Notte della Madonna Nera di Francesca Anili

Il mare si è acceso di fuochi, ancora una volta.

Tante, variopinte, tremolanti meteore in caduta libera verso il loro riflesso, a segnare l’esplosione di gioia del momento in cui il corteo di barche, drappeggiate anch’esse di luci, ha raggiunto l’approdo del molo, ed a rinnovare l’omaggio della cittadinanza alla propria patrona, nella speranza che l’icona bizantina dal sorriso enigmatico che troneggia in testa al corteo posi su ognuno il suo sguardo benevolo per tutto l’anno a venire. Fuochi, anche, per perpetuare l’alleanza secolare della città col mare, con il suo genius loci. Davanti ai miei occhi, l’arido profilo dei calanchi di creta, che si geometrizza nel magma delle case a cascata verso il mare, e, dall’altro lato, sfuma via via verso la sagoma del faro e della colonna da cui il promontorio prende nome, per inabissarsi, infine, nella linea dell’orizzonte che i nostri avi scrutavano nella speranza di veder apparire le barche cariche del pescato, ma anche nell’angoscia che,improvvisa, si materializzasse una nave straniera, e con essa, il terrore delle stragi, dei saccheggi, del sangue.

Di tutto ciò, ora, non rimane che un palcoscenico vestito a festa, mi dico mentre attorno a noi impazza il sabba dei fuochi d’artificio, guardando verso il castello arroccato a difesa del silenzio e dell’oscurità.Penso a quella diaspora, di cui anch’io faccio parte ed ancor prima la mia famiglia, che ha portato tanti di noi a disperdersi in rivoli sulle rotte della miglior qualità della vita, di una maggior qualificazione professionale, o, più banalmente, dell’emigrazione, smarrendo una parte della propria storia,ma forse anche privando ed impoverendo questi luoghi di una parte della loro identità.                                        

Erano vent’anni che non tornavo.

Sono tornata ora, non tanto alla ricerca delle mie radici, che credo di aver ricostruito e reso vitali giorno dopo giorno lontano da qui, quanto per quella strana frenesia di passare il testimone che ti assale con la maternità, per cui vorresti che tuo figlio assorbisse il tuo passato, i luoghi della tua infanzia e li facesse presenti, e tu vorresti ritrovarne il sapore abbeverandoti al suo sguardo incantato.

Volevo che anche lui conoscesse quel misto di salsedine e di zolfo che è l’odore del mare dopo l’incendio, e quel languore incontenibile che ti prende quando il rimbombo degli spari ti squassa fin dentro lo stomaco, volevo che fotografasse quella folla di volti di mani di storie che ormai non mi appartiene più ma a cui forse è appartenuta la mia vita di bambina e, nonostante il lungo abbandono, appartiene ancora una parte del mio sangue.

Volevo che li vedesse, quei volti, trasfigurati dall’emozione, mentre la festa religiosa si fa festa pagana ed estasi collettiva in un crescendo di commossa partecipazione, ed un giorno, magari, quest’immagine balzasse vivida ai suoi occhi dai recessi della memoria di un bambino di tre anni.

Per questo siamo qui, io e Simone, stasera, che ci stringiamo le mani battendo il ritmo all’unisono con la banda musicale che sfila in testa alla processione per il lungomare, immersi ognuno a suo modo in questa serata che sa di salmastro – lui da piccolo turista stupito ed attonito, io rapita sull’onda dei ricordi – mentre il fiume di gente passa, e dai balconi piovono bigliettini di invocazione e di preghiera. Strano destino, penso, di queste preci, invece che librarsi verso il cielo, essere costrette ad atterrare svolazzando per divenire tappeto policromo per la folla festante,o magari ad essere intercettate dalle manine trepide e gioiose di un bambino, o forse, emblema dell’inscindibile connubio che questa cultura intreccia tra religiosità e materialità, individuale e collettivo, vita dello spirito e fatti urbani…

Quando sono riemersa dal fiume in piena di gente e di pensieri, Simone non c’era più.

Si era allontanato in un attimo di mia distrazione, poi probabilmente era stato trascinato dall’onda della folla.

Mi sono immediatamente lanciata nella scia della processione, guardandomi intorno in cerca di un palloncino a cuore sospeso su due occhioni probabilmente già un po’ lucidi, ed intanto pensavo come questo luogo, che sentivo ancora parte di me nella mia visione oleografica e cristallizzata del passato, era improvvisamente divenuto estraneo ed inospitale nel presente.

Eravamo via da due generazioni ed avevamo perso ogni contatto,nessuno ci conosceva né io potevo pensare di individuare qualche volto familiare per coinvolgerlo nella mia ricerca affannosa.

Solo le pietre, pensavo, mi appartenevano davvero.

È stato a questo punto che l’ho visto.

Seduto su di uno scalino, guardava incantato passare la folla, una manina stretta nella mano di un vecchio vestito di nero, il palloncino che sventolava sorridendo su quest’amicizia appena nata.

Levandosi dal nero del panno, due spilli azzurri mi hanno trafitto la memoria facendone sgorgare il fiotto dei ricordi.

Zio Vincenzo e quel suo sguardo sempre sospeso, incredulo, incerto tra il cielo ed il mare.

Zio Vincenzo, zio non perché un vincolo di sangue ci unisse, ma una rete fitta e solida fatta di ore e di giorni, di passeggiate sul molo al mattino, di complicità di gelati divisi, di lunghe storie narrate al fresco sulla porta di casa, mentre attorno a noi si incrociavano gli odori della cena.

Era partito giovane per lavorare in Germania, pensando a quando,finalmente tornato a casa, avrebbe potuto iniziare a godersi la vita.

Ma i giorni i mesi gli anni erano passati e, quando finalmente era tornato, aveva capito che anche la sua vita era ormai passata. Si era ritrovato, solo e quasi vecchio, a ritornare con la nostalgia agli anni di fatica a Monaco di Baviera, alla camerata divisa con i compagni di lavoro,ai rari momenti di festa, di birre e di balli; malediceva allora quell’attaccamento alla terra natia che gli aveva fatto vivere quegli anni come una lunga parentesi – a conclusione della quale c’era il vuoto, o forse una bambina che ascoltava le sue storie di fabbriche e di treni in corsa, sempre curiosa di nuove spiegazioni e di nuovi particolari, senza capirne l’amarezza e il disincanto.

Un giorno – una festa della Madonna di tanti anni fa – mi aveva portato davanti all’altare dov’era l’icona brunita dal tempo, e mi aveva raccontato come in Grecia,dove aveva fatto la guerra,tante erano le Madonne che le assomigliavano, gli stessi volti scuri con lo sguardo severo, puntato all’infinito. «Eppure siamo così stupidi – aveva concluso – da pensare che questa sia l’unica, la più bella, e da sentire il morso della nostalgia se, un anno, non riusciamo a tornare per ossequiarla, per sentire su di noi la carezza dei suoi occhi…”

Quando eravamo partiti – papà diceva sempre: «Bisogna trasferirci ora che i figli sono piccoli, o non lo faremo più’» – zio Vincenzo mi aveva salutato, dalla porta della sua casetta, con uno sguardo azzurro misto di dolore e di attesa, che aveva vagato a lungo inquieto nella brezza del primo mattino.

Su quello scalino, si stavano raccontando, zio Vincenzo e Simone;commossa per aver ritrovato un pezzo del mio presente, nei miei ricordi di bambina, o forse anche colpevole per l’involontario abbandono ed il lungo silenzio, non ho avuto il coraggio di farmi riconoscere. Ho chiamato Simone da lontano e lui è arrivato, festante, in una manina ancora il palloncino a cuore, nell’altra sventolando un fogliettino: «Mamma, guarda cosa mi ha regalato quel signore!». Sopra la scritta “Maria proteggi il tuo popolo” gli occhi della Madonna e del bambino ci guardavano.

Abbiamo salutato da lontano il nuovo e il vecchio amico, poi, mentre c’incamminavamo sul lungomare lastricato di bigliettini e di petali, tra la folla di registi attori spettatori per un giorno ormai diradata e dispersa dopo l’ultimo saluto,”Mamma, perché quel signore ha detto che questa Madonna la devo tenere sotto il cuscino? Come fa a guardarmi la Madonna se sta sotto il cuscino? La possiamo fare tornare in cielo, così può guardarmi sempre?”.

Ho annuito con gioia; e, mentre lo aiutavo a legare l’immaginetta al filo del palloncino, per poi lasciarli salire verso le stelle, pensavo che era bello che Simone stesse crescendo così spontaneo e libero; e, ancora,pensavo che, come un giorno zio Vincenzo stesso mi aveva insegnato,così questa Madonna avrebbe incontrato tutte le sue sorelle greche, turche, siriane, slave, fondendosi con loro in un unico sguardo, in un’unica carezza su tutti i fedeli di popoli, lingue, culture diverse…

Invece, il filo del palloncino, dopo un breve volo, si è impigliato in uno degli archi delle luminarie che ancora per tutta stanotte accenderanno questa strada di una prospettiva magica e fiabesca.

È rimasto lì sospeso, dondolando appena, a guardarci partire (Francesca Anili)

 

(Il racconto ha vinto il 2^ Premio al concorso indetto nel 1998 dalla Biblioteca Civica di Cosenza PREMIO LETTERARIO PER UN RACCONTO INEDITO SUL MEZZOGIORNO).