Quaderni bovalinesi/0

Note di presentazione
– ovvero la Calabria tra presente e passato –

Sembra tutto riduttivo e provinciale quanto tento di raccontare nei “Quaderni bovalinesi”, ma non è esattamente così. In effetti, pur accentrando la mia attenzione, soprattutto per motivi affettivi, al territorio di Bovalino, le mie riflessioni hanno un orizzonte più ampio, facendo riferimento alle condizioni dell’intera Calabria, con un’attenzione particolare alla vasta zona, che dalla Locride arriva al Marchesato di Crotone,accomunata da identiche problematiche socio-economiche, storiche e culturali. Come ho da tempo evindenziato nella poesia Da Pintammati alla foce del Neto (che è anche la traccia del mio sito web):
“La fascia di terra / che costeggia il mare ionico / snocciola sull’assolata statale 106 / paesi e villaggi / dalle identità stravolte / come grani di un rosario infinito, / compresi quelli che da Pintammati / in centosessantachilometri / si affacciano nella Valle del Neto, / con le loro orgogliose miserie / gli antichi problemi / le dignitose bellezze / e il fiero isolamento. / Ore nove, da Bovalino al castello di Roccella / Ardoresantilariolocrisidernogioiosa / quarantaminuti tra semafori ruderi / atmosfere antiche e indisciplina. / Ore dieci, il faro di Monasterace / superato Caulonia e Riace linea di confine / magnogreca e dai bronzi famosi, / un’ora intera per cinquanta chilometri / prima di affrontare il tratto più tortuoso / i ventotto chilometri da Guardavalle a Soverato, / a passo d’uomo e di passeggio / sul corso di S. Caterina Badolato / Isca S. Andrea e Marina di Davoli./ Gli occhi rassegnati dell’utente abituale, / per necessità o piacere, / hanno visto poche trasformazioni sostanziali / solo ininterrotti cambiamenti di facciate / e colate continue di cemento. / Tutti diversi ma forse uguali / questi paesi subiscono solo i danni / della loro posizione geografica / al centro del Mediterraneo / evocatrice di invasioni / assalti guerre di religione / per finire agli sbarchi / di chi cerca fortuna tra ultimi e sfortunati. / Ore dieci e trenta, il sorriso dura poco poi / per l’ampia strada comunque insufficiente / dei quattordici chilometri di Montepaone e Copanello / per infilarti nello stretto e maledetto budello / che da Squillace e la bella Roccelletta / porta al diabolico incrocio di Catanzaro Marina, / snodo cruciale dell’istmo tra i due mari. / Ore undici, torni un po’ a respirare / per gli ultimi sessanta e più chilometri / che dagli allungati paesi del vitale commercio / sulla strada di Sellia Cropani e Botricello / portano all’aeroporto di Isola e all’agognata meta / sospirando, la città di Pitagora e di Milone. / Da Pintammati alla foce del Neto / luoghi invidiabili per le suggestioni e i paesaggi, / l’incontro di civiltà diverse ha prodotto una stratificazione culturale unica; / luoghi della memoria simbolici / metafore della vita varia e cangiante; / ma anche luoghi isolati ed emarginati, affatto sfruttati, / per storia / per mancanza di strutture / per precise volontà e scelte politiche, / e condannati all’emarginazione e al sottosviluppo, / senza speranza. / Luogo invidiabile appare evidente / per la sua centralità nel Mediterraneo, / idea grande da coltivare da far condividere / da sviluppare negli aspetti culturali / per la lunga storia dei rapporti / e dei condizionamenti mediterranei / da valorizzare negli aspetti geografici / per la felice posizione. / E gli interessati? / Si comportano in merito come se il nostro / fosse un popolo senza storia / e abitasse in pieno Oceano Pacifico / lontanissimo da coste e isole. / La sinteticità del riferimento geografico / evidenzia con rilievo / la perifericità che caratterizza, / nella regione Calabria, / ogni esperienza umana e professionale / e in particolar modo la costa ionica / tra Reggio e Sibari. / Pintammati è una fiumara / che divide ed unisce Ardore e Bovalino, nel territorio della Locride greca / in provincia di Reggio Calabria, / e il Neto sonnacchioso chiude a Nord / la vecchia Calabria Ulteriore. / Il limite geografico racchiude una limitazione culturale / che agita da tempo questa parte del Meridione, / oggetto di attenzione oggi / solo da parte di curdi, albanesi / e di tutti gli extracomunitari / che fuggono dalla loro miseria, / ma anche un intimo legame / di dolci ricordi storici eventi, / nostalgie di trasfigurate esperienze / all’ombra di un gelso o una colonna / e sullo sfondo il canale e la sacra tetracsis…”

Sono i viaggi a dare la possibilità di fare confronti con i propri modelli di vita, le condizioni della terra di origine, le matrici culturali e le idee, oltre a soddisfare aspetti ludici e di evasione, … A noi meridionali, e in particolare a noi calabresi, purtroppo il confronto arricchisce l’indignazione quotidiana, il senso di insufficienza e impotenza, tutta la gamma dei sentimenti rancorosi per non riuscire a modificare di una virgola il diffuso stato di degrado e illegalità… Lascia perplessi, indignati e amareggiati coloro che, piccola minoranza, amando questi luoghi, sono costretti a porsi quotidianamente, nella sua formulazione semplice e disarmante, le stesse domande accalorate, che lancia l’eremita di sant’Ilarione, facendosi carico del dolore e del male presenti in Calabria: “Come si può vivere così male in una terra così bella?… Come è possibile che un popolo così accogliente non sappia accogliere se stesso?… Come è possibile che i figli dei costruttori di Gerace, Stilo, Rossano, Santa Severina, Le Castella abbiano potuto abbrutire e imbarbarire le loro città?… Com’è possibile che questo popolo così generoso abbia partorito figli che vanno a popolare le carceri?… Perché una regione ricca di potenzialità in tutti i settori è bloccata da secoli nel suo sviluppo economico-sociale e nella crescita culturale?…”
Le risposte non sono difficili da trovare, anzi forse da decenni si danno troppe risposte… Difficile invece è lavorare per cambiare veramente… Difficili sono le soluzioni da applicare a una realtà schiava e troppo condizionata da mediazioni e compromessi… Difficile è modificare un tessuto sociale fragilissimo sia sul piano di potere contrattuale che su quello culturale… Arduo trasformare le miopie politiche in capacità progettuali, per operare serie scelte di sviluppo nei settori vocazionali del turismo e dell’archeoligia… Difficile è recuperare un percorso virtuoso, che rivendichi, protestando seriamente, la costruzione di una rete di comunicazione moderna, per togliere i nostri territori dall’isolamento più totale… Difficile è modificare il dna di tantissimi calabresi, i cui caratteri sono votati alla violenza e alla distruzione, che impediscono di trovare la via del progresso reale e dell’armonica ricerca del vero, del bello e del giusto…Difficile nel breve rendere virtuosa una classe politica locale insufficiente e inadeguata alle sfide che necessitano per programmare lo sviluppo del presente e del futuro; incapace di volare alto e disegnare i possibili scenari di crescita; incapace di cogliere le opportunità che la storia e la posizione geografica offrono, una centralità mediterranea, mai sfruttata nel passato e nel presente per creare ponti culturali ed economici con l’Oriente e il Nord Africa; incapace a combattere l’illegalità diffusa e a battersi per la meritocrazia, le giuste cause e contro lo strapotere della mafia, che ha messo in ginocchio interi territori della regione, sostituendosi al potere dello Stato carente e debole e costringendo intere popolazioni a vivere in condizione di ostaggio e di schiavitù…
Ne La malapianta di Nicaso-Gratteri viene egregiamente evidenziata la differenza fra una società civile e una primitiva (o come gli autori definiscono la società mitteleuropea e quella mediterranea) e nei viaggi è facilmente osservabile: la prima basata su leggi uguali per tutti (Gesellschaft) e la seconda su favori e amicizia, una sorta di comunità di tipo familiare (Gemeinschaft)… Nel primo caso la legge è uguale per tutti, per cui tutti hanno identiche possibilità di affermazione nei vari settori della vita sociale… nel secondo caso i cittadini sono selezionati in base alla identità di appartenenza, per cui in ogni campo tutto si ottiene se si hanno amicizie influenti, se si diventa cliente dei potenti di turno… il clientelismo porta alla corruzione, all’affermazione di atteggiamenti illegali, all’affossamento della meritocrazia, alla punizione di chi vuole vivere in base ai principi della legalità e dell’etica…

Nei Quaderni bovalinesi parlerò di tante cose ma soprattutto di tanti beni culturali, materiali e immateriali, purtroppo spesso “dimenticati” e abbandonati all’incuria e al vandalismo…
Infatti la tutela e la valorizzazione dei beni culturali (e per i beni archeologici prima ancora il portarli alla luce) oggi si scontra con una mentalità indifferente (se non ostile in certi momenti), figlia di un modello culturale che privilegia l’interesse immediato e personale, a discapito e in contrasto spesso con quello collettivo, e di un modello politico che impedisce e rende impotenti le poche figure illuminate che amministrando avrebbero il potere di cambiare le cose.
In Calabria questi aspetti negativi sono ancora di più amplificati. In pratica succede che il cultore e l’appassionato, che quasi sempre sono lontani dalla politica attiva, sono impotenti in quanto non hanno il potere di modificare mentalità e stato di cose, ma nelle stesse condizioni si trova il politico che volesse indirizzare fondi e risorse verso questo settore, in quanto spesso si trova isolato e in un sistema democratico come il nostro, dove contano più i numeri che le idee.
Il ruolo delle Soprintendenze specifiche è analogo, in quanto espressioni della società e della mentalità dominante. Di fronte ad un patrimonio vasto e ricco, le Istituzioni insomma non riescono ad offrire tutela e valorizzazione per l’esiguità dei fondi a disposizione né, quando è possibile, sono sollecite e pronte a farlo nel migliore dei modi. In particolare sono chiare due situazioni. In primis, perché non sempre vengono “sfruttate” le possibilità di accedere ai fondi della Comunità europea per scarsa progettualità. Secondariamente, in quanto usualmente le Soprintendenze non hanno rapporti costruttivi con le altre Istituzioni e con i privati, nonostante i diffusi protocolli formali che spesso vengono firmati, nel momento in cui per lavori vengono individuate tracce di resti archeologici. I lavori vengono subito bloccati, ma le indagini non sono sempre altresì sollecite provocando lunghe attese e grossi problemi di carattere economico.

La storia urbanistica ed economica della Calabria è stata condizionata da ricorrenti terremoti, tra i quali devastanti quelli del 1783 e del 1908, e da continui eventi alluvionali. Mario La Cava, nella raccolta di articoli “I misteri della Calabria”, dice che “…troppo disastrosi sono stati i terremoti che hanno scosso la terra di Calabria, troppo violente le guerre che si sono susseguite attraverso i secoli nel Medioevo, troppo lunga la decadenza delle Istituzioni perché, insieme alla miseria che ne è nata, si siano potuti conservare i monumenti del passato. Città intere andarono distrutte, il paesaggio calabro è privo di quei solenni ricordi architettonici della sua grande civiltà greca che costituiscono la gloria della Sicilia e della Campania. I castelli dell’epoca medioevale sono in sfacelo…Dell’antica civiltà greca solo una colonna si erge impavida agli assalti dei millenni…quasi a testimonianza di quello che fu un giorno la Calabria…”
Molti sono i centri collinari semidistrutti e abbandonati dagli abitanti che costruirono in zone più a valle, morfologicamente più sicuri. Quel poco che è sopravvissuto dei centri storici, che rappresen-tano un notevole patrimonio architettonico, purtroppo ha subito la devastazione e le offese degli uomini. Infatti tutte le amministrazioni locali degli ultimi 100 anni hanno cercato di completare l’opera di distruzione, tranne che rarissime illuminate eccezioni, attraverso una gestione approssimativa superficiale e incompetente.

In merito sorprendente è l’attualità dei giudizi espressi dai viaggiatori del Gran Tour, che si avventuravano nella nostra Regione nel ‘700 e nell’800. Tutti, dall’Abbè de Saint Non a Swinburne Grant Gissing e Douglas, sono concordi nel descrivere, in contrasto con la nostalgia e il rimpianto per la grandezza del passato magno-greco, le condizioni disastrose della regione, la cattiva amministrazione della giustizia, la pessima amministrazione della cosa pubblica e del territorio.
Nelle loro pagine esprimono “entusiasmo evocativo nel ricordo del passato glorioso delle città, rammarico per le misere condizioni, amarezza nel constatare l’assenza di qualsiasi efficace misura governativa per risollevarne le sorti… atto di accusa contro la disastrosa e inetta amministrazione centrale e periferica di fronte allo stato rovinoso della regione…con l’esaltazione che ciò che le altre parti del mondo hanno singolarmente di grande e bello è riunito in Calabria” (Bruno Grano). Poco è cambiato e tutto purtroppo, sotto i nostri occhi impotenti, sembra ingovernabile…

Beni dimenticati e non considerati dai poteri politici e culturali: non a caso infatti anche nell’elenco dei 39 siti italiani, su un totale di 788 a livello mondiale, che l’Unesco considera patrimonio dell’Umanità da salvaguardare e da valorizzare, la Calabria è una delle poche regioni che non figura pur avendone obiettivamente i titoli…
Solo in questi ultimi anni si nota una certa inversione di tendenza, ma in alcuni casi ormai è troppo tardi. L’elenco di tali misfatti è lungo, come lunghi sono i tempi perché si possa formare una coscienza e una sensibilità ambientale…
Il patrimonio è vasto, il territorio è ricchissimo di beni artistici, architettonici ed ambientali. In ogni paese l’appassionato il curioso il ricercatore s’imbattono in opere “dimenticate”, dopo essere state spesso riutilizzate in modo vergognosamente improprio. L’elenco è veramente lungo e vario… infatti non a caso, per la sua ricca diversità, la nostra regione veniva chiamata le Calabrie… appena ci si sposta dalle marine all’interno cambiano i paesaggi umani e naturali, si viene proiettati in mondi esistenziali diversi… mentre i paesi di marina si assomigliano tutti, schizofrenici dai ritmi accelerati come se bisognasse realizzare chissà quali progetti, all’interno i modelli di vita sono più lenti, molto spazio viene dedicato ai rapporti interpersonali e alle piccole occupazioni e abitudini quotidiane… e il viaggio nel ricco patrimonio calabrese diventa un pellegrinaggio devozionale con particolare riguardo a quella parte della Regione che va da “Bovalino e Pintammati alla Valle del Neto”, dove “tra i tanti beni dimenticati, qui sono ancora di più dimenticati”…

Le radici culturali della Calabria affondano in diverse direzioni multietniche. Nel corso della sua storia questo territorio ha accolto numerosi popoli, diversi per lingua religione e cultura, a volte pacificamente, spesso con la violenza e con l’invasione, trasformatesi poi però in civile convivenza. Per questo da noi termini quali razzismo difficile integrazione o rifiuto dello straniero hanno un suono e un senso diversi che altrove, comunque non hanno basi concrete e solide.
Tanti sono i gruppi etnici che si sono inseriti e integrati con la popolazione indigena, rendendo la nostra società effettivamente multietnica: greci, latini, normanni, arabi, bizantini, ebrei, albanesi, valdesi, spagnoli, francesi, zingari. Altri convivono con spirito di tolleranza e con ricchezza di contatti, lingue ed etnie considerate veramente risorse da valorizzare: la lingua arbereshe in provincia di Cosenza e Crotone, la lingua grecanica nella fascia ionica reggina, l’etnia curda che vive a Badolato, paese in disarmo e messo in vendita ma vitalizzato negli ultimi tempi, il recentissimo modello d’integrazione dei nuovi immigrati sorto a Riace…
I caratteri multietnici della nostra società, ad una attenta osservazione, sono visibili nei diversi tratti somatici degli abitanti, nei dialetti che conservano parole di origine latina francese araba e greca, nella cucina ricca di sapori e di odori, negli usi e nelle originali tradizioni.
Gli unici due episodi di violenza e di intolleranza, nei confronti di gruppi minoritari in Calabria, non ha coinvolto le popolazioni locali ma sono legati ad interventi esterni e motivazioni particolari di politica religiosa o economica. Il primo riguarda lo sterminio dei Valdesi di Guardia Piemontese, di origine piemontese e di religione luterana, operato nel ‘500 dalla Chiesa appoggiata dalla cattolica Spagna, per impedire che gli stessi potessero professare pubblicamente la loro religione. Il secondo episodio è quello relativo alla cacciata da Reggio degli Ebrei nel 1511 da parte degli Spagnoli, aizzati dai Pisani e dagli Amalfitani che subivano la concorrenza economica nel campo della seta. Al contrario a Ferramenti di Tarsia, dove sorse un campo di concentramento per ebrei durante la seconda guerra mondiale, furono le popolazioni locali ad aiutare i malcapitati perseguitati, impedendo di fatto che fossero uccisi…
Con questa premessa è chiaro che da noi qualsiasi integrazione è possibile, come in effetti sta avvenendo. Solo bisogna evitare che si trasformi in omologazione culturale: ogni etnia deve mantenere vive le proprie radici culturali, che sono “punti di riferimento” e di guida nelle vicende umane di ogni popolo, e offrirle come risorsa e arricchimento agli altri, nel rispetto delle leggi del nostro Paese.
Ulteriori elementi, che favoriscono comportamenti di comprensione, sono rappresentati sia dalla particolare posizione geografica della Calabria, al centro del Mediterraneo, che ha favorito e favorisce rapporti e contatti di vario genere con tutti i popoli “confinanti”, sia dall’esperienza dell’emigrazione, analoga a quella attuale degli extracomunitari, che ha portato diverse generazioni di calabresi a cercare fortuna altrove per riscattarsi dalla miseria e dal bisogno…

Le tradizioni popolari vivono solo in contesti e ambienti dove sentimenti e sensibilità sono ancora vivi: altrove è solo folklore. In una società dai ritmi nevrotici e accelerati, le loro manifestazioni vivono solo se sentite dalla base, dal popolo e se non sono calate dall’alto… Non potrebbe essere diversamente, in quanto tutto viene consumato nello spazio di breve tempo, tutto viene dimenticato per dare spazio a nuovi modelli a nuovi spot. Non c’è tempo per dare sfogo alla fantasia, per riflettere, per dare possibilità di trasfigurazione simbolica della realtà, che scorre su pellicola incontrollata con passo più veloce rispetto a quello di ripresa…
A Crotone ancora resiste la tradizione dei fuochi devozionali in onore di Santa Lucia, il 13 dicembre di ogni anno. In ogni rione vengono allestiti artistici e fantasiosi “fuochi” con legna recuperata in ogni dove dai ragazzi nell’ultimo mese. I fuochi, accesi per dare luce alla cecità della Santa, rappresentano momenti di aggregazione e breve sosta nei vorticosi ritmi della vita moderna. Il rito, molto sentito dalle genera-zioni più anziane, sopravvive solo perché amorevolmente trasmesso dai genitori e amorevolmente recepito dai figli come elemento essenziale della loro formazione…
Altro esempio ammirevole di tradizione che sfida i tempi e le mode è quella rappresentata dalla cultura arbereshe, attraverso la quale gli albanesi di Calabria, costretti ad emigrare nei secoli XIV e XV, si legano alle loro origini, alle loro usanze, alla loro diversità. Tra le manifestazioni di questa diversità, le “vallie” sono particolarmente interessanti: i gruppi folkloristici rappresentano visiva-mente, attraverso canti e balli coreografici, l’epopea del popolo albanese guidato da Scanderberg, combattente per la libertà dai Turchi conquistatori. Ogni anno il martedì dopo Pasqua, si danno convegno soprattutto a Civita e Frascineto, i gruppi provenienti da altre comunità arbereshe d’Italia e celebrano unitariamente, con gradevole colpo d’occhio per la bellezza dei costumi, l’appartenenza alla stessa matrice di un popolo costretto dagli eventi alla disgregazione…
In pochi paesi della provincia di Reggio Calabria resistono ancora alcune manifestazioni rituali della Settimana santa, ereditate dalla lunga dominazione spagnola del Seicento. Fra questi Bovalino Superiore, dove i riti della Settimana Santa, che culminano con la sacra rappresentazione dell’ Affruntata, vengono svolti a cura esclusiva della locale Arciconfraternita. Sono notevoli espressioni di religiosità popolare, sentitissime manifestazioni di fede profonda, le quali catalizzano l’interesse aggregativo della Comunità del Borgo e dei paesi vicini. Esse affondano le loro radici in tempi in cui l’esempio visivo e la rappresentazione servivano per far comprendere alla gente comune i misteri religiosi. Seguono regole non scritte, che il tempo per fortuna non è riuscito a scalfire, e che vengono tramandate attraverso l’attività della Confraternità. I tre momenti, che vengono rappresentati in modo scenografico, sono la Passione predicata, la Morte con la Via Crucis e l’Ascesa al cielo di Gesù Cristo. La “buona riuscita” della Passione è legata alla bravura del predicatore, che con sapiente “recitazione” deve coinvolgere e toccare le corde del sentimento religioso dei fedeli. Toccanti sono le due processioni al calvario di Cristo Morto e la Madonna Addolorata, che si svolgono la sera di venerdì (con la sola statua dell’Addolorata) e il mattino di sabato (con le due statue). Centinaia di persone sfilano, lungo la strada principale, in religioso silenzio a dimostrazione di partecipazione e immedesimazione di tutti al dolore della madre di Cristo, la quale porta i segni, i simboli e i colori del lutto. Le varie fasi sono accompagnate da canti inerenti, che si tramandano da generazioni e “raccontano”, con la condivisione dei fedeli, l’immane sofferenza del Cristo. Il culmine dell’attività rituale della Settimana Santa si raggiunge con la rappresentazione dell’incontro fra Cristo Risorto e la madre Immacolata, avvisata da S. Giovanni che per tre volte fa la spola tra le due statue con ritmi e velocità gradualmente crescenti. L’incredula madre, ancora vestita a lutto, si avvia verso il centro della piazza dove si incontrerà con San Giovanni e Gesù: è il momento di massima emozione, il Figlio incontra la Madre che lascia cadere i suoi abiti neri, rimanendo vestita con i colori della gioia e della rinascita.…
Anche “I vattienti” di Nocera Torinese danno il senso di quanto una tradizione sia radicata nella cultura di una piccola comunità, con elementi di esclusività, senza possibilità di estendersi ad altre. Per gli interessati il rito dei “vattienti” ha il carattere della penitenzialità e del riscatto morale, con il coinvolgimento della famiglia e dell’intera collettività. Per i forestieri il rito, nei suoi aspetti sanguinari, ha il carattere di una religiosità arcaica e primitiva, difficile da “combattere” e gestito in opposizione alle direttive della Chiesa…
“U rollu” non è solo un gioco… è forse, come altri giochi popolari tipo la corsa dei sacchi l’albero della cuccagna la rottura “di bumbulelli”, un modo di esprimersi di una comunità, un modo di stare insieme, un modo di far valere le abilità personali. In alcuni ambienti, dove tali esigenze sono ancora presenti, ancora sopravvive questo gioco che è caratteristico di alcuni momenti festivi, quali il Natale o di riposo come le ferie estive. “U rollu” è la forma di formaggio stagionato, detto “pazzotta” nel dialetto reggino, che viene lanciato con una cordicella avvolta intorno al formaggio e agganciata al polso, su un percorso determinato da coprire con il minore numero di lanci. Oggi al suo posto si usa una forma in legno, in quanto il percorso è segnato sull’asfalto o sul duro cemento, che provoca facilmente lesioni al formaggio…

E sempre a proposito di riti pasquali, bisogna dire che essi si svolgono in tutto il Meridione, anche se con modalità e sfaccettature diverse, ma tutti ricordano il passaggio dalle tenebre alla luce, estendendo il significato ebraico di passare oltre (pesah), di passaggio degli Israeliti dall’Egitto. Sono espressioni forti di religiosità popolare, che a volte sconfinano nel profano, ma vissuti come momenti di riflessione. La maggior parte sono di origine spagnola, portati nell’Italia Meridionale durante il relativo lungo dominio (1559-1748). In particolare in Calabria le stradine dei paesi diventano le stradine di Gerusalemme; la fede connaturata nell’animo dei calabresi porta la gente a vivere i riti con grande partecipazione, e sono emozioni che si ripetono con uguale intensità ogni anno, variamente interpretati secondo il sentire locale.
I riti vengono organizzati dalle antiche Confraternite religiose e laicali, ancora presenti in molti paesi e sono finalizzati a perpetuare il culto della morte e del dolore, intesi come temi centrali presenti nella vita degli uomini; affondano le loro radici nell’esigenza sentita di rafforzare l’identità calabrese attraverso elementi che si legano al proprio passato e trovare in essi risposte certe alle nuove paure della modernità. Ogni manifestazione viene accuratamente e per tempo preparata anche nei particolari tenendo presente le caratteristiche e le tradizioni di ciascun luogo.
Alcuni di questi riti, in più riprese, si è tentato anche di abolirli con decreto di autorità civili ed ecclesiastiche; ma la risposta della gente è stata un muro di fermezza e a volte di vera ostilità, in nome di una religiosità fortemente sentita e di consuetudini che resistono all’evoluzione dei tempi.
Anche i dolci, che vengono preparati in questo periodo e chiamati con nomi diversi quali cuzzupe sgute ecc., hanno il significato della sottolineatura della festa, pertanto vanno mangiati dopo l’annuncio che Cristo è risorto, attraverso il “tocco” o suono della Gloria, che in alcuni paesi avviene anche in modo rumoroso. A Cutro, e fino agli ’60 anche a Crotone, i ragazzi trascinano, in segno di gioia per la lieta notizia, una quantità enorme di barattoli legati tra di loro.
La Domenica delle Palme, che rievoca l’ingresso di Cristo in Gerusalemme, vengono benedetti in tutti i paesi i ramoscelli di ulivo, che però non debbono essere regalati, per non essere di cattivo augurio, prima del sabato santo.
A Bova-Chora, in provincia di Reggio Calabria, gli abitanti di origine e di lingua grecanica celebrano un rito unico e spettacolare, sconosciuto nel resto della Regione. L’usanza si manifesta come un momento di collettiva sacralità popolare, e consiste nel portare in processione, fino al Santuario di San Leo, principale chiesa di Bova, delle grandi “statue” femminili, dette “pupazze”, “scolpite” con foglie di ulivo, il cui significato richiama figure quaresimali diffuse in varia forma in Grecia. Al termine di un laborioso procedimento di assemblaggio, le “figure”, differenziabili per dimensioni in madri e figlie, sono “vestite” cioè, abbellite ed adornate con fantasia da fiori freschi di campo, arricchite ed ingioiellate con frutta fresca e primizie. Dopo la loro benedizione, le sculture, portate fuori dalla chiesa, sono avvicinate dalla gente ed in parte smembrate delle loro componenti, le “steddhi,”che vengono distribuite tra gli astanti. Alcuni collocano almeno una “steddha” benedetta su un albero di ogni singolo podere, dove vi rimarrà per tutto l’anno a testimoniare l’intimo rapporto sacro che unisce uomo e creato. Altri fissano le trecce di ulivo sulla parete della camera da letto, altri sull’anta della cristalliera assieme ad immagini sante e alle foto dei propri familiari. Infine, c’è chi utilizza le foglie benedette per “sfumicari” (togliere il malocchio) alla casa, compresi i suoi abitanti. Non si conosce l’origine del rito che probabilmente risale al culto delle popolazioni preistoriche che usavano evocare la “Madre Terra” ( “Mana Ji” nel greco di Bova) con riti propiziatori delle messi e della fertilità: in tutta la cultura contadina del Sud Italia, ancora affiorano tracce di simili culti ancestrali. Ma il rito che si ripete ciclicamente a Bova è speciale perchè le figure femminili, spesso giunoniche, ci ricordano il mito greco di Persephone e di sua madre Demetra, dee che presiedevano all’agricoltura.
Il Giovedì Santo, in cui la Chiesa rievoca l’Ultima Cena di Gesù, è il giorno dedicato al rito della lavanda dei piedi. Considerato unanimemente un atto di umiltà, in Palestina assumeva il significato di accoglienza in casa dell’ospite; fino a poco tempo fa l’officiante lavava i piedi di dodici poveri del paese, ai quali veniva dato un grosso pane: oggi sono stati sostituiti da ragazzi. Nello stesso giorno nelle Chiese vengono allestiti i cosiddetti “Sepolcri”, meta della visita serale dei fedeli, adornati dai “Grasti”, vasi con chicchi di grano fatti germogliare al buio.Nel campo delle rappresen-tazioni della Passione (La Pigghiata), famose quelle di Laino Borgo, di Luzzi, Tiriolo e Caccuri.
Il Venerdì è il giorno sacro per eccellenza in Calabria: è il giorno della morte di Gesù, il giorno del digiuno, il giorno dei divieti, il giorno in cui non ci si pettina…E’ anche il giorno delle tristi processioni: caratteristiche quelle dei Misteri di Sambiase; del Cristo morto con l’Addolorata a Nicastro; della “Schiovazione” a Serra San Bruno; dei “flagellanti” di Verbicaro, che con grossi funi si battono il petto in segno di ringraziamento per grazie ricevute; degli “incappucciati” di Stilo, membri di una confraternita che distribuisce lungo la via pani benedetti.
Altri riti del Sabato santo: a Gioiosa Ionica e a Serra San Bruno la processione degli “spinati”, che hanno in testa corone di spine e accompagnano fino al calvario la “Naca” col Cristo adagiato su un letto adornato di centinaia di fiori ed angeli di pregevole fattura assieme all’Addolorata, alla Maddalena e a San Giovanni; a Caulonia il “Caracolo” che ricorda un evento del 1640 legato alla dominazione spagnola: infatti in castigliano significa “cullare” ed è lo stesso passo che si effettua nelle processioni della “Semana Santa” di Siviglia (a mezzanotte poi nella chiesa del Carmine il rito della “svelata”, l’Immacolata che perde il manto nero e risplende nella sua veste azzurro cielo, simbolo di felicità per la Resurrezione di Cristo); a Luzzi “l’incanto” dell’Addolorata; a Nocera Terinese la processione dell’Addolorata con il Cristo morto, che s’incrocia con la rappresentazione dei “Vattienti” flagellanti e sanguinanti (con l’utilizzo del “cardo”, una tavoletta di sughero in cui sono infisse tredici scaglie di vetro, tredici quanti erano i presenti all’Ultima Cena); a Cutro quella della “Naca” che richiama la sofferenza, la passione e il sorriso del famosissimo Crocifisso seicentesco di Fra’ Umile da Petraia; a Petilia Policastro quella del “Calvario”, lunga e tortuosa processione che dal centro abitato perviene al Santuario della Spina.
Tutta la ritualità della Settimana Santa è di preparazione alla festa della Domenica: di prima mattina ci si lavava con l’acqua attinta la notte della veglia pasquale, “l’acqua nova” conservata anche per combattere le “magarie”. Dopo il culto della morte quindi la riaffermazione della vita, il bisogno di resurrezione che si manifesta attraverso le “Affruntate” o “Confrunte”, diffuse soprattutto nel Vibonese e nel Reggino (Vibo, Arena, Dasà, Soriano, Mileto, Bovalino): il Cristo risorto dopo una corsa veloce si “incontra” con la Madre che viene “svelata dal dolore”. Dall’andamento della “Affruntata” si traggono auspici per l’anno in corso: se la statua della Madonna durante la sua corsa ha qualche inclinazione è cattivo presagio.

Di questo e di altro si parlerà nei sottoindicati Quaderni bovalinesi… Un lavoro “di scavo” nel patrimonio culturale di Bovalino e della Calabria, da trasformare in strumento di crescita e formazione di un percorso da condividere con poche o molte persone…
00) Note di presentazione
01) Arciconfraternita Maria SS. Immacolata di Bovalino Superiore (ed. 2009)
02) Storia di una congrega, tra fede tradizione e voglia di riscatto (ed. 2019)
03) Il sito cancellato (i testi/le foto/i video/le musiche)
04) Il Beato Camillo Costanzo, missionario gesuita bovalinese…
05) Atti Convegno Nazionale “L’azione apostolica del Beato Camillo Costanzo…..”
06) Il giorno del miracolo (8 settembre 1594)
07) Suor Maria Cecilia da Bovalino, tra storia e leggenda
08) I luoghi e le persone
09) Tra fede e poesia
10) Le Chiese di Bovalino
11) Carlo sei con noi
12) Gruppo di preghiera “Carlo sei con noi”
13) Padre Stefano de Fiores: l’uomo, il teologo, lo scrittore
14) Il teologo e il matematico: Stefano de Fiores e Carmine Mazzei…
15) Tracce di storia tra Ardore e Bovalino…
16) Frammenti di storia bovalinese
17) Diario tra cronaca e storia… quasi uno zibaldone
18) I beni dimenticati
19) I paesi e i volti della memoria
20) Album di ricordi