione della Vergine, 1617; Parigi, Louvre, Le fatiche di Ercole, quattro tele, 1617 – 1621; Dresda, Gemaeldegalerie, Madonna col Bambino in trono e santi, 1621; Perpignan, Musée Rigaud, La consegna delle chiavi, 1622; Vienna, Kunsthistorisches Museum, Battesimo di Cristo, 1623; Roma, chiesa della Santa Trinità dei Pellegrini, La Trinità, 1625; Alnwich Castle, collezione privata, Crocefissione, ca 1630; Roma, Galleria Spada, Ritratto del cardinale Bernardino Spada, 1631; Parigi, Louvre, Il ratto di Elena, 1631; Bologna, Pinacoteca Nazionale, Pala del voto, 1632; Ascoli Piceno, Pinacoteca comunale, Annunciazione, ca 1632; Firenze, Galleria Corsini, Sant’Andrea Corsini in estasi, ca 1633; Città del Vaticano, Pinacoteca, Madonna col Bambino e i santi Tommaso e Gerolamo, 1635; Roma, chiesa di Santa Maria della Concezione, San Michele arcangelo, 1635; Parigi, Louvre, La purificazione della Vergine, ca 1637; Siena, chiesa di San Martino, La circoncisione, ca 1637; Modena, Galleria Estense, Il Crocefisso, 1639; Roma, chiesa di San Lorenzo in Lucina, Il Crocefisso, ca 1640; Londra, National Gallery, Adorazione dei pastori, ca 1640; Roma, Pinacoteca Capitolina, Il suicidio di Lucrezia, ca 1641; Roma, Pinacoteca Capitolina, Fanciulla con corona, ca 1641; Bologna, Pinacoteca Nazionale, La flagellazione di Cristo, ca 1641. La tela custodita nel Museo rappresenta i magi in adorazione del Bambino, con attorno la Sacra Famiglia, fra le rovine di una città, con la stella ben visibile nel cielo; è la parte centrale di un quadro, le cui due parti laterali sono conservate al Museo Naz. di Napoli.

[4] In merito Filippo Musitano ha pubblicato, in data 3 settembre 2012, in “CalabriaInforma” un appassionato articolo: “Il reliquario di Bovalino Superiore, gioiello dell’arte”, che si trascrive integralmente:

<Splendida serata quella di ieri sera a Bovalino Sup per la presentazione del libro Fanzago e Fanzaghiani in Calabria.

Alle 21.30 nella chiesa matrice è stato presentato questo corposo volume del Prof. Mario Panarello, grande storico dell’arte, che nella sua ultima fatica letteraria ha dedicato un ampio spazio al Nostro reliquiario. Dopo i saluti di rito del Priore dell’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata Dott. Giuseppe Blefari e del Sindaco Tommaso Mittiga si è entrati nel vivo del dibattito con la dott. Morrone Naymo . Quest’ultima dopo dei brevi accenni agli altri tesori di Bovalino Sup , si è soffermata sul Reliquiario , esso contiene ben 114 Reliquie rare -già autenticate, con bolla del 4 Novembre 1631, da mons. Paolo Palumbo, vescovo di Cassano – tutte incapsulate “in tabernacolo a modo di Chiesiola di Rame deaurato con cristalli” – tra le quali spiccavano frammenti delle vesti infantili di Cristo (“de pannis infanctiae Domini nostri Jesu Xsti”), della tunica insanguinata (“de veste Domini san guine pincta”) e del sudario (“de tela qua Xstus fùit velatus”) del Salvatore, del legno della S. Croce (“de ligno Sanctae Crucis, ubi Xstus oravit ad Patrem”), della pietra di Betlemme e del Calvario (“de petra Bthleem de Monte Calvario”), del bastone di Mosè (“de Virga Moysis”) e, finanche, del legno della Croce del buon ladrone (“de Cruce boni latronis”) –che venne dunque ufficialmente esposto alla venerazione dei fedeli, nella chiesa matrice bovalinese, il 13 Maggio 1720.

Il reliquiario fu per anni esposto a Saracena, paese d’origine dei Duca Pescara Diano, che quando comprarono il Feudo di Bovalino, trasferendoci il titolo di ducato, portarono con loro sia il magnifico reliquiario d’ottone, sia altri più piccoli di cui si persero le tracce dopo il terremoto della fine del settecento. Dal sisma si salvò solo il reliquiario, che a segno della disavventura naturale porta una piccola ammaccatura sul lato superiore. 114 reliquie, fattezze artistiche delicate, la rendono un opera eccezionale, un tempo veniva esposto in caso di calamità e ogni giorno un lume doveva essere acceso al  suo cospetto, oggi viene ospitato nella Juditra della Matrice,presso il museo d’arte sacra.

Anche il Prof. Gian Francesco Solferino è intervenuto parlando con garbo ,tecnicità e una passione che dai suoi occhi arrivava al centinaio di persone intervenute. Lui ,storico per vocazione, è innamorato del nostro Vecchio Borgo,e ci racconta che ogni volta che viene trova qualcosa di nuovo. L’ultima parola l’ha avuta l’autore del libro, Mario Panarello , il quale ci ha fatto conoscere Fanzago , scultore e architetto italiano, e le sue opere in calabria.

Una serata interessante e molto bella, dispiace solo che c’erano pochissimi giovani (intesi dai 18 ai 45 anni) ad ascoltare , ad imparare da fior di professori qualcosa sul proprio paese. Speriamo che le bacheche che vanno di moda in questi giorni a Bovalino lascino un pò di spazio, tra una denuncia (?) e un “che schifo!”, a qualche immagine del reliquiario, sensibilizzando tanto alla cura del degrado quanto alla cura della cultura.>

[5] La costruzione del Castello venne iniziata nel 1240 e venne completata solo nella fine del 1500, a causa di vari attacchi da parte dei turchi e da grandi terremoti. Diviso in tre piani, aveva due entrate, una a ovest (la porta della terra) e una a est (la porta del sole) accessibili solo dalla mattina alle 8 alla sera alle 20. Era completamente circondato da mura e da due lati dalla vallata del soccorso, chiamata così perché in guerra anche i nemici erano aiutati e soccorsi perché zona neutrale di proprietà della chiesa, dalla “zucca” , burrone chiamato in gergo popolare del luogo così per la sua forma. Rimanevano fuori dalle mura solo il rione “Zopardo” (termine greco che significa contadino), e la Guarnaccia, caserma militare, dove c’erano anche le stalle dei cavalli, tutti di razza calvizzano pura, e i buoi allora numerosi, da cui prende il nome Bovalino (Bovalino = bobbalino o mocta bobbalina = bove). Nel 1950 venne tagliato in due per costruire la strada.Oggi è visitabile solo una torre e i resti del terzo piano, di cui facevano parte due stanzoni più le cisterne per l’acqua, la mannaia e una cappella dedicata a Maria SS. Addolorata, dove i condannati a morte pregavano prima di essere decapitati, ormai rimasti solo ruderi.

[6] Ma in tema di crescita ordinata e di valorizzazione del territorio le cose non vanno bene neppure per la Marina, tanto da far dire a Mario La Cava che “l’industria dei sequestri era andata bene; e gli amministratori del paese di B., dove si era concentrato il fiore di tanta intraprendenza, riservavano ai nuovi ricchi i migliori suoli edificatoti per i loro palazzi. Li ricavarono dal centro urbano squartato, dalle campagne manomesse, dalle spiagge occupate. Ingegneri e progettisti privati e pubblici, cooperano di buon grado al successo dell’operazione. –Non vi abbiamo servito bene? Non abbiamo ingrandito il paese?- dissero al popolo sbigottito.” (da “I Caratteri” , n.354 – è l’ultimo ‘carattere’ dell’opera più conosciuta di Mario La Cava, pubblicata per la prima volta nel 1939 e successivamente, con aggiunte e modifiche, nel 1953 e nel 1980)

[7] L’evento del restauro è riportato dalla Gazzetta del Sud, nei due momenti importanti della progettazione e dell’inaugurazione, con due articoli a firma del giornalista Giuseppe Pipicella del 22 febbraio 1989 e del 7 aprile 1995:

“Un «gioiello» del XVl secolo che presto tornerà a splendere, un miliardo per restaurare l’antica chiesa matrice – L’artistica ed antica Chiesa Matrice dl Bovalino Superiore, risalen­te al XVI secolo, sarà pienamente restituita al suo anti­co splendore grazie ad un finanziamento richiesto dalla Comunità Montana ai sensi della legge n. 64 del 1° marzo 1986 e all’interessamento dell’ex assessore dello stes­so ente, Giuseppe Blefari, che da anni si batte per por­tare avanti la pratica relati­va ai finanziamento. ‘Abbiamo avuto assicurazioni precise -ha dichiara­to Blefari- che il progetto sarà interamente finanziato per circa un miliardo di lire. Noi, sia personalmente e sia come Comunità Montana, abbiamo fatto di tutto per superare le pastoie burocra­tiche ed avere così le carte in regola per ottenere l’ap­provazione del progetto pri­ma ed il finanziamento do­po. Speriamo di restituire così a Bovalino un pezzo, seppure piccolo, della sua millenaria storia’. La Chiesa, dichiarata dal­la Soprintendenza per i Beni architettonici artistici e storici,‘immobile di notevole interesse storico-artistico’, è a pianta basilicale a tre navate divise da pilastri quadrangolari su cui si impostano archi a tutto sesto. Dopo il terremoto del 1903, l’altezza della linea di gronda della navata centrale è stata abbassata sino all’imposta della copertura delle navate laterali per poter realizzare l’attuale copertura a due falde. Di notevole interesse artistico sono, tra l’altro, il campanile ubicato sulla zona destra della facciata e costruito in pietrame misto e tre locali sottostanti le ‘navate’ della Chiesa di cui uno centrale a pianta quadrata coperto con volta a crociera e due laterali coperti anch’essi con volta a crociera che servivano da ingressi, probabili locali di riunione, costruiti in epoca precedente. Particolarmente interessanti sono gli affreschi che si notano nelle tre ‘navate’ per il cui recupero si dovranno osservare delle norme particolari già fissate dalla Soprintendenza che ha posto vincoli precisi da osservare. In particolare viene vietato l’uso di mezzi meccanici per evitare dannose vibrazioni alle strutture murarie esistenti. Dopo avere attentamente valutato il progetto di restauro approntato, da una equipe di tecnici composta dall’arch. Bruno Sculli, ing. Marcello Gelonese, geom. Domenico Cataldo e geom. Sebastiano Costanzo, la Soprinten-denza ha posto ben diciassette vincoli non autorizzando, tra l’altro, la trasformazione della facciata prospiciente piazza Camillo Costanzo. La Chiesa anticamente era incorporata nell’antico castello edificato sicuramente in età normanna ed oggi, purtroppo, quasi inesistente. Vi rimangono ancora soltanto pochi ruderi a testimonianza di un passato ricco di storia che oggi si stenta a ricostruire. Nella Chiesa Matrice si conservano 126 reliquie contenute in un reliquario di ottone dorato costruito nel 1629, ed autenticate nel novembre del 1631 da mons. Paolo Palombo, Vescovo di Rossano. Nel 1927, il Soprintendente Galli di Reggio Calabria, ha dichiarato monumenti d’arte due bellissime statuette, raffiguranti S. Lorenzo e S. Pietro, poste ai lati del reliquario. Da un documento datato 23 aprile 1720, esistente in Curia, si è anche accertato che le reliquie erano di proprietà della duchessa di Saracena, in provincia di Cosenza, che si era trasferita a Bovalino dopo il 1717. Prima di allora, infatti, Bovalino Superiore era appartenuto al Caracciolo di Buccianico. Nel 1783, in occasione del devastante terremoto, il reliquario subì lievissimi danni, ma le reliquie rimasero intatte nonostante la Chiesa avesse subito notevoli danni. Allora si gridò al miracolo tanto che per lungo tempo, in occasione di calamità, le reliquie venivano esposte alla preghiera. Dopo l’evento sismico si dovette riparare il campanile della Chiesa ed i lavori furono completati soltanto nel 1866 su progetto dell’ing. Bonfantini, piemontese, il quale stava dirigendo proprio nella zona di Bovalino i lavori di costruzione della strada ferrata.”

Riaperta al culto la chiesa Matrice di Bovalino. Con una solenne cerimonia religiosa, celebrata dal vescovo della Diocesi di Gerace-Locri mons. Gian­carlo Maria Bregantini, è stata riaperta al culto l’antica chiesa Matrice di Bovalino Superiore. Per il restauro sono stati necessa­ri poco meno di due anni di lavori che hanno interessato anche la cripta ampia circa 250 metri quadrati. I lavori, finanziati con la legge «64» per il ripristino dei monumenti archeologici, sono stati eseguiti dall’i­mpresa Sacif di Vallo della Lucania sot­to la direzione dell’architetto Sculli, dell’ing. Ge1onesi e de1geom. Cataldo. Purtroppo non è stato possibile restaurare il campanile per alcune «osservazioni» avan­zate dalla Soprintendenza che è stata molto attenta alla perfetta esecuzione dei restau­ri. La chiesa, intitolata a Maria SS. della Neve e a San Nicola Bari, è stata costruita in epoca remotissima in stile romanico con “soccorpo” ampio e spazioso oggi intera­nte restaurato. Narrano le cronache che è stata varie volte restaurata a causa dei danni subiti a seguito di scosse sismiche come avvenuto a seguito dei terremoti del 1783 e 1908. Il campanile è stato completato nel 1866 su disegno dell’ing. Bonfantini, piemontese, che all’epoca si trovava nella zona per la costruzione della linea ferrata. Dopo il terremoto del 1908 la chiesa è stata ancora restaurata per volontà del Papa Pio X che ha disposto un cospicuo finanzia­mento. Con la riapertura al culto della Matrice, anche la statua dell’Immacolata è stata ri­portata nella chiesa dopo una solenne processione alla quale hanno partecipato autorità civili e militari, i rappresentanti di una decina di Confraternita arrivati da tut­to il comprensorio, gli scout d’Europa della sezione di Bovalino, l’on. Giuseppe Lombardo, il consigliere regionale Zoccali ed altre responsabilità politiche. Durante la cerimonia religiosa hanno ricordato l’avvenimento il parroco don Emanuele Pipicelli, i rappresentanti della Confraternita dell’Immacolata, il vescovo Bregantini.”

[8] Ne “I racconti del Maresciallo” Mario La Cava dice che: “Per la festa dell’Immacolata si celebrava la messa di notte nella iuditra ch’era la chiesa sotterranea e aveva un ingresso interno dal quale si scendeva: ora hanno chiuso anche quello. Vi era un palco a ferro di cavallo come si usa nei tribunali e vi sedevano i fratelli ogni quindici giorni. Mi ricordo le liti che avvennivano là sotto per via della divisione del danaro ricavato, e anche sopra, nel mezzo della chiesa, i preti continuavano a litigare tra di loro, vi erano di quelli ch’erano molto nervosi. Si riunivano pure là sotto per dire la novena dell’Immacolata….”

[9] Nel n.113 della Rivista “Calabria Sconosciuta” (Anno XXX – Gennaio/Marzo 2007 è stato pubblicato un interessante articolo di Antonio Pileggi, dal titolo “La Chiesa Matrice nel centro storico di Bovalino”, con il quale l’autore, tra indizi storici, lapidi, documenti e una meticolosa perizia, riesce a dare storia e descrizione esaurienti della chiesa madre di Bovalino Superiore: Il centro storico di Bovalino, situato sulle colline ioniche a 200 metri sul livello del mare, ha origini medievali. L’abitato conser­va nella parte più alta i resti del castello nor­manno e la chiesa matrice. Quest’ultima, in­titolata a ‘Maria SS. della Neve e San Nicola di Bari’, è composta dalla chiesa vera e pro­pria più la cripta inferiore, la quale risulta es­sere la parte più antica del sacro edificio, risalente all’XI secolo. In essa, chiamata antica­mente ‘Juditra’, si svolgeva un tempo la messa col rito greco. Nel corso del X1V sec. sulla cripta sorse la chiesa, composta da tre navate con relativi altari. L’edificazione ven­ne completata nel 1525 da Giovanni France­sco Pignatelli. Egli ed Ettore Pignatelli, se­condo Franz Von Lobstein nel suo ‘Sette­cento Calabrese’, nell’agosto del 1586 risul­tano giuspatroni della cappella di ‘S. Maria ad Nives’ nella chiesa arcipretale di Bovalino e a tale famiglia risulta pertinente ancora nel gennaio del 1676. A testimonianza del lega­me tra questa famiglia e la chiesa, nella na­vata destra è presente una lapide cinquecen­tesca decorata dal blasone del casato Pigna­telli con altorilievo della Madonna col Bam­bino, sfigurato nel 1594 da un’invasione tur­ca a Bovalino. A quel tempo a destare peri­colo e preoccupazione tra la popolazione non furono solo le incursioni e gli incendi dei pi­rati, ma si aggiunsero le calamità naturali, co­me il terremoto del 1783. In quella occasione la chiesa matrice ebbe a lamentare gravissimi danni, come è documentato da una perizia con relativo disegno, conservati presso l’Ar­chivio di Stato di Catanzaro (Cassa Sacra, Se­greteria Ecclesiastica, busta 55, fascicolo 1253). Dopo il sisma risultarono danneggia­te, oltre alla chiesa matrice, anche le altre chiese del paese, come la chiesa di Santa Caterina. Poiché necessitava una chiesa parroc­chiale affinché si svolgessero le funzioni reli­giose, ed essendo la chiesa del convento di S. Maria di Gesù lontana dal centro, si decise di ripristinare e ricostruire la chiesa matrice di Bovalino. La perizia prima menzionata de­scrive le caratteristiche della chiesa, i danni provocati dal sisma e le modalità della rico­struzione, il tutto accompagnato dal ‘calcolo prudenziale della spesa occorrente per la ri­edificazione della Chiesa Arcipretale’. ‘…nel centro del detto paese, … nella mettà della sua lunghezza trovasi edificata la Chiesa Arci­pretale, che cade a perpendicolo nella strada: ed essendo grande il numero delle anime del Paese, e quindi molto estesa la chiesa suddetta, la parte verso l’altare maggiore ha dovuto esse­re inoltrata colle pedamenta (fondamenta) nel pendio della costa; e perciò da quella parte le mura essendo di un’altezza eccedente, colli tremuoti sono in quel luogo crollate’. Oltre a questo la cupola poggiava sul falso, ecco che ‘La detta cupola gravitando per se stessa, ed essen­do dippiù carica di tegole, che ne aumentavano il peso a dismisura, operò in modo che nel pri­mo urto del tremuoto, si distaccò dal suo luogo, e condusse seco già per la falda del colle non me­no, che 34 palmi di chiesa, che corrisponde esat­tamente a quella porzione appesa, e mancante di base… Il rimanente della chiesa è tutto fra­cassato dalla scossa, e specialmente nel lato del­l’Epistola: onde si deve tutta rifare. Da ciò che si è detto si deduce, che dovrebbesi abbandonare il sito, che occupa al presente la chiesa, e rifarla in un nuovo di pianta, essendovi che nel Paese non vi è alcun suolo disoccupato Biso­gna adunque usare ogni diligenza per riattarla nel luogo dove al presente esiste, quantunque sia tutta fracassata, e procurare nel tempo stesso, che abbia la massima estenzione possibile, atte­so il gran numero degl’abitanti. Per aversi in­tanto un idea del modo, con cui si possa riat­tarla, bisogna, che si abbia presente, che l’anti­ca lunghezza della chiesa era di palmi 112. El­la era divisa in tre navi, la maggiore di lunghezza palmi 28, e ciascuna delle minori 16, cosicché in tutto avea la larghezza di voto palmi 66 comprese le mura degli archi intermedi di ordine corinzio …; Nello spazio intermedio adunque tra esse pedamenta col livello della chiesa vi era fabbricato un sotterraneo di lun­ghezza palmi 44 coverto da una lamia (volta) a botte, che andava a terminare con una cap­pelletta, l’arco della quale era immediatamen­te sottoposto al primo di quelli che sostenevano la cupola. Conviene adunque si abbia presente, che nella prima scossa del tremuoto crollò la cu­pola, è condusse suo tratto il tratto di chiesa su cui poggiava sino alle pedamenta compreso an­che il sotterraneo accennato sino alla cappella, cosicché della chiesa se ne vede poco più della metà. Se si volesse aggiustar sull’antico disegno la chiesa si esigerebbe una somma esorbitante. Per riattarla adunque alla meglio, si è pensato di fabbricare un muro sull’arco della cappella dell’antico sotterraneo, ch‘è intatto, ed adattato al peso. Questo muro, che seguirà l’estremità della nuova chiesa, fabbricato sarà nel luogo del primo arco della cupola, cosicché sarà essa lun­ga soli palmi 77; vale a dire che la chiesa che si progetta sarà l’istessa, che quella di prima, in­cominciando dalla facciata sino al primo arco della cupola.’ Da ciò si deduce che secondo la perizia la chiesa si sarebbe dovuta riedificare fino al ‘primo arco della cupola’, cioè dall’in­gresso fino all’arco trionfale dell’altare, passando da una lunghezza di 112 palmi a quella di 77 palmi, escludendo dalla rico­struzione tutta la parte presbiteriale del sacro edificio, ossia la parte retrostante della chiesa. ‘Dalli disegni, che si rimettono si rileverà lo stato dell’antica chiesa, e quanto si opina pratticare per la riattazione di essa, e per maggiore chiarezza si avverte, che tutto ciò, ch’è segnato di rosso rappresenta il muro, ch’esisteva, e ch’essendo in buono stato se né fa uso. Quello segnato di nero, tutto ciò, che esisteva, e che essendo crollato si tralascia per non aumentare la spesa. Il segnato di verde, quello ch’esisteva, e si è dovuto neces­sariamente rifare. Il segnato di giallo in fine dinota la fabrica tutta nuova, che non esi­stendovi si è progettata per riparare i danni dell ‘Edificio. … La sagrestia anche è rovina­ta colla cupola; perciò non essendovi altro luogo, si è pensato tompagnare, in ambe le navette, le ultime due cappelle; delle quali una servirà per sagrestia, e l’altra per ripo­stare le suppellettili degli altari…’ Quindi la perizia assieme al disegno spiega le modalità della ricostruzione in pianta, segnando con vari colori le diverse parti dell’intervento. In rosso ciò che è in buono stato, cioè la parte anteriore della chiesa, in nero ciò che è crollato e non si ha intenzione di ricostruire, ossia la parte presbiteriale, in verde le parti esistenti da rifare, cioè i muri intermedi e in giallo le parti nuove aggiunte, ossia il muro in cor­rispondenza dell’arco trionfale, che indica il limite posteriore della nuova chiesa, e i muri perimetrali delle ultime due cappelle delle navate laterali, con la nuova funzio­ne di sagrestia. Il documento storico conti­nua descrivendo gli aspetti stilistici interni ed esterni della chiesa, con i relativi inter­venti da attuare nella futura ricostruzione. ‘…L’interno della Nave maggiore si è ac­cennato di sopra, ch’è decorato da un’arcata d’ordine corinzio, intermedio a quelli archi esiste un pilastro dello stesso ordine, col suo ri­spettivo ornamento, cioè architrave, fregio, e cornice dell’intero ornamento, che dovendo camminare in giro, per tutto l’interno della chiesa, esige la lunghezza di palmi 210; …Una cornice d‘inferiore qualità e grandezza deve passare in giro sull’estremità dell’ordine bastardo, …Nella Nave maggiore della chie­sa occorrono 12 finestre di palmi 4 per 8, die­ci delle quali saranno situate, in corrispon­denza degl’archi, e delle altre due, una nella facciata, e l’altra sull’altare maggiore. Nelle Navi minori poi si costruiranno 14 occhialo­ni di palmi 4 per 3, dieci de’ quali saranno situate sulle cappelle rispettive, due sulle porte minori, e due nelle facce opposte, che corri­spondono alla sagrestia… La facciata si do­vrà dividere in due ordini, come nell’interno della Nave maggiore. I pilastri di detti ordini verranno espressi con semplici fasce a stucco liscio, tutti in quadri, poi saranno fatti a ric­cio. Ciascuno dei due ordini terminerà in una cornice, alla seconda delle quali sovrasterà un frontespizio. Alla porta maggiore si fa­rà uno stipite, che gira intorno, nella parte superiore della quale si farà il fregio, e la cornice col frontespizio, …Il Campanile non è compito, ma ne sono fatti due soli piani, e siccome e d’assai ampia base, così rischierebbe una ascendente altezza, e molta spesa. cia­scuna delle quali cose nelle presenti circostanze apporta ostacolo; perciò si lascia, come attualmente rattrovasi, giacchè supplisce a sufficienza al bisogno …Reqqio 8 9mbre 1788 G. B. Mori’ In seguito la chiesa, seguendo in parte le indicazioni della perizia, venne riedificata in tutta la sua estensione, cioè per tutta la lunghezza, non considerando come limite posteriore il muro in corrispondenza del “primo arco della cupola” e nel 1866 ven­ne completato il campanile su disegno del piemontese Bonfantini, tecnico delle ferro­vie. Il sacro edificio, essendo la chiesa prin­cipale del paese, nel corso del tempo fu ar­ricchito di diversi beni provenienti dal con­vento di S. Maria di Gesù, come l’altare li­gneo intagliato e intarsiato con rilievi de­corativi di fattura monastica del XV-XVI sec., ubicato nella navata destra e dedicato alla Vergine Immacolata, un Crocifisso li­gneo, con figura del Cristo scolpito a tutto tondo e dipinto al naturale e la statua della Madonna della Neve, collocata sull’altare maggiore della chiesa matrice. La statua, in marmo bianco, di fattura gaginesca lavora­ta a figura intera col Bambino tra le brac­cia, venne acquistata a Palermo dai Pigna­telli nel 1524. La cripta ospita il Museo d’Arte Sacra, creato e gestito dall’Arciconfraternjta di ‘Maria SS. Immacolata’. Gli oggetti d’arte che custodisce sono diversi, tra questi una preziosa tela raffigurante l’Epifania di No­stro Signore attribuita al celebre Guido Re­ni (anch’essa appartenuta al convento), un quadro raffigurante il Beato Camillo Co­stanzo (vedi “Calabria sconosciuta” n. 43 del 1989), una tela raffigurante Santa Filo­mena e una statua della stessa Santa realizzata nel 1843 dai fratelli Morani di Poliste­na, come afferma un documento storico che accompagna la sacra effige. Nella teca centrale del Museo, tra calici e ostensori di particolare fattura, spicca un magnifico reli­quiario, contenente 126 reliquie, realizzato in ottone dorato; ai lati vi sono due piccole statuette rappresentanti San Lorenzo e San Pietro, dichiarati nel 1927 dalla Soprinten­denza Monumenti d’arte. Il reliquiario, co­struito nel 1629, appartenne a Lucrezia Reggio Branciforte, moglie del Duca Fran­cesco Pescara Diano, Duca di Saraceno e poi di Bovalino, che nel 1720 lo donò alla chiesa matrice. In Curia esiste la seguente dichiarazione riguardante il patronato del­le reliquie: ‘Attesto e fò fede io infrascritta Duchessa della Saracena, come nella mia terra della Saracena erano riposte nella cappella del castello in un tabernacolo a mò di chiesuola. di rame deaurato con cristalli le infrascritte reliquie Quali tutte soprascrit­te reliquie antiche della mia Casa, essendomi io da detta terra della Saracena mi Sono portata in questa mia terra di Bovalino, ed ivi collocate affinché stiano esposte alla ado­razione, ed in fede della verità ho scritta la presente di mia propria mano. Bovalino 23 aprile 1720. Io Duchessa della Saracena at­testo come sopra.’ Il reliquiario, rimasto illeso durante il sisma deI 1783, custodisce nella parte centrale la Spina di Gesù; quando il giorno dell’Annunciazione della Madonna coincide con il Venerdì Santo, durante una funzione religiosa avviene un prodigio, la liquefazione del sangue rap­preso sulla Spina di Gesù Cristo. L’Arciconfraternita dell’Immacolata, fon­data nel 1594, ha un ruolo importante al­l’interno della chiesa e si adopera affinché restino in vita le antiche tradizioni. Il giorno di Pasqua si svolge il rito dell’Affruntata, do­ve vengono utilizzate le statue di San Gio­vanni e del Cristo Risorto, acquistate a Na­poli nella seconda metà dell’ottocento. A Natale, invece, viene allestito nella chiesa matrice un monumentale presepe elettro­meccanizzato, che ogni anno viene reinven­tato, mettendo in risalto i mestieri di un tempo e gli ambienti più caratteristici del centro storico bovalinese; nel dicembre dei 2005 è stata riproposta l’antica abitazione del Beato Camillo Costanzo. Il presepe, curato nei minimi particolari dai membri dal­l’Arciconfraternita Clemente Francesco e Macrì Francesco, riceve ogni anno premi speciali per la sua originalità e la perfezione delle scene in movimento. (Bibliografia: A.S. CZ, Cassa Sacra, Segreteria Ecclesiastica, busta 55, fascicolo 1253 / Cagliostro R.M., “1783-1796 La ricostruzione delle parrocchie nei disegni di Cassa Sacra”, ed. Rubbettino, Soveria Mannelli 2000 / La Cava R., Nocera F., “Bovalino”, Associazione Culturale Mario La Cava, Villa San Giovanni (RC) 1994 / Oppedisano A., “Cronistoria della diocesi di Gerace”, ed. I Cavalaro, Gerace M.na 1934 Santagata G., “Calabria Sacra”, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria 1974 / Valente G., “Dizionario dei luoghi della Cala­bria”, ed. Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1973 / Von Lobstein F., “Settecento Calabrese”, ed. Fausto Fiorentino, Napoli 1973)”

[10] Rappresenta la Madonna della Neve che porta sul braccio il Bambino, che, come il volto della Madonna è piegato a ¾. Una volta era custodita in una grande chiesa dedicata a lei nel “vallone del soccorso”, ormai ridotta a pochi ruderi, detta così in quanto in guerra trovavano soccorso anche i nemici: era in pratica una sorta di zona neutrale. La statua fu acquistata dalla famiglia nobiliare napoletana Pignatelli nel 1524, e faceva parte, secondo lo storico Domenico Antonio Morisciano, di un gruppo di tre statue in marmo; le altre due si trovano nella chiesa di Vibo Valentia (ex Monteleone), in quanto i Pignatelli erano duchi di Monteleone e Signori di Bovalino (1466-1486), ramo quest’ ultimo rimasto a Bovalino Superiore e trasferitosi anche a Gerace agli inizi del sec. XVI, ed estintosi alla fine del Settecento nel matrimonio coi Migliaccio. La Vergine regge sul braccio destro il Bambino, che tiene le braccia incrociate sul petto, e con la mano sinistra Gli tiene il piedino. Il volto del Bambino non guarda al pubblico, ma è rivolto verso la Madre. Entrambe le figure si inseriscono plasticamente nello spazio, mediante un’accentuata volumetria del Bambino e il pesante panneggio della Vergine; lo sfondo azzurro della nicchia dà risalto alla statua.

[11] La scultura raffigurante Maria SS. Immacolata raffigura la Vergine in piedi, leggermente abbassata sul ginocchio sinistro, con le mani giunte e il viso rivolto in avanti. L’abbigliamento è composto da un mantello stellato, un vestito dorato ricamato a fiori nella parte inferiore del corpo, ed uno argentato con maniche rosa nella parte superiore, e tutti i bordi delle vesti sono ricamate con una greca. I capelli è parte del vestito sono rivestiti in foglia d’oro, mentre la corona è in argento d’orato, donata da A. Signati e E. Mittiga. Un’altra corona in oro fu creata negli anni 50 per interessamento dell’allora procuratore V. Ceravolo e di P. De Domenico, priore onorario e sindaco del paese. L’oro fu donato dal popolo bovalinese alla Madonna. Ai piedi della Madonna, che calpestano un serpente, è posta una nuvola trasportata da tre angeli. Durante le festività dell’8 settembre e dicembre viene aggiunto al collo un medaglione d’argento finemente lavorato contenente la punta di un capello che, la tradizione vuole, sia appartenuta alla Vergine Santa, dono dell’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace Raffaele Morisciano, che donò una preziosa vara in legno rivestito in lamina d’oro e diede un primo restauro alla statua. La vara venne poi restaurata negli anni ’80 a San Damiano D’Asti nel Laboratorio Gruppo Liturgico. La scultura è posta in un altare ligneo (u stipu), proviene dall’antico convento dei Padri Riformati, scolpito a mano, con due colonne in stile dorico e al centro in alto uno stemma raffigurante il braccio di un ricco che si incontra con il braccio di un povero. La statua con la vara viene solennemente portate in processione l’8 settembre. Si raccontano varie leggende popolari su questa scultura, per citarne qualcuna, si dice che lo scultore sia morto per il dolore dopo averla lasciata, oppure un’altra racconta che sulla nave, nel viaggio per trasportarla da Napoli a Bovalino, qualcuno le abbia cambiato il volto.

[12] Questo altorilievo, appartenuto un tempo al castello, ha un grande significato storico e simbolico: è stato decapitato dai turchi a colpi di sciabola durante uno dei loro attacchi in Calabria.

[13] Una leggenda narra che lo scultore, che realizzò la bellissima opera, quando la statua partì via nave, disse: “Io ti ho fatto e ora ti lascio così bella. Io ora muoio”. E dopo poco tempo morì.

[14] Statua lignea del 1843 rappresentante la santa con la tipica ancora al braccio. E’ opera dei fratelli Francesco e Giovanni Morani di Polistena, i cui discendenti ancora oggi sono scultori. E’ custodita nel museo di arte sacra della juditria. Il Pronipote degli artisti, che hanno realizzato l’opera, ha rilasciato all’Arciconfraternita le seguenti notizie inerenti: “Notizie sul nome Filomena. Dal trattato dell’anno 1669 del Baronio e Gìo Battìsta Lezana l’anno 2639 calcolato dall’inizio del mondo fino alla nascita di Cristo si legge nella Narrazione XXXIII di Filomena o Filomena: dal greco φιλέω Amo e μέλος Canto, la seconda L si cambiò in N per evitare la lallazione. ­Filomena figlia di Pandione Re d’Atene e sorella di Progne, cognata di Tereo Re di Tracia il quale volendo far forza a lei, ne seguirono vendette e morti, che la favola adombra, facendo Filomena mutata in rusignolo (usignolo), Progne in rondine e Tereo in upupa. La santa Filomena conosciuta, si festeggia il 5 luglio nelle Marche e l’11 agosto a Roma. E’ una santa molto discussa nell’agiografia cristiana. ­Il culto ebbe origine nel 1802. Come si dìvulgò il culto a Bovalino Superiore è da ricercare; il fatto è che il popolo di Bovalino o la Confraternita fa fare nel 1843 agli scultori Morani di Polistena una statua della santa martire Filomena. Si tratta di Filomena martire perché i simboli che reca in mano sono l’ancora a tre punte, una palma, ed un fiore, simboli raffiguranti il martirio in seguito al quale la giovane santa fu decapitata. Gli Scultori della Statua sono: I fratelli Morani da Polistena (RC): Francesco nato il 07 – 09 – 1804 e morto il 21 gennaio 1878; GIOVANNI nato il 1807 e morto il 05 gennaio 1889. Scolpirono 1843 (come si legge sotto la base della statua ). La statua venne scolpita a Polistena nella bottega d’arte della casa Morani nel rione Pomara sotto la Trinità. ­Oggi : Via Domenicani n. 29. Il Pronipote degli Artisti: Prof Francesco Morani.”

[15] Statua lignea del 1800, rovinata dai tarli. Nei primi anni novanta doveva essere trasferita a Bovalino M. nella nuova chiesa a lui dedicata.Oggi è custodita nel museo d’arte sacra della Juditria.

[16] Statua in cartapesta leccese raffigurante Maria ss delle Grazie che tiene in braccio il Bambino. Questa statua è molto diversa dalla statua dell’I., ma altrettanto bella. Si può dire che l’Immacolata rappresenti più l’aspetto glorioso della Madonna, il suo ruolo di protettrice potente, mentre la statua delle Grazie mostra più il lato materno della Madonna, la sua dolcezza e la sua umiltà. Si nota già guardando lo sguardo: austero e potente nell’Immacolata, dolce e comprensibile nella statua delle Grazie. Lo si percepisce anche nell’abbigliamento e nella postura: l’Immacolata è tutta vestita d’oro, con il mantello trapunto di stelle svolazzante e la sua chioma d’oro. La Madonna delle Grazie è vestita umilmente, con un fazzoletto intorno alla testa, ma mantiene sempre la sua divinità con il mantello stellato. Offerta dal maestro della locale banda musicale maestro Francia nel 1904.

[17] Statua lignea del 1700, opera dello scultore napoletano Vincenzo Lionetti (come si evince dall’iscrizione posta sulla schiena della statua Vincenzo Lionetti Via San Gregorio Armeni, 16 Napoli). Lo sguardo disperato e il pugnale trafitto nel cuore danno la vera impressione del dolore. Questa statua è stata costruita con una tecnica napoletana rara quanto particolare, che si chiama statua in movimento. Il busto, invece di essere in legno, è formato da un sacco pieno di paglia, e all’interno un legno flessibile, che muovendosi produce un movimento che da l’impressione che la statua cammini. Recentemente, nel 2007, sono state restaurate sia la statua che la varetta, la statua perché il Venerdì santo si era rotto proprio il legno all’interno, e la varetta perché si stavano staccando gli stucchi. Una volta la statua era custodita nella cappella del castello, in cui i condannati a morte andavano a pregare, da dove il Venerdì prima della settimana santa veniva portata alla chiesa matrice con tanto di atto notarile. Oggi è venerata nella chiesa matrice. Viene festeggiata il sedici ottobre (con messa), il Venerdì prima della settimana santa (messa), il Venerdì santo (predica sul pulpito, “chiamata della Madonna” e processione al calvario) e il Sabato santo (processione con predica al calvario e sosta e preghiera alla chiesa Santa Caterina d’Alessandria). La “chiamata della Madonna”è un’antichissima tradizione: “La sera del Venerdì Santo, dopo che il predicatore ha fatto una lunga predica, spezzata da canti in latino (nel gergo popolare si dice che la predica è divisa in cincu pedi = cinque piedi ), la statua del Cristo Morto viene portata sotto il pulpito. Il predicatore conclude con un discorso sulla maternità con l’esortazione finale “Vieni, o Maria!”, e dal portale spalancato la statua, con lo sguardo straziante di dolore, viene portata correndo a grande velocità, e arrivata davanti a suo figlio si inchina per tre volte. Il rito trasmette una sensazione, impossibile da descrivere a parole.”

[18] Statua lignea comprata a Napoli da suor Girolama Morisciano nel ‘700, in sostituzione di una tela del 1581, che era presente nella chiesa dello Zopardo per festeggiare i dieci anni dalla battaglia di Lepanto. Rappresenta la Madonna che tiene in mano il Bambino. Di particolare pregio sono anche gli occhi, fatti con una tecnica e con materiali particolari. Viene vestita in modo diverso, per i diversi avvenimenti: tutti i giorni viene vestita con l’abito originale, mai restaurato, mentre il giorno della festa viene vestito con un abito più recente, da poco restaurato, completamente cucito in seta e oro. Ha altre due particolarità. La prima è che il Bambino e removibile, perché veniva portato nel letto degli ammalati, e viene tolto il giorno di Pasqua. La seconda è che tiene in mano una grazia: la grazia di aver fatto tornare vivi e vittoriosi i bovalinesi andati a combattere nella battaglia di Lepanto contro i turchi. Una volta venerata nella chiesa dello Zopardo, oggi è custodita nella chiesa matrice. Viene festeggiata il cinque ottobre (con messa e processione) e il giorno di Pasqua viene fatta partecipare alla particolare processione chiamata nel gergo locale “affruntata”. L’ ”affruntata”, della quale si parla in un capitolo specifico, “è un emozionante processione, una tradizione a cui Bovalino S. tiene molto, e che attira gente da tutti i paesi viciniori. Prima della messa le due statue della Madonna e di San Giovanni Apostolo vengono portati dalla chiesa matrice fino alla chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, dove la Madonna viene rivestita di un velo nero che ricopre tutto il corpo. Finita la messa la statua rappresentante il Signore Risorto comincia ad avvicinarsi lentamente alla piazza, incontrando due volte San Giovanni, che fa la spola correndo tra le due chiese. Cristo Risorto, arrivando in piazza, si vede arrivare incontro a grande velocità San Giovanni e la Madonna, che appena giunta davanti viene scoperta del velo nero, per restare vestita a festa. Alla fine, dopo la processione per le vie del paese, le tre statue entrano insieme in chiesa.”

[19] Statua lignea rappresentante Cristo Risorto, acquistata (dal sig. Giuseppe Blefari?) a Napoli nel 1850 (o 1815?). Di questa statua sono soprattutto di pregio la fisionomia del fusto e in particolare lo sguardo addolorato ma glorioso dello resurrezione. Viene festeggiato la sera del Sabato Santo (messa) e il giorno di Pasqua (messa e “affruntata”).

[20] Nel 1939 il popolo bovalinese volle rendere omaggio alla grande figura di Camillo Costanzo, commissionando una scultura che rappresentasse le sembianze del Beato. La statua fu acquistata da Giuseppe Zinghinì a Ortisei (BZ), opera dello scultore Josef Schmalz, come riporta la scritta sulla varetta: Beato Cammillo Costanzo s.j. nato nel 1572 bruciato vivo in Giappone 1622 gloria e onore di Bovalino Superiore eseguito dalla ditta Schalz Giuseppe scultore Ortisei Bolzano per cooperazione e interessamento di Giuseppe Zinghinì fu Giuseppe. Il Beato è rappresentato in piedi, vestito dell’abito gesuita, con in mano una croce ed al cingolo una coroncina del Rosario. L’altare dove è posta la statua proviene, come quella dell’Immacolata, dal convento esistente in passato a Bovalino Superiore. L’altare segue il disegno e lo stile dell’altro, solo che in maniera ridotta sia riguardo alla grandezza, e sia riguardo agli elementi presenti. Il Beato è festeggiato il sedici settembre (con messa). “Il Beato Camillo Costanzo è un martire gesuita nativo di Bovalino Superiore, morto arso vivo in Giappone, andato lì da missionario all’età di 36 anni. Dopo aver cantato il Gloria Patri e aver ripetuto cinque volte la parola Sanctus, spirò.”

[21] Statua acquistata (da Giuseppe Blefari?) a Napoli nel 1850 (o 1815?), è stata in parte rovinata dall’ultimo restauro, avvenuto negli anni settanta. Viene festeggiato il giorno di Pasqua (messa e “affruntata”) e il ventiquattro giugno.

[22] Il Crocifisso è del XVIII e si trova oggi nel museo d’arte sacra della juditria. Una volta veniva portato in processione dai “penitenti, con le catene ai piedi, il Sabato Santo. Oggi questa usanza è andata perduta. Nell’opera sono ben visibili i segni della passione e il dolore è ben percepibile sul volto del Cristo morente (Christus patient).

[23] Si pensa che la statua, probabilmente la statua più antica oggi custodita nella chiesa matrice, facesse parte del convento; è in parte rovinata a seguito dei vari restauri. Viene festeggiato il tredici giugno (messa).

[24] Statua in cartapesta leccese rappresentante il Cristo Morto con quattro angeli che tengono in mano la sacra sindone, i tre chiodi, le corde e la corona di spine. E’ stata da poco restaurata. Prima di essere portato in processione viene preparato dalle donne anziane del luogo in una maniera particolare. Vengono attaccati quattro stecche di ferro, che di sopra si piegano e si uniscono sul centro della statua. Poi vengono intrecciate delle corde, a cui vengono attaccati tutto intorno alla statua gigli e la scritta INRI. Infine la statua è coperta da un velo bianco. E’custodita nella chiesa matrice e viene festeggiata il Venerdì (predica sul pulpito, “chiamata della Madonna” e processione fino al tabernacolo) e il Sabato santo (processione per le vie del paese, predica al calvario e sosta e preghiera nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria). Viene portato in processione da confratelli vestiti con la tunica a lutto e una vera corona di spine in testa, che la portano lentamente e dondolandola come una ninna nanna.

[25] Dipinto ad olio dell’800, opera del famoso artista Guido Reni: sono rappresentati i tre magi che portano i doni al Bambino Gesù, con la Madonna che lo tiene in braccio, San Giuseppe che gli bacia il piede e la stella cometa nel cielo. E’ stato da poco restaurato. A Bovalino Superiore, nel museo d’arte sacra della juditria, è custodita solo la parte centrale della tela, le altre due parti sono custodite nel museo di Napoli.

[26] Dipinto ad olio di autore ignoto rappresentante San Giuseppe che tiene in braccio il Bambino. E’stato trovato un quadro molto simile dei fratelli Spinelli di Napoli a Taverna (ora custodito nel museo “Mattia Preti”), ma non si ha la certezza.

[27] Dipinto ad olio rappresentante un Angelo che parla a un bambino, di autore ignoto. Di questo quadro, da poco restaurato, sono di pregevole fattezza i giochi di luce.

[28] Dipinto a olio dell’800 rappresentante il Beato Camillo Costanzo sul rogo, con un angelo venuto dal cielo e alla destra Bovalino e alla sinistra l’isola del Giappone in cui è stato ucciso.

[29] Dipinto dell’800 rappresentante Santa Filomena coricata con due angeli.

[30] Dipinto rappresentante Sant’Agnese con alcuni bambini intorno.

[31] Il giornalista Paolo Pollichieni ricorda l’avvenimento sulle pagine della Gazzetta del Sud con il seguente articolo: “Bovalino Superiore, la parrocchia compie quattrocento anni. Fervono, a Bovalino S., i pre­parativi per le cerimonie e le manifestazioni che festegge­ranno i quattro secoli dall’istituzione della parrocchia di S. Caterina, fondata da monsignor Pasqua (uno dei vescovi di Gerace che più ha inciso nella storia della Dio­cesi) ‘nel sobborgo detto della Guernaccia’. Tali manifestazioni avranno come prologo una so­lenne processione con la statua di Santa Caterina, fissata per il pomeriggio del 2 maggio. Sono 125 anni che la sta­tua di S. Caterina non veniva più portata in proces­sione per le vie del paese ed il comitato promotore dell’iniziativa ha affidato al pittore Mimmo Savica, che lo ha ultimato proprio in questi giorni, l’incarico, di provvede­re al suo restauro. Alla processione del 2 maggio, che verrà presieduta dal vescovo di Locri monsignor Antonio Ciliberti, è pre­vista la partecipazione di tantissimi fedeli e di numerose autorità. Altre manifestazioni saranno destinate a ricordare l’attività pastorale ed evangelica svoltasi in questi quat­trocento anni nell’ambito della parrocchia di S. Cate­rina, ricordandone i vari parroci ed i vescovi che da essa sono passati.”

[32] La festa di S. Caterina così viene presentata da Pasquale Blefari, in data 22 novembre 2018: <Domani, venerdì 23 nov., avranno inizio i festeggiamenti in onore di Santa Caterina, da 432 anni Titolare e Protettrice della Parrocchia di Bovalino Superiore e della Chiesa eponima. Le manifestazioni religiose e i momenti di condivisione, cui programma è possibile leggere nella foto in basso, avranno il loro culmine domenica 25 novembre dalle ore 16:00 in poi.
La festa avrà anche degli spazi dedicati alla cultura. Sabato 24 novembre ricade infatti la Prima Giornata Regionale dei Musei, cui anche Bovalino ha richiesto di aderire. Dalle ore 09:00 alle 21:00 di sabato 24 novembre sarà possibile visitare la Chiesa Matrice, la cripta della Chiesa e la casa del beato Camillo Costanzo. Nel corso dell’iniziativa verranno anche presentate alcune opere d’arte, su tutte un reliquiario datato 1629, appena rientrate da un lungo lavoro di restauro svolto all’interno del progetto ” Un’ Estate tra Arte e Fede nella Diocesi di Locri-Gerace “. La manifestazione verrà riproposta nuovamente tra qualche tempo, quando verrà completato l’intervento di recupero di altri due importanti manufatti quali la statua lignea di San Nicola e il quadro raffigurante San Giuseppe (entrambe datate XVIII Importanti momenti che fanno vivere e crescere una comunità.sec.), che a causa delle loro condizioni non sono state esposte durante le giornate FA
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[33] In una platea dei beni della Chiesa dell’anno 1756, la stessa viene descritta come segue: “…….La menzionata chiesa sta situata come sopra, nello Borgo di questa Terra detto Zopardo, riguarda al mezzogiorno e s’entra con due porte, una grande dirimpetto al detto mezzo giorno girata di pietre intagliate con fioraggi, e l’altra piccola che riguarda lo scirocco, col comodo di due campane una grande e l’altra piccola, e al di dentro in faccia alla Porta centrale vi è l’altare alla romana con due gradini; e la statua di S. Maria delle Grazie col Bambino, e faccia fronte alla porta piccola in cappella .sfondata vi è l’altare del SS. Rosario col suo quadro con li Misteri di pittura ed al finimento il Padre Eterno, con sua cornice dorata. Vi è parimenti in ditta chiesa a man sinistra nell’entrata della porta maggiore uno stipo grande dentro il quale vi è la statua celebre del SS. Rosario col Bambino che si porta nelle solenni processioni, vestita di drappo di varii colori. A lato dell ‘altare vi sono due quadri vecchi di pittura coll’effigie di S.Vito e S. Aloe, e l’altro colli SS. Cosma e Damiano”.

[34] Un articolo della Gazzetta del Sud del 24 aprile 1982, a firma di Giuseppe Pipicella, evidenzia egregiamente lo stato di degrado dell’illustre manufatto: “Monumento nazionale… ma murato. Bovalino. Nei secoli passati i ‘signori’ e­rano soliti murare vivi donne infedeli, acerrimi nemici, eredi ritenuti ‘fuori di senno’ e via di questo passo. Anche a Bovalino c’è un ‘sepolto vivo’. E’… un Mo­numento nazionale! Un antico portale ogivo di im­pronta gotico-romanica del ‘400 proveniente dall’antica chiesa del Rosario di Mocta Bubalina, oggi Bovalino. La chiesa, ricostruita nel periodo rinascimenta­le, è ora cadente, ma il suo portale, dichiarato monu­mento nazionale per la sua bellezza, ha sfidato i tempi! Oggi è stato murato vivo perché i posteri non ab­biano a godere della sua bellezza. In un ‘depliant’ pubblicitario stampato qualche anno addietro dalla Pro Loco si legge che Bovalino offre al turista la possibilità di ammirare, fra l’altro, il bel portale dichiarato ‘monumento nazionale. Per coloro che si recano a Bovalino Superiore per ammirare ‘un pezzo di storia’ non rimane altro da fare che contare invece una fila di mattoni e nulla più. Peccato!”

[35]A questa chiesa lo scrittore Giuseppe Santagata ha dedicato un capitolo della sua poderosa opera del 1974 Calabria Sacra – Compendio storico-artistico della monumentalità chiesastica calabrese: <La Chiesa di S. Maria del Soccorso, detta anche del Rosario, per essere stata sede della Confraternita del Rosario, già appartenente al Principe Pignatelli, s’innalza in Bovalino Superiore, nella contrada Zoparto. La tradizione locale attribuisce l’erezione della Chiesa suddetta all’Abate Correale da Siderno e ne fa risalire la fondazione al XVI secolo. Il Can. A. Oppedisano, in merito all’antichità della Chiesa, trascrive, in Cronistoria Diocesi di Gerace 1934, la descrizione di una platea di beni della chiesa stessa dell’anno 1756, nella quale si legge: “Di quanto sia l’antichità di detta chiesa si può con­getturare del non esservi stata persona quantunque canuta, non solo di nostri tempi, ma bensì dell’ora che il Dottissimo AB. Carlo Poggio, nell’anno di nostra salute 1674, fece platea, il quale asserisce non esservi memoria da chi fosse stata edificata, ne fondata, forse per essere state bruciate le scritture nel 1594” (data in cui Bovalino fu incendiata dai turchi). La Chiesa del soccorso è costituita da una sola navata terminante con l’abside semicircolare, ed ha una cappella annessa al lato destro, vi si accede da due porte: una rivolta ad oriente e l’altra più grande rivolta a mezzogiorno. L’interno è molto semplice, ad eccezione di alcuni rilievi barocchi sovrapposti nello arco maggiore, e ciò è dovuto ai non pochi rimaneggiamenti che, la chiesa subì, in seguito a danni riportati dai diversi terremoti. Molto importante rimane nell’interno dell’abside, una prege­vole trabeazione lavorata con decorazione baroccheggiante. Fino a tempo addietro, vi si conservavano alcuni dipinti di antica fattura, quale: La Vergine del Rosario, S. Vito ecc., di provenienza dal diruto Convento degli Osservanti di Bovalino, oggi del tutto scomparsi. Le due statue che si veneravano in questo Tempio, L’Immacolata e S. Francesco d’Assisi, furono trasferiti nella Chiesa Matrice, per il mi­nacciante pericolo dell’edificio. L’esterno della Chiesa che termina col timpano triangolare, presenta una fattura al quanto semplice, in parte interrotta da alcune linee (cornici in laterizi) e da due nicchiette a struttura semicilindrica con archeggio e fastigio, situati ai lati del portale, all’altezza dell’architrave. Altra nicchietta della stessa impostazione, ma di proporzioni più grande, è posta in alto del frontone, immediatamente sotto la cuspide. Il campaniletto ­(a vela in laterizi) s’innalza sull’angolo sinistro della facciata. Ai lati esterni della cappella, si rilevano due feritoie medioevali con profilatura in pietra tufacea. Importante è il portale grande (quello rivolto a mezzogiorno) il quale ha un tono veramente artistico ed un aspetto architettonicamente maestoso. L’arco ogivale è in pietra tufacea dura, finemente decorata a bassorilievo ­con motivi floreali e rosoni, con architrave a guisa di cornice. Completano il manufatto le diverse cornici di raffinata lavorazione ed il cordone tortile del semicerchio dell’archeggio. In merito all’età del portale, R. Procopio lo attribuisce alla prima metà del XII sec., scrivendo in Bovalino in Storia e cultura della Locride di G. Calogero Messina 1964: “E’ un bello esempio di archi­tettura normanna della prima metà del XII secolo, il cui arco ogivale rappresenta un elemento nordico, mentre la decorazione a bassorilievo contiene spunti naturalistici (vasi con tralci di vite sulle spalle dell’arco e figurine alternate a rose con foglie stilizzate sull’archivolto). Completano il portale numerose cornici con una decorazione geometric­a raffinata, assai ricca, di puro carattere normanno”. Contrariamente all’affermazione del Procopio, il portale appartiene all’architettura gotico-ogivale del XIV-XV sec. e ciò è stato confermato dalla Soprintendenza ai Monumenti e dallo esperto in arte, Prof. A. Frangipane (Elenco edifici monumentali, Roma 1938). Il portale medesimo, proviene da un’antica cappella già esistente presso la fortezza medioevale di Bovalino e, nel 1581, come risulta inciso in un travertino collocato nell‘angolo destro dell’edificio, venne rimontato nella Chiesa del Rosario. La Chiesa suddetta, è chiusa al culto da molti anni, ed ha bisogno di un massiccio intervento, per impedire la distruzione. Il tetto infatti è in condizioni pietose e non da poco tempo, ed in conseguenza ha causato lo sgretolamento dei muri che sono cosparsi di larghe fenditure; segni questi di un prossimo disfacimento dell’edificio.>

[36] Lo scrittore Giuseppe Santagata dedica un capitolo intero al Convento nell’opera del 1974 Calabria Sacra-Compendio storico-artistico della monumentalità chiesastica calabrese: <L’erezio-ne del Convento di Bovalino, dedicato a S. Maria di Gesù e secondo alcuni, dedicato a S. Maria della Consolazione, risale ad epoca assai remota. Papa Giulio II (Giuliano della Rovere, 1503-1513), in una bolla del 1508, attribuisce la fondazione di detto Convento con la Chiesa annessa, alla munificenza di un certo Tommaso Merola. G. Fiore, in Calabria illustrata Napoli 1743, asserisce invece, che il suddetto convento venne edificato nei 1602, a spese di mercanti Genovesi, per voto fatto in seguito a scam­pato pericolo da sicuro naufragio, nelle acque dello Jonio, non molto distante dal largo di mare di Bovalino. La versione di Padre Fiore, deve ritenersi tardiva di un secolo, non potendosi assolutamente attendere che, Papa Giulio II, nel 1508, par­lasse di un convento che doveva essere innalzato un secolo dopo. Si disconosce la prima comunità religiosa, che il convento accolse, nella sua immediata erezione. E’ noto invece, che nel 1570, il Pontefice Pio V (1566-1572) concesse il Convento ai Minori Riformati, i quali vi si stabilirono e vi stettero fino alla soppressione, avvenuta in seguito all’occupazione militare francese, 1806-1811. Nel 1822, il Convento fu ripristinato ed i frati vi fecero ritorno, ma per poco più di mezzo secolo, dopo di ché, il 1866, venne soppresso definitivamente ed i frati allontanati. La chiesa rimase aperta al culto, ed affidata alla custodia di alcuni eremiti, che abitavano una parte del Convento. Il clero di Bovalino, curava le celebrazioni domenicali e le altre feste religiose. Nel 1908, in seguito al terremoto, che distrusse Reggio Calabria e Messina, ed arrecò danni più o meno gravi in tutto il territorio della bassa Calabria, il convento in parte diruto, fu raso completamente al suolo. In questo cenobio, visse santamente e poi vi morì, il Beato Francesco da Bovalino, 1516-1596. Della santità di Francesco, D. Martire, asserisce che il medesimo par­lava col Crocifisso – egli cosi scrive in Calabria sacra e profana Cosenza 1878 – « …Andando una volta di notte il sagrestano in Chiesa; la vide tutta di lumi ripiena, e il buon servo di Dio, che parlava col Crocifisso». Gli avanzi del convento e della Chiesa, s’innalzano lungo i margini della strada statale, 112, in contrada Convento, territorio di Bovalino. Dai ruderi che si presentano attualmente, sparsi da un capo all’altro del territorio, senza cinta muraria, ad eccezione di qualche pezzo poco identificabile, non è possibile fare una reale ricostru-zione della pianta dell’edificio monastico e della Chiesa, anche perché, dov’era ubicata un’ala dello edificio, è stata occupata da una costruzione privata, adibita ad oleificio. Dopo l’abbattimento degli avanzi del convento, disposti anni or sono dal Comune di Bovalino, per ricavo di materiale di risulta, restano ancora in piede: parte di una cappella con caratteristiche di cripta e parte di un’altra, probabilmente facente parte della Chiesa. Nella volta della prima, meglio conservata, si rilevano nell’intonaco deboli tracce di pittura, oggi irriconoscibile. Il centro del chiostro era là, dove tra erbe e rovi affiora l’apertura della cisterna. La Chiesa era situata all’interno del Convento e costituita da una sola navata con due cappelle. Il soffitto era in legno decorato. L’altare maggiore ed il relativo fastigio ligneo, intagliato ed intarsiato, con rilievi decorativi, di fattura monastica del XV-XVI sec., si trova nell’attuale Chiesa Matrice di Bovalino, ed è dedicato alla Vergine Immacolata. Tra i dipinti esistenti nella chiesa monastica, occupava il primo posto, un’artistica tela raffigurante l’Epifania di N.S. attribuita a G. Reni, che successivamente venne trasportata al Museo Borbonico di Napoli (lo dice A. Oppedisano nella Cronistoria della Diocesi di Gerace, Gerace 1932). In detta Chiesa, si conservava un Crocifisso ligneo, con figura del Cristo scolpito a tutto tondo e dipinto al naturale. Alto m.1,65. Si tratta di un’esecuzione monastica, ispirata alla scultura lignea di Fra Umile di Petralia, sec. XVI, che oggi si trova nella Chiesa Matrice di Bovalino. Anche la statua marmorea della Madonna della Neve, collocata sull’altare maggiore della Chiesa Matrice di Bovalino, appartenne al soppresso Convento di S. Maria di Gesù (Bollario Vescovo C. Rossi, Gerace 1932). L’effige suddetta è a figura intera, col bambino tra le braccia, ed è scolpita alla maniera schematica Gaginesca. La statua è alta m. 1,60 e la sua esecuzione appartiene al XVI sec.>

[37] L’articolo che segue, pubblicato sul Il Quotidiano dell’1 ottobre 1996 a firma di Antonio Ardore, riferisce di una messa solenne officiata in memoria del Beato: “Messa solenne in memoria del Beato Camillo Costanzo. Bovalino. Domenica sera nella chiesa matrice arcipretale e protopapale ‘S. Maria ad Nives e San Nicola di Bari’ di Bovalino Superiore è stata celebrata dal sacerdote Emanuele Pipicelli una messa solenne per il beato Camillo Costanzo. Questo santo nacque a Bovalino nel 1572 e dopo gli studi entrò nella Compagnia di Gesù a Napoli. Partì volontario come missionario per il Giappone neI 1604. Dopo aver imparato quella lingua, professò la fede cattolica in quelle terre, convertendo molta gente. Nell’aprile del 1622 il gesuita viene arresta­to e condannato al rogo, perciò viene portato a Tabira, di fronte alla città di Firando e legato ad un palo. Fu appiccato il fuoco e lui continuò a predicare alla moltitudine che assisteva al sup­plizio, invitando, i cristiani a vivere la fede coraggiosamente e ai pagani ad abbracciarla. Diradatosi il fumo, lo si poté vedere .tutto lieto con gli occhi rivolti verso il cielo e spirare pronunciando per tre volte la parola ‘Sanctus’. Era il 15 settembre 1622. Papa Pio IX lo beati­ficò nel 1867. Con la solennità di domenica si è voluto ripristinare un momento religioso bovalinese per riscoprire e valorizzare questo nostro santo che come Gesù morì per insegnarci a vivere. L’anno prossimo si farà una grande festa con processione e tante altre iniziative che aspetta­no di essere messe in opera. Molti sono stati i fedeli che hanno parteci­pato a questa preghiera eucaristica con molta commozione, in un paese millenario dove ancora sono tangibili i segni della dottrina cat­tolica e del passaggio di molti santi e martiri che resero illustre questa terra.”

[38] Il testo completo è il seguente: “Chiunque cerchi il profi­lo di un’anima tesa a vivere nella pienezza la volontà divina, chiunque voglia sco­prire uno studioso del pen­siero buddista in Giappone del primo Seicento, tra l’al­tro privo di quegli strumen­ti di studio e ricerca oggi a disposizione degli yamatotologi, troverà appaganti sor­prese nel leggere le 17 lette­re dal Giappone (febbraio 1606 – ottobre 1620, estate1622) e dalla Cina (1614-1620) inviate alla Compa­gnia di Gesù dal padre gesuita Camillo Costanzo. A leggerle con attenzione, ci si ritrova indotti a rileg­gerle con la tensione di chi avverte ben altro e ben più di quanto il contenuto non sembrerebbe offrire al primo sguardo. Dalla provincia gesuita di Napoli alle terre di missione di Estremo Oriente e di Cina, padre Camillo – ricordiamolo – conclude la sua giornata terrena da martire, arso vivo a Tabira (Hirado, Giappone) nel 1622. Beatificato da Pio IX nel 1867, nel panorama dei martiri in terra giapponese occupa di fatto un posto di rilievo: assai meno for­tunato del Beato Girolamo de Angelis -S. Majorana, Girolamo de Angelis (1567-1624): l’uomo, la missione, in Socie­tas 40 (1991) 9-15- nel tramandare al mondo occi­dentale il frutto del proprio “travaglio” intellettuale e spirituale, apo­logista di tempra nel periodo trascorso a Macao in un sofferto spirito di “oboedientia”, Camillo Costanzo possedeva, come si evince dalle lettere giunte fino a noi, raro acume nell’intendere l’altrui compren­sione, pertanto nel confrontarsi con le argomentazioni filosofiche sulla legge buddista (“Buppo”) in lingua giappone. Confrontarsi con esse, fino all’impegno appassionato di confutarle, come fece per il confucianesimo con “Myvotei Mondo” il gesuita giapponese Fabian Fukan -Fabian Fukan (Kyoto c. 1565 – Nagasaki 1622/1 623) convertito al Cristianesimo e fattosi gesuita nel 1586 scrittole e predicatore transfuga dalla Compagnia nel 1608 scrive contro il Cristianesimo Diccionario Historjco de la Compania de Jesùs Madrjd 2001, lI, 1540- in uno stile in Cui P. Humbert-Claude individua l’anima di Camillo Costanzo. Resta, certo, l’amarezza della perdita delle sue opere, finite in gran parte in fondo al mare nel naufragio di padre Francesco Eugenio (31 luglio 1621) al quale le aveva consegnate per la revisione romana, ma è viva la speranza di trovare qualcosa in qualche archivio non ancora inventariato. Conservate per secoli nel­l’archivio storico della Compagnia di Gesù, grazie al padre Stefano de Fiores queste lettere -S.de Fiores Il Beato Carni//o Costanzo, di Bovalino). Con 17 lettere inedite dal Giappone e dalla Cina Qualecultura – Jaka Book, Vibo Valentia 2000, pp. 1999- si rivelano comunque oggi prezioso materia­le, sia per il nipponista sia per chiunque si interessi di storia della spi­ritualità, di dialogo interreligioso in terra d’Asia. Scritte in vivido italiano venato da inflessioni calabresi, e in portoghese da un colto figlio della “Calabria del 500 senza pane e senza pace”, divenuto tra il 1605 e il 1614 nipponista di seconda generazione – la prima, vantava un padre gesuita quale fu il porto­ghese Luis Frois (Luis Frois, missionario e storico gesuita Lisbona 1532 – Nagasaki 1597. Dic­- Hist., o.c., 1535-1536) – e mille volte padre della comunità cattolica locale – Sakai, in particolare – in concomitanza con la graduale eppure incalzante durezza della persecuzione, queste lettere pre­sentano un elevato interesse storico, linguistico-filologico-culturale, spirituale. Meritano ulteriore approfondimento, tanto suggestiva è la modernità di approccio dell’azione evangelizzatrice svolta da un missionario che non puntava tanto ad aumentare il numero dei fedeli estremo-orientali quanto a rafforzarne la maturazione nella fede cristiana e in una vita spirituale da essa vivificata. L’interesse storico resta, anche per la storia della Chiesa, di primo piano. Il missionario, nato nel 1571 a Bovalino (Reggio C.), non tralasciava infatti occasione per incoraggiare la correzione lessi­cale dei catechismi e la necessaria uniformità terminologica tra Cina e Giappone, al fine di raggiungere una precisione teologica non ingenerante malintesi interpretativi. Fatto, questo, tanto più importante stante le circostanze politiche tutt’altro che favorevoli al radicarsi in quelle terre del messaggio cristiano. Resta profetica e coraggiosamente all’avanguardia l’indicazione, per la quale il Beato Camillo si batté e che si sarebbe affermata nella realtà storica giungendo fino a noi, di far usare “per l’avvenire di nostri vocaboli latini per cose gravi{importanti], come i padri dovrebbero fare. Nel Giappone abbiamo gli stessi errori…” (Lettera del 24.11.1619) (De Fiores, o.c., 168). Lo specifico interesse linguistico-filosofico-culturale dell’atti­vità del Beato si esemplifica nella tematica affrontata dalla lettera scritta il giorno di Natale 1618 dall’isola di Macao. A differenza di altri confratelli come padre Vagnone, -P.Alfonso Vagnoni (Trofarello, Torino, 1568 – Jiangzhou, Cina, 1640). Diccio. Hist., IV, 3867-3868- padre Camillo, forte di una robusta preparazione teologica e culturale che spazia da autori come Plutarco e san Tommaso o il Damasceno, argomenta sugli equivoci provocati, “ex vi nominjs” dall’uso dell’appellativo che cinesi (Tienchu, ovvero Signore del Cielo) e giapponesi (Tenxu) attribuivano a Dio. Non esitando a chiamare in causa lo stesso padre Matteo Ricci, dissentendo su alcuni punti dalla valutazione delle religioni locali espressa dal rinomato astronomo e matemati­co, e così esemplificando i “milioni di Signori del cielo”, curiosa­mente non lontani delle descrizioni offerte dalle “Metamorfosi” ovidiane, il Beato Camillo Costanzo sostiene con inoppugnabile efficacia la necessità di dover andare oltre una comprensione da occidentali del senso letterale offerto da parole-chiave. E questo perché il termine Dio, per i cinesi, avendo significato diverso dal nostro per “numero, sostanza, qualità e quantità”, si rivela equivo­co e affatto univoco! Esemplare e poetica, la vis polemica di padre Camillo ironizza sulla cecità di certi confratelli coevi che leggeva­no sì i caratteri cinesi ma non si accorgevano del fatto che “le let­tere insegnavano a leggere lettera, e non a penetrare” (Lettera del 3 ottobre l620) (De Fiores, o.c., 173) lo spirito con cui gli interlocutorj asiatici, in effetti, recepivano distorcendo il messaggio dei missionari. Neppure Fran­cesco Saverio poté sfuggire a questo pericolo e padre Camillo dedi­ca tutte le sue energie intellettuali per assicurare alla comprensione dei fedeli giapponesi la concezione di trascendenza del cristianesi­mo quale rivelazione definitiva di Dio. La dimensione spirituale viene delineata con semplicità dalle lettere. Ne viene fuori il ritratto dell’anima, del carattere schietto del Beato. Sempre rispettoso del “decoro” e della volontà dei Supe­riori. Da buon calabrese, come dice il proverbio, aveva la testa dura. Ne è una prova quel suo voler rientrare in incognito (1621) in quel Giappone scosso dalla persecuzione, travestito da soldato ma lietamente consapevole di andare incontro ad un destino eroico di testimone di fede, preparato con cura ed accettato “senza timore, ricordando il poeta italiano che dice: “La morte è fin di una prigio­ne oscura / agli animi gentil, agli altri è noja”, e per ultimo: “Un bel morir tutta la vita honora” (Lettera dell’11 giugno 1622).”

[39] Nella presentazione il dr. Antonio Blefari ha evidenziato <<che è da tempo immemore ormai che gli abitanti di questo piccolo Borgo sentono il bisogno e il dovere di valorizzare la figura del suo più illustre concittadino, in aggiunta alle indicazioni toponomastiche e varie presenti nel territorio: ricordo che la Biblioteca storica della Curia Vescovile di Locri è intitolata al “Beato Camillo Costanzo”, come pure la Il Vicaria e due piazze di Bovalino, nonché una via di Benestare. L’Arciconfraternita, facendosi interprete di questa esigenza, ha promosso le due manifestazioni odierne: il convegno per approfondire la figura morale religiosa e umana del nostro Beato e l’inaugurazione della sua casa nativa, ristrutturata secondo un progetto redatto dall’architetto Tommaso Violi, cui sento doverosamente di ringraziare per l’assiduo e devoto impegno offerto senza alcuna remunerazione. La casa è stata riportata, dopo un lungo periodo di abbandono, ad aspetto dignitoso, con l’intenzione di trasformarla in museo archivio e punto di riferimento per chiunque voglia conoscere di più sulla sua eroica stimolante ed esaltante esistenza. E’ stato pure recuperato il cippo marmoreo recante la seguente dicitura: “All’invitto martire di Cristo, Beato Camillo Costanzo, che nel Giappone col sangue piantasti la fede, Benedici e proteggi Bovalino tua patria”. Quest’ultima iniziativa è stata avviata diversi anni fa e faceva parte della relazione programmatica del sottoscritto, all’atto della mia prima nomina nel 2001 a priore dell’Arciconfraternita, insieme ad altre attività già realizzate: il Museo d’arte sacra, inaugurato il 6 settembre 2002, e la pubblicazione del libro Bovalino un borgo da salvare di Antonio Ardore, i cui proventi della vendita sono stati finalizzati proprio all’acquisto e al recupero della Casa del Beato. La stessa, che dovrà ospitare anche l’Archivio dell’Arciconfraternita, potrà diventare, insieme alla Chiesa Matrice al Museo alla Chiesa del Rosario del rione Zopardo con il suo prezioso portale e ai pochi resti del Castello in fase finalmente di recupero, meta di un itinerario storico-religioso per il visitatore, che salendo dalla Marina, vuole provare le stesse sensazioni ed emozioni di un illustre visitatore del passato, Edward Lear, che ci ha lasciato un’interessante descrizione del nostro sito, datata 1847: “Bovalino scintillante, sulla sua cretosa altura, nell’ultimo raggio di sole è un posto di considerevole grandezza ed eravamo incantati per il marcato carattere calabrese. Mentre salivamo il tortuoso sentiero, osservavamo la lunga fila di paesani che tornavano a casa, il costume delle donne era il più bello che avessimo visto finora. Ci recammo dal Conte, ci ha portato in giro per tutta la città, le chiese, il castello, i viottoli, ci ha mostrato i paesaggi”. L’iniziativa è da inserire in un progetto più vasto, che cerca di recuperare di questo centro quel poco del patrimonio architettonico, che è sopravvissuto alle offese della natura e degli uomini. Storia comune purtroppo a molti centri della Calabria, dove i beni culturali vengono dimenticati e non sempre considerati dai poteri politici: non a caso infatti anche nell’elenco dei 39 siti italiani, su un totale di 788 a livello mondiale, che l’Unesco considera “patrimonio dell’Umanità” da salvaguardare e da valorizzare, la Calabria è una delle poche regioni che non figura pur avendone obiettivamente i titoli. La figura del Beato rappresenta per noi un modello di coerenza e adesione totale ad un’idea di cristianesimo militante portata alle estreme conseguenze del martirio. Un esempio senz’altro da seguire, una testimonianza da imitare in un’epoca, come l’attuale, difficile per crisi di valori e per un diffuso materialismo consumistico, che calpesta ogni sentimento di solidarietà e il diritto al rispetto della dignità umana. Prima di passare però la parola agli illustri ospiti, vorrei ricordare che il secolo, che vide la nascita del Beato Camillo, fu ricco di eventi importanti, e per il nostro Borgo fu senz’altro il periodo di maggiore lustro. Basti pensare che nel ‘500, quando ai Ruffo di Bovalino, signori locali da cinque secoli, succedette la famiglia Marullo, messinese di origine spagnola, che si distinse per cultura e saggia amministrazione, la popolazione passò da poche centinaia di abitanti del 1516 a 2.418 del 1581. (Cent’ anni dopo, nel 1673, per diverse vicende, la popolazione di Bovalino calerà a 426 abitanti). La tradizione orale ci ricorda che i Bovalinesi parteciparono alle crociate in Terra Santa, e con il conte Marullo presero parte alla battaglia di Lepanto nel 1571 contro i Turchi di Mehemet Alì Pascia, alla guida di una galea acquistata da armatori genovesi e allestita con uomini locali, come attestato anche dai disegni stilizzati di barche scoperti di recente sulla torre prospiciente la piazza, nascosti precedentemente da un folto rampicante. Alla spedizione parteciparono anche gli zii del nostro Beato, i quali fecero ritorno a Bovalino proprio in coincidenza della nascita del nipote. L’8 settembre 1594 il castello e l’insediamento urbano vennero distrutti in seguito all’assalto dei corsari berberi (ultimo di altre incursioni compiute nel 1538 e nel 1581) guidati da Hassan “Cicala”, facilitati dal tradimento di un prelato, che si vendette per 19000 ducati. In questa occasione si verificò il noto evento miracoloso, attribuito all’intervento di Maria SS. Immacolata, che permise agli abitanti del posto di aver salva la vita. Ricordo che a questo fatto si collega la nascita della nostra Arciconfraternita e l’istituzione della relativa festa. Da un atto del notaio Barbatano del 1528 si evince che Bovalino possedeva due rioni, detti “borghetti”, periferici rispetto al nucleo centrale, che era situato all’interno della cinta muraria del Castello: la “Guarnaccia”, toponimo di origine angioina, che indicava i conciatori di tela e lo “Zopardo”, toponimo di origine bizantina indicante le stalle degli allevamenti equini, di razza definita successivamente “calvizzana”, nota e famosa tanto che il cavallo dalla fine del ‘700 comparirà sullo stemma del Comune di Bovalino. Dal quartiere della Guarnaccia si accedeva al Castello attraverso la porta principale rivolta ad oriente ed un ponte levatoio, dallo Zopardo attraverso una porta detta “di terra”. E’ un secolo vivace e di grosse trasformazioni socio-economiche e culturali il XVI, e lo fu anche per Bovalino, che assiste tra l’altro alla costruzione delle Chiese più importanti, e attive ancora oggi: la Chiesa Matrice “Santa Maria della Neve e San Nicola di Bari” fu costruita nel 1521 dal nobile napoletano Giovan Francesco Pignatelli e quella di “Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto Vergine Martire” nel 1586 presso la Guarnaccia su volere di S.E. Mons. Ottaviano Pasqua, vescovo di Gerace. Dei primi anni del 1500 è anche la costruzione del convento di Santa Maria del Gesù, come attesta una bolla di Papa Giulio II. Dello stesso non è sopravvissuto niente, in quanto prima semidistrutto dal terremoto del 1908 e poi raso al suolo dall’uomo per la costruzione di una fabbrichetta. Mi avvio alla conclusione, non prima di rivolgere, a nome dell’Arciconfraternita e mio personale, un sincero saluto e un profondo ringraziamento agli illustri ospiti, che con la loro presenza danno risalto e valore a questo incontro. Approfitto di questo momento finale per ringraziare coloro che mi hanno preceduto nella procura dell’arciconfraternita e a tutti quelli i quali hanno aderito con me in questo progetto. La mia attenzione si rivolge fra tutti in primis a Francesco Clemente perché è stato colui che tanto ha dato entusiasmo per acquisire l’immobile. Un affettuoso ringraziamento al nostro parroco, Padre Giuseppe Pittarello, per averci sostenuto e supportato in questa fatica. Al nostro amato Vescovo, Padre Giancarlo M. Bregantini, va un mio ringraziamento per gli insegnamenti trasmessici: il sapere dire no in certe occasioni, la fermezza del carattere, il senso del perdono, il sostegno a chiunque abbia bisogno. E’ difficile sostituire una tale figura in questa terra martoriata, abbiamo perso un punto di riferimento, ma non bisogna essere egoisti dobbiamo cioè capire che anche altre comunità devono avere questa opportunità. A noi il compito di sostenere chi succederà a tale figura, questo vuole la nostra chiesa. Auguro a tutti voi una buona continuazione in questo incontro religioso­culturale salutandovi tutti calorosamente.>> Il priore ha letto successivamente un messaggio del gesuita P.Giovanni Rulli, assente al Convegno per motivi di salute: <<Ricordo che, quando ero ragazzo a Bovalino, sentivo spesso dei nomi che mi sono rimasti impressi perché venivano ripetuti spesso e non senza un certo orgoglio. Si trattava di famiglie che da antichi tempi, da secoli addirittura, avevano dato una buona fama a Bovalino, un piccolo paese che da un castello e un paio di centinaia di metri sul mare vigilava il movimento dei Saraceni sulla costa Jonica. Il nome della famiglia Ruffo, per esempio, precedeva ancora di qualche secolo le piraterie dei Saraceni, e risiedeva forse dai secoli XIV e XV, con la missione di proteggere i Basiliani che fuggivano da Bisanzio, per sottrarsi alle persecuzioni della seconda Roma, che aspirava a sostituirsi alla prima non solo politicamente, avendola superata demograficamente, ma pure come sede del successore di Pietro, acquisendone diritti religiosi e giuridici, liturgici ecc., e lasciandoci anche un triste ricordo con le lotte contro le immagini sacre, la iconoclastia. Ma non intendo fare la storia della numerosa famiglia Ruffo, nemmeno di quella residente a Bovalino, molto legata a me personalmente persino nel nome di Gianni. Continuo a ricordare il nome di famiglie più vicine a me, perché sono stato compagno di scuola con i loro figli (Lentini, Stranges, De Sandro), o perché erano amici di mio padre o di mia mamma (Spagnolo). Né intendo fare la storia della nobiltà e della aristocrazia bovalinese, ma non posso sottrarmi ad avanzare una mia intuizione riguardo il Beato Camillo Costanzo, che è il personaggio che oggi ci raduna qui insieme. In realtà sappiamo con certezza, grazie agli studi di Padre Stefano De Fiores e del prof. Leone che tra l’altro non è un bovalinese, che Camillo Costanzo è certamente nato a Bovalino, non lontano dal castello e da una chiesa detta della Madonna della Neve, nella zona dello Zopardo, ma di quale restano in piedi soltanto una parte della facciata e una parte dell’abside con alcuni affreschi, naturalmente mal ridotti perché esposti all’intemperie. Mi conforta che come Priore della Congrega dell’ Immacolata il fratello Antonio Blefari abbia ricostruito la cadente casa del Beato Camillo, e così si stanno interessando alla riparazione del castello e della chiesa, in maniera che io fra 10 anni da buon centenario, sarò capace di essere di nuovo a Bovalino per questa precisa circostanza, magari con un buon rifacimento fisico e spirituale… La famiglia Costanzo era dunque a Bovalino quando nacque Camillo, ma proveniva da Cosenza. Mi sorge l’idea che questo possa essere stato suggerito dalla necessità di allargare qualche feudo o qualche potere lontano da Cosenza, città alla quale alcuni attribuiscono erroneamente anche la nascita di Camillo. Uno spostamento che potrebbe far pensare a una certa nobiltà della famiglia Costanzo. Se poi pensiamo che probabilmente il giovane Camillo abbia partecipato a una guerra nei Paesi Bassi, nel periodo della lotta per l’indipendenza, tra la fine del 1560 e l’inizio del 1600, conclusasi con la vittoria della Casa di Orange di Guglielmo il Taciturno contro i cattolici, allora si rafforza la mia opinione della possibile nobiltà della famiglia Costanzo, che con Camillo si lanciava nella lontana Olanda per la conquista di qualche titolo militare e onorifico. C’è infine un altro elemento, che potrebbe confermare la mia ipotesi, la permanenza a Napoli per compiere studi adeguati al suo nobile lignaggio. E penso che sarà proprio a Napoli, dove conosce i gesuiti, presenti magari in altre zone della Calabria, ma non in quella di Bovalino. Probabilmente a Napoli nacque il germe della sua vocazione alla vita religiosa nella Compagnia di Gesù. Ed è pure a Napoli, dove nasce la grande nobiltà di Camillo Costanzo, non però nobiltà di sangue, di aristocrazia, di potere, di mondanità, ma nobiltà sacra di sacerdote, di missionario, di martire. In quanto sacerdote, Costanzo rappresenta un trattino di unione tra il popolo e Dio, in nome di Dio perdona i peccati, spegne le contese, lavora per la pace, aiuta i poveri, gli ammalati, i sofferenti, predica e realizza l’altruismo, diventa un “nobile”. Tuttavia il nostro Beato, nella sua corsa verso l’alto, chiede ai superiori di essere inviato come missionario in Giappone, un seminatore della parola di Dio tra gli sterpi e le spine. E in Giappone la sua nobiltà sale ancora di un gradino; scrive diciotto libri, dei quali quindici affondano nel mare insieme col padre gesuita che doveva portarli a Roma per avere dai superiori il permesso della pubblicazione. Dei tre rimanenti si sono perse le tracce. Sopravvivono invece diciassette lettere inviate al Superiore Generale della Compagnia per informarlo sulle vicende dei gesuiti in Giappone. Il citato p. De Fiores ha sottratto queste lettere dalla polvere degli archivi e le ha pubblicate nell’originale portoghese, lingua universale al tempo di Costanzo. Ma non mancano tra le espressioni giapponesi alcuni “calabresismi”, nonché alcuni versi in italiano, ricordo dei suoi studi letterari. E poi c’è l’ultimo gradino di nobiltà che il Signore dà a chi stima degno di questo dono estremo che è il martirio. Nel 1614 i gesuiti come altri missionari stranieri furono cacciati dal Giappone. Costanzo si esiliò a Macao, un esilio duro e lungo, anche se è operoso e fruttuoso; dopo otto anni di lontananza il nostro eroe, pur consapevole dei pericoli che potevano sorgere dalla sua decisione, rientra in Giappone nel 1622 travestito da soldato, ma è subito scoperto e condannato a essere bruciato vivo come difatti avviene il 15 settembre 1622 a Tabira a sud di Nagasaki. Camillo Costanzo raggiunge così il massimo della nobiltà che il Signore Gesù può concedere a un cristiano. E’ doveroso ora per me dare sfogo a tutti i miei sentimenti di gratitudine per coloro che hanno voluto e potuto realizzare un progetto che da troppo tempo era soltanto un sogno: riparare la casa dove era nato il b. Camillo. E prima di tutti ringraziare umilmente e con tutto il cuore la divina Provvidenza (se non è il Signore che costruisce la casa, invano vi lavorano i costruttori). Poi c’è il Vescovo di Locri-Gerace, Mons. Giancarlo Brigantini, che ha tanto operato per la propria Diocesi, la Locride e tutta la Calabria: un vero strumento nelle mani del Signore. Vengono poi i fratelli Antonio e Giuseppe Blefari già citati, espressione della religiosità dei bovalinesi. A questo proposito è opportuno, oltre che giusto, aggiungere un ringraziamento particolare al p. De Fiores purtroppo del malfamato paese di San Luca, autore di pregiati volumi di mariologia nonché di lavori sul compaesano Corrado Alvaro, ma soprattutto di una pregiata vita del b. Camillo Costanzo di Bovalino. Last not least, i miei ringraziamenti si estendono anche a p. Giuseppe Pittarello francescano, che è parroco di quella parte di Bovalino. Concludo con quanto ho letto di san Paolo (Rm 1,7) nella IV domenica di Avvento (ciclo A): “Quanti sono in Bovalino, diletti da Dio e santi per vocazione, grazie a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo”. Roma 30 dicembre 2007>>

Intanto la casa del Beato, che dovrà fungere anche da foresteria per studiosi e gesuiti, è stata arredata in modo provvisorio, in attesa di una sistemazione definitiva. Al piano terra fa mostra un quadro di Giordano del 1998 raffigurante l’Immacolata, insieme ad un modesto mobilio composta da sedie, cassapanca e un tavolo antico. Il secondo piano risulta più ricco: una pianeta e un calice, un messale per messa gregoriana, un letto (donato da Pino Richichi di Careri), un comodino con crocefisso e lampada a petrolio, una poltrona, una vetrina, un lavabo (offerto da Ciccio Clemente), nelle vetrinette libri e registri dell’Arciconfraternita, un quadro del 1900 di S. Sessa rappresentante il martirio del Beato con sullo sfondo un paesaggio dell’estremo Oriente…. Nella facciata della casa è presente una nicchia con una statuetta del Beato, e in basso una lapide in marmo dove è scritto: Oh invitto martire di Cristo / Beato Camillo Costanzo S.J. / Che in Giappone col sangue piantasti la fede / Benedici Bovalino tua Patria / A.D.1939…

La festa liturgica del Beato Camillo Costanzo si celebra con continuità dall’anno 2017, anno della ricorrenza del 150° anniversario della sua beatificazione. La celebrazione diventa anche l’occasione per approfondire gli studi relativi alla sua figura e far conoscere ai compaesani e ai calabresi una persona degna di essere valorizzata, per i messaggi formativi che la sua vita può indicare. Far riscoprire soprattutto alle nuove generazioni (anche attraverso concorsi e approfondimenti a scuola) la storia della figura del missionario e della terra in cui ha vissuto, offre a loro la possibilità di riappropiarsi del loro territorio, con senso di appartenenza e di orgoglio.

b) La leggenda di Suor Maria Cecilia

Nel testo Bovalino un borgo da salvare di Antonio Ardore, pubblicato, nel settembre del 2002, ad opera dell’Arciconfraternita Maria SS. Immacolata, a pag. 131 viene tracciato un sintetico profilo cronistico dell’estensore di una leggenda[1], che fino a lui si era tramandata solo oralmente, Giuseppe Zinghinì nato il 5 ottobre 1905 e morto il 6 gennaio 1973.

Nelle pagine successive furono pubblicate solo i 2 capitoli di Introduzione e 19 dei 31, formanti l’intera leggenda, trascritta nel 1968 a più mani su un quaderno dell’epoca.

In questa ricerca la leggenda, che si basa su alcuni elementi storici “…Suor Maria Cecilia, morta nel 1672 com’era scritto sulla lapide al convento, è figlia del marchese di Bovalino Sigismondo Loffredo, che morì nel 1605, lasciando il possedimento alla moglie la principessa Beatrice Orsini che terrà il feudo bovalinese fino al 1617, dopo di che lo venderà al procuratore Sebastiano Vitale per conto dei genovesi Del Negro, che deterranno il feudo per tutto il ‘600…”, ma poi dilatata nel mondo della ricostruzione sentimentale e fantastica, viene trascritta per intero al fine di dare la possibilità al lettore interessato di gustarla appieno senza interrompere la tensione emotiva.

Prefazione – Chi si prenderà il fastidio di leggere le pagine che seguono, alla fine si domanderà: che non sia una storia vera? Anch’io, quando mastro Giuseppe Marrapodi – nonno paterno del professore Giuseppe Marrapodi – me la raccontò, mi sono rivolto la stessa domanda ma, purtroppo, non potei dare una risposta affermativa perché, della leggenda, non ci resta nessun documento scritto. Mastro Giuseppe Marrapodi, uomo buono e pio, che fu sagrestano della nostra Chiesa, quasi ininterrottamente, dal 1870 al 1919, anche lui l’ha sentita raccontare. Come e perché me la raccontò lo dirò nel primo paragrafo. Una sola cosa è certa: i personaggi sono realmente esistiti. Il marchese Sigismondo Loffredo, come narra la “Cronistoria” della Diocesi di Gerace del canonico Antonio Oppedisano, nel 1590, sulle rovine dell’antica Potamia, fondò il paese di San Luca e lo chiamò così perché lo inaugurò il 18 ottobre 1592, festa dell’Evangelista San Luca. Di Suor Maria Cecilia, che la leggenda vuol figlia di Sigismondo, abbiamo scoperto la tomba tra le rovine del convento dei Riformati. Un personaggio pure esistito è il marito della protagonista che la leggenda chiama “Fabricis, signore di un castello vicino”. Siccome al personaggio principale bisognava dare un volto e un nome, ho scelto il nome del Marchese Fabrizio Carafa, Signore di Caulonia che – quando Sigismondo fondò San Luca – fondò una cittadina a cui diede il proprio nome: Fabrizia. Così ho cercato di colmare una lacuna per dare ordine alla narrazione della leggenda stessa. E’ tutto qui. In me non c’è nessuna pretesa di pubblicare l a leggenda – sarebbe troppa presunzione la mia – ma solo desidero di lasciarla negli ordini della mia Parrocchia perché resti ad ammirazione ed edificazione di chi vorrà leggerla.

Due parole sul ConventoDue chilometri circa fuori di Bovalino, sulla strada nazionale che va verso Benestare, esisteva anticamente il Convento dei Riformati sotto il titolo di Santa Maria di Gesù, o Santa Maria della Consolazione. Su questo convento si hanno pochissime notizie che si trovano negli archivi della curia vescovile di Gerace-Locri.

Il canonico Oppedisano nella “Cronistoria della Diocesi di Gerace” così scrive: «Alcuni – come asserisce il Fiore – vogliono che sia stato costruito nel 1602 a spese di mercanti genovesi, i quali correndo fortuna in quei mari, fecero voto che venuti a terra a salvamento fabbricassero un monastero. Papa Giulio II, in una sua bolla del 1508 dice che lo fabbricò Tommaso Merola. Forse che egli fu il principale di quei mercanti»

Nella chiesa del Convento si conservava la rinomata immagine dell’Epifania di N.S.G.C. dipinta dal Reni e poi trasportata nel Museo Borbonico di Napoli, come risulta dal bollario del vescovo Pellicano.

Il convento fu soppresso durante l’occupazione francese nel 1810, ripristinato in seguito, fu definitivamente abolito nel 1866. La Chiesa rimase aperta al culto e si continuò la celebrazione dei divini uffici, finché a causa del terremoto del 1908, che la rese pericolante, fu completamente abbandonata. L’altare maggiore in legno intarsiato, attualmente si trova nella chiesa matrice ed è dedicato all’Immacolata.

Quando il canonico Oppedisano dice che il Convento nel 1908 venne completamente abbandonato non è esatto. Dopo il terremoto si chiuse è vero, però, per diversi anni si ritornò tre volte l’anno per celebrare i divini uffici, in queste occasioni: il 4 ottobre festa di San Francesco d’Assisi, l’11 agosto festa di Santa Chiara fondatrice del secondo ordine francescano ed il 2 agosto festa del “Perdono d’Assisi” o, come noi la chiamavamo, festa della “Porziuncola”. Questa festa era sempre preceduta da un triduo che si chiudeva con messa solenne e panegirico recitato da uno dei migliori predicatori che esistevano in diocesi e così si continuò fino a che il tetto del Convento crollò del tutto, e ciò avvenne verso il 1919.

Nel 1925, per interessamento del parroco del tempo don Saverio Pelle di San Nicola d’Ardore, si costruì alla meglio, una piccola cappelletta e si celebrò quell’anno la festa della “Porziuncola”, come pure nel 1926. Quell’anno – la ricorrenza del settimo centenario della morte di San Francesco – si celebrò più solennemente con triduo predicato dal canonico decano della cattedrale di Gerace, monsignor Giuseppe Furfaro. Nell’inverno del 1927 anche la cappella crollò e questa volta fu davvero definitivamente abbandonato.

Capitolo IIl convento, dove dicemmo, non esiste più. Quel luogo, per molti anni fu la passeggiata preferita quasi di tutti, specie nei pomeriggi domenicali e festivi. Per molto tempo rimase quasi intatto il grande cortile dove i monaci andavano a trascorrere le ore di riposo, a leggere e meditare. Questo cortile era circondato di archi e colonne di pietra con intorno comodi sedili. Aveva nel centro un pozzo pieno di acqua freschissima. Il cortile guardato a distanza sembrava il Colosseo come lo vediamo fotografato sui libri e sulle cartoline illustrate.

Spesso anch’io sostai in quel luogo solo e in compagnia di amici. Quando si andava lì non c’era voglia di divertimento, né di far chiasso; non so perché ma anche distrutto invitava alla preghiera e al raccoglimento. Quello però che attirava di più, quello che spingeva a pregare era la chiesa, distrutta dove ancora si vedevano gli altari e tanti sepolcri. A sinistra di chi entrava c’era l’altare di S. Francesco e, di fronte ad esso, sul pavimento una grande lapide di marmo con uno stemma gentilizio: due aquile ad ali spiegate che reggevano una corona. Sulla lapide c’era scritto una lunga epigrafe latina impossibile a leggersi perché su di essa c’era molto materiale caduto dal tetto. Presso l’altare, del lato del Vangelo, a circa venti centimetri del pavimento, c’era una piccola lapide di colore marrone, di forma rettangolare, con su scritta un’epigrafe latina, a caratteri bianchi, che tradotta in italiano suona così: QUI GIACE LA SERVA DI DIO SUOR MARIA CECILIA. / RIPOSI NELLA PACE DEL SIGNORE. A.D. 1672”

Questa lapide attirò la mia attenzione. Mi domandavo perché una suora sepolta in un convento di frati? Di dove fu portata se per quanto sappiamo – a Bovalino conventi di suore non c’erano? Questi due interrogativi restano senza risposta per molto tempo perché avendo interrogato gli uomini più vecchi, nessuno seppe dirmi nulla in proposito.

Un pomeriggio domenicale di agosto, non ricordo più l’anno, facendo la mia solita passeggiata, con la posta al convento, mi recai nella chiesa e trovai seduto in una pietra, di fronte alla lapide che mi interessava, mastro Giuseppe Marrapodi che pregava con la corona in mano. Lo lasciai pregare e poi mi avvicinai rispettosamente per chiedergli se sapeva qualche cosa intorno alla suora che riposava sotto quella lapide. Mi rispose così: “Non si tratta propriamente di una suora, ma di una santa donna, nobildonna, che si fece chiamare così. Io conosco la storia, e se vi piace ve la racconterò. A me la narrò un santo sacerdote (non mi disse il nome) morto quasi centenario nel 1875.”

Mi assicurò di averla letta nel libro delle Cronache. Questo era un libro manoscritto dove due padri, addetti proprio a quel lavoro, segnavano tutti gli avvenimenti degni di nota che si avveravano nel convento ed anche quelli del paese quando si voleva tramandare ai posteri. A questa rivelazione non stetti in me dalla gioia e gli dissi che sarei andato a trovarlo a casa l’indomani pomeriggio perché me la raccontasse. Quando il giorno dopo andai a trovarlo mi accolse con quella gentilezza e bontà che gli erano abituali.

Prima di cominciare mi disse, quasi sorridendo che lui ricordava gli ultimi monaci che abitavano nel convento perché quando questo fu soppresso, aveva ventidue anni, essendo nato nel 1840. Per la cronaca aggiungo che è morto, santamente, nel 1930. Dopo avermi invitato a sedere si raccolse un momento e poi posò la corona che teneva in mano e incominciò a parlare.

Capitolo IINel 1590 il marchese Sigismondo Loffredo era signore di Bovalino. Narra di lui la leggenda che rimase orfano di entrambi i genitori in tenera età. Fu nominato suo tutore uno zio materno, il quale ebbe anche il compito di reggere il feudo finché il nipote non sarebbe entrato nella maggiore età. Lo zio ebbe per il piccolo Sigismondo cure veramente materne, gli mise in casa, come solevano i principi di quel tempo dei maestri che gli insegnavano: alcune lettere italiane oltre la matematica e le lettere latine, altri ancora l’arte della scherma, di maneggiare le armi, di andare a cavallo ecc.,…tanto vero che quando Sigismondo entrò nella maggiore età poteva considerarsi un perfetto cavaliere.

Giovanissimo ancora, e sempre alla leggenda che parlo, prese una grave malattia, tanto che i medici locali disperavano di salvarlo, ma poi sia per la sua fibra, sia per le cure che gli furono prestate superò la crisi e dopo circa quattro mesi guarì.

La convalescenza fu lunga e difficile ma, come Dio volle, fu superata anche questa. I medici dopo che si fu ristabilito, gli consigliarono di viaggiare e, dietro il loro consiglio si recò a Roma.

Capitolo IIITornò da Roma dopo circa tre anni e tornò sposato. Sposò la figlia del gentiluomo che, per tutta la sua permanenza nella città eterna lo aveva ospitato. La moglie era una giovane di circa vent’anni, si chiamava Cecilia, era assai bella e più che bella buona. Quando Sigismondo tornò a Bovalino fu preceduto da quattro giorni da due cavalieri mandati dal suocero perché preparassero i festeggiamenti per l’arrivo della sua figliola col marito. Infatti, quando il marchese arrivò, il paese era in festa e le persone più notabili con a capo il sindaco e il parroco, erano ad attenderlo all’ingresso del paese.

Quando la carrozza arrivò al castello il ponte levatoio si abbassò ed il marchese, sceso dalla carrozza, prese le chiavi del castello e quelle del paese, che un servo in precedenza li aveva portate là sopra un vassoio d’argento, e prendendole tra le mani s’inginocchiò sul predellino della carrozza e le offrì alla moglie dopo di averle, con gentilezza e galanteria, baciato la mano. Con questo gesto il marchese Sigismondo voleva dirle che la dichiarava non soltanto regina del castello e del suo feudo ma anche, e assai di più, regina del suo cuore.

La marchesa gradì l’offerta, scese dalla carrozza e abbracciò il marito. In quell’istante il cannone del castello tuonò a salve e dopo si sentì uno scroscio di applausi, il cui eco si ripercosse per tutto il paese e dintorni. La giovane marchesa vestiva un semplice abito bianco senza ornamenti che la rendeva ancora più bella. L’unico ornamento che essa portava al collo, era una sottilissima catenella d’oro con all’estremità attaccato un piccolo reliquiario, pur esso d’oro, che conteneva una scheggia del legno della Santa Croce, dono del Papa allora regnante. Questo piccolo reliquiario era nascosto gelosamente nel petto. La marchesa volle conoscere tutte le personalità del paese e prima di tutti i sacerdoti.

Dal parroco si fece dare l’elenco delle famiglie più povere e bisognose, che più tardi beneficò personalmente. All’arrivo della marchesa nel castello e nel paese la festa durò parecchi giorni e si concluse con un pranzo ai poveri che ella stessa servì.

Capitolo IVCecilia e Sigismondo sono veramente felici, vivono (come si dice) l’uno per l’altro. Trascorrono la loro giornata in opere di bene: la mattina si alzano per tempo, ascoltando la Messa celebrata per loro nella cappella del castello e spesso fanno la Santa Comunione. Finita la Messa escono per la passeggiata che, quando il tempo è bello preferiscono fare a piedi. Vanno a visitare le famiglie povere e bisognose, di preferenza gli ammalati e i sofferenti; rientrano per l’ora della colazione che ha luogo abitualmente verso le undici, poi ognuno si ritirava nelle proprie stanze per rivedersi l’ora di pranzo.

Questa vita dura da circa cinque mesi e nel castello vi regna la più perfetta pace. Il personale di servizio è lieto di ubbidire ai suoi signori e ogni loro desiderio viene soddisfatto nel più breve tempo possibile, con ordine e puntualità. Questa felicità, questa pace spesso turba Cecilia e quando è sola col marito, senza testimoni, lo abbraccia, piega la testa sul suo petto e piange.

Il marito l’accarezza, la consola sussurrandole parole gentili e domandando il perché di quella tristezza, il perché di quel pianto. Cecilia risponde: “Sigismondo, sono molto felice, anzi siamo felici e ciò che mi turba è il fatto che la nostra felicità debba finire presto.” Sigismondo risponde: “No mia cara, perché rattristarti? Siamo giovani, non ci manca nulla, godiamo la stima e l’affetto di tutti, e perché la nostra felicità debba finir presto?” “Non lo so” risponde Cecilia “Ma il cuore mi dice che, prima che quest’anno finisca tu debba rimanere solo!” “No Cecilia, no Cecilia mia, lascia questi brutti pensieri che ti turbano pensa a cose più belle, pensa al nostro futuro pensa che, da qui a qualche anno e forse anche prima, il Signore coronerà il nostro amore con la nascita di un bel bambino che sarà davvero la nostra felicità la nostra gioia.” “Sigismondo” replica Cecilia “ voglia il Signore esaudirti ma io temo che non sarà così.” Quattro mesi sono passati dacché è avvenuto questo colloquio, Sigismondo e Cecilia sono soli nella cappella, la funzione della sera e da poco terminata e loro due si trattengono ancora in preghiera. Finita la preghiera, quando stanno per lasciare la cappella, Cecilia si avvicina al marito. Lo abbraccia e gli sussurra all’orecchio; come se avesse paura di essere ascoltata, queste parole, “Sigismondo il Signore ha esaudito le tue preghiere, fra tre o quattro mesi, sarò mamma.” A questo annunzio Sigismondo l’abbraccia se la stringe al cuore piangendo e ridendo insieme. L’indomani il marchese riunisce tutto il personale del castello e comunica loro la grande notizia, ordinando che in quel mese tutta la servitù abbia doppio salario e, a turno, ogni uno di loro tre giorni di vacanza per divertirsi e festeggiare il non lontano lieto evento.

Capitolo VFinalmente il giorno tanto atteso, tanto sospirato, giunse ma l’evento, invece di essere lieto fu triste, ossia tristissimo.

La signora marchesa diede alla luce una bella bambina ma la sera dello stesso giorno del parto sopravvenne una febbre fortissima e con essa altre complicazioni di natura assai grave. L’indomani i medici, dopo una visita accuratissima, si sentirono di dovere dire al marchese che le ore della sua signora erano contate.

Al dolore che provò a questo annuncio è più facile immaginarlo che descriverlo, si sedette vicino al capezzale della sua cara inferma e dichiarò che non si sarebbe spostato di lì per nessun motivo e che quindi non voleva essere disturbato.

La marchesa, coricata supina sul letto, gli occhi chiusi, non parlava sembrava morta, però tutto udiva, tutto capiva. Il giorno dopo si svegliò, come da un profondo sonno, e rivolta al marito gli disse, quasi sillabando, queste parole: “Sigismondo ti ricordi ciò che ti dissi quel giorno quando pronosticai che la nostra felicità sarebbe finita troppo presto? Ciò che dissi si è avverato, lo so, l’ho compreso, ho poche ore di vita; sia fatta la volontà di Dio! Quando io non sarò più tua mi chiuderai gli occhi. Alla nostra bambina darai il mio nome e accanto al mio metti quello della Madonna chiamandola – Maria Cecilia. Senti ancora un’altra cosa Sigismondo, e ti prego di non chiamarmi egoista. Quando sarò morta non sposarti più, ti chiedo questo non per sacrificarti ma perché temo che la donna che dovesse prendere il mio posto non amerebbe la mia bambina quanto me se fossi in vita. Cerca una balia, tienila in casa e fa che la bambina cresca sotto i tuoi occhi. Me lo prometti?” Sigismondo, che per il pianto non poteva parlare, fece cenno di sì col capo. La marchesa continuò: “Quando non ci sarò più pensami spesso e fa di tutto che le persone che ti circondano mi ricordino. Ed ora addio Sigismondo, vogliami bene, pensami sempre e che la mia memoria ti sia di guida e di conforto per tutto il tempo che il Signore ti lascerà in vita.” Lo guardò di nuovo e poi gli fece cenno che le porgesse un Crocifisso che stava sul comodino. Sigismondo lo prese e glielo avvicinò alle labbra; la marchesa lo baciò due volte e poi disse lentamente: “Signore nelle tue mani metto l’anima mia!” Lo guardò ancora con gli occhi ormai spenti e spirò.

Il marchese diede un grido che nulla aveva di umano, accorsero alcuni servi e la cameriera della marchesa. Un attimo dopo, il marchese, in un momento di pessimismo prese la pistola, che sempre portava con se e se la puntò alla tempia sinistra. La cameriera che gli stava vicino gliela strappò di mano gridando: “Signor marchese, cosa state facendo? E se voi non ci sarete più che cosa avverrà della bambina? Per lei dovete vivere, solo per lei signor marchese!” “Sì” rispose il marchese, “si Cecilia mia, piccola mia, per te devo vivere e per te vivrò.”

Si prese la testa tra le mani e pianse lungamente. Quando quello sfogo passò il marchese si alzò e, compreso dalla gravità del momento, fece chiamare il maggiordomo e gli ordinò di preparare tutto per i funerali che furono celebrati il giorno dopo e furono solennissimi tanto che coloro che assistettero ebbero a dire che a Bovalino (a memoria d’uomo) non furono mai celebrati funerali simili a quelli.

Capitolo VILo stesso giorno della morte della marchesa, il maggiordomo di casa Loffredo ebbe cura di far venire nel castello la balia che avrebbe dovuto allevare la bambina. Era questa la giovane vedova di un operaio che lavorava alle dipendenze del marchese, morto quindici giorni prima lasciandola con una bambina di quattro mesi.

La balia si chiamava Teresa, la bambina Marina. Quando arrivò fu condotta subito presso la culla della piccola Cecilia che in quel momento dormiva. Teresa si avvicinò alla culla, sollevò il velo che la copriva, guardò la piccola e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Quando Cecilia si svegliò la balia se la prese tra le braccia, se la strinse al cuore e, in un impeto d’amore materno disse: “Povera cara, hai perduto la mamma prima di conoscerla, ma il Signore te ne ha mandato un’altra; fino a ieri avevo una figlia, da oggi ne ho due.”- Da quel giorno Teresa fece parte della famiglia guadagnandosi la stima e l’affetto di tutti; veniva chiamata “la signora Teresa”.

Un giorno – dopo il trigesimo della morte della marchesa, si trovava nel salotto in compagnia di Teresa che teneva in braccio la piccola Cecilia; parlavano del più e del meno ma, si capisce, tutti i loro discorsi convergevano sulla piccina.

Tutto ad un tratto il marchese si rivolse verso Teresa e, come ricordandosi di una cosa che avrebbe voluto dire molto tempo prima. Le disse di dirgli qual era il salario che pretendeva per allevare la bambina, che lui era disposto a darle quanto voleva. Teresa si volse verso di lui e così rispose: “Signor marchese vi è nota la stima e la riconoscenza che legano la mia famiglia alla vostra, dico la mia famiglia perché intendo parlare anche del mio povero marito. Io e lui troppo vi dobbiamo, innumerevoli benefici ne abbiamo ricevuti sia da vostra eccellenza che dalla signora marchesa, quindi la mia riconoscenza per voi sarà eterna. Se oggi mi avete chiamata ad allevare la vostra bambina, sono io che devo ringraziarvi dell’onore che mi avete concesso e della fiducia che mi accordate; perciò non voglio nulla e resterò al mio posto fintanto che non avrete più bisogno di me. A quelle parole il marchese rimase profondamente commosso, e disse a Teresa che si sentiva obbligato verso di lei e che perciò la riteneva come apparentemente alla famiglia e che, da quel giorno, non sarebbe andata via mai più.

Capitolo VIIIl tempo passa veloce, le bambine crescono a vista d’occhio. Cecilia e Marina hanno quasi cinque anni. Ogni giorno vengono condotte a passeggio da mamma Teresa, la quale ha cura di farle avvicinare da tutte le persone che incontrano e perciò tutti le conoscono e le vogliono bene. Marina è bruna, un po’ più alta di Cecilia mentre questa è bionda come la mamma, i suoi capelli sono una massa d’oro; i suoi occhi vispi ed intelligenti innamorano, entusiasmano chiunque la guarda e tanti quando la lasciano si sentono tristi addolorati, vorrebbero stare sempre vicino a lei. Qualcuno dice: “Non sappiamo questa bambina cosa ha addosso ma è certo che chiunque l’avvicina si sente straordinariamente attratto verso di lei. Tanti dicono: “E’ la marchesa in persona!”

Quando o per un motivo o per un altro non possono uscire di casa, allora si riuniscono in salotto e il marchese prendendosi tutte e due vicino a se le accarezza e racconta delle storie interessanti, onde attirare la loro attenzione, e la loro curiosità. Spesso mostra a Cecilia un grande quadro ad olio rappresentante la mamma, probabilmente dipinto da qualche pittore locale, e così le dice: “Cecilia quella è la tua mamma, è colei che ti portò al mondo e che tu purtroppo, non conoscesti! Amala, prega per lei che dal cielo ti guarda e ti sorride ed ha per te lo stesso affetto che avrebbe come se si trovasse presente. Dopo di lei la persona che devi amare di più su questa terra è mamma Teresa, e il tuo povero papà.”

A queste parole Cecilia si metteva a piangere e per calmarla ci volevano le parole e le carezze di Marina che spesso, quasi sempre, assisteva a questi colloqui intimi, commoventi che avvenivano tra padre e figlia. Il marchese avrebbe preferito che Cecilia e Marina crescessero come sorelle e se non lo aveva fatto era appunto perché sua moglie a letto di morte gli aveva detto: “Sigismondo parla spesso a Cecilia di me, ricorda alla bambina la sua povera mamma, fa che mi conosca e mi ami come avrebbe fatto se io fossi viva.”

Il marchese fedele alla promessa parlava spesso a Cecilia della mamma e del resto, quando cominciò a capire anche lei lo desiderava. Per altro Cecilia o Marina si consideravano sorelle e sia il Marchese, che Teresa ne godevano tanto.

Capitolo VIIIPassò altro tempo. Il marchese, Teresa con lui, comprese che l’educazione da lui impartita alle bambine non era sufficiente perché si elevassero all’altezza che il loro rango richiedeva. Era necessario, quindi che fossero collocate in qualche convento dove c’era anche un educatore per bambine.

Si cercò, s’indagò e finalmente scelsero il convento delle suore francescane della vicina città di Gerace dove c’era l’educandato per bambine e signorine e dove stavano le figliole delle famiglie nobili della Locride.

Espletate le pratiche arrivò finalmente il giorno della partenza. Era triste, era doloroso separarsi ma fu giocoforza farlo per il loro bene. Si partì per Gerace in carrozza: il marchese, Teresa, e le due bambine. Quando arrivarono furono accolte dalla superiora in persona e da due suore maestre che fecero loro molte accoglienze, del resto così richiedeva la dignità degli ospiti e così fu fatto. Quando il marchese e Teresa ritornarono a casa, erano tristi e silenziosi, quella sera non si cenò e ognuno si ritirò nelle proprie stanze molto prima del solito.

La mattina dopo, all’ora della colazione, Teresa chiese al Marchese il permesso di ritirarsi, dato che ormai il suo compito era finito, o quasi. Questi la pregò di rimanere: si sentiva solo nel grande castello,completamente solo e se lei se ne fosse andata chissà quale fine avrebbe fatto. Nelle sue parole Teresa si commosse e accettò di rimanere, alle condizioni che restava lì come cameriera e che era trattata, come le altre cameriere, senza nessun riguardo.

Il marchese approvò e lei rimase.

Capitolo IXIl marchese andava spesso a trovare “ le sue bambine”, come le chiamava, e si tratteneva con loro in parlatorio per circa un’ora, quando permetteva il regolamento. Domandava loro notizie della salute, del profitto degli studi e tante altre piccole cose. Quando le lasciava gli chiedevano se sarebbe ritornato presto e lui rispondeva che non lo sapeva; gli piaceva arrivare senza essere aspettato. Quando andava a trovarle, alcune volte andava solo, altre in compagnia di mamma Teresa.

Ogni tanto dopo essersi trattenuto con le bambine, a loro insaputa si faceva ricevere dalla superiora ed a lei apriva il suo cuore, diceva cioè che si sentiva triste e solo ma che pur non di meno, era necessario che le bambine restassero per alcuni anni in monastero per formarsi una cultura, affinché quando uscivano di lì essere degne del nome che portavano. La superiora lo confortava e lo approvava e poi gli diceva che era felice e contenta di avere due educande come Cecilia e Marina(che) si facevano distinguere nella cultura, nella religione, nella modestia, erano esattissime nel compiere i propri doveri. Spesso terminava il suo dire con queste parole: “Marina è colta, intelligente devota, affettuosa amabile con tutti, però non è la mia Cecilia.” Il marchese ritornava a casa orgoglioso per quanto sentiva delle sue figliole. Era contento ma spesso o quasi sempre il suo volto era velato di mestizia. E come poteva non esserlo?- Pensava alla sua povera sposa morta a vent’anni, appena dopo un anno di matrimonio, pensava come sarebbe stata felice con lui se fosse vissuta e quanto entrambi avrebbero amato la loro bambina la loro piccola cara! Ma tutto fallì e il povero marchese è rimasto solo, e se non avesse avuto la compagnia della signora Teresa, chissà che non avrebbe seguito la sua diletta consorte.

Capitolo XNelle vacanze estive, Cecilia e Marina ritornavano al castello l’ultima domenica di giugno, per rientrare in monastero la prima domenica di settembre. Durante le vacanze il marchese cercava divertirle in tutti i modi affinché non si annoiassero. Ogni tanto domandava loro se erano più felici in monastero o a casa e Cecilia rispondeva per tutte e due: “A casa siamo felici perché ci sei tu e mamma Teresa, siamo felici perché spesso possiamo trattenerci con i suoi affabili e gentili discorsi, specie quando ci parla della povera mamma che anche Marina chiama così perché dice che, dato che l’hai portata al fonte battesimale, è sua mamma spirituale.” E Cecilia continuò “Se non fosse per questo, le dico francamente starei meglio in monastero perché amo il raccoglimento, amo la preghiera, le buone suore e la maestra che fa con me le veci della mamma.”

A questi ragionamenti il marchese era contento e triste allo stesso tempo, contento perché vedeva la sua Cecilia tanto buona, triste perché pensava che si affezionava troppo alla vita del monastero e chissà che cosa sarebbe accaduto quando a diciotto anni avrebbe voluto farla uscire.

Un giorno il marchese andò a trovarle come al solito e siccome erano occupate nella scuola lo ricevette la superiora che, dopo i convenevoli, così gli parlò: “Signor marchese, Cecilia e Marina hanno ormai nove anni, sono molto giudiziose e certe volte mi fanno delle domande che nel dare loro la risposta mi trovo in serio imbarazzo.” Il marchese la guardò con uno sguardo interrogativo e la superiora, vistosi guardata in quel modo, così continuò: “Non si preoccupi circa le domande che le ragazze mi fanno, esse riflettono la vita spirituale.” Il marchese parve tranquillizzarsi ma non fu così, egli comprese che ciò che sospettava era vero, cioè Cecilia cominciava già a manifestare il desiderio di farsi suora. Sia la superiora che il marchese ignoravano che Cecilia il giorno dell’Assunta di quell’anno, nono anniversario della sua nascita, spinta da un bisogno interiore e con un senno superiore alla sua età, si era consacrata a Dio

Capitolo XIIl marchese quel giorno tornò dalla visita al monastero assai triste e preoccupato. Il colloquio avuto con la superiora non gli era piaciuto; pensava egli che le parole della suora erano delle battute che servivano a prepararlo per quando la sua figliola gli avrebbe chiesto il permesso di entrare nel monastero. La sera a cena toccò appena cibo, più per fare piacere a Teresa che per il desiderio di mangiare. Terminata la cena prese un libro, sedette sopra una poltrona, lo sfogliò distrattamente e poi fumò mezzo sigaro e si ritirò dicendo a Teresa che non stava bene. Teresa comprese che era accaduta qualche cosa, però, visto lo stato del marchese non gli chiese nulla, però lei per tutta la notte non dormì facendo mille congetture una più strana dell’altra. La mattina dopo, a colazione, vedendo che il marchese era più calmo gli domandò come stava e gli chiese anche il motivo perché la sera prima era così preoccupato. Il marchese le riferì, parola per parola il colloquio avuto con la superiora e Teresa, dopo averlo ascoltato lo calmò dicendogli: “Vostra Eccellenza mi perdoni ma mi permetta dirle che si preoccupa inutilmente. Innanzi tutto prima che Cecilia entri nella maggiore età dovranno passare, se non mi sbaglio, dodici anni e poi lei come fa ad essere certo che Cecilia, giunta a quell’età, entri nel monastero?”

Il marchese rispose: “Teresa le tue osservazioni sono giuste ma io vedendola troppo affezionata a quella suora e alla loro vita religiosa, ho le mie buone ragioni per preoccuparmi.” E Teresa di rimando: “Vostra Eccellenza ha forse dimenticato quanto era buona la signora marchesa e quanto affezionata alle pie pratiche di religione? Quindi nulla di straordinario se la piccola Cecilia è buona e religiosa come la mamma.” Il marchese alle parole di Teresa respirò tranquillamente come sollevato da un grande peso e disse: “Hai ragione, non pensiamoci più. A suo tempo se Cecilia domanderà di entrare in religione, non lo permetteremo. Ad ogni modo si trova il rimedio.”

Capitolo XIIPassarono i giorni, i mesi, gli anni, e in tutto questo tempo né al castello, né al monastero dove stanno Cecilia e Marina, accaddero fatti degni di nota. A questo punto della nostra narrazione, Cecilia ha sedici anni e Marina quattro mesi di più.

Il marchese Sigismondo è contento in cuor suo ringrazia Teresa che ha saputo tranquillizzarlo circa l’avvenire di Cecilia; ha saputo cioè renderlo quasi sicuro che la sua figliola non si farà suora. Non che il marchese non sia un buon cattolico, tutt’altro, non che egli non ami gli ordini religiosi in genere e le suore in particolare anzi di questo spesso ne è l’occulto benefattore e cioè in ossequio al precetto evangelico < non sappia la sua sinistra quel che fa la sua destra >. Delle religiose ne è entusiasta, ammira il loro sacrificio. La loro abnegazione, ma che sua figlia sia una di loro non se la sente. Perché non se la sente? Il motivo c’è: Troppo presto ha perduto sua moglie e anche se Teresa ha fatto tanto nel grande castello, si è sentito solo completamente solo.

Ora la sua Cecilia vuole godersela il più lungamente possibile e quando si sposerà chiederà al genero che si faccia tutta una famiglia e se questo non sarà possibile andrà lui a stare con loro. Un giorno, è una sera di settembre e Cecilia e Marina sono da poco ritornate al monastero perché finita le vacanze estive, al marchese è venuto un dubbio: “E se Cecilia per farsi suora aspetterà di divenire maggiorenne e poi si chiuderà nel monastero?”

Tutta la notte non ha dormito, la mattina si alza per tempo, fa sellare il cavallo e parte per Gerace. Arriva che ancora le suore e le educande sono in chiesa per la messa. Aspetta che le funzioni finiscano e poi si fa annunziare alla superiora che ne rimane meravigliata dato che due giorni prima era andato per la visita consueta. La superiora lo riceve in parlatorio e appena la vede dopo averla salutata, le rivolge, quasi a bruciapelo, questa domanda: “Superiora, che ne pensa di mia figlia? Si farà suora?” La superiora risponde: “Signor marchese, non so se debbo rispondere al padre o all’uomo curioso che vuole sapere i fatti degli altri, in ogni modo m’ingegnerò per la carica che indegnamente rivesto di rispondere all’uno e all’altro: io non so se Cecilia ha la vocazione, però ciò che io sento, avvicinandola è ciò che d’ordinario si sente vicino a una persona santa che in tutto sembra di comunicare con Dio. Cecilia ha un portamento sempre serio, modesto e amabile che sembra tradurre la presenza di Dio in tutti i suoi atti com’è proprio delle persone già avanzate in età e di grande virtù.

A quelle parole il marchese non vuol sapere di più e si ritira quasi senza salutare

Capitolo XIIIIl marchese, dopo il colloquio con la superiora ritornò al castello di cattivo umore. Teresa se ne accorse e quando fu possibile gli rivolse timidamente una domanda: “Signor marchese, che cosa c’è, che cosa succede?” “Non c’è niente, non è successo niente, è successo che io sono rimasto solo, mia figlia non mi ama più!” Teresa, meravigliata insistette per sapere di che si trattava, ed il marchese le riferì il colloquio avuto con la superiora. Teresa come meglio poté e seppe, lo tranquillizzò avvicinandolo ancora una volta, che Cecilia non si sarebbe fatta suora.

Come conclusione il marchese disse: “Domani, o al più tardi dopodomani l’altro, ritornerò al monastero e mi condurrò a casa le ragazze.” Teresa lo calmò dicendogli: “Ormai il nuovo anno scolastico è ricominciato, si è sempre detto che avremmo lasciato le ragazze in monastero fino all’età di diciotto anni. Hanno appena sedici, facciamo finire loro questo anno scolastico e quando verranno a casa per le vacanze non li faremo più ritornare.

Il marchese: “Ascolto il suo consiglio, però quando ritornerò al monastero per la visita che faccio ogni mese dirò, sia alla superiora che alle ragazze, che fino alla fine di quest’anno scolastico non ritornerò più nemmeno per le visite e si domanderanno il perché accamperò una scusa qualsiasi.

Circa un mese più tardi il marchese ritornò al monastero per la visita consueta. Arrivò che era ancora presto, attese che terminassero le funzioni e poi suonò alla porta. Alla portinaia che venne ad aprire di avvertire la superiora che desiderava parlarle. La portinaia tornò pochi minuti dopo annunziandogli che la superiora era già in parlatorio pronta a riceverlo.

Il marchese entrò e la trovò dietro la grata ad attenderlo. Il marchese entrando, sedette alla sedia vicina alla grata e così parlò: “Reverenda Superiora questa mattina, oltre che per la visita consueta alle ragazze sono venuto per dire alla maternità vostra che questa è l’ultima visita che faccio al monastero per quest’anno, gravi impegni mi trattengono fuori, dovrò recarmi a Napoli forse anche a Roma e non so quando sarà il mio ritorno. Tornerò qui alla fine dell’anno scolastico per prendere le ragazze e per portarle al monastero un dono in segno di gratitudine e di riconoscenza verso la maternità vostra e le reverende suore per il bene che avete fatto alle mie ragazze tengo a dirle che, dopo le vacanze non torneranno più. In un primo tempo avevo deciso di lasciarle fino al diciannovesimo anno di età ma oggi, impegni di famiglia m’impongono di fare diversamente. Porterò le ragazze a casa sicuro che ormai hanno imparato tutto ciò che deve sapere una ragazza di alto rango e tutto ciò deve sapere una figlia. Come la mia che dalla fine di quest’anno in poi deve fare anche la mamma di famiglia. Il perché la maternità vostra li sa.” La superiora rispose: “Signor marchese ognuno ha i suoi impegni, ognuno (come vostra Signoria) quando prende una decisione sa quello che fa. Se le ragazze andranno via sarà certo per motivi gravi e quindi ne io, ne le suore ci possiamo imporre per dire alla vostra Signoria di fare diversamente di quello che ha deciso, le ragazze partendo, lasceranno nel monastero e nel cuore un gran vuoto in ogni modo anch’io, come Gesù, rassegnata dirò: Signore, che la vostra volontà si faccia! Adesso, allontanandomi di qui avvertirò le ragazze della vostra visita.” Salutò con un cenno della mano e disparve.

Pochi minuti dopo apparvero Cecilia e Marina, non dietro la grata, tenendosi per mano, entrarono da una porta nascosta dietro una tenda. Sedettero guardando il marchese ed attesero che parlasse. Egli rivolgendosi a Cecilia disse: “Come va che né tu e né Marina, vedendomi, non correte ad abbracciarmi?” Cecilia rispose: “Temevamo che sei di cattivo umore!”

Il marchese disse: “Da che potete arguire questo?” Marina e Cecilia, tutte e due insieme risposero: “Ci bastò guardare la superiora quando ci annunciò la tua venuta e il desiderio di vederci. Il marchese sorrise e disse: “Aveva ragione la superiora, di essere preoccupata, le annunziai, fra l’altro, che è questa l’ultima visita che faccio quest’anno al monastero e che alla fine del presente anno scolastico (venendo a casa per le vacanze) non tornerete più qui.

Le due ragazze, a questo annuncio allibirono, e Cecilia dopo qualche istante, con voce tremante: “E perché papà?” Il marchese rispose: “Il perché lo saprete quando sarete rientrate; per ora vi ho semplicemente avvertite di modo che alla fine dell’anno, l’annuncio che dovrete lasciare il monastero, non sia per voi una sorpresa.”

Le ragazze si guardarono e i loro occhi si riempirono di lacrime. Avevano compreso, specie Cecilia che la felicità per loro era finita. Lo abbiamo detto prima: non erano ragazze come tutte le altre e per loro l’uscita dal monastero rappresentava una grande pena, moralmente il loro cuore era ferito, di una ferita che difficilmente si sarebbe rimarginata, almeno per lungo spazio di tempo.

Capitolo XIVL’indomani della visita del marchese Cecilia e Marina chiesero di essere dispensati della ricreazione e,quel tempo che le altre ragazze lo trascorrevano a giocare, si ritirarono in cappella e dopo una lunga preghiera parlarono intorno alla repentina decisione del marchese di toglierle, con quasi due anni di anticipo, dal monastero. Cecilia disse: “Marina, il perché papà ha preso questa decisione, te lo dico io: egli ha compreso che desidero abbracciare lo stato religioso e per punirmi ci toglie dal monastero prima del tempo che aveva stabilito.” Marina rispose: “E con ciò che pensa di fare? Non sa che tu, una volta maggiorenne, potresti agire anche senza del suo permesso?” “Lo potrei” disse Cecilia “ma non lo farò, lo dico a te, non oso senza il suo permesso, non oso oppormi alla sua volontà. Domani, o forse oggi stesso, domanderò consiglio al nostro padre spirituale, oppure alla madre superiora e forò come loro mi diranno.

Il giorno seguente, nel tempo della ricreazione, Cecilia chiese di parlare alla superiora e questa la ricevette nella sua cella. Cecilia, appena giunta, s’inginocchiò e pose il capo sulle sue ginocchia e cominciò a piangere dirottamente. La superiora la calmò e le chiese cosa desiderava. Cecilia, piangendo e interrompendosi diverse volte incominciò: “Reverenda madre anche se non mi sono spiegata anche se ancora non ho detto nulla, lei credo, mi ha compreso che desidero abbracciare lo stato religioso, desidero vestire l’abito delle suore Clarisse per servire Dio più perfettamente e mio padre si oppone. Si è accorto anche lui della mia decisione e vuol togliermi da questo santo luogo circa due anni prima del tempo che aveva stabilito. Cosa farò? Cosa sarà di me? Attendere la maggiore età e farlo nonostante il suo divieto non posso, assolutamente non posso, mi sembra che l’ucciderei povero babbo ed allora quale rimorso, quale strazio per il mio cuore!”

La superiora, dopo attimi di riflessione rispose: “Calmati figliola, abbi pazienza, prega e il resto lascia fare al Signore, se egli ti vuole sua saprà appianare le vie, togliere gli ostacoli e far sì che tutto proceda secondo i tuoi desideri; altrimenti farai la sua volontà. Se tuo padre ha disposto diversamente, tu non potrai opporti e quindi vivrai nel mondo senza essere del mondo.

Cecilia, dopo avere ascoltato in silenzio, con deferenza e rispetto le parole della superiora, così rispose: “Reverenda madre io, per quanto grande peccatrice non mi sono mai opposta alla volontà del Signore. Da lungo tempo e con insistente preghiere chiedo al Signore la grazia di essere sua, all’età di nove anni, il giorno dell’Assunta, mi sono consacrata al Signore e così lo scorso anno. Chiedendo l’aiuto e le preghiere della maternità vostra per raggiungere lo scopo.” Rispose la superiora: “Non dubitare figliola, per quanto dipende da me avrai l’uno e l’altro. Si lasciarono. La superiora lasciò Cecilia e questa si recò a scuola.

 

Capitolo XVIl giorno dopo, in tempo di ricreazione Cecilia chiese di nuovo alla superiora un colloquio che questa accordò con piacere. Si rividero nella cella; questa sedette e Cecilia s’inginocchiò davanti ponendo, con molta familiarità le mani sulle sue ginocchia.

La superiora disse: “Parla figliola ti ascolto.” Cecilia incominciò “Reverenda madre, visto che il tempo che debbo restare in questo santo luogo è breve, mi permetto domandarle sua grazia” La superiora rispose: “Parla, mia cara figliola, e ti assicuro che quanto domanderai ti sarà accordato.” Cecilia con voce tremante disse: “Da domani desidero non dormire più nel dormitorio comune, mi assegni una cella e là dormirò, non si meravigli della mia richiesta; desidero alzarmi durante la notte per pregare, per far penitenza, per piangere i miei peccati, cosa questa che nel dormitorio comune non potrei fare.”

La superiora a quelle parole, alzò gli occhi al cielo, pregò brevemente e i suoi occhi si riempirono di lacrime, nella sua preghiera avrà detto: “Signore, se questa figliola si dichiara peccatrice, io che cosa dovrò dire? Abbi pietà di me Signore!” Poi volgendosi a Cecilia disse: “Figliola penso di non poterti accontentare, in quanto come sai celle vuote non ce ne sono.” Cecilia rispose: “Eppure ce ne una che se vorrà me la potrà dare.” La superiora rispose: “E’ questa Cecilia mia? E’ Cecilia a sua volta: “La cella che è in fondo al corridoio, la cella della penitenza.”

A quelle parole la superiora rabbrividì perché si trattava di una cella in cui venivano suore in punizione, quelle suore che facevano qualche mancanza. La cella in parola era angusta, nuda e fredda anche d’estate e riceveva luce da una piccola finestra praticata all’altezza del soffitto e munita da grossa inferriata. Il mobilio si componeva dal letto formato da quattro assi, due tavole con su un pagliericcio quasi vuoto e senza guanciale; un inginocchiatoio, una sedia e un grande crocifisso; attorno alle pareti c’erano appesi pezzi di corda fatti a nodi della lunghezza dai venti ai trenta centimetri, striscia di cuoio con all’estremità pallottoline e uncini di ferro. Con questi strumenti di penitenza quelle suore che si sentivano colpevoli si flagellavano volendo espiare così le loro colpe. Cecilia restò sempre inginocchiata davanti alla superiora, in attesa di una risposta che questa diede dopo lunga riflessione: “Ebbene figliola, ti darò la cella che mi chiedi a due condizioni: che ti trasporti là il tuo lettino e che fai dormire con te anche Marina.” Cecilia disse: “Ancora non ho messo Marina a parte del mio proposito, glielo dirò uscendo di qua penso però che Marina non accetterà in quanto ogni volta che passa davanti a quella cella, sia che la porta sia chiusa, sia che sia aperta passa scappando.”

La superiora disse: “Ebbene figliola avrai la cella senza di Marina, voglio farti contenta però, e qui t’impongo l’ubbidienza, non farò nessuna penitenza senza il permesso del nostro direttore spirituale e, in mancanza di esso, senza il mio permesso.” Cecilia accettò le condizioni imposte e si lasciarono. Il giorno dopo la superiora si recò dal rettore delle educande e prima che esse cominciassero a mangiare comunicò a tutte che finito l’anno scolastico in corso Cecilia e Marina non sarebbero tornati più perché il marchese aveva deciso di ritirarle.

Allora cominciarono i pianti e le proteste, perché ciò? Perché tutte amavano Cecilia e Marina e quella notizia nessuno se l’aspettava.

La superiora attese che si fossero un po’ calmate e poi rivolta a Cecilia e a Marina, disse: “Ragazze voi due andate un po’ in cappella a pregare perché devo dire alle altre cose che voi non potete sapere, quando vi chiamerò tornerete.” Cecilia e Marina lasciarono la mano della superiora e si ritirarono, un po’ tristi e un po’ curiose, avrebbero voluto sentire ciò che la superiora avrebbe detto alle loro compagne. Quando esse se ne furono andate la superiora disse: “Vi dirò adesso che Cecilia e Marina non ci sono, il motivo dell’allontanamento di queste due figliole. Il marchese papà di Cecilia si è accorto che la sua figliola intende abbracciare lo stato religioso e ciò a lui non piace.Per questo motivo le allontana dal nostro monastero quasi due anni prima del tempo stabilito Ho voluto comunicarvelo perché desidero per il giorno della loro partenza, organizzare una festic-ciola naturalmente con il vostro contributo. Certamente il marchese quando verrà a prenderle verrà con la signora Teresa e con la sua carrozza, noi facciamo che la carrozza se ne torni a Bova-lino e li tratterremo qui tutta la giornata, mi approvate?” Tutte batterono le mani approvando.

La superiora suonò il campanello e Cecilia e Marina rientrarono nel refettorio. Tutto il tempo che stettero in cappella Cecilia manifestò a Marina il suo desiderio di volere per tutto il tempo che restavano in monastero abitare < la cella della penitenza > e la pregò nel caso che veniva interpellata dalla superiora, di dire che lei non aveva nessuna intenzione di dormire in quella cella. Marina l’abbracciò dicendole: “Cecilia ti comprendo e ti accontenterò.” Si abbracciarono di nuovo e così stettero per lungo tempo. La sera stessa Cecilia dopo aver fatto trasportare il letto, nella cella delle penitenze.

Capitolo XVICecilia il giorno dopo la visita del padre e dopo il colloquio con la superiora, come dicemmo nel capitolo precedente, si stabilì nella <cella della penitenza> e, tutte le volte che usciva, aveva cura di portare con sé la chiave di modo che nessuno indiscreto potesse penetrare nel suo rifugio. Passava buona parte della notte in preghiera e quando, stanca e sfinita cercava un po’ di riposo si gettava sul letto della cella. Secondo gli ordini della superiora, chiese al padre spirituale il permesso di fare un po’ di penitenza, gli chiese il permesso di flagellarsi ma questo, com’era da prevedersi, glielo negò.

Cecilia così lo pregò: “Reverendissimo padre, vi chiedo di fare penitenza perché desidero piangere le mie colpe. Non meravigliatevi se dico così; se mio padre mi nega il permesso di farmi suora vuol dire che io non ne sono degna, mi rassegno alla volontà di Dio, però non mi do per vinta. Mediante le preghiere e la penitenza e mediante l’intercessione della Madonna voglio chiedere a Gesù questa grazia; permettetemi perciò di flagellarmi, se non più, almeno due volte alla settimana.”

Tanto disse e tanto pregò che il confessore fu vinto. Le permise di flagellarsi però soltanto con la corda a nodi, doveva darsi dieci colpi, cinque da una spalla e cinque dall’altra. Se poi la sua pietà voleva far di più poteva battersi fino a quando vedeva spuntare le prime gocce di sangue. Lasciamo immaginare la gioia e la felicità di Cecilia. Come dicemmo passava buona parte della notte in preghiera e senza fare uso dell’inginocchiatoio si prostrava sul nudo pavimento, si denudava le spalle e si batteva a sangue, la smetteva solo quando cadeva a terra estenuata di forze.

Durante le battiture diceva: “Signore abbi pietà di me, perdona le mie colpe fammi tua o fammi morire, se puoi comandi altrimenti, che la tua volontà sia fatta!”

Del suo sangue verginale si spruzzavano le pareti e il pavimento eppure Cecilia era sempre ilare, sempre allegra la mattina si alzava un’ora prima che suonasse la campanella della sveglia quando si entrava in cappella per le preghiere era la prima ad arrivare l’ultima ad andarsene. Come Cecilia aveva previsto, un giorno dopo la messa la superiora chiamò Marina e le riferì parte del colloquio avuto con Cecilia e poi concluse pregandola di andare a dormire con lei nella cella della penitenza. A queste parole della superiora Marina arretrò di qualche passo e poi si fece il segno della croce, dopo un attimo di silenzio disse: “Se lei reverenda madre me lo comanda per fare ubbidienza ci vado altrimenti di mia volontà no.”

Cecilia certamente, per andare ad abitare quella cella o è pazza oppure è una santa, felice lei che sente di starci!- La superiora sorrise e la congedò. Marina quando fu sola disse: “Meno male che ho saputo cavarmela, se stavo altri cinque minuti con la superiora ci sarei caduta ed allora?

Capitolo XVIIL’ultima domenica di giugno alle nove in punto la carrozza del marchese Sigismondo era ferma alla porta del monastero; vi scese il marchese, la signora Teresa e un cameriere con una grossa valigia. Nel monastero spirava aria di lutto: le suore, la superiora compresa e le educande erano tristi, addolorati e il perché si comprende; Cecilia e Marina avrebbero lasciato il monastero per non più ritornare.

Quando il marchese suonò alla porta, questa si aprì immediatamente e i nostri tre personaggi furono ricevuti dalla superiora in persona, la quale li fece entrare nella sala del capitolo addobbata a festa. Più tardi comparvero Cecilia e Marina, venivano tenendosi per mano, non erano però contente, sul loro volto si leggeva la mestizia si notava che da poco avevano finito di piangere. Appena giunte baciarono la mano al marchese e abbracciarono con trasporto veramente filiale Teresa. Il marchese non fu contento, attendeva qualche cosa di più, sperava che sua figlia l’avesse abbracciato come faceva in altri tempi, ma non fu così.

Il marchese ringraziò la superiora di quanto aveva fatto per la sue figliole e in segno di gratitudine verso lei e tutto il monastero presentò il dono che aveva promesso:si trattava di un parato completo in broccato d’oro che si sarebbe dovuto usare nelle grande solennità, quando cioè nel monastero si celebrava la messa in terzo. La superiora, a sua volta, annunciò il dono ringraziando il marchese del pensiero e aggiungendo che si sarebbe usato quel giorno stesso in quanto si era già pensato di celebrare una messa solenne,dato che Cecilia e Marina non sarebbero tornati più, tutta la religiosa famiglia: suore ed educande volevano salutarle per l’ultima volta ascoltando insieme la messa, fa-cendo la Comunione, trattenendosi tutti a pranzo e poi trascorrendo insieme il resto della giornata.

Il marchese accettò l’invito e con lui Teresa, per il cocchiere si era provveduto anticipatamente che si sarebbe fermato in un albergo a spese del monastero e poi avrebbe avuto tutta la giornata di vacanza fino l’ora della partenza dei suoi signori.

All’ora della messa si trovarono tutti in cappella. Solo là spirava aria di festa. Il direttore spirituale del monastero, al Vangelo, pronunziò un elevato discorso di circostanza e quando, prima di finire, rivolgendosi a Cecilia e a Marina disse loro che si ricordassero delle belle giornate trascorse in quel luogo, che si ricordassero della superiora e delle maestre ed anche di lui, le due ragazze non poterono frenare il pianto.

Alla fine del pranzo non mancarono i brindisi e gli auguri e la più grande delle educande pronunziò un discorso di occasione ed a nome di tutte presentò alle due partenti un dono: a Marina diede un rosario d’argento, a Cecilia un artistico crocifisso di ebano intarsiato d’avorio. Entrambi ringraziarono commosse. Trascorse la giornata a tarda sera il marchese, Teresa e le due ragazze lasciarono il monastero.

Prima d’allontanarsi Cecilia chiese il permesso di visitare per l’ultima volta la sua cella, appena giunta si prostrò sul nudo pavimento, congiunse le mani e rivolta al grande crocifisso così disse: “Addio mia piccola cella ove ho trascorso le ore più liete in compagnia di Gesù Re dei martiri e di Maria Regina delle Vergini! Addio casa santa ove pensavo di finire i miei giorni, ma tu o Signore hai disposto diversamente, che la tua volontà sia fatta!” Baciò il crocifisso, baciò l’immagine della Madonna ed il pavimento ove tante volte si era inginocchiata. Avrebbe voluto far scomparire le chiazze di sangue, del suo sangue, rimasto sulle pareti della cella e sul pavimento ma non fu possibile. Chiuse in fretta la porta e consegnò la chiave alla superiora e poi piangendo, si allontanò di corsa e andò a raggiungere suo padre e Teresa che impazienti l’aspettavano. Arrivarono a Bovalino a tarda notte tanto che nessuno si accorse del loro ritorno ad eccezione del personale del castello.

Capitolo XVIIIAppena rientrata Cecilia e Marina baciarono la mano al marchese augurandogli la buona notte, abbracciarono Teresa e si ritirarono nella stanza per loro preparata. Il giorno dopo a colazione Marina fece gran festa, si vedeva che era contenta di essere ritornata a casa, Cecilia no, toccò appena cibo, per non dispiacere papà e Teresa, e tutto il tempo che stettero a tavola rimase senza parlare.

Il marchese lo notò e quando la colazione finì disse a Cecilia: “Figliola si vede che non sei contenta di essere ritornata a casa, si vede che non sei contenta di trovarti presso papà e Teresa che ti amano tanto.” Cecilia rispose: “Papà se debbo essere sincera, ti dico che non sono contenta, avrei voluto farmi suora, avrei voluto restare in quel santo luogo e servire il Signore vestendo le sacre lane del poverello d’Assisi. Tu me lo vieti, tu non vuoi dare il desiderato permesso e per questo sono triste. Non che io non ti ami, non che io non vorrei stare con te ma una forza superiore a me stessa mi dice che debbo servire Dio nel modo più perfetto. Papà non dirmi crudele, non dirmi che voglio entrare in monastero per il piacere di lasciarti solo, lo so quanto soffri, lo so quanto soffri tu stesso, ma in questo momento non sono io che parlo, ed è Dio che parla per la mia bocca. A che pro rifiutarmi il tuo permesso? Se io sposassi porterei il nome del marito, che non è il tuo nome, quindi tu lo sai che la nostra famiglia, con la tua morte, si spegnerà. Chissà che la povera mamma prima che io nascessi non avrà fatto voto di consacrarmi a Dio e, se così fosse, perché non soddisfare il suo desiderio? Ti potrei dire che abbraccerò lo stato religioso quando sarò maggiorenne anche senza del tuo permesso. Questo non lo farò, non voglio fare ciò che tu non vuoi, se mi rifiuti il permesso non sposerò nessuno, resterò in casa. Ti servirò con docilità e umiltà e quando da qui a cent’anni non ci sarai più allora, libera di fare quel che mi piace, entrerò in un monastero e là finirò i miei giorni pregando ed espiando le mie colpe, pregando pace all’anima tua e quella della povera e cara mamma. Papà tutto ciò che volevo dirti te l’ho detto, tu stesso forse senza volerlo mi hai incoraggiata. A te la risposta.”

Il marchese che per tutto il discorso di Cecilia aveva taciuto fremendo, così rispose: “La mia risposta è breve; sei crudele, uccidi tuo padre prima del tempo che Dio ha stabilito di toglierlo da questo mondo, ma con me non la vinci. Da questa sera resterai prigioniera nella torretta del castello che guarda il mezzogiorno e uscirai di là quando tu vorrai. Mi spiego uscirai di là quando ti decidi a sposare l’uomo che ti chiederà in moglie dopo il tuo ingresso in società. Ritornati dal monastero ad eccezione della servitù nessuno ti ha visto; quindi nessuno saprà che sei prigioniera, scegli, o il matrimonio o la prigione.” Cecilia abbassò la testa e piano rispose: “Scelgo la prigione.”

La sera stessa Teresa e Marina loro malgrado l’accompagnarono nella torre del castello, chiusero la porta e consegnarono la chiave al maggiordomo, il quale avrebbe dovuto consegnarla al marchese. Nell’ora in cui Cecilia entrò nella torre il marchese non c’era, si era allontanato di proposito. Nella torre c’era il letto, un comodino per la biancheria, un inginocchiatoio, due sedie un tavolino, pochi libri e un grande crocifisso appeso alla parete di fronte alla porta. Cecilia in quel luogo si sentì felice contenta; una sola cosa la rattristava, non poter ascoltare la Messa e fare ogni giorno la Santa Comunione. Il resto per lei era indifferente: la cella del monastero e quella di casa era la stessa.

La mattina dopo verso le otto Cecilia sentì chiudere la chiave alla porta pensando fosse suo padre si preparò a riceverlo. Quando la porta si aprì vide invece che era Marina e Teresa che le portarono la colazione. Marina le disse: “Vedi dove ti ha portato la tua ostinazione. Il tuo povero babbo ieri sera pianse tutta la serata, andò a letto senza cena e noi con lui. Cecilia abbracciò Marina e pianse però rimase sempre nella posizione presa. O in monastero oppure non sarebbe uscita di là. Teresa le disse che il padre la sera prima aveva giurato che non avrebbe voluto più vederla fino a quando lei non lo avrebbe mandato a chiamare e che, a furia di preghiere, avevano ottenuto solo che Marina sarebbe stata la sua guardiana e che un’ora al giorno poteva stare in sua compagnia.

“E questo non basta” rispose Cecilia. Stette un po’ insieme e si lasciarono. Marina le promise che si sarebbero visti per mezzogiorno o, al più tardi verso le ore tredici. In prigione Cecilia trascorreva le sue giornate lavorando e pregando: dopo quindici giorni desiderò vedere suo padre ma è rimasto soltanto un desiderio. Chiese a Dio nella preghiera che le avesse fatta questa grazia, altrimenti- se quella vita sarebbe durata ancora lei certamente non avrebbe vissuto troppo a lungo.

Capitolo XIXFin qui non abbiamo ancora detto che il marchese Sigismondo era un bravissimo cacciatore, che la caccia era la sua passione; teneva un servo apposta che avesse cura dei suoi cani. Non c’era partita di caccia, di grande o di piccola importanza, che lui non vi prendeva parte anzi spesso ne era l’organizzatore. Un giorno avvisò Teresa che partiva per una partita di caccia e non sapeva quando sarebbe ritornato aggiungendo: “Di questo non dirai nulla a mia figlia.” La mattina partì prestissimo due bracconieri gli portavano i cani. Giunti al luogo stabilito vi trovò molti cavalieri giunti prima di lui che appena lo videro lo ossequiarono colmandolo di cortesia. Pochi minuti dopo il suo arrivo la caccia iniziò e tutto procedeva bene e senza incidenti ad un tratto il marchese avvistò una lepre la seguì e si spinse fino all’orlo di un precipizio: due passi ancora sarebbe precipitato in un burrone profondissimo dove certamente avrebbe trovato la morte.

Un cavaliere gli stava vicino gettò il fucile a terra lo abbracciò e lesto lo allontanò dal pericolo. Il marchese per un momento non comprese nulla, si rese conto del pericolo che aveva incontrato, qualche minuto dopo. Si voltò per vedere chi era stato il suo salvatore e vedendo l’uomo che lo aveva preso in braccio, retrocedette di due passi. Quell’uomo disse: “Signor marchese guardandomi retrocedete, ciò vuol dire che anche voi mi odiate, mi disprezzate, per il solo motivo che sono tanto brutto.” “No!” rispose il marchese “retrocedo per guardarvi meglio, per imprimermi nella mente e nel cuore l’immagine dell’uomo che mi ha salvato la vita. Chi siete? Come vi chiamate?” L’interpellato rispose: “Mi chiamano il marchese Fabrizio e sono l’uomo più disgraziato della terra, disgraziato perché, solo per la mia bruttezza, tutti mi odiano tutti mi disprezzano. La natura mi è stata matrigna e che colpa ne ho io per questo?”

Il marchese Sigismondo lo abbracciò e gli disse: “Poco m’interessa se tutti vi odiano e vi disprezzano, io vi amo, in me avete trovato un padre e un fratello. Questa sera verrete con me a casa mia, sarete mio ospite finché lo vorrete, riverserete con tutta libertà, le vostre angosce nel mio cuore e ci conforteremo a vicenda perché anch’io ho sofferto e soffro ancora e chissà se non dovrò soffrire sempre, forse fino alla fine della mia vita.”

L’uomo che aveva parlato al marchese era basso di statura, calvo, col naso grosso e rosso, con un occhio, quello sinistro che apriva e chiudeva continuamente e per finire con una piccola gobba sulle spalle. Teneva un sarto apposta che, con un’arte tutta speciale, gli cuciva i vestiti cercando di nascondere quel difetto. La sera, piuttosto tardi, tornarono al castello. Il marchese avvisò Teresa di comandare di preparare la stanza degli ospiti perché c’era un signore il quale sarebbe rimasto al castello per qualche settimana. In un’ora o poco più, gli ordini del marchese furono puntualmente eseguiti. Per quella sera andarono a letto e non si parlò più.

Il giorno seguente il marchese portò l’ospite a visitare i suoi feudi. Mentre passavano per il corridoio incontrarono Marina, la quale vedendolo cercava di tornare indietro ma non poté, si fermò e salutò il marchese. Questi le presentò il marchese Fabrizio dicendo che era un signore suo ospite e che si sarebbe fermato al castello per qualche settimana. Marina salutò e si allontanò.

A mezzogiorno quando vide Cecilia ebbe la premura di narrarle l’incontro avuto e di descrivergli l’uomo incontrato. Cecilia ascoltò e non disse nulla, solo compianse l’uomo brutto. Senza sapere che era stato il salvatore di suo padre. La sera siccome faceva un gran caldo, dopo cena i due marchesi sedettero nel cortile del castello e precisamente sotto la finestra di Cecilia. Quella sera si compivano appunto tre mesi dacché Cecilia era prigioniera. Il marchese e il suo ospite parlarono di cose insignificanti però i loro discorsi si conversero sulla caccia.

Ad un tratto il marchese Sigismondo desse a Fabrizio: “Quando ho avuto la fortuna d’incontrarti mi hai promesso di narrarmi la tua storia, fallo ora” Fabrizio rispose:“La mia storia è breve è tri-ste al tempo stesso: ho perduto mio padre quasi prima di conoscerlo e rimasi con la mamma e con numerosa servitù. Ero solo, e la mamma riservò su di me tutte le sue cure, tutto il suo amore ma ero brutto e lei poverina non poteva farmi bello. Quando avevo venti anni perdetti anche la mamma e rimasi assolutamente solo, padrone di un castello e di molte ricchezze, volevo accasarmi e nessuno mi volle appunto per la mia bruttezza, le ragazze quando m’incontravano si facevano il segno della croce e scappavano, gli uomini anche miei coetanei e quelli che chiamavo amici mi tenevano a distanza. Nella mia vita non ho fatto altro che bene, consumai parte delle mie ricchezze a pro delle opere pie e ciò nonostante sono sempre odiato.” Sigismondo lo ascoltava con molto interesse e Fabrizio parlava interrompendo spesso il discorso perché il pianto non gli permetteva di parlare.

Che cosa faceva intanto Cecilia nella sua prigione? Quella sera si sentiva male, si sentiva più triste del solito e pur non di meno non si decideva ad andare a letto, ad un tratto sentì piangere, tirò il letto verso la finestra, sul letto vi mise il tavolino e con l’aiuto di una sedia salì sulla finestra. La serata era bella, splendeva nel cielo la luna quindi Cecilia poté vedere suo padre in compagnia dell’altro uomo. Arrivò sulla finestra proprio in quel momento che il marchese Fabrizio diceva di avere perduto la mamma all’età di venti anni. Ascoltò tutto il resto del discorso e poi riscese. Mise le cose apposto, preparò la lampada per la notte, recitò le ultime preghiere e si ricoricò.

Si coricò ma non dormì, pensò all’uomo infelice, pensò all’uomo bisognoso di conforto, bisognoso di pace, bisognoso di felicità. Aveva quasi trent’anni e nella sua vita non aveva fatto altro che soffrire anche se aveva speso i suoi soldi e il suo tempo in opere di bene. Cecilia si disse: “Perché quell’uomo deve essere infelice? Non potrei sposarlo io e quindi fare la sua felicità? E la mia purezza? E la promessa fatta a Dio? Ebbene lo sposerò e poi, se il Signore mi aiuterà lo convincerò a volermi bene e trattarmi come una figlia o, se più gli piace, come una sorella e niente più. Lo sposerò e il Signore farà il resto.”

Fatta questa decisione si addormentò. La mattina si svegliò per tempo, fece la pulizia, pregò più a lungo del solito e attese la venuta di Marina. Questa come se comprendesse che Cecilia l’attendeva, quel mattino arrivò più presto del solito: fecero colazione insieme, chiacchierarono, Cecilia domandò notizie di suo padre e Marina gli disse che era uscito per tempo insieme a quel signore, nel dire quel signore Marina marcò le parole sorridendo e poi disse: “Son quasi le nove e ancora non sono ritornati.”

Cecilia non le disse che aveva ascoltato la sera prima e, quando stava per andarsene la pregò di portarle l’occorrente per scrivere. Marina ritornò di lì a poco portandole quanto aveva chiesto, stette con lei altri pochi minuti e poi si allontanò adducendo la scusa che aveva da fare. Quando chiuse la porta e Cecilia si trovò sola, sedette a tavolino e scrisse al padre la seguente lettera: “Babbo mio, da tre mesi sono prigioniera per la mia ostinazione di volermi fare suora e non sposare com’era tuo desiderio. Mi hai detto che se desidero uscire dalla prigione dipende da me; ebbene, ti scrivo per dirti: voglio uscire, papà vieni ad aprirmi, vieni ad abbracciarmi! Ma tu non rallegrarti, non dire: ho vinto! Sai chi deve essere il mio marito? L’uomo che discorreva con te, ieri sera, sotto la finestra del mio carcere. O lui o rimango prigioniera. Voglio sposarlo, non soltanto perché è troppo brutto, ma perché ha molto sofferto. Un sacrificio vale l’altro. Sono sicura che il Signore gradirà il mio sacrificio e lo accetterà come se io mi fossi fatta suora. Se dirai di sì vieni subito, se dici di no è inutile che tu vieni. Nell’attesa ti abbraccio, tua Cecilia”

Rilesse la lettera parecchie volte e poi la chiese attendendo l’arrivo di Marina. Questa, con la solita puntualità, a mezzogiorno venne per portargli il pranzo, anzi quella volta, dato che il marchese era assente pranzarono insieme. Dopo il pranzo chiacchierarono un bel pezzo poi, quando Marina comprese che era l’ora di lasciarla si abbracciarono promettendosi di rivedersi la sera a cena e all’ora Marina le avrebbe parlato di suo padre e di quel signore. Cecilia le diede la lettera pregandola di portarla nello studio di suo padre in modo che al ritorno la vedesse senza sapere chi l’avesse portata; altrimenti disse Cecilia darà la colpa a te e ti buscherai qualche rimprovero senza meritarlo.

Marina prese la lettera e si lasciarono. Marina mentre attraversava il corridoio per entrare nello studio del marchese si disse: “Certamente Cecilia vuol combinare qualcosa delle sue, si sarà innamorata di quel signore?”

Entrò nello studio del marchese posò la lettera sulla scrivania e si allontanò. Il marchese, con l’ospite la sera rientrò tardi e quindi non vide la lettera che Marina lasciò sulla scrivania. Cenarono e andarono a letto presto perché il mattino dopo il marchese Fabrizio doveva partire presto, aveva promesso che sarebbe ritornato l’anno venturo all’apertura della caccia. Ormai erano intimi: Sigismondo e Fabrizio si davano del tu, si volevano un gran bene.

La mattina, dunque, partirono presto e Sigismondo lo accompagnò fino a Roccella. Ritornò che era passato mezzogiorno, dopo essersi riposato entrò nello studio per vedere la posta che il corriere quella mattina aveva portato. Fra le lettere trovò quella di Cecilia, chiusa sì ma senza indirizzo. Prese la busta e prima di aprirla la girò e la rigirò tra le mani, non si decideva ad aprirla: chi l’ha portata? Si domandava, ma lui stesso non sapeva trovare la risposta. Suonò il campanello e al cameriere accorso domandò: “Pietro mi sai dire chi ha portato questa lettera? Il cameriere: “No signor marchese, come sapete io non entro mai nel vostro studio.” “Domandatelo al portinaio” rispose il marchese. Il cameriere s’allontanò ritornò dopo cinque minuti dicendo che neppure il portinaio sapeva niente. Il marchese s’impensierì, guardò ancora la lettera e la posò sulla scrivania senza aprirla.

Capitolo XXDopo minuti di esitazione il marchese riprese la lettera e si decise ad aprirla. Quando lesse: <<padre mio>> disse: “Finalmente si è decisa, vediamo un po’ che cosa scrive.”

Lesse la lettera e s’arrabbiò, la buttò per terra, la calpestò coi piedi imprecando contro se stesso e contro tutti. La prese poi, la rilesse di nuovo con più calma, con più serietà. Finita la lettura, questa volta non buttò la lettera, la piegò, la posò sulla scrivania e sedette sopra una poltrona: si prese la testa tra le mani e cominciò a riflettere.

Dopo alquanto tempo disse: “Povero Fabrizio, perché deve soffrire?. Se dipende da me farlo felice, perché tardare? Cecilia ha ragione! Vado subito a trovarla!” Suona il campanello e chiama forte: “Marina, vieni qua!” Marina corre e, appena giunta, dice: “Che c’è signor marchese? Perché mi chiamate così forte?” Il marchese risponde: “Innanzitutto dimmi, hai portato tu questa lettera?” Marina risponde: “Si! Perché nasconderla?” Il marchese aggiunge: “Vieni Marina, andiamo da Cecilia, voglio che mia figlia cessi di soffrire, voglio farla contenta.”

Marina con molta familiarità si prende il marchese a braccetto e mentre attraversano il corridoio gli dice: “Signor marchese, ieri sera mentre portavo la lettera nello studio, pensai che Cecilia (con lei) aveva combinato qualcuna delle sue, però ignoravo il contenuto, come lo ignoro tuttora.” Il marchese, che teneva la lettera tra le mani, sorrise e disse: “Il contenuto di questa lettera lo saprai a momenti.” Intanto erano arrivati alla torre e mentre Marina metteva la chiave alla toppa le tremava la mano, tanto che non riusciva ad aprire.

Il marchese disse: “Fai presto, Cecilia attende.” Cecilia, sentendo la voce di suo padre, posò le mani sul cuore che le palpitava forte ed attese. Quando la porta si aprì, il marchese, varcando la soglia, aprì le braccia e gridò: “Figlia, figlia mia!”. Cecilia aprì le sue, e a sua volta, disse: “Padre, padre mio!” Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro e piansero a lungo, mentre Marina, in disparte, si gustava la scena e piangeva con loro.

Quando si furono calmati il marchese,rivolto a Marina: “Marinella, senti un po’ che cosa mi scrive la monaca.” E così dicendo spiegava il foglio e rideva, poi lesse forte la lettera e, rivolto a sua figlia, disse: “E adesso come facciamo? Debbo scrivere a Fabrizio per dirgli: vieni che ti do mia figlia?”Cecilia rispose:“Non preoccuparti saprò io come cavarmela.Ascoltami:quella sera ascoltai i discorsi che facevate sotto la mia finestra e, se non erro, compresi che il marchese Fabrizio non sa della mia prigionia e che sa, invece, che sono in monastero, tu, però lo inviterai ad una festicciola che faremo alla fine della settimana prossima per la mia entrata in società. Manderai Pietro per avvisarlo, oppure gli scriverai una (non ti meravigli la mia fretta) bisogna far presto.”

Il marchese rispose: “Faremo come tu vorrai, questa sera Pietro partirà per andare dal marchese e tornerà in serata o, al più tardi, nella mattinata di domani.”

Uscirono dalla torre e Marina, che camminava dietro, chiuse fragorosamente la porta dicendo: “Che nessuno possa entrare più qui!” Quando Cecilia entrò, dopo tre mesi di assenza, nella grande sala, l’incontro che ebbe con Teresa, anche se si erano viste spesso, fu commovente.

Si abbracciarono, si baciarono, si dissero delle parole affettuose e piansero entrambe da non finirla più. Il marchese e Marina assistevano in silenzio. Più tardi Cecilia entrò nella sua stanza per riposarsi un poco; ne aveva proprio bisogno, dopo quella giornata di grandi emozioni.

Capitolo XXI – Il marchese, quando fu solo, scrisse una lettera al suo amico Fabrizio invitandolo, per la settimana prossima, a casa sua perché si sarebbe dovuto festeggiare l’ingresso in società della sua figliola. Gli diceva di non preoccuparsi perché alla festa non c’era nessuno, soltanto i familiari e quelli che lo conoscevano tutti. La lettera concludeva: “Ti attendiamo sabato prossimo, o al più tardi, mattina di domenica, vieni con l’intenzione di fermarti un paio di giorni, te lo chiedo anche a nome di Cecilia, è lei che lo vuole.”

Terminato di scrivere il marchese chiuse la lettera, la sigillò, scrisse l’indirizzo e suonò il campanello. Al cameriere accorso disse: “Pietro fai sellare il cavallo e, a spron battuto, portala al suo indirizzo, la lettera deve essere a destinazione entro questa notte.” Il cameriere rispose inchinandosi: “Non dubiti signor marchese, sarà servito.”

Dieci minuti dopo il cameriere partì e verso le dieci di quella stessa sera si trovava alla porta del marchese Fabrizio. Bussò, ed al cameriere che venne ad aprire diede la lettera del suo signore perché la portasse al marchese Fabrizio mentre lui avrebbe atteso la risposta in portineria.

Pochi minuti più tardi il marchese Fabrizio in persona scese e lo accolse con festa ordinando ai suoi servi di custodire il cavallo e dicendo a Pietro: “l’ora è tarda, per questa sera ti fermerai qui e domani porterai a Sigismondo la risposta.”

Per tutta la notte Fabrizio si ripeté mentalmente le parole della lettera di Sigismondo, specialmente quelle “E’ cecilia che lo vuole.” La mattina si alzò per tempo e scrisse la risposta, naturalmente accettando l’invito. Domenica mattina partì e si trovò, dopo poche ore al castello di Bovalino. Fu ricevuto da Sigismondo che lo colmò di carezze facendogli molta festa e lo accompagnò, per il momento, nella camera degli ospiti.

Cecilia, almeno per allora evitò di vederlo ma nel corridoio incontrarono Marina che passava di lì come per caso. I due marchesi si fermarono per salutarla e Sigismondo, con paterna familiarità, le sorrise e l’accarezzò sulla guancia; Marina rispose allo stesso modo.

Allora del pranzo suonò il campanello poi si aprirono le porte della grande sala e il maggiordomo, con solennità, annunziò: “I signori sono serviti.”.

Teresa, Marina, il cappellano ed il marchese Fabrizio a quell’annunzio si alzarono e si recarono nella sala da pranzo. Quando tutti erano ai loro posti entrò Cecilia al braccio di suo padre.

Al suo ingresso, quelli che si trovavano in sala da pranzo batterono le mani, poi tutti sedettero e per un attimo si fece silenzio.

Prima che il pranzo incominciasse Fabrizio diede uno sguardo in giro e si accorse che come Sigismondo gli aveva annunciato non c’erano invitati estranei ad eccezione del cappellano.

Cecilia era seduta fra suo padre e Marina e in modo che il marchese Fabrizio le venisse di fronte.

Fingeva di non guardare, ma ogni tanto alzava gli occhi e guardava Fabrizio, i suoi sguardi erano esclusivamente per lui. Il pranzo finì fra i brindisi e gli auguri alla festeggiata; solo Fabrizio non parlava. Perché? Capiva forse che a momenti si sarebbe deciso del suo avvenire? Mistero! Finito il pranzo Cecilia si alzò e così parlò: “Grazie signor marchese per avere accettato l’invito alla festa per il mio ingresso in società, ringrazio voi perché, come vedete, di estraneo ci siete voi solo. C’è il cappellano ma egli è di casa, l’ho voluto qui affinché la presenza del sacerdote rendesse, per dir così, più solenne questo momento e quanto sta per avvenire. Il mio ingresso in società è per modo di dire perché una ragazza orfana come me è vissuta per nove anni in monastero, certamente non prova piacere di vivere in mezzo al chiasso, in mezzo ai rumori tra la confusione ed il pettegolezzo della gente anche se nel nostro piccolo paese ciò è in scarsa misura. Non so se papà ve lo scrisse ma sono stata io a volervi alla nostra festa. Perché domanderete voi? Volevo conoscere il salvatore di mio padre. L’incidente capitato nella partita di caccia di poco tempo fa è che -senza il vostro intervento- mio padre avrebbe incontrato la morte,mi è stato riferito in monastero;volevo conoscer-vi per ringraziarvi e per dirvi che, per quello che avete fatto, vi amo e vi stimo come mio padre.”

A questo punto Cecilia fu interrotta da un nuovo battito di mani ma poi continuò: “Il ringraziarvi non basta, le parole dicono poco o nulla ci vuole qualcosa di più positivo, di più duraturo per dire a voi che Cecilia Loffredo non dimentica i benefici ricevuti. Signor marchese mi accorgo da qualche lacrima che vedo sui vostri occhi, che le mie parole mi commuovono; ho finito, vi chiedo soltanto un favore, narratemi la vostra storia.” Fabrizio rispose: “Figliola mia, permettetemi di chiamarti così, lasciamo da parte i titoli, specie ora che tuo papà mi accordò l’ambitissimo onore di annoverarmi tra i suoi amici.

Cecilia lo interruppe dicendo: “Non solo ve lo permetto, ma lo desidero.” Fabrizio rispose: “In questo giorno non è possibile narrare storie tristi, te la racconterò un’altra volta, oppure se hai fretta, fattela narrare da Sigismondo. Ti dico solo che ho trent’anni e che nella mia vita ho sempre sofferto. Se qualche volta sul mio labbro errò il sorriso, fu solo per convenienza; ma in quel sorriso c’era nascosta una grande amarezza. Sono stato infelice finora e penso di esserlo sempre, ormai che ho conosciuto voi un solo conforto mi rimane, la tua amicizia e quella di tuo padre.

Cecilia si alzò e, fra i singhiozzi (a forza trattenuti) disse: “Marchese, rallegratevi, la vostra tristezza è finita, c’è qui una creatura, una donna che tutto sacrifica per la vostra felicità. Mi volete per vostra moglie?

A questo punto piangevano tutti, Marina e il cappellano piangevano, ridevano e battevano le mani.

Fabrizio, col cuore gonfio, rispose queste semplici parole: “Figliola grazie, grazie, e non disse altro. Quando si furono calmati il marchese Sigismondo abbracciò la figlia e le disse all’orecchio, in modo che nessuno sentisse: “Grazie Cecilia, ti sei comportata bene.” Dopo di lui l’abbracciarono Teresa e Marina. Il cappellano le strinse la mano e s’allontanò di lì come scappando. Se fosse rimasto un altro minuto sarebbe scoppiato a piangere anche lui.

In giornata stessa si presero accordi che fatte le pratiche civili e religiose, Cecilia e Fabrizio, al più tardi, di lì ad un mese si sarebbero sposati.

Il mattino seguente Fabrizio partì, Cecilia, suo padre e Marina lo accompagnarono fino allo scalone principale. Prima di lasciarsi lo pregarono di ritornare presto e Fabrizio lo promise.

Sarebbe rimasto al suo paese solo il tempo necessario per sbrigare i documenti per il matrimonio e quegli altri occorrenti per affidare, dato che lui al suo paese non sarebbe tornato più, il governo del feudo ad un suo nipote. Di nuovo strette di mano, saluti e auguri, salito a cavallo s’allontanò salutando.

Capitolo XXIIDopo la partenza di Fabrizio, cecilia, suo padre e Marina rientrarono nel castello: il marchese si recò nel suo studio, Cecilia e Marina, tenendosi per mano, entrarono nel salotto. Sedettero sopra un divano di fronte al grande quadro che raffigurava la mamma di Cecilia e questa così parlò: “Marina, dopo tanti avvenimenti, dopo tante emozioni, siamo finalmente sole. Dimmi, ho agito bene decidendo di sposare Fabrizio? Pensi che la mamma mi approva? Per questo ho voluto parlarti davanti il suo ritratto. Vorrei (ma ciò non è possibile), sentire la sua risposta.” Marina le rispose: “Cecilia chiamami pure superstiziosa, dimmi quello che vuoi, ma io, guardando il ritratto di mamma tua, la vedo sotto un altro aspetto, mi sembra sorrida, guardala anche tu, guardala attentamente e, se puoi, dimmi che non è così.”

Cecilia guardò, si commosse e pianse; anche lei era dello stesso parere di Marina; le sembrava che sua madre sorridesse approvando. Marina disse.“Cecilia, da quando, nella prigione, tuo padre mi lesse la lettera che gli scrivesti, anch’io (ti prego di non essere gelosa), cominciai a volere bene a Fabrizio, anch’io ho preso una decisione.”

Cecilia, cercando di prendere un’aria autoritaria, disse: “Sentiamo la decisione della signorina Marina e, nel caso che non ci piace, l’annulleremo.” Marina continuò: “da quando decidesti di sposare Fabrizio, io ho deciso di non sposare. Monaca non mi farò, perché il Signore non mi diede questa vocazione, ma voglio stare con te, voglio amarti, voglio servirti. Se io sposassi il mio amore, dovrei dividerlo tra mio marito, la mamma e te, naturalmente tu prenderesti nel mio cuore l’ultimo posto ed io non voglio che sia così il mio amore dev’essere tutto e solo per te, perché (il Signore mi perdoni) io ti amo più di mia madre perché tu sei una santa ed io voglio sforzarmi ad imitarti.”

Mentre Marina così parlava Cecilia piangeva e poi, non potendone più, l’abbracciò. Mentre erano abbracciate, entrò il marchese e disse: “Desidererei sapere cosa stanno complottando le due biricchine; parola d’onore che, da pochi giorni a questa parte non ci capisco più niente.”

Marina rispose: “Marchese, cosa stiamo complottando non v’interessa, sono cose nostre ed il padre deve assolutamente ignorare i segreti delle figlie, specie quando queste complottano a scopo di bene.” Il marchese, comprendendo che Marina scherzava sorrise e se ne andò.

Capitolo XXIII Anche quest’altro mese passò e il giorno tanto atteso, per il matrimonio di Cecilia finalmente giunse. Anche se nel castello, da qualche giorno, regnava una certa animazione; ad eccezione delle persone bene informate, nessuno si accorse del grande avvenimento che stava per compiersi.

Per volere di Cecilia, d’accordo con suo padre e col fidanzato, il matrimonio si celebrò nella cappella del castello, senza pompa, senza lusso e con gl’invitati ridotti al minimo. Gli estranei che parteciparono al matrimonio furono: la superiora del monastero dove Cecilia era stata educata, la madre vicaria e due suore maestre, due testimoni, uno dei quali era quel nipote a cui Fabrizio aveva ceduto il castello e il comando del feudo, l’altro (quello di Cecilia) un sacerdote del paese, c’era l’arciprete, il cappellano ed un altro sacerdote pure del paese, e tutto qui.

Quel giorno era domenica, la cappella era parata a festa e dappertutto fiori a profusione.

Cecilia entrò al braccio del padre, vestiva un semplice abito bianco, la corona di fiori d’arancio e una rosa (pure bianca) appuntata al petto.

Non c’era nessun altro ornamento ad eccezione di quella collanina d’oro con la reliquia della Santa Croce che era stata tanto cara a sua madre.

Il marchese Fabrizio entrò al braccio di suo nipote ed avente a sinistra la simpatica Marina. Si celebrò la messa in terzo e tutti fecero la comunione. Finita la messa, per volere del marchese padre, l’arciprete del paese celebrò il matrimonio.

Quando tutto fu finito sia l’arciprete che il cappellano pronunziarono due elevati discorsi di circostanza: questi parlò con un gran tremito nella voce, quasi piangendo. Il perché si spiega: Era egli il padre spirituale di cecilia e quindi il depositario di tutti i suoi segreti; la riteneva una santa e sapeva quale sacrificio essa faceva sposando quell’uomo.

Gli invitati, cioè le suore e i testimoni si trattennero sino a tardo pomeriggio, poi partirono. Il marchese padre e Fabrizio li accompagnarono fino al ponte levatoio dove le carrozze attendevano. Cecilia e Marina arrivarono sino alla porta della sala e, salutati tutti, tornarono indietro. Cecilia chiese a Marina di lasciarla sola, voleva pregare sino al ritorno del marito e preparasi alla grande prova che stava per incominciare. Si ritirò nella stanza nuziale tappezzata di damasco rosso ed avente ai piedi del letto un inginocchiatoio (pur esso foderato di rosso) con sopra un grande crocifisso d’argento.

Cecilia s’inginocchiò e strettosi al cuore il crocifisso, così pregò: “Signore Gesù dei martiri, per intercessione di Maria regina delle Vergini e madre dei dolori, dammi tu la forza di superare questa prova e, quel che più conta, essere compresa; voglio essere tua, tutta tua, assolutamente tua! Ripeto! Signore Gesù, quello che ti dissi la prima volta quando, all’età di nove anni, mi consacrai a te, fa o Signore che Fabrizio mi ami come figlia, come sorella e, amandomi, mi sappia comprendere.”

Intanto Fabrizio, con Sigismondo ritornarono e domandarono dove si trovava Cecilia. Marina, scherzando disse: “ma siete seccanti, si è ritirata per pregare, lasciatela sola, quando vi vuole vi chiamerà.”

A sera tutti andarono a cena e, all’ora conveniente, ognuno si ritirò nelle proprie stanze; naturalmente anche Cecilia col marito. Giunti nella stanza nuziale Cecilia cominciò a tremare, sentì il bisogno di sedersi sul divano che si trovava ai piedi del letto e fece cenno al marito di sederle accanto. Fabrizio, compreso del suo timore, sedette e, per il momento, si fece silenzio. Dopo alcuni istanti Cecilia disse: “Fabrizio da quanto tempo mi conosci?” Fabrizio a quella domanda si fece scuro in viso e tremò; pensava che Cecilia si pentiva di averlo sposato.

Cecilia lo comprese e gli disse: “No, Fabrizio, non temere, non voglio dirti quello che tu pensi, rispondi alla domanda che t’ho fatto e poi ascolta quello che ti dirò. Ripeto la domanda, da quanto tempo mi conosci?” Fabrizio, incoraggiato rispose: “Ti conosco da quel giorno fortunato che tuo padre m’invitò a pranzo per festeggiare la tua uscita dal monastero. Sapevo da tempo che Sigismondo aveva una figlia ma nelle poche volte che venni qui, non potei mai vederti.” Cecilia rispose: “Quel giorno che mio padre festeggiò, (per dir così) il mio ingresso in società non uscivo dal monastero ma, una settimana prima uscivo dalla prigione.” A quelle parole Fabrizio, suo malgrado, tremò. Cecilia continuò: “Sai perché ero stata imprigionata? Perché mio padre voleva assolutamente maritarmi e io volevo farmi suora. Mi ero consacrata a Dio all’età di nove anni, con un senno superiore alla mia età, e poi ogni anno, nell’anniversario della mia nascita ripetevo la consacrazione, consacrazione che ho fatto per l’ultima volta anche ieri, vigilia del nostro matrimonio. Come ti ho detto mi ero data a Dio e non volevo tradire la mia fede. Mio padre, quando apprese che volevo restare presso le suore che mi avevano educata, mi tolse dal monastero due anni prima del tempo che si era prefisso. Quando tornai a casa la battaglia incominciò; mi chiese cioè se volevo farmi suora e, avuta risposta affermativa, si ribellò, gridò batté i piedi e a nulla valse l’intervento di Teresa e di Marina a mio favore. Concluse dicendomi, scegli o il matrimonio o la prigione ……. Io risposi scelgo la prigione.

Mi fece accompagnare nella torretta del castello che guarda il mezzogiorno e là vi rimasi per oltre tre mesi. In questo tempo lui non venne mai a visitarmi permetteva solo, ogni tanto, che Marina, venisse a trovarmi per trattenersi un pochino con me. A lei (io lo seppi dopo) domandava le mie notizie. Teresa, tre volte al giorno mi portava il vitto, lo posava sulla tavola e s’allontanava senza parlarmi; gli ordini erano severi e non si potevano trasgredire. Ma lui, povero babbo, soffriva e ti lascio immaginare quanto. Ed io? Io non mi davo per vinta, ero felice in quella prigione, soffrivo per una cosa sola, non poter fare la Santa Comunione, per altro, la torre e la cella del monastero era lo stesso. Una domenica dello scorso settembre, era di notte, tu e mio padre discorrevate seduti proprio sotto la finestra della mia cella. Mio padre ti narrò la sua storia, tu gli narrasti la tua e mentre parlavi piangevi. Io ti sentii piangere avevo allora finito le preghiere della sera e stavo per andare a dormire. Tirai il letto sotto la finestra, vi misi sopra una sedia, salì e sedetti sopra la finestra. Ascoltai tutto e quando scesi piangevo anch’io, commossa per la tua sofferenza. Giurai di sposarti e farti felice nella speranza che tu avresti rispettata (dato il voto che avevo fatto) la mia purezza. Fabrizio ti ho detto tutto adesso decidi, mi sono consacrata a Dio, un angelo mi ha in sua custodia, sento di poterti amare soltanto come una sorella, o (se meglio ti piace) come una figlia e niente più. Accetti? Se sì dimmelo se no sono nelle tue mani, sono tua moglie, hai sopra di me tutti i diritti che Dio e la legge ti concedono, fa quel che vuoi. Non accettando sarai sempre infelice, come prima, e forse più di prima perché io sentirò di non poterti amare e il perché ti è facile comprenderlo, mi avrai fatto trasgredire il giuramento che feci di darmi a Dio. In una parte del Vangelo, e penso che ciò ti sia noto, si legge che Dio è geloso di quelli che ama, io sono sua e perciò è geloso anche di me, non vuole che altri gli rubi ciò che gli appartiene.”

Durante il lungo discorso di Cecilia, Fabrizio taceva a testa bassa riflettendo. Quando Cecilia finì disse: “Cecilia rispetterò la tua volontà, per me sarai sacra, ti amerò come si ama una santa, come si ama la Madonna!” Cecilia pianse e lo baciò sulla fronte dicendo: “Ti amo, fratello mio, sposo mio, padre mio, ti amo in Cristo Gesù.” Quando continuò Cecilia: “Quando avrai tempo cerca nella nostra biblioteca e vi troverai un manoscritto è “Gli atti dei martiri San Valeriano e Santa Cecilia” leggili e vedrai che noi due, benché assai imperfettamente, somigliamo a questi grandi martiri, marito e moglie, continuò, Fabrizio un altro sacrificio ti domando, il nostro segreto devono ignorarlo tutti, anche mio padre, nessuno deve sapere che noi due viviamo separati e ci amiamo solo come fratello e sorella.”

Fabrizio disse: “E ciò come potrà essere?” “Non dubitare” aggiunse Cecilia “Tutto è combinato. Se ti sei accorto il nostro appartamento è vicino alla cappella e ha una porta che là conduce, un’altra che apre nel corridoio e che rimane sempre chiusa ed un’altra ancora che porta in questa stanza e che è abilmente nascosta da quel quadro. Ogni mattina, quando sarai pronto, busserai e io ti aprirò, da qui entreremo nella cappella per la recita delle preghiere del mattino. In questa stanza non permetterò che entri nessuno o che tocchi il tuo letto, io stessa farò la pulizia e te la terrò in ordine. La sera quando andiamo a letto entreremo insieme in questa stanza poi, dopo chiusa la porta, tu entrerai nella tua e io lascerò la porta socchiusa in modo di poter sentire se avrai bisogno di qualche cosa, così nessuno si accorgerà di nulla. Ti va?”

Fabrizio disse: “Sì Cecilia, ciò che tu fai è sempre ben fatto ed io non posso che ammirarti ed amarti sempre di più.” Si baciarono e si separarono augurandosi la buona notte.

Cecilia toccò un bottone, il quadro che copriva la porta girò su se stesso e questa si aprì. Fabrizio entrò, si voltò di nuovo e disse: “Buona notte!” Cecilia toccò di nuovo il bottone e la porta si richiuse.

Capitolo XXIVLa prima notte di nozze Cecilia la trascorse in preghiera. Dopo che Fabrizio entrò nella sua stanza attese un po’ e quando comprese che si era coricato s’inginocchiò (come sempre) con il crocifisso stretto al cuore pregò a lungo.

Ad un tratto le parve di sentir piangere; pose il crocifisso, sospese per un poco la preghiera e tese l’orecchio per sentir meglio, era Fabrizio che pregava, e il quadro che copriva la parete della sua stanza impedì a Cecilia di capire le sue parole.

Ad un tratto, nel fervore della preghiera, Fabrizio disse più forte. “Signore ti ringrazio per quest’angelo che mi hai dato in sposa e ti prego, spegni in me il (illeggibile) della concupiscenza e fa che io l’ami come un fratello possa amare la propria sorella.”

Queste parole Cecilia parte le capì e parte le comprese. Ribaciò il crocifisso, volle continuare a pregare ma non poté. Si alzò di dove stava in ginocchio, si avvicinò a un comodino e prese un libro che vi stava sopra, lo aprì a caso e lesse: “Beati i puri di cuore perché essi vedranno Dio.” Commentò queste parole del Vangelo, richiuse il libro e s’inginocchiò di nuovo continuando a pregare.

Intanto spuntava l’alba, Cecilia si alzò e, sentito che Fabrizio si era pure alzato lo attese. Quando questi fu pronto bussò; Cecilia toccò il bottone della cornice del quadro, questo girò e la porta si aprì. Fabrizio entrando diede uno sguardo nella stanza e comprese che Cecilia non era andata a letto. In ogni modo le domandò se aveva dormito bene e lei rispose: “Non ho dormito, ho voluto aspettarti pregando.”

Fabrizio la baciò, come al solito, sulla fronte, lei ricambiò il bacio e tutte e due si avviarono verso la cappella per le preghiere del mattino.

Mentre si recavano Cecilia sentì un leggero passo nel corridoio che giunto alla porta della loro camera si fermò. Cecilia voltandosi verso Fabrizio gli disse: “E’ mio padre che viene a darci il buongiorno.” E così dicendo lasciò per un istante Fabrizio ed andò ad aprire la porta. Infatti era suo padre che arrivava, abbracciò la figlia e dopo di lei Fabrizio e sentendo che si stavano recando in cappella, andò con loro, volle anche lui, in quel primo giorno dopo il matrimonio di sua figlia, pregare con essa e suo genero per la loro felicità.

Capitolo XXVLa prima volta che Cecilia uscì di casa dopo il matrimonio, fu per far visita di dovere alle suore del monastero dove era stata educata, l’accompagnarono suo marito e Marina.

La sera prima, mentre tutta la famiglia era riunita in sala da pranzo, si discuteva che ora si sarebbe dovuto partire l’indomani. Il marchese Fabrizio disse: “Giacché si deve rimanere là tutta la giornata, io direi che è inutile partire di mattina presto, si parte dopo la colazione, magari anticipandola di qualche ora, poi rivolto a Cecilia disse: “Tu che ne dici?”

Cecilia rispose: “Partiremo quando piace a te, però vi avverto che io non faccio colazione perché desidero fare la Santa Comunione e credo, con me anche Marina.

Fabrizio riprese: “Allora partiremo presto perché (senza di te) io non faccio colazione. Cecilia volgendosi a suo padre gli chiese: “Vuoi venire anche tu?” Sigismondo rispose: “Andateci voi, è il vostro tempo, io ormai comincio ad invecchiare e, tranne qualche partitina da caccia, non vado a nessuna parte, desidero restare in casa.” Poi aggiunse “Ti prego salutami tanto la superiora.” A quel “Salutami tanto la superiora” Cecilia sorrise e, com’era solita fare com’era solita fare quando voleva scherzare, diede uno schiaffettino a suo padre.

La mattina dopo, perciò Cecilia suo marito e Marina, in carrozza partirono per Gerace. Arrivarono una mezz’ora circa prima che cominciasse la messa. Quando suonarono alla porta, la portinaia che venne ad aprire, conosciuta Cecilia, cominciò a battere le mani per la gioia e corse ad avvertire la superiora che arrivò in persona fino allo scalone, Cecilia e Marina le corsero incontro e l’abbracciarono con quella familiarità che si erano acquistata in circa nove anni di permanenza in quel monastero.

Fabrizio se ne stava in disparte umile e silenzioso attendendo il momento di presentarsi. Dopo i primi abbracci, dopo le prime effusioni di affetto; Cecilia facendosi da parte disse, con una certa solennità: “Superiora c’è anche mio marito”. La superiora si avvicinò e gli strinse la mano sorridendogli con benevolenza, poi rivolta a Cecilia le disse, in tono di rimprovero: “Sei sempre la stessa biricchina, sempre ne combini qualcuna delle tue; perché, quando sono stata al tuo matrimonio non mi hai detto nulla della tua visita?” Cecilia rispose: “La giustificazione la trovo subito, volevo farvi una sorpresa e perché volevo stare con voi con un po’ di libertà a questo scopo, per la visita, ho scelto oggi che per il monastero è giorno di vacanza.” “Brava, mille volte brava” disse la superiora e poi aggiunse “E’ inutile, sei sempre tu!”

Sorrisero un altro poco e poi la superiora le fece passare nella sala di ricevimento dicendo: “Attendete qui, a momenti è ora della Santa Messa.” Cecilia disse: “A proposito vorrei vedere il padre spirituale per confessarmi perché, sia io che Marina siamo partite col proposito di ascoltare la Messa e fare la Comunione.”

La superiora disse: “A momenti arriva!” Non aveva finito la frase che il padre spirituale arrivò.

E’ più facile immaginarlo che descriverlo il modo festoso con cui il padre spirituale accolse Cecilia e Marina, rivedendole dopo tanto tempo. Si confessarono e Cecilia vi stette molto, dopo di lei si confessò Marina. Mentre il padre spirituale usciva per entrare in sacrestia e vestirsi per la Santa Messa, Fabrizio lo chiamò e le disse una parola all’orecchio. Il padre spirituale, con un tono di deferenza e di rispetto gli disse: “Favorisca con me in sacrestia.” Entrarono e Fabrizio si confessò; anche lui vi stette molto, quasi un’ora. Quando finì e lasciò la sacrestia, a guardare il padre spirituale gli si leggeva in volto una gioia e una contentezza impossibile a descriversi, certamente tutte e due, Cecilia e Fabrizio, confessando gli avevano parlato del loro segreto, cioè del proposito di custodire la purezza.

Poco dopo si trovarono tutti in cappella e incominciò la Santa Messa. Fabrizio stava inginocchiato vicino a Cecilia, tutti gli sguardi erano puntati su di lui. Però bisogna dirlo, non era guardato come l’uomo brutto e deforme che in altri tempi faceva paura. Questa volta era guardato con affetto, con simpatia e, diremmo quasi, con ammirazione.

Né lui né Cecilia si accorgevano di nulla, era lei con gli occhi fissi all’altare, guardava il sacerdote celebrante e non si scostava per nessun motivo. Fabrizio seguiva la Messa con il libro.

Marina inginocchiata dietro di loro, seguiva pure la Messa ma, ogni tanto, non poteva fare a meno di dare uno sguardo di curiosità intorno a tutto ciò che la circondava. Al momento della Comunione tutti si accostarono all’altare. Cecilia si alzò e suo marito andò a mettersi a fianco. Cecilia si commosse e per quanto cercava di trattenere il pianto, non poté

La Comunione di suo marito, quel giorno, fu per lei una graditissima sorpresa. Finita la Messa, la superiora accompagnò tutte e tre nel refettorio delle suore per la colazione. Appena entrata disse: “Farete colazione con noi, vi accontenterete di quello che vi può offrire una comunità francescana.” Cecilia e Marina dissero sorridendo: “La comunità, dato che partiremo questa sera, ci deve offrire anche il pranzo.”

Sedettero a tavola e, prima d’incominciare a mangiare, la superiora recitò le preghiere di rito. Finita la colazione passarono tutti, comprese le educande, nella sala del capitolo e là circondarono Cecilia e suo marito per fare loro gli auguri, per offrire dei doni e per dire che nel monastero era sempre ricordata con grande stima e affetto. Mentre erano sul più bello la superiora chiese di allontanarsi un poco e fece cenno a Marina di seguirla. Questa la seguì e andava pensando tra se: “Che cosa vuole? Dove mi porta?”

Arrivata alla cella della penitenza si fermarono e la superiora, con una piccola chiave, aprì la porta. Entrarono tutte e due e poi, voltatesi verso Marina, la superiora disse: “Guarda!” Marina diede uno sguardo in giro e vide sul pavimento, quasi invisibili, alcune gocce di sangue, sangue sull’inginocchiatoio, sulla parete vicino il Crocifisso. La superiora disse: “Vedi? E’ sangue suo, è sangue della nostra Cecilia! In tutto quel mese che volle ritirarsi qui fece penitenza, pregò, si flagellò a sangue e ciò per espiare, come diceva lei, le sue colpe, colpe che non aveva e, per commuovere il cuore di Gesù perché convincesse suo padre a darle il sospirato permesso di farsi suora. Come vedi qui, ai piedi del Crocifisso, oggi c’è un piccolo altare e questa, dalla sua partenza, non è più la cella della penitenza ma qui ci riuniamo una volta al mese per il giorno di ritiro. Chiediamo a Gesù la grazia di imitarla, ma, a quanto mi costa, ancora nessuno di noi c’è riuscito.” Mentre la superiora parlava Marina piangeva in silenzio, ad un tratto disse: “Superiora, guardando in giro dentro questa cella vedo degli strumenti di penitenza; ditemi, quando una suora veniva punita era obbligata anche a flagellarsi?

La superiora rispose: “No figliola solamente doveva rimanere chiusa qui tutti quei giorni che dal capitolo era stata condannata e poi usciva. Quelle che si flagellavano lo facevano volontariamente, o perché si sentivano colpevoli, o per umiltà. Ma senti una cosa, in mezzo a questi strumenti c’era una cintura di cuoio lunga una trentina di centimetri, larga quindici irta di chiodi e di uncini di ferro, cintura che, dopo la partenza di Cecilia, qua non ho più visto, scommetto che me l’ha rubata lei per usarla come cilicio, scommetto che anche ora la porta addosso.

Marina rispose: “Penso che la maternità vostra, dicendo che Cecilia ha portato via la cintura, ha colpito nel segno.” Stettero un altro poco e uscirono. Mentre si allontanavano per entrare nella sala del capitolo Marina disse: “Da quanto tempo non venivano suore in questa cella per far penitenza?” La superiora rispose: “Da quanto tempo son qua io, e son circa vent’anni, non c’è entrata più nessuna.” Allora Marina disse: “Il punire le suore che trasgrediscono le regole penso che tante volte può dipendere, non tanto dalla loro colpevolezza quanto del cattivo modo di essere governate. In una parola, chi sta al governo della comunità non sa comprenderle e queste vengono meno al loro dovere.” La superiora comprese che, benché indirettamente, quelle parole d’elogio venivano rivolte a lei e rispose semplicemente: “Può essere!” e non disse altro. Intanto erano giunte nella sala del capitolo, trovarono Cecilia, presente la madre vicaria, in mezzo alle educande vecchie e nuove, che giocava.

Per loro era, almeno per il momento ridiventata bambina. Suo marito e la madre vicaria stavano a guardarla e sorridevano. La superiora e Marina si fermarono facendo lo stesso. A tarda sera tornarono a casa. Quando partirono la superiora, tutte le educande e tutta la comunità li accompagnarono fino alla carrozza pregandole di ritornare. Cecilia disse di sì ma non fece nessuna promessa. Arrivarono a Bovalino che era notte; Teresa e il marchese Sigismondo li attendevano un po’ preoccupati per l’ora tarda.

Quando arrivarono tutti e tre erano felici. Il marchese Sigismondo li rimproverò dicendo: “Vi siete divertiti? Penso di sì perché la gioia si legge sui vostri visi, niente noi qui, poveri vecchi, eravamo in apprensione per il vostro ritardo. “Vecchi, vecchi” disse Cecilia “Sempre parlate di vecchiaia e siete più giovani di noi” Era tardi ed ognuno si ritirò nelle proprie stanze per riposare.

 

Capitolo XXVIIl marchese Fabrizio amava molto Cecilia ed ella lo contraccambiava, pensava che meritava il suo amore, amore fraterno, amore filiale ma lo meritava. Pensava al sacrificio che aveva fatto di accettare di amarla come sorella e lo giudicava un eroe, tanto più che quella richiesta, di amarla soltanto come sorella, gliel’aveva fatto proprio la sera delle nozze e lui l’aveva accettata, non solo ma, nel silenzio della notte aveva pregato Dio di spegnere in lui il (illeggibile) della concupiscenza e di conservarlo sempre puro.

Cecilia si ripeteva: “Questi sacrifici li sanno fare solo i Santi e mio marito per me è tale. Sia ringraziato il Signore!”

Un giorno Fabrizio chiese a Cecilia, era la prima volta che lo faceva dopo il suo matrimonio, se voleva passare una giornata al suo paese, così avrebbe avuto la possibilità di visitare il castello e i posti più belli. Cecilia accettò a patto che sarebbero ritornati in giornata. Disse: “Il perché di questo mio desiderio tu lo comprendi.”

Fabrizio accettò e una mattina per tempo partirono. Arrivarono verso le nove. Il nipote del marchese andò a riceverli all’entrata del castello. A Cecilia fece molti complimenti e auguri baciandole, con gesto cavalleresco, la mano. Cecilia accettò i complimenti del nipote e rispose con serietà e dignità dichiarandosi lieta di visitare quel castello che fu la casa di suo marito.

Dopo pranzo il nipote li accompagnò a visitare diversi posti e, verso il tramonto del sole, ripartirono per Bovalino. Arrivarono a casa ch’era ancora presto, e Sigismondo con Marina e Teresa si meravigliarono di vederli tornare così presto.

Fabrizio disse: “Così a desiderato la signora e i suoi desideri sono ordini per me.”

In quelle poche ore che erano rimasti al paese di Fabrizio tutti quelli che lo conoscevano ebbero la possibilità di avvicinarlo e ossequiarlo complimentandolo, specie per la sposa che aveva saputo scegliersi. Aveva ricevuto da tutti, anche da quelli che prima lo allontanavano per la sua bruttezza, ottime accoglienze e da tutti aveva ascoltato parole lusinghiere, ed oggi che, come diceva lui sentiva di non meritare.

Ogni tanto si voltava verso Cecilia e, piano, piano, le diceva: “Prima ero odiato, disprezzato, sfuggito quasi da tutti. Chi operò questa trasformazione? Tu, soltanto tu! Che il Signore ti benedica e ti dia tutte le grazie che il tuo cuore desidera. Cecilia, io devo a te la mia felicità, come ricompensarti?” Cecilia rispose: “Volendomi bene!”

Capitolo XXVIIQuattro anni circa sono passati del matrimonio di Cecilia. Nel castello di Bovalino vi regna la più perfetta pace, la concordia, la tranquillità, l’amore.

Il marchese Fabrizio non esce di casa se non quando deve accompagnare la moglie per recarsi a compiere qualche opera di bene. Nel paese è poco conosciuto perché il tempo che passò tra il fidanzamento ed il matrimonio fu breve e quindi brevi furono le visite al castello che poi doveva essere suo.Quelli che lo conoscevano lo amavano, lo stimavano e si dicevano lieti quando potevano trascorrere un poco di tempo in sua compagnia. Suo suocero si accorgeva di tutte queste dimostrazioni di stima fatti a suo genero e ne era lieto.

Cecilia e Marina erano, come al solito, sempre insieme e quando non avevano nulla da fare passavano il loro tempo lavorando: ricamo e cucito, lavori che finivano poi ad arricchire qualche chiesa povera del paese o dei dintorni. Teresa accudiva alle faccende di casa.

Una sera di novembre il marchese Sigismondo annunciò che la mattina dopo si sarebbe alzato presto per andare a caccia, disse che non lo aspettassero per mezzogiorno e che non sapeva, la sera, a che ora sarebbe ritornato. Ritornò infatti piuttosto tardi, non volle cenare e andò a letto dicendo che si sentiva poco bene.

Cecilia e Fabrizio, come pure Marina se ne accorsero e lo pregarono di permettere loro di vegliarlo dato che, sentendosi poco bene, durante la notte poteva aver bisogno di qualche cosa.

Lui rispose dicendo: “Figlioli state pur tranquilli sul conto mio, sono stanco per aver troppo camminato e poi, se dovessi aver bisogno di qualcosa suonerò.” Andò a letto augurando a tutti la buona notte. Verso mezzanotte, o l’una, si sentì male, tentò tentoni il campanello e non riuscì a prenderlo, gettò un leggero grido e cadde riverso sul guanciale: era morto.

La mattina i familiari, quando videro che verso le nove non si era fatto vedere s’impensierirono e tutti corsero nella sua stanza da letto, vi entrarono, dato che la porta era socchiusa, e lo trovarono morto con il braccio destro fuori delle coperte.

Guardando per terra videro il campanello, l’aveva preso per suonare, gli era caduto di mano e lo spesso tappeto aveva attutito il rumore. Cecilia, vedendolo gettò un grido: “Padre mio!” E si gettò sul suo corpo ormai freddo.

Fabrizio si avvicinò e cercò di sollevarla con dolcezza per toglierla di là. Cecilia girò lo sguardo verso di lui e lo pregò di lasciarla in quella posizione, avrebbe voluto piangere sul corpo di suo padre, di quel padre che tanto l’aveva amata e a cui lei aveva recati, benché involontariamente tanti dispiaceri.

Dopo poco fu necessario togliersi di là; bisognava vestire il cadavere per la sepoltura. Questo pietoso ufficio lo compì Pietro, il cameriere fidato, aiutato dal cocchiere.

Intanto vi era accorso il cappellano, tutto il personale di servizio ed altra gente. Vennero portate tre casse che vennero acquistate in un altro paese. Quando il cadavere fu composto e chiuso nella cassa venne portato nella camera ardente preparata nella sala grande del castello, dove rimase per tutta la giornata.

Tutti i suoi sudditi vollero rendergli omaggio e quindi vi passarono rispettosamente davanti gettando fiori sulla cassa e in mezzo alla stanza. Il cappellano era lì in ginocchio assorto in preghiera e vicini a lui stavano Cecilia, Marina e Fabrizio.

Marina lo pianse chiamandolo padre e ne aveva ben (illeggibile) perché per lei era stato veramente padre. A Cecilia e a Marina le aveva volute bene, le aveva trattate alo stesso modo e a tutte e due aveva fatto ricevere la medesima educazione senza fare delle particolarità, insomma le aveva trattate come se fossero entrambe figlie.

E Teresa? Lei aveva pianto in silenzio perché si considerava nulla; lei non era stata altro che una povera serva anche se in castello non era considerata tale, anche se il marchese l’aveva stimata molto e qualche volta, se non spesso, era ricorso a lei per consiglio.

Come dicemmo pianse in silenzio perché anche lei amava il marchese se non per altro, almeno per tutto quel bene che egli aveva fatto alla sua figliola.

Si fecero i funerali e tutto il paese ne prese parte come anche gente di altri paesi. Ci furono dei discorsi che elogiarono il grande scomparso e tutti ne piansero la perdita. Nel castello il lutto durò oltre un anno e poi Cecilia e Fabrizio ripresero la vita normale e la parte migliore del loro tempo la spesero in opere di carità, Cecilia voleva seguire il programma di sua madre, consolare gli afflitti, aiutare i deboli e gli oppressi, i giusti perseguitati, gli orfani abbandonati.

Fabrizio le fu compagno e cercò di contentarla sempre.

Capitolo XXVIIIDopo la morte del marchese Sigismondo, dato che non aveva lasciato figli maschi, Cecilia si trovò investita dell’autorità paterna, di quell’autorità che dovè usarsi per governare il feudo di Bovalino. Di nome governò Cecilia ma, di fatto, governò suo marito: il marchese Fabrizio.

Governò con bontà, con saggezza, con carità, virtù queste che, ben praticate lo resero feudatario modello, tanto vero che altri signori dei castelli vicini, spesso vennero a lui per prendere lezioni sul modo di governare.

Trascorso il lutto per la morte di Sigismondo, un giorno Cecilia disse al marito: “E’ bene che qualche giorno di questi incominciamo, tu ed io la visita del feudo, (anche se tu fugacemente lo visitasti) io lo conosco perché mio padre, da quando ebbi dodici anni, ogni anno, in tempo di vacanza, quando in un paese, quando in un altro, mi portò sempre. Andremo e ci accompagnerà Pietro, affinché nel caso io venissi a mancare, tu conosca tutto il territorio posto sotto la nostra giurisdizione.

Fabrizio rispose: “Questo giro di visite lo cominceremo quando tu vorrai ma, per carità, non parlare di morte perché, sia tu che io, ne abbiamo sofferto abbastanza.”

Cominciarono il giro qualche settimana dopo, Cecilia, Fabrizio, Marina e il cameriere Pietro.

Il primo paese che visitarono fu Benestare, il paese più vicino, abitato da coloni del marchese.

Il maggiordomo di casa aveva avuto cura di avvisare il parroco qualche settimana prima in modo che, a sua volta, avvisasse la popolazione affinché si tenesse preparata per ricevere, nel miglior modo possibile, i suoi signori.

Benestare era un paese fatto di case basse, ad un solo piano e ad una sola apertura, la casa migliore, a due piani, era quella del parroco.

Il giorno dell’arrivo tutta la popolazione, con in testa il parroco, andò all’ingresso del paese per ricevere i suoi signori. Giunti al posto dove videro fermo il parroco, scesero di carrozza ordinando al corriere di camminare piano, venendo dietro l’ultimo di tutti.

Formato il corteo, vicino al parroco venivano Fabrizio e Cecilia tenendosi per mano. Per primo entrarono in chiesa dove il parroco celebrò una funzione di ringraziamento e fece un discorso ai signori che erano venuti, per la prima volta, a visitare il paese. Usciti di là Fabrizio piano piano domandò a Cecilia l’origine di quel nome: Benestare o per dir meglio l’etimologia.

Cecilia rispose: “Io non saprei dirtelo, non so cioè se il paese fu chiamato così da mio nonno o da mio padre; ma so che si chiamò Benestare perché tutte le volte che i coloni venivano a casa nostra, se qualcuno domandava loro come stavano, rispondevano “benestare, benestare!”

“Pensò” continuò Cecilia “che interpellato c’è qualcuno che risponde ancora così.”

Non aveva finito di parlare che passò davanti a loro un vecchio contadino curvo sotto un pesante sacco di erba che aveva raccolto per gli animali. I marchesi lo fermarono e lui, posto il sacco a terra, si tolse dal capo il lungo berretto di lana e salutò. Il marchese gli disse: “Come state?” Il contadino rispose: “Benestare, signor marchese; vostra grazia ha dei comandi da darmi?” A quella risposta Fabrizia e Cecilia sorrisero e lo accomiatarono. Prima che se ne andasse, il marchese tolta dalla tasca una moneta d’argento, gliela porse dicendo: “Questa per comprare il tabacco!” Il contadino rispose: “Grazie marchese, il Signore ve ne renda merito.”

La visita del feudo durò circa un mese, terminata la quale i marchesi rientrarono al castello.

Il tempo della visita fu per Marina una gita di piacere. Durò circa un mese non circa per l’estensione del territorio, quanto perché tutte le sere, per volere di Cecilia, si ritornava a casa e poi, di buon mattino si ripartiva.

Fabrizio, Cecilia, Marina e il loro seguito erano contenti, visitarono tutti i posti, entrarono in tutte le case, distribuirono molto denaro e Cecilia ebbe per tutti parole di consiglio e di conforto. A Cecilia piaceva, sentirsi ripetere “pregherò o pregheremo per l’anima dei vostri genitori.

Lei diceva spesso al marito che era più felice nel dare che nel ricevere.

E Teresa? In quel tempo rimase sola al castello e sentì di più, perciò, la mancanza del marchese Sigismondo ed ebbe modo di piangerlo e di riandare col pensiero a tutte le gentilezze, ai doni, alle buone parole e ai ricordi che aveva avuto di lui. L’amore di Teresa per il marchese non era stato l’amore comune, ma un amore fatto di dedizione, di riconoscenza, di gratitudine.

Dopo il rientro al castello dei nostri personaggi, Teresa cominciò a deperire di giorno in giorno e Marina non se ne accorse, forse perché l’affetto gliela faceva vedere sempre sana, sempre allegra e, quel che più, tanto buona. Forse perché la spensieratezza della gioventù non le permise di notarlo.

Fatto sì è che, come dicemmo, Marina non comprese che sua madre non stava bene. Cecilia invece se ne accorse e una sera lo disse al marito. Tutte e due d’accordo decisero, almeno per allora, di non dire nulla a Marina.

Teresa ogni giorno si sentiva sempre più stanca, lavorava senza lena e la sera si ritirava presto accusando quando un dolor di testa, quando un guaio e quando un altro; cose tutte da non preoccupare. Un giorno non si alzò dal letto, disse che aveva la febbre, chiamarono il medico, il quale, dopo averla visitata, dichiarò che non c’era nulla da preoccuparsi però, almeno per quel giorno , restasse a letto.

Il giorno dopo la febbre aumentò e così nei giorni seguenti. Il medico la visitava di frequente e non seppe dire mai di che malattia si trattava. Dopo quindici giorni di degenza a letto Teresa aggravò e si dovette chiamare d’urgenza, oltre che il medico, il sacerdote che le amministrasse i sacramenti da lei ricevuti con molta edificazione.

Marina e Cecilia stettero al suo capezzale, non l’abbandonarono più; l’assistettero come due figlie devote ed affezionate sanno assistere, piangendo e sospirando, entrambe, la chiamavano mamma. Quel “Mamma!” a sentirlo ripetere singhiozzando e , da parte di tutte e due, straziava il cuore.

Teresa morì una sera verso l’ora del tramonto del sole e stringendo fra le braccia tutte le due figlie: Cecilia e Marina.

Cominciò in casa di Cecilia un altro lutto, non meno grave e non meno sentito del primo. Il povero Fabrizio soffriva quanto loro ma si sforzava a consolarle in tutti i modi. La gente del paese si strinse attorno ai suoi signori, ne prese parte al lutto e fece quanto poté affinché il marchese Fabrizio e i suoi familiari comprendessero, che una volta ancora erano amati e venerati da tutti.

Capitolo XXIXCol passare del tempo attorno a Cecilia si andava facendo un grande vuoto, ella se ne accorgeva e tremava; erano morti suo padre e Teresa che ella tanto aveva amato ed era stata riamata; era morto il cappellano suo confessore e custode del suo segreto; è vero che era stato sostituito da un altro buon sacerdote, ma questi non comprendeva Cecilia e da lei non era compreso. Era morta la buona superiora del suo monastero sostituita da un’altra molto giovane e quindi incapace a reggere quella carica. Cecilia la vide e non le piacque, tanto vero che sospese le sue visite al monastero. Insomma tutte le persone che le erano care non c’erano più! Si sentì triste e sola, c’erano è vero suo marito e Marina, c’erano le persone di servizio, quattro in tutto, a lei assai devote e con tutto ciò il castello le sembrava vuoto. La sera, specie nelle lunghe sere d’inverno, quando si riunivano nel salotto dopo cena si sentivano soli.

Fabrizio e Marina un giorno decisero di ammettere in loro compagnia la cameriera e la cuoca, due buone donne del paese, si stava insieme più verso le nove e poi ognuno si ritirava nelle proprie stanze per il riposo della notte. Fu questa la vita vissuta nel castello per alcuni anni, dopo la morte di Teresa.

Fabrizio governò il feudo con una saggezza che lo rese celebre, fino all’età di sessant’anni.

Una sera, quando si stavano ritirando per dormire, giunto alla porta della sua stanza, Fabrizio disse a Cecilia di sentirsi male; questa lo guardò allarmata e gli chiese che cosa avesse.

Fabrizio rispose: “Non è nulla, non allarmarti, si tratta di un malessere generale e nulla più.” Cecilia gli disse: “Fermati qui, siedi su quella poltrona ed intanto io vado nella tua stanza a prenderti il pigiama e per questa sera dormirai nel mio letto.” “E tu?” rispose Fabrizio. “Io” disse Cecilia resterò seduta al tuo capezzale per vegliarti ed intanto manderemo a chiamare un medico.” Fabrizio sedette e Cecilia entrò nella sua stanza. Ritornò presto col pigiama, lo posò sul letto e suonò. Al cameriere accorso disse: “Pietro, aiutate il marchese a spogliarsi, mettetelo a letto mentre io mi ritiro un po’ in cappella per dire le ultime preghiere; quando il marchese sarà pronto suonate, ma fate presto, perché, come vedete, non si sente bene.

Si ritirò nella cappella e li lasciò soli. Pietro lo aiutò a spogliarsi, lo mise a letto, aggiustò ogni cosa e dopo alcuni minuti suonò. Cecilia accorse e si sedette su di una poltrona, vicino al capezzale del marito, dicendo a Pietro: “Pietro andate subito a cercare un medico, possibilmente il nostro, conducetelo qui.” Pietro rispose: “Signor marchese sarà subito servito, mi occorre solo il tempo di arrivare a casa del medico.”

Dopo dieci minuti il medico era arrivato e con lui entrava Marina tutta spaventata.

Il medico visitò accuratamente Fabrizio e dopo pochi minuti alzò la testa e disse a Cecilia: “Signora marchesa, si tratta di cosa seria; il marchese è ammalato di polmonite però voi non vi allarmate. Tenteremo tutti i mezzi per salvarlo, magari, col vostro consenso, chiameremo un altro collega e faremo un consulto.” Cecilia rispose: “Dottore fate di tutto per salvarlo, vedete che sono rimasta sola ad eccezione della mia cara Marina, non c’è nessuno qui con me: sola, completamente sola!” Piegò la testa tra le mani e si mise a piangere, Fabrizio se ne accorse e disse: “Perché piangi? Hai inteso che il medico disse che non si tratta di cosa grave? Se fai così’ come farai ad assistermi nel caso che la malattia dovesse andare a lungo? Cecilia alzò la testa, congiunse le mani, pregò un poco e poi disse: “Hai ragione, mettiamo tutto nelle mani di Dio, mettiamoci sotto la protezione della Madonna e lasciamo fare a loro.”

Il medico, che se n’era andato pochi minuti dopo la visita, ritornò la mattina seguente, visitò l’ammalato e lo trovò peggiorato. Prescrisse un’altra medicina e s’allontanò promettendo di ritornare ancora. Marina non s’era mossa dal fianco di Cecilia, volle tenerle compagnia.

Il medico ritornò ancora e, rivedendo l’infermo, disse: le cose vanno male, io direi di fare un consulto. Si chiamò un professore e questi venne. Dopo averlo visitato, tutti e i due medici si ritirarono in un’altra stanza dove discussero per oltre mezz’ora. Quando rientrarono nella stanza dell’infermo lo guardarono e poi guardando Cecilia e Marina, dissero la crudele verità: “Non c’è nulla da fare!”

Cecilia e Marina piansero a lungo e fu giocoforza calmarsi. Con l’aiuto di Pietro, del cocchiere e delle cameriere cominciarono ad aggiustare le cose per la morte del marchese. Fabrizio morì dopo quattro giorni con tutti i conforti religiosi. Morì baciando la mano di Cecilia e quella di Marina che poi tenne strette tra le sue. Spirò baciando il crocifisso che Cecilia stessa gli aveva avvicinato alle labbra.

Prima di morire ebbe la forza di dire alla moglie: “Cecilia cara, ti ringrazio per il bene che mi hai voluto, ti ringrazio che mi hai insegnato ad essere buono e a sapere apprezzare e praticare la bella virtù della purezza.

A Marina, prima ancora che a Cecilia, aveva detto: “A te, Marina cara, che cosa dirò? Ti raccomando Cecilia, ormai a lei rimani tu sola, siete state sorelle, siatelo ancora, siatelo sempre e tu confortala, vogliale bene e stalle sempre vicino.”

Alla morte di Fabrizio, il castello rimase al comando della marchesa Cecilia, la quale, dopo i funerali ebbe cura di cedere tutto ad un marchese della famiglia Spinelli, forse suo lontano parente. Chiese per se una cosa sola: di rimanere nel castello per un tempo indeterminato, come poteva anche darsi, per tutta la vita.

 

Capitolo XXXUn giorno, era trascorso il lutto per la morte del marchese Fabrizio, Cecilia e Marina si trovavano nella sala di soggiorno: l’una era occupata ad un lavoro di ricamo, l’altra leggeva. Ad un tratto smisero il lavoro e la lettura, si guardarono un poco e poi si abbracciarono e piansero lungamente.

Scioltosi dell’abbraccio Cecilia disse: “Ed ora che sarà di noi? Che cosa faremo?” “E’ quello che volevo domandare a te” rispose Marina. Cecilia replicò: “Adesso sistemeremo le nostre cose e dopo, con l’aiuto di Dio, cercherò di realizzare il sogno che ho vagheggiato fin dalla mia prima infanzia, cioè quello di chiudermi in un monastero e là finire la mia vita. Spero che adesso, padrona della mia volontà, potrò portare a compimento ciò che da tempo desideravo.”

Marina come meravigliata, le disse: “Tu suora? Tu vedova che non hai conosciuto Fabrizio.” Cecilia replicò: “Ai due tuoi interrogativi darò una sola risposta, per 25 anni ho conosciuto Fabrizio, ci siamo amati solo come fratello e sorella.”

E qui le narrò la storia della sua vita, incominciando dalla prima notte di matrimonio. Marina ascoltò attonita e poi, come temendo il branco, disse: “E di questo fatto hai tenuto il segreto con me, per venticinque anni?”

Cecilia le rispose: “Tu sai quanto ti amo, se ti ho tenuto il segreto fu perché, come sai, certe cose alle signorine non si possono dire.” Nel pomeriggio di quello stesso giorno fece chiamare il cappellano e con lui parlò a lungo. Gli disse, tra l’altro, che avrebbe voluto tentare, prima per vedere se riusciva di entrare in quel monastero dov’era stata educata.

Il cappellano le rispose che lui non poteva fare altro che raccomandarla e che, poi, l’avrebbe accompagnata con le sue preghiere, ma che a lui sembrava difficile che la nuova superiora l’avrebbe accolta.

La mattina dopo Cecilia scrisse una lettera alla superiora del monastero e mandò Pietro a portargliela. In quella lettera chiedeva un appuntamento. Pietro si recò a Gerace portò la lettera e attese la risposta. La risposta giunse dopo circa un’ora. La superiora concedeva l’appuntamento tre giorni dopo che era domenica e fissava l’orario: le due del pomeriggio.

La domenica Cecilia accompagnata da Marina (pranzarono verso le dieci) partirono con Pietro. Si recarono a Gerace, dove arrivarono circa un’ora e mezza prima dell’ora fissata.

Marina attese in portineria e Cecilia, giunta in parlatorio, vide la superiora che l’attendeva dietro la grata. Cecilia s’inginocchiò e con parole interrotte dal pianto narrò la sua storia, narrò la sua vita dopo il matrimonio e terminò esprimendo il desiderio di farsi suora.

La superiora ascoltò e durante la narrazione del lungo racconto, spesso, fece l’atto di spazientirsi, ma Cecilia finse di non accorgersi. Quando ebbe finito la superiora disse: “Figliola mia, i miracoli li fanno i Santi e voi non siete una Santa.” E la congedò.

Cecilia si alzò col volto bagnato di lacrime, la salutò con un breve cenno del capo e si allontanò. A Marina, che l’attendeva impaziente, narrò ogni cosa e questa pianse con lei non potendo fare a meno di ricordare la bontà e la gentilezza della vecchia superiora, la buona e cara madre Adelaide che le aveva voluto tanto bene.

Salirono in carrozza e ritornarono al castello dove Cecilia si fece premura, di riferire al cappellano l’esita della sua visita alla superiora del convento di Gerace.

Tentarono in altri diversi monasteri, ma da tutte le parti si ebbero quasi la stessa risposta: in monasteri di vergini le vedove non venivano accettate anche se vissute santamente. Ed allora che cosa fare? Ci penserà il Signore.

Capitolo XXXIVisto che non aveva potuto essere accettata in nessun monastero, Cecilia, aiutata dal cappellano, pensò di fare del suo castello come un monastero e là, con il lavoro e la preghiera, servire santamente il Signore.

Chiamò con sé alcune signorine che desideravano ritirarsi a vita religiosa, sette in tutto, ed il cappellano scrisse per loro una regola. Vissero vita comune.

Il loro motto fu quello di San Benedetto “ora et labora”. Chi tesseva, chi cuciva, chi ricamava ed il loro lavoro era alternato dalla preghiera. Tre volte al giorno si riuniva in cappella per la preghiera in comune. La mattina ascoltavano la Messa, facevano la Santa Comunione e il cappellano dettava una breve meditazione, alle tre del pomeriggio, in tutte le stagioni, Santo Rosario e visita al SS. Sacramento, alle sei nuova meditazione e benedizione. Così passavano le loro giornate.

Questa vita durò finché Marina e Cecilia ebbero quasi settant’anni.

Abbiamo parlato della vita che facevano in casa, tralasciando di dire il bene che facevano fuori di casa. Nei giorni di festa giravano nelle campagne per soccorrere i bisognosi, per insegnare il catechismo ai ragazzi e per fare quanto più bene potevano. Dove c’era una questione d’aggiustare, un dolore da lenire, una lacrima da tergere erano sempre le prime ad accorrere e le ultime ad allontanarsi. Dovunque andavano quando si allontanavano, erano accompagnate dagli auguri e dalle benedizioni delle persone da loro beneficate.

Un giorno Cecilia si sentì male, lo disse a Marina e ad un’altra compagna e queste la costrinsero a mettersi a letto. Chiamò Marina e così le parlò: “Marina cara, sento che non vivrò troppo a lungo, il Signore mi chiama a sé, voglio perciò, ora che posso parlare, dirti alcune cose che è bene che tu sappia: nell’armadio grande c’è una scatola di cartone legata con un nastro nero; là dentro ci sono gli abiti coi quali tu mi vestirai quando sarò morta, c’è la biancheria intima ed un abito da suora francescana, se non sono stata suora realmente lo sono stata col desiderio e penso che nessuno mi vieterà di vestire quell’abito dopo la morte. Ti ho detto, mi vestirai tu perché nessuno veda le mie carni, come nessuno le ha viste finora. Se ciò non ti riuscirà fare da sola, tu mi metterai la camicia chiusa e la sottana bianca che si trovano nella stessa scatola di cui ti ho parlato e poi chiamerai aiuto. Quando sarò ben vestita mi metterete in una cassa rustica, a piedi scalzi. Dopo i funerali mi farete seppellire nel convento dei riformati e precisamente presso l’altare di San Francesco. Sulla lapide che coprirà la mia tomba si scriverà l’epigrafe che il superiore dello stesso convento, ispirato da Dio, detterà.”

Finito di parlare Cecilia disse di essere stanca. Marina non si mosse dal suo capezzale, tirò fuori la corona, chiamò le compagne e tutte insieme incominciarono la recita del Santo Rosario; Cecilia rispondeva ma così piano che, se si volevano sentire le sue parole bisognava accostare le labbra all’orecchio.

L’indomani Cecilia peggiorò, fu chiamato il medico il quale, dopo averla visitata, disse che era grave ma non seppe dire altro e si contenta di dire: “E’ l’età!”

Passarono ancora altri due o tre giorni e il cappellano, che non si era scostato dal castello, credette giunto il momento di amministrare i conforti religiosi: la confessò, le portò il viatico e l’olio santo.

Quando le fu portata la comunione Cecilia, nel mirare la particola sollevata dal sacerdote, disse con un fil di voce: “Vieni Gesù, tu solo mi basti!”

Nel pomeriggio Cecilia parve migliorare, volle che le sue amiche stessero tutte attorno al suo letto e che Marina leggesse ad alta voce la Passione di Gesù dal Vangelo di San Giovanni.

Quando arrivò alle parole: “E chinato il capo emise lo spirito”. Cecilia guardò il cielo, sorrise e disse: “Gesù! Gesù! Ecco vengo!” Emise un sospiro e spirò.

Marina e le compagne piansero la perdita della loro madre, per tale l’avevano ritenuta per tutto quel tempo che erano vissute insieme. E poi Marina pregò le compagne di allontanarsi, però volle che due di loro restassero in anticamera pronte per quando le avrebbe chiamate.

Quando fu sola s’inginocchiò e con le mani tremanti cominciò a vestirla. Quando scoprì quelle carni verginali vide attorno al suo corpo la cintura che mancava nel monastero degli strumenti di penitenza, quei chiodi di cui era rivestita si erano conficcati nella carne. Quella cintura Cecilia l’aveva portata sempre nel suo corpo nudo stretta assai forte.

Marina baciò quelle carni ferite e calde lacrime caddero sopra di esse facendo sì che quel sangue raggrumato si sciogliesse come se fosse fresco.

Dopo essersi saziata di baciare, dopo aver pregato lungamente vi mise la camicia nuova e la sottana e quando fu ora di mettere la tunica chiamò le due compagne che erano in attesa e queste l’aiutarono, misero la tunica bigia, legarono attorno alla vita il cordone, legarono le mani di Cecilia con la corona e sul petto vi misero il Crocifisso. L’adagiarono poi nella cassa rustica già pronta e loro stesse la portarono nel salone trasformato in camera ardente.

Misero la cassa a terra e attorno quattro grossi ceri accesi. Le compagne ed il cappellano restarono in preghiera tutta la notte. La mattina dopo le porte del castello si aprirono al pubblico e non ci fu persona che non venne a rendere l’estremo saluto, l’ultimo omaggio alla cara castellana che ormai non c’era più; tutti nessuno escluso, portarono lacrime e fiori.

I funerali ebbero luogo verso le undici. E’ superfluo dire che tutto il paese e la gente dei dintorni vi presero parte come pure tutti i paesi vicini e le autorità.

Quanti non poterono partecipare personalmente, mandarono una rappresentanza. Ci furono dei discorsi che elogiarono la santa vita di Cecilia e delle sue compagne, le quali, dopo perduta colei che le guidava, si erano ritirate nelle loro case santificandosi nella vita privata.

Narrano le cronache che dopo la morte di Cecilia, Marina non sopravvisse che pochi giorni e poi anche lei, senza malattia, morì.

L’amore essendo virtù essenzialmente unitiva fa di due anime un’anima sola.

Come Cecilia e Marina furono unite in vita, così lo furono in morte. Trascorso il periodo di lutto il nuovo proprietario vi prese possesso del feudo e del castello.

 c) Il Beato Francesco Mazzacara / Teodoro

Fra i personaggi illustri di Bovalino è da annoverare il Beato francescano Francesco Mazzacara, non secondo a nessuno in santità, anche se il più noto e conosciuto è il Beato Camillo Costanzo.

Nacque nel 1516 da Giacomo Mazzacara ed Antonella Romeo. Da giovane, si recò ad Oppido Mamertina, presso il locale monastero dei PP. dell’Osservanza, per diventare frate laico e quando fu ultimato il convento di Santa Maria di Gesù a Bovalino, fece ritorno al suo paese natale.

Per la somma umiltà rifiutò l’ordinazione sacerdotale e visse e morì da chierico. Stava sempre in preghiera contemplando la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo e per questo stava tutte le notti in chiesa, inginocchiato sulla nuda terra, mentre durante il giorno era alle dipendenze del guardiano del convento. Entrando una volta il sacrestano in chiesa, la vide tutta ripiena di lumi e Francesco che parlava con il crocefisso.

Tormentava spesso il suo corpo con veglie, digiunando e mangiando solo pane ed acqua. Uscendo dal convento divideva il pane con i poveri che incontrava per la strada, mentre ai contadini intenti a lavorare nei campi, offriva del vino che portava in un fiasco che appena svuotato riempiva con acqua e questa si tramutava in vino.

Quando nel 1581 i turchi assalirono Bovalino, tutti gli abitanti fuggirono solo Francesco rimase chiuso in una stanza del convento accanto alla statua della Madonna e non fu visto. Finito l’assalto dei turchi, tutta la gente trovò le botti di vino spillate, allora Francesco fece raccogliere quel po’ di vino rimasto per terra, lo mise in una botte e fu sufficiente finché non maturò il nuovo vino.

Quando usciva dal convento faceva molti miracoli, moltiplicava il pane e la carne, liberava gli indemoniati, faceva ritornare la vista, la parola e l’udito. Predisse la morte a Fra’ Francesco da Gerace, al Marchese di Bovalino Sigismondo Loffredo e al Conte Vincenzo Marullo predisse la perdita del suo feudo.

Si sparse la fama della sua santità in tutta Italia e accorrevano molti a consultarlo. Infine predisse pure il giorno della sua morte, che avvenne il 13 luglio 1596 dopo 50 anni di religione e aspra penitenza, all’età di 80 anni. E’ ricordato nel Martirologio Francescano il 2 aprile.

La figura di Teodoro è avvolta nella nebbia della memoria: si sa che fu autore di diversi scritti e che andò ad abitare sul monte Varraro dopo l’incendio di Bovalino operato da Scipione Cicala (Sinan Bassà) l’8 settembre 1