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	<title>Ospiti &#8211; Carlo Ripolo</title>
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	<title>Ospiti &#8211; Carlo Ripolo</title>
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		<title>Un pizzico di libertà di Giuseppe Fortunato Curulli</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2025 19:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Non ha mai amato l’obbedienza: sempre ribelle, anticonformista, controcorrente. Da bambina, inforcava la bicicletta, una Ondina azzurra e spariva; sua madre]]></description>
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<p class="has-drop-cap" style="text-align: justify;">Non ha mai amato l’obbedienza: sempre ribelle, anticonformista, controcorrente. Da bambina, inforcava la bicicletta, una <em>Ondina</em> azzurra e spariva; sua madre si affacciava dal balcone e lei non c’era…<br />
«Dove eri?» le chiedeva. E lei, con indicibile faccia tosta, rispondeva: «Qua di fronte casa o al massimo alla seconda salita!»<br />
«Non è vero! È un pezzo che sono affacciata e non ti ho visto passare!»<br />
Lei si avventurava persino alle baracche degli zingari, su un viottolo sterrato pieno di rovi che si snodava da casa sua fino al prolungamento di via Dromo. Non aveva paura, meno che mai degli zingari, anzi le erano simpatici, con quelle loro vesti colorate dagli abbinamenti strampalati e il loro gergo dialettale cadenzato come una musica.<br />
Non aveva paura di niente, amava l’avventura. Per queste sue incursioni in territori proibiti, quando qualcuno riferì alla madre di averla vista sfrecciare in bici così lontana da casa, le toccò una dura punizione: appena rientrata e posata la bici in giardino, uno scroscio sonoro di legnate a suon di manico di scopa nell’androne delle scale…<br />
«Così ti passa la voglia» le disse sua madre.<br />
Ma a lei, anziché passare, la voglia si faceva più insistente, più pressante, verso nuove mete, verso nuovi orizzonti, verso nuovi pericoli.<br />
Scelse di studiare al liceo classico solo perché doveva viaggiare per raggiungere Locri, mentre avrebbe potuto frequentare il liceo scientifico al suo paese, ma non era proprio il caso, figurasi… che gusto c’era a rimanere nello stesso posto?<br />
Tuttavia, la ragazza non aveva fatto i conti con la severità del padre, che alla prima figlia studentessa presso la scuola magistrale di Locri aveva garantito per quattro anni una macchina con un autista, che prestava il suo prezioso servizio privato, a pagamento, per evitare che le “signorine” utilizzassero mezzi pubblici poco raccomandabili. Non si sa che tipo di incontri si potevano fare…<br />
Alla seconda figlia, quella ribelle, il padre aveva voluto mantenere lo stesso mezzo di trasporto e per un anno così fu, solo che a lei era toccato come autista l’usciere del tribunale di Locri, sicché la ragazza seguiva gli orari di lui: usciva di casa alle sette del mattino e rientrava alle 14:30. Altro che avventura! Una tristezza senza fine!<br />
Lei sopporto a denti stretti, ma elaborò un suo piano d’attacco: finita la IV ginnasio (così si chiamava allora la prima classe di liceo) promossa con ottimi voti, contrariamente alle aspettative famigliari, lei affrontò il padre.<br />
«Se continui a mandarmi a scuola con l’autista, io non ci vado più, per essere presa in giro dai miei compagni; o mi mandi con il treno o non vado più a scuola e te lo rinfaccerò per tutta la vita!»<br />
Il padre, che pure era abituato al carattere tenace e “giacobino” della figlia, non se lo aspettava. Rispose calmo e risoluto egli pure: «Ebbene sia! Ma con l’abbonamento di prima classe…»<br />
A quei tempi i treni presentavano la prima classe per i passeggeri più esigenti e la seconda classe per tutti gli altri; carrozze divise in scompartimenti con sei posti a sedere in morbido velluto oppure otto posti su tavoloni di legno nudo, affollatissimi dagli studenti della ionica che da Palizzi in su raggiungevano le scuole di Locri, di Siderno, di Roccella, sul cosiddetto “trenino degli studenti”. Lei accettò il compromesso, già sapendo che sarebbe andata avanti e indietro nel treno, alla ricerca delle sue amiche e dei suoi amici a formare gruppo, a prescindere dalla prima e dalla seconda classe…<br />
Era il ’68.<br />
Nelle Università di Berkeley, di Harvard, alla Sorbona di Parigi e poi, di Bologna, di Roma, di Milano gli studenti contestavano i metodi di insegnamento ormai obsoleti, cantavano canzoni di protesta, scandivano ritmicamente slogan contro la società borghese, tradizionalista e ipocrita. “L’immaginazione al Potere!”<br />
Anche nelle piccole università e nelle scuole superiori dei paesi di provincia il vento della contestazione giovanile soffiò più o meno forte.<br />
Lei era alta e snella, lunghi capelli nerissimi dritti e lisci fino alla schiena, jeans a zampa di elefante che ondeggiavano sugli scarponi, (orrore di sua madre quegli scarponi maschili, ai piedi di una femminuccia), eskimo rigorosamente blu, unisex con gli alamari. Dalla radiolina, dal “mangiadischi” e dal mangiacassette, acquistati con i suoi risparmi, ascoltava la musica straniera dei <em>Beatles</em> e dei “Rollistons”, si entusiasmava al suono della chitarra dei <em>Nomadi</em> che intonavano <em>Dio è morto</em>, ma aprivano la speranza a un mondo nuovo e si commuoveva per il ragazzo morto in Vietnam che aveva lasciato la sua gioventù per andare a sparare ai Vietcong.<br />
Alternava a questa sua grande passione quella più normale della lettura: Kafka, i naturalisti francesi, i classici russi in versione integrale, Joyce, Shakespeare, Proust, Camus, Hesse, libri che saccheggiava dalla biblioteca della sorella o prendeva in prestito da quella del padre della sua migliore amica e li divorava, d’inverno, nei tempi liberi e sulla spiaggia, sotto l’ombrellone nella calura estiva.<br />
Non amava le conversazioni banali, ma quelle impegnate, inserita nel gruppo dei coetanei, ovviamente maschi e femmine, nei lunghi pomeriggi di vacanza trascorsi al lido, tra una canzone selezionata al jukebox con il gettone e un gelato.<br />
Finito il ginnasio e iniziato il liceo, l’incontro fatale con la Filosofia!<br />
Il professore era decisamente brutto, un anziano signore con baffetti e occhiali spessissimi da vista; arrivava col suo maggiolino Volkswagen, color nocciola, immancabilmente in vestito e cravatta fuori moda, severo, ma con un sorrisetto ironico sotto i baffi; al cambio dell’ora, dopo la lezione di greco dell’intramontabile signorina Vinciguerra (quasi settantenne) davanti alla quale tremavano tutti, compreso il preside dagli studenti soprannominato “Pipino il breve”, o dopo la lezione dell’austero professore Ferraro di italiano, un signore fuori dal tempo, arrivava lui, il prof. Arena e, stando sulla porta, lanciava letteralmente in aria il registro che planava inesorabilmente sulla cattedra con un tonfo sordo: un brivido correva lungo la schiena dei ragazzi, perché in quel registro erano annotati tantissimi tre!<br />
«Se vuoi essere libera, veramente libera – le disse un giorno che lei era rientrata in ritardo dopo l’intervallo – non devi mai metterti nella condizione di trasgredire una regola, scelta, condivisa e approvata. Non devo essere io a ricordarti come ti devi comportare, devi saperlo da sola! Le leggi si rispettano… o si lavora per modificarle se non sono eque e giuste.»<br />
Lei diventò tutta rossa in viso, abbassò gli occhi e non disse nulla. Fu l’ultima volta in vita sua che arrossì.<br />
Non si mise mai più nella condizione di essere corretta e divenne… anarchica!<br />
Racconta spesso: «Nella mia vita mi sono innamorata tante volte… di Socrate, di Seneca, di Giordano Bruno, di Immanuel Kant, di Marcuse, di Richard Gere e anche di quel giovane con cui ho ballato la macarena alla Placa di Atene tanto tanto tempo fa.»<br />
Adolescente, a chi le chiedeva quale fosse il suo ragazzo ideale, senza alcun’esitazione rispondeva: «Alto, biondo, coi capelli lunghi sul collo e sulle spalle, gli occhi azzurri, la barba e che sappia suonare la chitarra.»<br />
Si è sposata giovanissima, a vent’anni, con un ragazzo alto, bruno, senza barba e dalla calvizie incipiente; quanto a strumenti musicali… neanche l’ombra!<br />
Se ne era innamorata avendolo visto in divisa blu, con riporti dorati per indicare i gradi e le stelline di metallo grigio, sergente della marina militare, amore a prima vista per entrambi.<br />
Passato qualche anno avevano fatto famiglia, due diplomi in tasca, nessuna laurea, studi universitari in itinere, nessun lavoro, ma la certezza di costruire un futuro in due. È stata dura.<br />
Negli anni Settanta era ancora viva la protesta studentesca, la data fissata per le lezioni o per gli esami spesso saltava e i tempi per la discussione della tesi si allungavano, mentre i vetri della facoltà di filosofia erano infranti dai colpi delle catene sferrati dagli estremisti di destra e i celerini correvano in tutte le direzioni, coi loro manganelli…<br />
Erano anni difficili, ancora oggetto di studio e indagine storica, dice lei quando ripensa a quel passato, a quegli anni della sua gioventù.<br />
«Cosa la vuoi questa brutta gatta pelosa? Buttala dalla finestra!», così disse la zia di sua madre, in visita all’ospedale in quella piovosa giornata d’ottobre quando lei era nata.<br />
Non la buttarono dalla finestra e lei è ancora qui, una vecchia signora dal sorriso bonario, accogliente, che ha scelto di insegnare ai ragazzi il pensiero critico, la creatività, la bellezza, l’armonia.<br />
Non si può dire di conoscere una persona se non si conosce la sua casa e in casa sua la mansarda è il suo “luogo dell’anima”: sul tetto spiovente è letteralmente inchiodato un inserto di giornale interamente dedicato alla Rivoluzione francese in occasione del bicentenario.<br />
Il suo nipotino così commenta: «La nonna stava leggendo il giornale, le è venuto uno starnuto e questo… è volato!»<br />
Lunga vita a Marianna Costaldo, come lei desidera essere ricordata.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<h4 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;"><em>Giuseppe Fortunato Curulli – 1ª A Classico Istituto d’Istruzione Superiore Francesco La Cava Bovalino</em></h4>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il messaggio di Pitagora di Carmine Mazzei</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 18:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
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		<title>Poesie amiche&#8230;</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2025/03/27/poesie-amiche/</link>
		<pubDate>Thu, 27 Mar 2025 22:52:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<description><![CDATA[Estratto da due plaquettes ideate impaginate e realizzate da Luigi Dima I luoghi del silenzio Il silenzio dei profeti - Echi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-3932-3" loop="1" autoplay="1" preload="auto" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2023/04/108-Giorgia_goccedimemoria-405.mp3?_=3" /><a href="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2023/04/108-Giorgia_goccedimemoria-405.mp3">https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2023/04/108-Giorgia_goccedimemoria-405.mp3</a></audio>
<pre style="text-align: center;"><strong>

Estratto </strong>
da due plaquettes ideate impaginate e realizzate
da Luigi Dima

<em>I luoghi del silenzio</em>
<em>Il silenzio dei profeti - Echi dal Sud



</em></pre>
<p class="western" align="center"><b>Acerenza della Sila </b><em>d</em><i>i Enzo Mandruzzato</i></p>
<p class="western" align="justify">Non sei Les Baux, l’elegante orrore,</p>
<p class="western" align="justify">strage dalle alte giustificazioni,</p>
<p class="western" align="justify">che al nemico arrotto abbassa gli stendardi</p>
<p class="western" align="justify">e si leva il cappello piumato sui cadaveri.</p>
<p class="western" align="justify">Non sei Civita tra i calanchi bianchi</p>
<p class="western" align="justify">dove la pietra frana rara come il miracolo</p>
<p class="western" align="justify">e la fine si eterna come una reliquia.</p>
<p class="western" align="justify">Tu sei l’ignota, sei l’inesistenza,</p>
<p class="western" align="justify">senza il sogno d’un secolo e d’un nome.</p>
<p class="western" align="justify">Tra un vago lavoro umano senza l’uomo</p>
<p class="western" align="justify">da olivi ciechi urlano cicale.</p>
<p class="western" align="justify">Saliamo l’erta, spogli come asceti</p>
<p class="western" align="justify">nel deserto, alle torri smozzicate</p>
<p class="western" align="justify">che hanno assunto il tempo della pietra</p>
<p class="western" align="justify">estraneo come quello della luce.</p>
<p class="western" align="justify">Nulla è più profanabile, neppure</p>
<p class="western" align="justify">le molte ossa sparse: Tu raccogli</p>
<p class="western" align="justify">la tibia, la confronti, la riponi.</p>
<p class="western" align="justify">Solo le immense querce che ci salvano</p>
<p class="western" align="justify">possono forse essere ferite.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="alignnone size-full wp-image-3937" src="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2025/03/cerenzia.jpeg" alt="" width="204" height="192" />                           <img class="alignnone size-full wp-image-3938" src="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2025/03/capocolonna.jpeg" alt="" width="195" height="183" /></p>
<p class="western" align="center"><b>Hera Lacinia</b> <i>di Enzo Mandruzzato</i></p>
<p class="western" align="justify">Non la più solitaria, la più povera</p>
<p class="western" align="justify">delle colonne doriche, inclinata,</p>
<p class="western" align="justify">salvata a stento dal precipitare</p>
<p class="western" align="justify">sulla memoria delle altre, in questo</p>
<p class="western" align="justify">cumulo di macigni immensi, ròsi,</p>
<p class="western" align="justify">come pezzi di pane ammonticchiati</p>
<p class="western" align="justify">per gioco. Incuria millenaria</p>
<p class="western" align="justify">come il vento, rifiuti bigi e ciechi,</p>
<p class="western" align="justify">la torre mozza, il muro dei fantasmi</p>
<p class="western" align="justify">reclusi. Scogli minimi, caduti</p>
<p class="western" align="justify">dalla costa scuoiata, pelle viva</p>
<p class="western" align="justify">delle crete. Sul dorso ricominciano</p>
<p class="western" align="justify">i legumi caduchi d’ogni tempo.</p>
<p class="western" align="justify">Il terriccio sovrano che sommerse</p>
<p class="western" align="justify">Sibari, Metaponto, riassorbì</p>
<p class="western" align="justify">l’argilla delle immagini policrome.</p>
<p class="western" align="justify">Non a caso Pitagora recò</p>
<p class="western" align="justify">nelle terre di un Eracle selvaggio</p>
<p class="western" align="justify">la sua luce cinerea, stellare.</p>
<p class="western" align="justify">Tentò l’immersa analogia del seme</p>
<p class="western" align="justify">putrefazione e autonascimento.</p>
<p class="western" align="justify">La sua tomba è scomparsa nella piana,</p>
<p class="western" align="justify">la tua scuola si è presa come l’ultimo</p>
<p class="western" align="justify">fogliame del più annoso degli olivi.</p>
<p class="western" align="justify">Ma tu non sei ricordo, tu sei essere,</p>
<p class="western" align="justify">sei verità senza generazione.</p>
<h1 class="western"></h1>
<p class="western" align="center"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><b>Dinnanzi ai </b></span><span style="font-size: large;"><i><b>sacri </b></i></span><span style="font-size: large;"><b>ruderi… con emozione e sentimento</b></span> </span></p>
<p class="western" align="center"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><i>nota critica </i></span><span style="font-size: large;"><i>di Carlo Ripolo</i></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Sono i </span><span style="font-size: large;"><i>forestieri</i></span><span style="font-size: large;"> in qualsiasi latitudine a cogliere meglio degli </span><span style="font-size: large;"><i>indigeni </i></span><span style="font-size: large;">i </span><span style="font-size: large;"><i>segni</i></span><span style="font-size: large;"> e i </span><span style="font-size: large;"><i>sensi </i></span><span style="font-size: large;">delle cose, delle culture, dei territori e delle comunità. Anche Enzo Mandruzzato, il settantaseienne insegnante bolognese adottato dalla città del Santo, prolifico traduttore di lirici greci e latini, fine poeta acuto saggista critico e romanziere, riesce a far </span><span style="font-size: large;"><i>parlare </i></span><span style="font-size: large;">i ruderi e le pietre, dando loro vita e vitalità, nelle stupende poesie dedicate a due </span><span style="font-size: large;"><i>perle </i></span><span style="font-size: large;">del Marchesato. Come nelle opere dei viaggiatori del Gran Tour, che cercavano nelle nostre contrade di reinventare il mito della bellezza classica attraverso i resti della grandezza magnogreca, anche in </span><span style="font-size: large;"><i>Acerenza della Sila </i></span><span style="font-size: large;">ed in </span><span style="font-size: large;"><i>Hera Lacinia </i></span><span style="font-size: large;">riecheggiano i motivi che spingevano quei </span><span style="font-size: large;"><i>curiosi</i></span><span style="font-size: large;"> a visitare i nostri luoghi… </span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Su queste basi era inevitabile che l’incontro di Luigi Dima con Enzo Mandruzzato si traducesse in empatia, sorretta dalla comune passione per l’arte e le lettere, le sole che fanno muovere emozioni forti e sentimenti veri, e sfociata nell’onorevole decisione di inserire le due poesie in questa brochure artistica, dove convivono egregiamente l’arte poetica di Mandruzzato e quella grafica di Sfortuniano. (L’incontro tra i due fu casuale negli anni ’90: avvenne presso la Galleria </span><span style="font-size: large;"><i>Incontri Scremin</i></span><span style="font-size: large;"> di Bassano del Grappa dove Mandruzzato presentava il saggio </span><span style="font-size: large;"><i>Omero, il racconto del mito, </i></span><span style="font-size: large;">edito da Mondatori, e dove Dima, diviso affettivamente tra il paese natio di Cerenzia e la Crotone adottata, fu attratto dalle due liriche dedicate alla nostra terra e inserite come valore aggiunto nella raccolta </span><span style="font-size: large;"><i>Poesie alla Calabria</i></span><span style="font-size: large;">, curata dal poliedrico Dante Maffia). </span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Il poeta Mandruzzato riesce a captare le onde sonore e visive di un mondo misconosciuto alla superficialità autoctona. I suoi versi evocano, cadenzando nella struttura i tempi dei sentimenti e dell’estetica, il mito intramontabile della bellezza… in bilico tra sogno e realtà offrono agli </span><span style="font-size: large;"><i>accorti</i></span><span style="font-size: large;"> visitatori succosi e </span><span style="font-size: large;"><i>speciali</i></span><span style="font-size: large;"> spunti, per aiutarli a </span><span style="font-size: large;"><i>veder chiaro</i></span><span style="font-size: large;"> quello che è stato e quello che è e a rendere </span><span style="font-size: large;"><i>possibile</i></span><span style="font-size: large;"> il desiderio di quel che sarà… A lettori culturalmente motivati i versi proiettano i fantasmi di un mondo scomparso, ma presente nella stratificazione culturale calabrese, ed esorcizzano per conto terzi la maledizione di Pitagora… risuonano anche come atto di denuncia per lo scempio operato sul territorio e il saccheggio dei calanchi, che altrove in terra di Siena vengono tutelati e protetti –</span><span style="font-size: large;"><i>incuria millenaria / come il vento, rifiuti bigi e ciechi, / la torre mozza, il muro dei fantasmi / reclusi</i></span><span style="font-size: large;">-… inducono al risveglio nella mente di tracce di una memoria antica, di residui di altre esperienze rimaste intrappolate nell’anima allorquando ciclicamente si è liberata dai corpi, ormai involucri privi di vita… </span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Fra nuove integrazioni e vecchie ibridazioni, identità stravolte con le loro orgogliose miserie gli antichi problemi le dignitose bellezze e il fiero isolamento, la fascia di terra che costeggia il Lese il Neto e il mare ionico ha visto poche trasformazioni sostanziali, solo ininterrotti cambiamenti di facciate e colate continue di cemento. Ha subito solo i danni della sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, evocatrice di invasioni assalti guerre di religione, per finire agli sbarchi di chi cerca fortuna tra ultimi e sfortunati. Luoghi invidiabili per le suggestioni e i paesaggi, l’incontro di civiltà diverse ha prodotto una stratificazione culturale unica, luoghi della memoria simbolici metafore della vita varia e cangiante, ma anche isolati ed emarginati, affatto sfruttati, per storia mancanza di strutture per precise volontà e scelte politiche, e condannati all’emarginazione e al sottosviluppo, senza speranza. Il suo limite geografico racchiude una limitazione culturale, che agita da tempo questa parte del Meridione, oggetto di attenzione oggi solo da parte di curdi rumeni albanesi e di tutti gli extracomunitari che fuggono dalla loro miseria, ma anche un intimo legame di dolci ricordi, storici eventi, nostalgie di trasfigurate esperienze all’ombra di un’aperta navata, una colonna e sullo sfondo il mare e la sacra tetracsis. </span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Posto </span><span style="font-size: large;"><i>misterioso</i></span><span style="font-size: large;"> il primo: i monumentali resti evidenziano una grandezza antica una ricchezza di eventi obliata, pur non raggiungendo i fasti della rocca provenzale, anch’essa </span><span style="font-size: large;"><i>figlia </i></span><span style="font-size: large;">di alto lignaggio –</span><span style="font-size: large;"><i>non sei Les Baux, l’elegante orrore, / strage dalle alte giustificazioni…-</i></span><span style="font-size: large;"> che vide con speranza e poi orrore la rivolta protestante soffocata con stragi e distruzioni dal potente cardinale francese… o la struggente bellezza della </span><span style="font-size: large;"><i>città che muore</i></span> <i> </i><span style="font-size: large;">&#8211;</span><span style="font-size: large;"><i>non sei Civita tra i calanchi bianchi / dove la pietra frana rara come il miracolo / e la fine si eterna come una reliquia…-</i></span><span style="font-size: large;"> Anche qui ad Acerenza storia e leggenda s’intrecciano e si confondono creando suggestioni fascinose… è una fortezza naturale come tante e come solo gli antichi riuscivano ad abitare.. dove s’aggira ancora l’ombra di Filottete e di Ercole che muore, sul lento scorrere dell’Acheronte… terreno incontrastato oggi di solitudine rotta nell’afa estiva dal frinire delle cicale… </span><span style="font-size: large;"><i>-tra un vago lavoro umano senza l’uomo / da olivi ciechi urlano cicale…- </i></span><span style="font-size: large;">Nonostante </span><span style="font-size: large;"><i>–nulla è più profanabile, neppure / le molte ossa sparse: tu raccogli / la tibia, la confronti, la riponi. / solo le immense querce che ci salvano / possono forse essere ferite</i></span><span style="font-size: large;">&#8211; dopo l’abbandono per malaria terremoti e difficoltà logistiche si è rafforzato il legame tra il vecchio sito e la nuova città… sono aumentati i pellegrinaggi che rappresentano il rituale del ritorno alle origini e alle proprie salde radici… </span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Posto </span><span style="font-size: large;"><i>magico </i></span><span style="font-size: large;">è Capocolonna, un luogo dello spirito, dove sempre fin dall’antichità aleggia fascino e mistero e ogni pietra racconta storie di civiltà e di religiosità –</span><span style="font-size: large;"><i>non la più solitaria, la più povera / delle colonne doriche…</i></span><span style="font-size: large;">Un posto unico dalle molteplici suggestioni. Senza soluzione di continuità l’area è sempre stata vissuta come sacra, sia dagli abitatori locali che dai naviganti, per i quali il Capo era punto di riferimento geografico e cultuale. Fede e ragione, religione ed esoterismo trovano in quest’area occasioni e caratteri di condivisione, per </span><span style="font-size: large;"><i>nuovi</i></span><span style="font-size: large;"> e </span><span style="font-size: large;"><i>antichi</i></span><span style="font-size: large;"> cammini finalizzati a rinascite spirituali, conversioni e ricerca della luce e della verità. Anche il moderno sacro pellegrinaggio, che a maggio si svolge in notturna da Crotone a Capocolonna, confondendosi con i vecchi, è allegoria e simbolo del passaggio dalle tenebre alla luce, da uno stato di peccato a quello di grazia, dall’ignoranza e dai pregiudizi alla conoscenza e alla libertà. Anche la presenza di monache di clausura, che dal loro eremo proteso sulla sacra area, è significativa in tal senso, antenna e oasi di ristoro spirituale, dove l’uomo ha possibilità di congiungersi e incontrarsi con il divino. In questo promontorio il tempo e lo spazio annullano i propri limiti, il presente diventa sacro eterno e le suggestioni concreti punti di incontro fra le </span><span style="font-size: large;"><i>diverse</i></span><span style="font-size: large;"> realtà dei </span><span style="font-size: large;"><i>viventi</i></span><span style="font-size: large;">: in tutte le manifestazioni che si svolgono sul sacro Capo, i ricordi i desideri e i sentimenti si sciolgono e si incontrano con la presenza tangibile del Maestro –</span><span style="font-size: large;"><i>ma tu non sei ricordo, tu sei essere, / sei verità senza generazione</i></span><span style="font-size: large;">&#8211; che, seduto sulle sacre pietre, assiste ai concerti ai canti e alle drammatizzazioni con severa austerità ma anche con intima nascosta soddisfazione o a passeggio con la bella Teano e con discepoli vecchi e nuovi istruisce sulla temperanza sull’amicizia sui valori condivisi e sui destini dell’uomo… A Capo Nao il contadino impacciato è intento a recuperare e nascondere la più </span><span style="font-size: large;"><i>famosa </i></span><span style="font-size: large;">tra le icone bizantine, annerita e deturpata da mani sacrileghe… Nel tempio Zeusi prova i colori e le belle donne… Annibale tenta di trafugare la colonna d’oro…</span></span></p>
<h1 class="western" align="center"></h1>
<h1 class="western" align="center"><span style="font-size: large;">Sud </span><span style="font-size: large;"><i>di Alda Merini</i></span></h1>
<p class="western"><span style="font-size: large;">Io ti rimpiango.</span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">C’era un mare denso di caldo </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">e di freddo intenso.</span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">Al poeta vanno bene </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">le aree torride </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">ed anche il silenzio </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">dei profeti.</span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">Le Muse erano tante </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">e gli incontri amorosi </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">senza fine.</span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">Come la ninfa paurosa </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">io scappai dal Sud </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">poiché non volevo l’alloro, </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">finchè un amore </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">magniloquente </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">lo pose silenziosamente </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: large;">sull’avello </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">del mio manicomio.</span></span></p>
<p><img class="alignnone" src="https://calabriagreca.it/wp-content/uploads/2015/12/Borgo-Roghudi-7.jpg" alt="CALABRIA GRECA » Borgo di Roghudi" width="800" height="600" /></p>
<p class="western" align="center"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><b>Un Sud da tempo in attesa e speranza</b></span> </span></p>
<p class="western" align="center"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;"><i>nota critica </i></span><span style="font-size: large;"><i>di Carlo Ripolo</i></span></span></p>
<p class="western" align="justify">Come cantare un Sud sempre in ritardo? Violentato incompreso abusato. Dove non sempre è facile ritrovare le coordinate dei ricordi, le storie seppellite nel fango, le radici dimenticate, i confini del tempo e delle stagioni… Come raccontare le diverse Calabrie, ricche di tradizioni di cultura e di profumi, ma abbrutite dai sequestri, dal crimine organizzato e dalla cementificazione selvaggia; isterilite da forze brute e avversate dagli erodiaci criticoni di turno, tra perenni<i> se</i> e dubbiosi <i>ma</i>? Dove le fasce di terra, che costeggiano il Mediterraneo, snocciolano paesi e villaggi dalle identità stravolte, come grani di un rosario infinito, con le loro orgogliose miserie, gli antichi problemi, le dignitose bellezze e il fiero isolamento, rimandando a <i>slides</i> di invasioni assalti guerre di religione e per finire agli sbarchi di chi cerca fortuna tra ultimi e sfortunati…</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Dedicati al Sud e a Luigi Dima il suo anfitrione, colpiscono i sensi, a guisa di pennellate lunghe calde e colorate, incise nel tempo e nello spazio, i versi </span><span style="font-size: large;"><i>vaticinanti </i></span><span style="font-size: large;">di Alda Merini, sempre pronta a scavare nei meandri dell’animo dei sentimenti e delle emozioni, vergati con stilo </span><span style="font-size: large;"><i>safficamente tentatore</i></span><span style="font-size: large;">… e cesellati con sofferenza tra le </span><span style="font-size: large;"><i>ombre della mente</i></span><span style="font-size: large;">, sempre in attesa, </span><span style="font-size: large;"><i>dietro le piante onnivore</i></span><span style="font-size: large;"> simil ibisco, </span><span style="font-size: large;"><i>di tornare a fiorire </i></span><span style="font-size: large;">o capire di non essere stata </span><span style="font-size: large;"><i>mai malata…</i></span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Come Pitagora, la poetessa dello scavo si vietò solo il divieto… ai suoi versi diede più armonia e musica che freddo calcolo matematico; al suo mondo, popolato di profeti di Muse di ninfe e di satiri, diede i sentimenti della </span><span style="font-size: large;"><i>spartenza</i></span><span style="font-size: large;"> del rimpianto e del ritorno, e sullo sfondo il Sud, l’Itaca da raggiungere da amare e da odiare…</span></span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">E’ la nostalgia che muove ogni ritorno, ci indica la Merini, quel sentimento che -sottolinea Cosimo Sfameli- esalta gli affetti e restituisce l’amore dei luoghi cari, ma che muta in rancore e utopia quando si fa sogno di restaurazione… E’ degli uomini il tornare o possedere la patria dell’anima. Ma non si torna mai nella terra perduta o nel tempo perduto. Si torna piuttosto alle origini, a un luogo oltre i luoghi, a un tempo oltre i tempi, dove c’è l’essenza della nostra vita… Sono all’ombra di un gelso e di una colonna, sullo sfondo di un canale e della sacra tetracsis, i miei nostòs, i miei ricordi, la nostalgia di esperienze trasfigurate…</span></p>
<p class="western" align="justify">Come descrivere i luoghi del Sud, sempre in attesa? Dove la speranza ogni giorno è messa a dura prova. Luoghi invidiabili per suggestioni e paesaggi, ma soprattutto per l’originale stratificazione culturale, prodotta dall’incontro di civiltà diverse. Veri luoghi della memoria, esoterici, simbolici, metafore della vita varia e cangiante; ma anche luoghi isolati ed emarginati, affatto sfruttati, per storia, per mancanza di strutture, per precise volontà e scelte politiche, e condannati all&#8217;emarginazione e al sottosviluppo, senza speranza. Il limite geografico, che racchiude una limitazione culturale, agita da tempo questa parte del Meridione, oggetto di attenzione oggi solo da parte di curdi, albanesi e di tutti gli extracomunitari che fuggono dalla loro miseria…</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Il Sud diventa, per la Merini, specchio e metafora della sua vita: </span><span style="font-size: large;"><i>il pozzo è più importante che la vetta, se nel pozzo c’è la luce…</i></span><span style="font-size: large;"> Ma dal tunnel del degrado e delle dimenticanze si può lentamente ritornare alla piena luce… E’ convinta, perché lei ha conosciuto bene la sofferenza di certi abissi e l’alternanza ossessiva di lucidità e squilibrio, ha condiviso le sofferenze di coloro che, per ingegno e fragilità, non han resistito al dolore del mondo, definiti nel </span><span style="font-size: large;"><i>Canto ferito </i></span><span style="font-size: large;">“quegli uomini che Dio abbandona volentieri perché gli sono cari”… </span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di tutto e di più di Pepè Nicolò</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Mar 2025 19:17:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<title>Tetrade di Valeria junior</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Mar 2025 17:55:06 +0000</pubDate>
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		<title>Canti popolari del Marchesato di Crotone di Lerose Lumare e Ripolo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 18:36:55 +0000</pubDate>
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		<title>Tredici poesie di Domenico Spatolisano</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 18:05:20 +0000</pubDate>
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		<title>Rispigghiti!!! di Armando Froio</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 08:12:15 +0000</pubDate>
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		<title>Percorsi &#8211; Alla fonte della vita di M. Caetano Santos</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 07:50:44 +0000</pubDate>
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		<title>A terra mia di Giuseppe Dattilo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2025 07:31:34 +0000</pubDate>
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		<title>I miei canti di Antonio Carella</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 23:59:29 +0000</pubDate>
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		<title>I cieli blu di Giovanna Alma</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jun 2023 22:00:06 +0000</pubDate>
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		<title>Scrittura creativa</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2022 18:11:50 +0000</pubDate>
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		<title>Una favola chiamata&#8230;F.C. Crotone</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2022/11/18/una-favola-chiamata-f-c-crotone/</link>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2022 17:08:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<title>Un racconto di Giovanna Ripolo</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2020/05/03/la-lettera-di-giovanna-ripolo/</link>
		<pubDate>Sun, 03 May 2020 10:18:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<description><![CDATA[La lettera Che poi a volte il destino si diverte a scompaginare le carte e rimescolare gli eventi. Valigie, bagagli,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La lettera</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che poi a volte il destino si diverte a scompaginare le carte e rimescolare gli eventi. Valigie, bagagli, bastimenti e sudore sullo sfondo di uomini e cose. E poi il tempo, quello lungo, quello che non lascia scampo, si srotola tra le pieghe delle coincidenze. Come in quel pomeriggio di ottobre quando Elena in mezzo a tutti quegli scatoloni si trovò a rovistare cercando qualcosa di originale da indossare per la festa di Cinzia, quella della 5° B che l&#8217;aveva invitata al party più <em>cool</em> e ambito di tutto il suo giro. La &#8220;piccoletta&#8221;, così la chiamavano i ragazzi più grandi solo perché frequentava ancora il terzo, sarebbe stata l&#8217;unica della sua classe a partecipare al &#8220;party dell&#8217;anno&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Unico e insormontabile problema la clausola in fondo all&#8217;invito &#8220;<em>Si prega di indossare abbigliamento anni `80</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ok. Ho capito&#8221; rispose Elena continuando a smangiucchiarsi unghie e pellicine.&#8221;Anni Ottanta, non lo so, ora cerco, chiedo a mamma, va bene ti faccio sapere&#8221;. Chiuse la chiamata e continuando a torturarsi le unghie cominciò a controllare le notifiche sul telefono dirigendosi verso la camera da letto dei suoi genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mamma dove sei?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sono qui. Che vuoi?&#8221; rispose la madre dalla stanza accanto, anche lei piegata e raccolta sullo schermo del cellulare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mi serve qualcosa anni Ottanta vieni?&#8221; continuò iniziando aspostare scatoloni e indumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Guarda che nell&#8217;armadio ci deve essere qualcosa vicino al cambio invernale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dove? Non vedo niente. Un sacco di scatole, mà!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Una scatola azzurra, cerca una scatola azzurra!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mà, che palle! Non puoi venire? Io non vedo niente!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;E&#8217; proprio lì accanto alle scatole con le calze invernali, vicino alle sciarpe e cappelli di lana&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mà, non la trovo! Ma non puoi venire tu a cercare?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Uff, ma è possibile che non riesci a fare mai niente senza il mio aiuto!&#8221; continuò alzandosi e raggiungendo la figlia che aveva appena aperto una scatola.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;E queste? Cosa sono queste?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Lasciale, non toccarle!&#8221;, c&#8217;era dell&#8217;ansia nella sua voce.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ma perché? Di chi sono?&#8221; continuò Elena, prendendo in mano un grosso mazzo di   lettere tutte ingiallite e con lo stesso destinatario:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Angela Rinaldi, via Monteleone, 70 Ardore, Reggio Calabria &#8211; Italia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre le sfiorava si espandeva un odore dolciastro, come di mughetto, ma la vera particolarità era il mittente:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Domenico Polari 3489 Drummond, Montréal, QC H3A 1A9, Canada</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprì la prima busta e cominciò a leggere ad alta voce:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Montreal Marzo, 5, 1931</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mia carissima Angela, ti scrivo la presente lettera facendoti sapere della mia buona salute. Dopo un lungo silenzio da parte tua vengo con queste poche righe per chiederti notizie. Ho pensato che le altre mie lettere si sono perse siccome non ho ricevuto una risposta. La mia patria natale oramai non può accogliermi e tu sai   perché. Mia adorata moglie, ti prego di raggiungermi, ho trovato da lavorare qui dal compare Antonio al cantiere e sto cercando qualcosa per dormire e stare qui tutti insieme, con i nostri figli Antonio e la piccola Rosa, che ancora non ho mai potuto     tenere in braccio. Sento tanto la vostra mancanza e vi abbraccio tutti.</em></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Smettila! Dammi subito!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dai mà, sono vecchissime -continuò Elena, sfogliando e aprendo una lettera dopo l&#8217;altra &#8211; e poi vengono dal Canada. Che figo!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dai qua che le rovini. Sono le lettere dei genitori di nonna Rosa&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nonna Rosa? Cosa stai dicendo? Se mi hai sempre detto che la nonna è stata cresciuta da sua mamma perchè il papà è morto giovanissimo!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Le cose non sono andate proprio così -continuò, strappandole le lettere dalle mani e andandosi ad accovacciare sul bordo del letto- in realtà il papà di nonna Rosa è morto quando aveva quasi settant&#8217;anni, -prese fiato- è morto in Canada&#8221; disse guardando negli occhi la figlia. Forse era arrivato il momento di fare pace con se stessa e con il suo passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sollevò dall&#8217;angolo del letto dove era andata ad accovacciarsi e decise di raccontarle di quando la sua bisnonna con il cuore a pezzi aveva provato a mandare avanti casa e famiglia in una piccolissima provincia della Calabria dove gli   echi del fascismo si propagavano e attecchivano sempre più. Un piccolo paese dove &#8220;Mimmo u&#8217; russu&#8221;, soprannome che perseguitava il bisnonno Domenico Polari da quando aveva discusso con il padrone per delle giornate non pagate appellandosi ai <em>diritti dei lavoratori</em>, non aveva vita facile. Le raccontò anche di quando si era addirittura rifiutato di far vestire il piccolo Antonio da balilla e della decisione di partire e andare in Canada per allontanarsi da situazioni diventate scomode e trovare un lavoro. Tutto questo la promessa di rientrare per portare con sè il resto della famiglia prima   possibile, visto che la moglie era incinta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nonna Rosa quindi non ha mai conosciuto suo papà?&#8221; la interruppe Elena.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;No, non è stato facile&#8221;. I ricordi nella sua mente si affollavano e le immagini sbiadite si facevano più nitide.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nonna Rosa ha sofferto tanto, -riprese- e alcune decisioni di sua madre l&#8217;hanno fatta crescere prima del previsto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La madre continuò a raccontare alla figlia di quando ad un certo punto le lettere non avevano più ricevuto risposta. E anche di quando quel cugino, al rientro dal Canada, aveva detto a tutti che &#8220;Mimmo u&#8217; russu&#8221; si era sistemato proprio bene, lasciando   intuire che c&#8217;era un&#8217;altra donna nella sua vita. E infine della decisione presa con la     famiglia di far sapere in giro che Mimmo Polari era morto improvvisamente, per non provocare scandalo.</p>
<p style="text-align: justify;">Elena spostò lo sguardo da sua madre alla lettera che aveva ancora in mano. Il campanello interruppe le azioni e i pensieri di mamma e figlia.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un pomeriggio afoso, uno di quelli in cui anche a farti vento con un pezzo di carta ti investiva l&#8217;aria calda. Il foglio che Rosa aveva tra le mani era spesso, di un cartoncino ingiallito e vergato con una grafia sottile ed irregolare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;E questa?&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Che ne so!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;E tu? Neanche tu lo sai?&#8221;, Rosa continuava a sventolare la lettera davanti agli zii Mario e Gino, i fratelli di sua madre che da quando era nata avevano fatto le veci di un padre che non aveva mai conosciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Una lettera, sembra&#8221; rispose zio Mario fissando attentamente lo spigolo del tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si, una lettera&#8221; continuò zio Gino soffermandosi sul medesimo spigolo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Voi mi dovete spiegare!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ma che vuoi spiegare. E&#8217; una cosa vecchia&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Mia adorata moglie </em>-cominciò a leggere Rosa-<em> io ti prego di raggiungermi, ho trovato da lavorare qui dal compare Antonio al cantiere e sto cercando qualcosa per   dormire e stare qui tutti insieme con i nostri figli Antonio e la piccola Rosa, che ancora non ho mai potuto tenere in braccio</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Rosa si avvicinò ai suoi zii, il respiro le mancava e aveva una confusione terribile in testa ma aveva ancora la forza per ragionare e tentare di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Vedi Rosa, non era cosa possibile. Tua madre doveva stare qui e non andare in quel paese lontano&#8221; iniziò Mario.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Appunto -lo incalzò Gino- non era possibile. Noi, la sua famiglia e tutte le sue cose   erano qui. I suoi figli, i nostri nipoti, solamente qui potevano crescere, dove c&#8217;eravamo noi a proteggerli ed aiutarli&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Infatti! -Mario si alzò di scatto- Mimmo aveva già sbagliato e stava portando la famiglia alla rovina!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Forse adesso per te è difficile capire ma era l&#8217;unica cosa da fare&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto a Rosa tutto apparve chiaro e nitido come quando si esce improvvisamente da una lunga galleria buia. La lettera che lei aveva tra le mani in quel momento, sua madre non l&#8217;aveva mai letta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Voi? Come avete potuto?&#8221; le lacrime cominciarono a rigare il volto di Rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mamma doveva sapere!&#8221; cominciò ad urlare. &#8220;Perché l&#8217;avete fatta soffrire così&#8217;?</p>
<p style="text-align: justify;">Alle urla si aggiunsero i pugni che con forza Rosa sbatteva contro gli zii che tentavano di fermarla. &#8220;Non si fa cosi! Chi vi ha detto di decidere cosa era giusto per mamma, per me, per Antonio!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">La foto in bianco e nero appesa nel soggiorno, quella in cui nonna Rosa era seduta con in braccio sua madre e zio Antonio in piedi accanto a lei, era parte dell&#8217;arredamento. Uno di quegli oggetti che non vedi più perché stanno lì da sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Elena si diresse velocemente verso la parete e si accorse che in fondo non l&#8217;aveva mai guardata attentamente. La donna in foto era bellissima, i suoi lineamenti irregolari e lo sguardo austero facevano tutt&#8217;uno con i capelli ordinatamente raccolti in una crocchia come si usava un tempo. Tra le mani, non ci aveva mai fatto caso prima di ora, aveva qualcosa, forse un pezzo di carta, forse una lettera.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immagine era troppo sbiadita e usurata dal tempo. Elena non aveva capito fino in fondo cosa era successo e, probabilmente, la storia raccontata da sua madre era solo una parte della verità che aveva a che fare con lettere nascoste, fratelli gelosi e una società arcaica e senza cuore che aveva arbitrariamente modificato la vita di un&#8217;intera   stirpe familiare. Che poi è questo quello che succede: <em>a volte il destino si diverte a scompaginare le carte e rimescolare gli eventi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da &#8220;Racconti calabro-lucani&#8221; &#8211; Edizione 2019</p>
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		<title>Due racconti allo specchio (Tiziana e Giovanna)</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2018/10/28/due-racconti-allo-specchio/</link>
		<pubDate>Sun, 28 Oct 2018 08:24:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Il tasto giusto di Tiziana Albanese “Quando siete felici, fateci caso” (Kurt Vonnegut) Se la vita fosse come un]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-934-16" loop="1" autoplay="1" preload="auto" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/05/5-Rino_Gaetano_-_A_mano_a_mano_Remastered_in_192_KHz_Remastered_in_192_KHz_7Join.com-Copia.mp3?_=16" /><a href="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/05/5-Rino_Gaetano_-_A_mano_a_mano_Remastered_in_192_KHz_Remastered_in_192_KHz_7Join.com-Copia.mp3">https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/05/5-Rino_Gaetano_-_A_mano_a_mano_Remastered_in_192_KHz_Remastered_in_192_KHz_7Join.com-Copia.mp3</a></audio>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;"><strong>Il tasto giusto </strong>di Tiziana Albanese</span> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: 'comic sans ms', sans-serif;">“<em>Quando siete felici, fateci caso”</em> <em>(Kurt Vonnegut)</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Se la vita fosse come un mangianastri, se si potesse riavvolgere come una bobina per tornare a un punto esatto oppure andare avanti veloce per rivivere solo quello che davvero vogliamo, premendo il tasto giusto, potremmo non dico rimuovere il dolore, ma almeno provare un attimo di consolazione, trovarne la ragione.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">A questo penso quando Fabio racconta qualche episodio del suo passato. Mentre parla, sento la fatica che fanno i suoi ricordi a fluire, costretti tra gli argini di un fiume che da troppo tempo non tracima. Premere quel tasto, <em>rewind</em>, gli richiede uno sforzo enorme, ma per chi lo ascolta è come un regalo inatteso, un natale in anticipo. Le sue parole mi ricordano la pioggia di settembre, quella che arriva all’improvviso dopo mesi di sole e caldo, ad alleviare l’arsura, a mitigare l’afa, ad addolcire l’aria.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Nella vita è tutta una questione di tasti giusti, vorrei dirgli, esattamente come per il mangianastri. Ricordo i pomeriggi trascorsi vicino allo stereo a premere <em>play – rec</em> per registrare le mie canzoni preferite quando passavano alla radio. Altro che le <em>playlist</em> di <em>Spotify</em>. Per completare una cassetta ci potevo impiegare anche una settimana. Le musicassette, ai tempi del mangianastri, custodivano promesse d’amore, rimedi contro la tristezza e la nostalgia. E guai a sbagliare. Se non si premeva il tasto giusto magari si tornava a registrare sul nastro già inciso, perdendo tutto ciò che era già stato salvato.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">E anche sua madre, ricorda Fabio, un giorno ha sbagliato tasto.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">All’epoca di quell’errore lui ha circa 8 anni, e nella scuola del suo quartiere, nel cuore di Napoli, sul finire degli anni ’80, ci sono ci sono troppi bambini e poche aule, e allora si fanno i turni, a lui tocca il pomeriggio. Poco male, perché così la mattina si alza con tutta calma e prepara i compiti in compagnia di sua mamma Assunta, che tra le pulizie di casa e la preparazione del pranzo, trova anche il tempo, ogni tanto, di sedersi accanto al bambino e dargli una mano. Quattro figli, un marito e una casa da portare avanti richiedono tanta energia, e Assunta a volte ha l’impressione di non arrivare a fare tutto come vorrebbe, come andrebbe fatto. Forse vorrebbe goderseli di più, questi quattro figli, vorrebbe non fargli mancare niente, soprattutto vorrebbe avere più tempo per ciascuno di loro. Non sa ancora, e non può immaginare che non avrà il tempo di vederli crescere, ma nei suoi sogni loro sono già quattro bellissimi moschettieri che la difenderanno da tutto.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">La donna ama cantare mentre fa le pulizie, e la radio o il mangianastri sono sempre accesi. Ma quando il figlio ha bisogno di un aiuto, si toglie la parannanza e si siede accanto a lui, spegnendo tutto. Ma un giorno sbaglia. E invece di premere <em>stop</em> spinge <em>rec</em>. E allora addio <em>Napule è</em>, benvenute tabelline, moltiplicazioni e divisioni.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;"><em>(Cosa hai cancellato, Assunta? Che musica ascoltavi, che suoni si mischiavano alle voci che salivano dal vicolo, al borbottio delle pentole in cucina, al profumo del ragù per il pranzo? Avevi una bella voce? Davvero non ti sei accorta dell’errore? Davvero non sapevi che stavi registrando?)</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">“Fabiè, a mamma, il 4 nel 7 non ci sta”. Il bimbo sbuffa un po’, si lamenta, la matematica non gli piace. Ma sua mamma sì, lei gli piace tanto, e quello è uno dei pochi momenti in cui ce l’ha tutta per sé, mentre papà è a lavoro, Giovanni e Marcello sono a scuola e Alessio dorme placido in culla.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;"><em>(E tu, Fabio, a cosa pensavi tu, mentre cantalenavi le tabelline, mentre contavi aiutandoti con le dita? Davvero non ti eri accorto dell’errore di mamma? Davvero non sapevi che il mangianastri stava registrando?)</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">All’ennesimo errore in una moltiplicazione si sente uno sbuffo: “Uà! Ma che ten’ ‘n capa?! Ciuccio!” Assunta passa una mano nei folti capelli del figlio, così simili ai suoi, e li spettina, a mo’ di rimprovero. Fabio si scosta un po’, si imbroncia: “Mammà, ma perché c’è sempre un problema quando Pierino va addo’ ‘o salumiere?!”. La donna sbotta in una risata divertita, guarda il figlio e lo attira a sé, in un abbraccio che profuma di panni puliti e salsa di pomodoro. Fabio finge di resistere, fa una smorfia che nasconde un sorriso e poi si scioglie tra le braccia della madre. Dalla finestre arrivano i suoni dei clacson, le voci dei venditori ambulanti, le risate e le urla dei ragazzini per strada, e da qualche parte qualcuno sta ascoltando una vecchia canzone napoletana. Assunta sottovoce si accoda, carezzando la testa del figlio. Poche note, un’aria famosa…</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;"><em>La notte tutte dormono / ma io che vvuo&#8217; dormire / penzanno a nnenna mia / me sento ascevuli&#8217; / li quarte d&#8217;ora sonano / a uno, a ddoie, a ttre: / Io te voglio bbene assaie / e tu nun pienze a mme.</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">La cassetta si stoppa all’improvviso. Il nastro è finito. Così come fra poco finirà anche il tempo di quella madre e quel figlio. Assunta se andrà in un giorno di gennaio di qualche anno dopo, i suoi quattro moschettieri saranno ancora troppo piccoli, e qualcun altro dovrà farsi carico di toccare per loro i tasti giusti.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Ma tutto questo, adesso, lei e il suo bimbo non lo sanno. Non possono neanche prevederlo. Assunta pensa di aver commesso un errore, pensa di aver sbagliato tasto, se ne rammarica. Forse riascolta la cassetta con il figlio, magari ne ridono insieme. Potrebbe gettarla, ormai è rovinata. Ma non lo fa: alla fin fine è un fatto divertente da raccontare agli altri, più tardi a pranzo. Estrae la cassetta e la mette da parte; il nastro finisce in un cassetto, destinato a prendere polvere insieme agli altri, quando tra poco compariranno i CD. Ci penseranno il tempo e gli eventi a dare un significato importante a quella distrazione di un attimo. Ci penseranno il tempo e gli eventi a conferire un valore inestimabile a un momento di trascurabile felicità.</span> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;"><strong>La lettera </strong>di Giovanna Alma Ripolo</span> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14px;"><span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Che poi a volte il destino si diverte a scompaginare le carte e rimescolare gli eventi. Valigie, bagagli, bastimenti e sudore sullo sfondo di uomini e cose. E poi il tempo, quello lungo, quello che non lascia scampo, si srotola tra le pieghe delle coincidenze. Come in quel pomeriggio di Ottobre   quando Elena in mezzo a tutti quegli scatoloni si trovò a rovistare cercando qualcosa di originale da indossare per la festa di Cinzia, quella del 5°B che l&#8217;aveva invitata al party più <em>cool</em> e ambito di tutto il suo giro. La &#8220;piccoletta&#8221;, così la chiamavano i ragazzi più grandi solo perché frequentava ancora il terzo, sarebbe stata l&#8217;unica della sua classe a partecipare al &#8220;party dell&#8217;anno&#8221;.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Unico e insormontabile problema la clausola in fondo all&#8217;invito &#8220;si prega di indossare abbigliamento anni &#8217;80&#8221;.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Ok. Ho capito -rispose Elena continuando a smangiucchiarsi unghie e pellicine- anni &#8217;80, non lo so, ora cerco, chiedo a mamma, va bene ti   faccio sapere.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Chiuse la chiamata e continuando a torturarsi le unghie cominciò a controllare le notifiche sul telefono dirigendosi verso la camera da letto dei suoi genitori.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Mamma dove sei?</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Sono qui. Che vuoi? -rispose la madre dalla stanza accanto, anche lei piegata e raccolta sullo schermo del cellulare.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Mi serve qualcosa anni &#8217;80 vieni? &#8211; continuò iniziando a spostare scatoloni e indumenti.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Guarda che nell&#8217;armadio ci deve essere qualcosa vicino al cambio invernale.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Dove? Non vedo niente. Un sacco di scatole, mà!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Una scatola azzurra, cerca una scatola azzurra!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Mà, che palle! Non puoi venire? Io non vedo niente!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; E&#8217; proprio lì accanto alle scatole con le calze invernali, vicino alle sciarpe e cappelli di lana.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Mà, non la trovo! Ma non puoi venire tu a cercare?</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Uffa, ma è possibile che non riesci a fare mai niente senza il mio aiuto! &#8211; continuò alzandosi e raggiungendo la figlia che aveva appena aperto una scatola.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; E queste? Cosa sono queste?</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Lasciale, non toccarle! &#8211; c&#8217;era dell&#8217;ansia nella sua voce.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Ma perché? Di chi sono? &#8211; continuò Elena prendendo in mano un grosso mazzo di lettere tutte ingiallite e con lo stesso destinatario: <em>Angela Rinaldi, via Monteleone 70, Ardore,</em> <em>Reggio Calabria &#8211; Italia.</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Mentre le sfiorava si espandeva un odore dolciastro, come di mughetto, ma la vera particolarità era il mittente: <em>Domenico Polari 3489 Drummond, Montreal, QC H3A 1A9, Canada</em>.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Aprì la prima busta e cominciò a leggere ad alta voce:</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Montreal</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Marzo, 5, 1931</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;"><em>Mia carissima Angela,</em> <em>ti scrivo la presente lettera facendoti sapere della mia buona salute. Dopo un lungo silenzio da parte tua vengo con queste poche righe per chiederti notizie. Ho pensato che le</em> <em>altre mie lettere si sono perse siccome non ho ricevuto una</em> <em>risposta. La mia patria natale oramai non può accogliermi e</em> <em>tu sai perché. Mia adorata moglie io ti prego</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;"><em>di raggiungermi, ho trovato da lavorare qui dal compare Antonio</em> <em>al cantiere e sto cercando qualcosa per dormire e stare qui</em> <em>tutti insieme con i nostri figli Antonio e la piccola Rosa, </em><em>c</em><em>he ancora non ho mai potuto tenere in braccio. Sento tanto</em> <em>la vostra mancanza e vi abbraccio tutti.</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Smettila! Dammi subito!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Dai mà sono vecchissime, &#8211; continuò Elena sfogliando e aprendo una lettera dopo l&#8217;altra &#8211; e poi vengono dal Canada. Che figo!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Dai qua che le rovini. Sono le lettere dei genitori di nonna Rosa.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Nonna Rosa? Cosa stai dicendo? Se mi hai sempre detto che la nonna è stata cresciuta da sua mamma perchè il papà è morto giovanissimo!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Le   cose non   sono andate   proprio così, &#8211; continuò strappandole le lettere dalle mani e andandosi ad accovacciare sul bordo del letto. In realtà il papà di nonna Rosa è morto quando aveva quasi settant&#8217;anni, &#8211; prese fiato &#8211; è morto in Canada &#8211; disse guardando negli occhi la figlia.   Forse era arrivato il momento di fare pace con se stessa e con il suo passato.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Si sollevò dall&#8217;angolo del letto dove era andata ad accovacciarsi e decise di raccontarle di quando la sua bisnonna con il cuore a pezzi aveva provato a mandare avanti casa e famiglia in una piccolissima provincia della Calabria dove gli echi del fascismo si propagavano e attecchivano sempre più. Un piccolo paese dove &#8220;Mimmo u&#8217;russu&#8221;, soprannome che perseguitava il bisnonno Domenico Polari da quando aveva discusso con il padrone per delle giornate non pagate appellandosi ai <em>diritti dei lavoratori</em>, non aveva vita facile. Le raccontò anche di quando si era addirittura rifiutato di far vestire il piccolo Antonio da balilla, e della decisione di partire e andare in Canada per allontanarsi da situazioni diventate scomode e trovare un lavoro. Tutto questo con la promessa di rientrare per portare con se il resto della famiglia prima possibile, visto che la moglie era incinta.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Nonna Rosa quindi non ha mai conosciuto suo papi? &#8211; la interruppe Elena &#8211; No, e non è stato facile &#8211; I ricordi nella sua mente si affollavano e le immagini sbiadite si facevano più nitide.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Nonna Rosa ha sofferto tanto, -riprese- e alcune decisioni di sua madre l&#8217;hanno fatta crescere prima del previsto.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">La madre continuò a raccontare alla figlia di quando ad un certo punto le lettere non avevano più ricevuto risposta. E anche di quando quel cugino, al rientro dal Canada, aveva detto a tuttiche &#8220;Mimmu u russu&#8221; si era sistemato proprio bene, lasciando intuire che c&#8217;era un&#8217;altra donna nella sua vita. E infine della decisione presa con la famiglia di far sapere in giro che Mimmo Polari era morto improvvisamente, per non provocare scandalo.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Elena spostò lo sguardo da sua madre alla lettera che aveva ancora in mano. Il campanello interruppe le azioni e i pensieri di mamma e figlia.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Era un pomeriggio afoso, uno di quelli in cui anche a farci vento con un pezzo di carta ti investiva l&#8217;aria calda. Il foglio che Rosa aveva ora tra le mani era spesso, di un cartoncino ingiallito e vergato con una grafia sottile ed irregolare &#8211; E questa?</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Che ne so!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; E tu? Neanche tu lo sai? &#8211; Rosa continuava a sventolare la lettera davanti agli zii Mario e Gino, i fratelli di sua madre che da quando era nata avevano fatto le veci di un padre che non aveva mai conosciuto.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Una lettera, sembra &#8211; rispose zio Mario fissando attentamente lo spigolo del tavolo.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Si, una lettera &#8211; continuò zio Gino soffermandosi sul medesimo spigolo.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Voi mi dovete spiegare!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Ma che vuoi spiegare. È una cosa vecchia.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; <em>Mia adorata moglie</em> -cominciò a leggere Rosa- <em>io ti prego</em> <em>di raggiungermi, ho trovato da lavorare qui dal compare Antonio al cantiere e sto cercando qualcosa per dormire e</em> <em>stare qui tutti insieme con i nostri figli Antonio e la</em> <em>piccola Rosa, che ancora non ho mai potuto tenere in</em> <em>braccio.</em></span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Rosa si avvicinò ai suoi zii, il respiro le mancava e aveva una confusione terribile in testa ma aveva ancora la forza per ragionare e tentare di capire.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Vedi Rosa non era cosa possibile. Tua madre doveva stare qui e non andare in quel paese lontano- iniziò Mario.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Appunto -lo incalzò Gino- non era possibile. Noi, la sua famiglia, e tutte   le sue cose erano qui. I suoi figli, i nostri nipoti, solamente qui potevano   crescere dove c&#8217;eravamo noi a proteggerli ed aiutarli.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Infatti! -Mario si alzò di scatto- Mimmo aveva già sbagliato e stava portando la famiglia alla rovina!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Forse adesso per te è difficile capire ma era l&#8217;unica cosa da fare.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">A quel punto a Rosa tutto apparve chiaro e nitido come quando si esce improvvisamente da una lunga galleria buia. La lettera che lei aveva tra le mani in quel momento, sua madre non l&#8217;aveva mai letta.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Voi? Come avete potuto? &#8211; Le lacrime cominciarono a rigare il volto di Rosa</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Mamma doveva sapere! -cominciò ad urlare- Perché l&#8217;avete fatta soffrire così?</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Alle urla si aggiunsero i pugni che con forza Rosa sbatteva contro gli zii che tentavano di fermarla.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">&#8211; Non si fa cosi! Chi vi ha detto di decidere cosa era giusto per mamma, per me, per Antonio!</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">La foto in bianco e nero appesa nel soggiorno, quella in cui nonna Rosa era seduta con in braccio sua madre e zio Antonio in piedi accanto a lei, era   parte dell&#8217;arredamento. Uno di quegli oggetti che non vedi più perché   stanno lì da sempre.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">Elena si diresse velocemente verso la parete e si accorse che in fondo non l&#8217;aveva mai guardata attentamente. La donna in foto era bellissima, i suoi lineamenti irregolari e lo sguardo austero facevano tutt&#8217;uno con i capelli ordinatamente raccolti in una crocchia come si usava un tempo. Tra le mani, non ci aveva mai fatto caso prima di ora, aveva qualcosa, forse un pezzo di carta, forse una lettera.</span> <span style="font-family: comic sans ms, sans-serif;">L&#8217;immagine era troppo sbiadita e usurata dal tempo. Elena non aveva   capito fino in fondo cosa era successo e, probabilmente, la storia raccontata da sua madre era solo una parte della verità che aveva a che fare con lettere nascoste, fratelli gelosi e una società arcaica e senza cuore che aveva arbitrariamente modificato la vita di un&#8217;intera stirpe   familiare. Che poi è questo quello che succede: <em>a volte il destino si diverte a scompaginare le</em> <em>carte e rimescolare gli eventi</em>.</span></span></p>
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		<title>Schegge d&#8217;estate di Francesca Anili</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2018/07/16/schegge-destate-di-francesca-anili/</link>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 20:24:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi è sempre piaciuta l’area arrivi dell’aeroporto. Traiettorie di sguardi che si riannodano a distanza di mesi o di anni,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Mi è sempre piaciuta l’area arrivi dell’aeroporto. Traiettorie di sguardi che si riannodano a distanza di mesi o di anni, sfilare di persone che, uscite esitanti dalla porta scorrevole, individuano subito, nella folla in attesa, chi è lì per loro.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Ieri, ad altezza di trolley, due gambette dal passo ancora incerto si sono fatte largo tra la folla. Come se ci fossimo lasciati ieri, si è diretto verso di me con la certezza di un bambino di due anni. Dietro, arrancava mia figlia, trolleyzainoborsone sotto controllo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Mio nipote.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">L’ho tirato su ed in quel momento ho avvertito con esattezza lo scorrere del mio e del suo sangue, ed ho sentito ricomporsi tra le mie braccia le tante storie di partenze e di arrivi della mia storia, nello spazio e nel tempo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Bentornato, Vincenzo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Vincenzo è nato nel lungo inverno scandinavo. Ero tornata due anni prima, dopo la prima esperienza in Erasmus. Lì, ho imparato ad apprezzare i ritmi lenti della natura di quei luoghi, rispetto al nostro convulso alternarsi di luce e di buio. Poi, ho iniziato a pensare che questo servisse a dare più valore alle cose, a placare la nostra ansia di prestazione. Sono rientrata con la voglia di ripartire, ho convinto anche Francesco ad imbarcarsi con me in quest’avventura.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Vincenzo è nato alle 8 di mattina, dopo 12 ore di travaglio. Dalla finestra, ogni tanto osservavo il cielo implacabilmente plumbeo. Mia nonna raccontava che tutte le donne della famiglia avevano partorito all’alba. Osservavo il cielo immobile e pensavo che per me non sarebbe finita mai. Intorno, l’avvicendarsi di medici e infermiere, il loro parlare chiuso e gutturale che mi era sempre sembrato pacato e riposante, ora mi suonava ostile. Ho pensato che quando si getta una nuova radice si sente il bisogno di tornare alle proprie, di avere attorno a sé il cielo e i suoni dell’infanzia. Forse per questo, allora ho pensato d’istinto che gli avrei dato il nome di mio padre, e prima ancora di suo nonno.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">La porta si apre su una marea di occhi, dalle vetrate della hall una luce intensa mi avvolge. Seguo con lo sguardo il trotterellare di Vincenzo, so che mi porterà nella giusta direzione. Come ogni volta, mi sintonizzo sui toni acuti, della lingua, delle emozioni, dei colori e del paesaggio. Ci facciamo largo tra veicoli, cartelli, case, tra pilastri alti al cielo e facciate spudoratamente nude, fino alla piazza del paese, fino al cancello in fondo alla strada. I vecchi continuano a giocare ai tavolini del bar, i bambini a rincorrersi per le strade. È un bel ritorno, il primo con Vincenzo più partecipe. Penso che ci sono più bambini, per strada, di quanto ricordassi, e questo mi dà una sferzata di ottimismo. Penso che sarà una bella estate.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">È arrivata una signora nuova, nella casa in fondo alla strada. Io giocavo a nascondino, ero dietro il cancello, e l’ho vista scendere dall’auto con in braccio un bambino addormentato. È bella, ha i capelli lunghi e lisci, ha richiuso la portiera dell’auto con leggerezza. È salita su a casa con i capelli che ondeggiavano. Mentre una donna apriva la porta di casa e la abbracciava, il bambino si è svegliato e mi ha guardato. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Ho pensato che forse è arrivata la nuova maestra, gli altri bambini mi hanno detto che quest’anno cambierà. Magari sarà lei, ad aprire con delicatezza la porta dell’aula, la mattina. Penso che entreremo senza fretta, senza spingerci come facevamo l’anno scorso con la maestra Caterina. Lei ci accoglierà con un sorriso, ed io le regalerò subito un mio disegno. Sono bravo, a disegnare, me lo dicevano tutti, al campo, prima di arrivare qui, e al campo sono diventato ancora più bravo. Ci riunivano sotto una tenda, con colori e pennelli, e ci dicevano di tirar fuori tutto. I sogni, le paure, i ricordi belli e quelli brutti. Io ho riempito fogli e fogli, ora non ricordo più di cosa. Ma sono bravo, e quando a scuola non capisco questa nuova lingua, o non trovo le parole giuste, disegno. Allora, tutti mi capiscono, ed io penso che forse ho nelle mani gli strumenti per capire il mondo. Anche le cose difficili, quelle che mia madre e mio padre provavano a spiegarmi, mentre attraversavamo il deserto, e poi il mare.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Vincenzo non aveva mai visto il mare. Il paese non era lontano, ma poco distante c’era il fiume, in cui rinfrescarsi, e poi c’erano tante cose da fare, in campagna. Ma gli avevano detto, fin da piccolo, che il viaggio era lungo, sì, ma alla fine c’era lavoro, e pane, e strade larghe con negozi di ogni tipo. Così, il 3 Luglio 1937, Vincenzo si era imbarcato. Aveva 25 anni, un figlio da poco in arrivo, e pensava di tornare dopo un anno o due, con un bel cappello, la camicia bianca, e soprattutto le tasche piene di soldi. Gli avevano anche detto, però, che all’arrivo li facevano spogliare, e se avevano soldi o oggetti di valore poteva capitare che qualche guardia li imboscasse e non li restituisse più. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Quell’anno c’era stata una buona annata, avevano venduto tutto il raccolto delle olive. A Vincenzo era sembrato un segno del destino. Ora, che la fortuna iniziava a girare, bisognava insistere, partire, e tornare sistemato, per comprare altra terra e dare un futuro certo ai suoi figli, a tutti quelli che ancora sarebbero arrivati. Ne parlò con sua moglie, e decise di nascondere il ricavato dal raccolto, dopo aver comprato il biglietto della nave, in un luogo sicuro. A casa no, dovevano saperlo solo loro due, né i suoceri né i cognati che abitavano con loro. Solo in caso di bisogno, Angela avrebbe informato i parenti. Di notte, s’incamminarono per un viaggio a piedi, attraverso i campi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Durante il viaggio abbiamo parlato poco. Vincenzo si è addormentato quasi subito. È sempre stata così mia figlia, silenziosa ed apparentemente docile, in realtà con una volontà ferrea e le idee chiare. Anche quando, dopo la laurea, ha deciso di partire. Io e sua madre, a convincerla che, con un po’ di tempo e di pazienza, avrebbe iniziato a lavorare qui. Poi, una cosa è conoscere un luogo per averci studiato, un’altra per cercare lavoro. Ne sapevo qualcosa, io, delle lunghe albe fredde, su in Svizzera, aspettando che il caposquadra ci convocasse per la giornata. E le baracche di legno, ai margini della città, dove la voce di una donna, il pianto di un bambino, erano un evento raro. Eravamo stranieri. Stavamo lavorando a costruire chilometri di strade, ponti e gallerie di un mondo che non ci sarebbe mai appartenuto. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Lei mi ha risposto che il mondo è cambiato, che lei si sentiva di appartenere ad ogni luogo che le potesse dare delle opportunità. Mi ha detto che ormai le distanze sono annullate, che con skype avremmo potuto vederci ogni sera, come se fossimo a casa insieme. È partita. Dopo qualche tempo, anche Francesco l’ha seguita. Quando è nato Vincenzo, io e mia moglie abbiamo iniziato a guardare ogni sera con ansia il computer, aspettando che il suo faccino spuntasse dallo schermo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Il cellulare ha squillato appena siamo arrivati vicino al fiume. È Francesco in videochat. Lui quest’anno non ha ferie estive, il ritorno al paese lo farà attraverso le immagini e i video che gli manderò ogni giorno. Vincenzo in braccio ai nonni. Vincenzo sul belvedere della chiesa grande. Vincenzo che osserva stupito i fuochi d’artificio della festa del paese. Oggi abbiamo fatto la passeggiata che porta al fiume. Da quaggiù, il paese ha un fascino antico, l’immagine d’insieme annulla le tante brutture, le case abbandonate e in rovina, quelle costruite in fretta e male, quelle rimaste a metà in attesa di un ritorno impossibile. Da qui, si percepisce un senso di armonia e compattezza, forse questa è la grande illusione che ha spinto e spinge tanta gente a tornare qui, ad agosto, la nostalgia per un mondo ormai irrimediabilmente perduto.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Finita la videochiamata, faccio qualche scatto. È un attimo, il tempo di dare le spalle al fiume per inquadrare il paese, e non vedo più Vincenzo. L’erba è alta, tutto intorno alla radura dove ci siamo fermati, e il vento la fa ondeggiare. Immediatamente mi sento sola, più che in qualunque posto al mondo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">C’è un bambino piccolo che cammina, in mezzo all’erba. Sembra quello della signora coi capelli lunghi. Scosta i fili che gli fanno il solletico, e a volte ne strappa un ciuffo. Io ero accovacciato in mezzo al campo, quando l’ho visto. Sono bravissimo a nascondermi, e quando giochiamo qui non mi trovano per ore. Mi nascondo giù, e avanzo strisciando in mezzo alla gramigna. Poi mi fermo e aspetto il momento giusto per andare a tana. Il campo è grandissimo, la prima volta che l’ho visto mi sembrava impossibile uno spazio così grande solo per noi. Senza tende, o panni stesi, o recinti. Senza fornelli, o depositi di roba, o ambulanze. Solo erba, e terra, e cielo, tutto per me. Ora però devo alzarmi. Sento le urla della signora, che sta chiamando il bambino. Devo riportarglielo, e poi all’inizio della scuola portarle un disegno. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Mi avvicino piano, come ad un gattino che potrebbe scappare. Poi, lo prendo per mano, e cerco di capire da dove provengono i richiami. Per fare prima c’è un tratto paludoso da attraversare, e poi una piccola salita. Lo prendo in braccio, non voglio che si sporchi o si graffi. Immagino il sorriso della nuova maestra. Sento che il fango mi sta entrando nelle scarpe, ma non fa nulla. Ora, devo solo fare attenzione a non scivolare nella salita…</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Ho sentito un urlo dalla scarpata qui sotto. Mi avvicino scostando l’erba, scendo piano tra i rovi, tendo l’orecchio. Ancora un urlo, in una lingua incomprensibile, e subito dopo il pianto di Vincenzo. Proprio qui, sotto i miei piedi. Mi chino e individuo un crepaccio, nascosto tra i rovi. Provo ad affacciarmi, e vengo risucchiata in una spirale di buio, e dal suono aspro delle parole sconosciute che arrivano da sotto.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">C’è buio, qui dentro, un buio umido di muschio. Il bambino si è messo a piangere, ed io non so come calmarlo. Prima, devo calmare le urla che mi sento salire da dentro, con parole che pensavo di aver dimenticato. Come il rumore delle bombe, e l’aria sudata del rifugio. Ci rannicchiavamo lì dentro, non c’era lo spazio per stendersi. Ora invece c’è tanto spazio intorno a me, il rumore rimbomba in un’eco lontana. Appena gli occhi si abituano, inizio a distinguere. Siamo in una grotta grande, a terra dei sacchi, forse delle vecchie coperte. Sulle pareti, qualcuno ha tracciato dei disegni. Ora li ricordo tutti. I disegni che ho fatto, lì al campo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Appena ho sentito la voce spaventata di mia figlia al telefono, ho capito. Lo chiamavano “u’ rifuggiu”, una grotta dove ci si riparava, durante i bombardamenti del ‘43. Poi, il fiume ha straripato più volte, e l’ingresso è diventato inaccessibile. Da ragazzi si fantasticava su quella grotta. Qualcuno diceva che c’erano gli scheletri delle persone morte per la paura delle bombe e lasciate lì, e tanto bastava a farci desistere nel cercarla. Poi, sono partito, e di grotte ne ho viste tante. Le ho scavate, con le mie mani, le gallerie sotto le Alpi, abbiamo conquistato metro dopo metro, carica dopo carica, il buio aspro di quelle rocce. Quando sono tornato, non m’interessava più cercare “u’rifuggiu”. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Ora, mio nipote è là sotto.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Hanno camminato mezz’ora sotto le stelle, Vincenzo ed Angela. È bella, questa passeggiata prima di partire, questo momento solo per loro due, e per parlare del loro futuro. Vincenzo va piano, non vuole farla stancare, anche se sa che Angela è forte e la mattina, in campagna, lavora proprio come prima. Sono arrivati quasi sulla riva del fiume, all’ingresso della grotta. In paese la conoscono tutti, ma Vincenzo cercherà il cunicolo più nascosto e profondo. Un attimo prima di entrare, si volta e vede il paese illuminato dalla luna. È bello, e sarà ancora più bello quando tornerà. La luna accarezza gli uliveti, le foglie sospirano d’argento. Lui accarezza con lo sguardo il suo pezzo di terra, la sua casa affacciata sulla campagna. La farà più grande e più bella, e farà fruttare le terre incolte vicino alla sua. Poi, prende per mano Angela, e s’incammina verso il punto più nascosto della grotta.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Provo a sondare dall’alto il buio profondo. Esploro con la torcia del telefono, e intanto provo a rassicurare Vincenzo. Ci sono almeno 5 metri sotto di me, e strane ombre, come di oggetti ammucchiati, o cumuli di sassi. Gli dico che ho chiamato il nonno, e tra poco arriveranno a prenderlo. Immediatamente si zittisce, ha imparato, in poco tempo, a fidarsi di quell’uomo concreto e taciturno che è mio padre. Penso alla distanza che separa me e Vincenzo, e per la prima volta capisco i miei quando gli ho detto che volevo andare a vivere lontano. Non in Germania, o in Svizzera, o persino in America. Quelli sono luoghi che, nell’immaginario del mio paese, vivono di una geografia parallela alla nostra. Per ogni città c’è il nome di un paesano che ci abita, c’è la distanza percorsa per tornare, c’è un treno o un aereo da aspettare. Gli anziani forse non conoscono Perugia, o Venezia, o Ancona, ma sanno benissimo dov’è Pittsburgh, o Toronto, o Frankfurt. Però, subito dopo aver metabolizzato la notizia della partenza, ha iniziato a darsi da fare. È lui che mi ha prenotato il biglietto per il viaggio, che mi ha aiutato nel trasloco delle mie cose, è lui che confeziona i pacchi impeccabili che ogni mese mia madre si ostina ad inviarmi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Sento, dall’alto, la voce della signora. Credo che non sarà poi così contenta quando, a settembre, ci ritroveremo a scuola. In fondo, è colpa mia se ora suo figlio è qui sotto, spaventato e sporco di fango. Spero riuscirà a perdonarmi. La luce del telefonino incide il buio profondo, mi svela nuovi cunicoli e nicchie. A tentoni, mi avvio ad esplorare. Al campo, mi hanno insegnato a superare la paura, mi hanno detto che a volte, le cose ci fanno paura finchè non le conosciamo. Sono diventato coraggioso, ed ora voglio capire dove finisce il nero della grotta. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Oltre la parete fitta di segni –un sole, un volto urlante, un cuore con due mani, e poi numeri, e nomi, e date- c’è un tunnel stretto e lungo. Sono diventato coraggioso, ed ho imparato a strisciare piano, prima tra le macerie, poi nella gramigna. Arrivo in fondo al tunnel, c’è un cumulo di sassi che lo sbarra, come una parete crollata. Sposto qualche pietra, infilo la mano e, a terra, sento un pacco morbido ed umido. Riesco a sollevarlo, strisciando torno indietro. Slego lo spago, scarto i fogli di giornale, mi blocco abbagliato. Ci sono tre mazzi di banconote, ognuno legato con lo spago. Ne sfilo una, ne esploro la consistenza morbida, come di stoffa e, nel cono di luce della torcia, leggo lentamente “Regno d’Italia – biglietto di stato &#8211; corso legale – LIRE VNA”.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Non ho mai visto così tanti soldi prima d’ora, non ho mai visto neanche questo tipo di banconote, ma sicuramente valgono tantissimo. Sento altre voci, oltre a quella della maestra. Sono venuti a prenderci. Mi riempio le tasche con i tre pacchi di banconote, faccio attenzione a nasconderle bene. Non dovrà saperlo nessuno.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium;">Quando tornerò al mio paese, dopo la fine della guerra, con quei soldi farò un regalo a mia madre, comprerò un pezzo di terra a mio padre, e farò la mia casa più grande e più bella.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size: large;"> </span></p>
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		<title>Gli emigrati in vacanza al mare di A. Brasacchio</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2018/07/16/gli-emigrati-in-vacanza-al-mare-di-a-brasacchio/</link>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 20:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Quando si va al mare in una spiaggia di paese, a giugno ancora tutto è silenzioso e; di prima mattina raggiungi la battigia, dopo aver attraversato i passaggi, ormai vicoli, tra un palazzo e l’altro che insistono sull’arenile, ti si apre allo sguardo l’immenso tra punta Alice (Cirò ) a sinistra e la foce del Neto a destra, la spiaggia per fortuna è ancora larga. Se ti siedi di fronte al mare e ti dimentichi di quello che hai dietro le spalle e magari riesci ad immaginarlo com’era alcune decine di anni addietro, magari ricoperto da drappi di cerealicola marina con qualche giglio di mare o stella alpina delle spiagge qua e là&#8230; Allora te lo dovevi conquistare l’approdo alla sabbia fine della battigia dopo aver attraversato le dune di macchia mediterranea e imprimere i primi passi sulla sabbia color avorio, e ti sembrava una conquista calcarla tu per prima e quasi esitavi a intarsiare quel manto ondulato che il vento aveva pettinato.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Allora ti siedi a guardare quel mare azzurrino, calmo, steso, che luccica come di infiniti cristalli al sole e l’ onda si </span><span style="font-size: large;"><i>annaca</i></span><span style="font-size: large;"> come i fianchi di una donna, direi come le sinuose forme di Marilyn Monroe quando canta l’happy Birthday Mr. President; e non resisti al richiamo e ti butti ad abbracciarlo. </span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Quando poi a luglio la spiaggia comincia a popolarsi di ombrelloni, compaiono anche gli emigrati.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Fanno tristezza e tenerezza insieme gli emigrati quando tornano per le ferie, parlano una lingua strana, un misto di dialetto con l’inflessione del milanese, vogliono mostrarti che adesso stanno bene, che hanno risolto i problemi economici e scendono in spiaggia armati fino ai denti di tutte le plastiche possibili, dai giochi per i figli ad attrezzature di pic-nic; vengono per qualche settimana a quel mare libero del loro paese .. è l’unica cosa che ancora riescono a godere di questo paese che, nonostante tutto gli offre la possibilità di una vacanza che altrimenti non si potrebbero permettere.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Gli emigrati che tornano nelle vecchie case lasciate vuote su in paese fanno i pendolari con le macchine e si accampano per tutta la giornata con la famiglia. I bimbi sono eccitati, chiassosi, i genitori nascondono, dietro la patina di modernità nell’abbigliamento e la sigaretta in bocca della madre, quella tristezza di chi vive scisso, non riesce più ad appartenere al paese che ha lasciato, né al quartiere dormitorio che al nord lo ha accolto, o non accolto; è ancora un terrone.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Quelli emigrati in Germania sono taciturni, allineati e coperti e programmati in tutte le cose che fanno, ci ha pensato la mamma teutonica ad addestrarli, bastano poche parale gutturali come i colombi a dirigerli, si buttano in acqua quando lei vuole e ne escono quando lei ordina; la favella, più dolce nei figli, è rivolta quasi esclusivamente a lei, il padre ha lo sguardo triste, non è riuscito a trasmettere neanche la sua parlata ai figli e si guarda intorno, felice se qualche compaesano lo riconosce… Lui è bello, come lo sono gli uomini del sud dal volto latino, anzi greco, statura media, proporzionata, armoniosa nelle forme, come bronzo, un kouros magno greco, chissà fino a quanto lo apprezza “</span><span style="font-size: large;"><i>sta ciarpeddrazza ( giunonica) germanesa</i></span><span style="font-size: large;">” rossa come un gambero e con i capelli </span><span style="font-size: large;"><i>comu na spica i muighiu</i></span><span style="font-size: large;"> (pannocchia). Ma si.., apprezza, apprezza e pare pure una buongustaia.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">C’è l’ombrellone dei napoletani che è doppio; vengono ogni anno, affittano un appartamento di due camere e </span><span style="font-size: large;"><i>ne scarano</i></span><span style="font-size: large;"> (ne arrivano) in venti, padre, madre, figli, nipoti e bisnonna che portano su una sedia come il papa e accudiscono con premura tutta la giornata, più il cane; basta questo esempio per farti passare sopra a tutta l’invadenza di prossimità che ti fanno.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Gli ombrelloni dei paesani e dei paesi limitrofi sono i più vocianti, mamme premurose che imboccano ogni cinque minuti i figli con banane e merendine, li vestono e svestono in continuazione, li accarezzano, li baciano, le nonne approfittano per accarezzargli l’</span><span style="font-size: large;"><i>aceddruzzu</i></span><span style="font-size: large;"> ai maschietti. Sono loro i protagonisti della giornata al mare.</span></p>
<p class="western" align="justify"><a name="_GoBack"></a> <span style="font-size: large;">Sono questi i villeggianti di questa spiaggia che, secondo le aspettative indotte dai palazzinari, avrebbe accolto turisti danarosi… meglio così, è quasi una restituzione del mal tolto, è l’eterogenesi dei fini a dispetto di tutti coloro che avevano alimentato sogni di un turismo di elite che avrebbe portato soldi a valanghe e invece l’unico affare l’ha fatto chi ha cementificato 8 km di costa, chi ha progettato, costruito, venduto e incassato consenso politico.</span></p>
<p class="western" align="justify"><span style="font-size: large;">Non è possibile che finisca così, prima o poi i giovani, quelli che di mattina non si vedono in giro sulla spiaggia, quelli che vivono di notte come i pipistrelli e non sanno cosa si perdono, quelli rincitrulliti tra musica e un tiro di fumo, prima o poi si renderanno conto di tutto quello che gli hanno sottratto, di ciò che la natura gli aveva dato e senza neanche approntargli un lavoro. </span></p>
<p class="western" align="justify">
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		<title>Tre racconti di Angelina Brasacchio</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2018/06/18/le-formiche-della-collina-filatro/</link>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 21:55:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Le formiche della collina di Filatrò Fiaba dedicata ad Emma Le formiche, e non solo loro, anche i grilli,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-857-18" loop="1" autoplay="1" preload="auto" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/01/254-Whitney-Houston-I-Will-Always-Love-You-Instrumental-Copia-Copia.mp3?_=18" /><a href="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/01/254-Whitney-Houston-I-Will-Always-Love-You-Instrumental-Copia-Copia.mp3">https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/01/254-Whitney-Houston-I-Will-Always-Love-You-Instrumental-Copia-Copia.mp3</a></audio>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le formiche della collina di Filatrò</strong><br />
<em>Fiaba dedicata ad Emma</em></p>
<p style="text-align: justify;">Le formiche, e non solo loro, anche i grilli, le farfalle, i bruchi, erano convinti che per quell&#8217;anno la pioggia fosse terminata definitivamente, ormai era aprile e il brutto tempo era passato. La brutta stagione era ormai alle spalle.<br />
E comunque qualche altro acquazzone primaverile non avrebbe spaventato le formiche della collina Filatrò. Si sapeva in giro che loro erano le prime ad avvertire la primavera, le più intraprendenti, le prime ad uscire dalle tane. Per la fregola che avevano di andare a controllare se l’inverno gli avesse stravolto il territorio, più di una volta erano state travolte da qualche temporale di fine marzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel formicaio della collina Filatrò, la prima ad aprire gli occhi, come sempre, era la formica Rosa. Anche per questa primavera aveva anticipato tutte le altre; un certo tepore l’aveva svegliata dal sonno invernale, e, guardatasi intorno, non riusciva più a starci a letto.<br />
Lei non era del parere di nonna Rachele: le vecchie avvertivano spesso, invano, che marzo fa delle brutte sorprese; che loro erano vissute tanto a lungo proprio perché erano state sempre prudenti.<br />
&#8220;Niente da fare, queste giovincelle non ti danno retta, si sa perché hanno tanta fretta di andarsi a mostrare, non vedono l’ora di farsi vedere dai giovanotti.” &#8211; “Nonna Rachele, non ti dare pena, si sa adesso è il loro tempo”, rispondeva conciliante Giacomina che di formiche femmine ne aveva ben cinque.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno, quando si chiudeva l’uscio per il sonno invernale, Rosa si riproponeva di non essere la prima ad aprire la porta alla prossima primavera, questa volta avrebbe atteso di essere svegliata dalle altre, queste pigrone! Niente da fare. C’era cascata un’altra volta.<br />
C’è da dire che lei la tana se la faceva vicino a qualche viottolo, proprio per ascoltare i primi fremiti della natura: gli alberi che sgranchiscono i rami, i primi animali che escono dalle tane. Insomma, faceva di tutto per essere svegliata per prima.<br />
A Rosa non piaceva trastullarsi nel letargo, le sembrava tempo perso. Le amiche più giovani, le lasciavano intendere che la sua era proprio insonnia, quella che compare ad una certa età .<br />
“Queste impertinenti, senza tanto riguardo, dovrebbero vergognarsi per la loro pigrizia!”</p>
<p style="text-align: justify;">Rosa si era svegliata anche perché sentiva fuori un certo tramestio. Le era sembrato di riconoscere, dai rantoli che faceva per lo sforzo, lo scarafaggio Maurizio che, c’era da scommettere, stava già arrotolando le polpette di sterco di vacca.<br />
Maurizio era un altro mattiniero, ogni anno, all’arrivo della bella stagione, i figli non riuscivano a trattenerlo, era uno dei primi a sbucare fuori dalla tana ed a mettersi a lavoro.<br />
Rosa decise di rompere gli indugi e mettersi a lavoro. Una sfregatina alle zampine, e&#8230; giù ad avventarsi sulla creta che tappava l’uscio, tirava colpi come se avesse delle zappette al posto delle zampe.<br />
Ogni anno, quando intraprendeva questo lavoro, le prendeva una frenesia che non le consentiva sosta fino a quando non intravedeva una lama di luce che le sbatteva sugli occhi, che l’abbagliava tanto da tramortirla ed accecarla per un po’.<br />
Anche questa volta aveva iniziato il lavoro con la stessa foga&#8230; ma era stata costretta a fermarsi per un po’ e riprendere fiato&#8230; Non è l’età che avanza? ..No&#8230;no&#8230; pensò Rosa, Si ricordò dell’inconveniente che le era capitato al momento di chiudere la tana.<br />
La creta era diventata vischiosa, perchè era sopraggiunta una mucca e le aveva fatto colare sopra della bava, ecco perché adesso era così duro da scalfire l’uscio. Sembrava impastato con colla.<br />
“Quando si è piccoli spesso si è costretti a subire! Ma se tutti i piccoli animali si uniscono… eh&#8230;eh&#8230; non so come la mettiamo”, ammoniva Rosa, che era stufa di subire le prevaricazioni degli animali più grossi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad un tratto una saetta di luce la ferì negli occhi, la tramortì, cadde per terra, si riebbe felice, anche questa volta era fatta!!<br />
Completare il lavoro fu un gioco da ragazzi.<br />
Rosa uscì fuori, si sedette sfinita a riprendere fiato, a riposarsi, chiuse gli occhi al sole, mentre il venticello primaverile le asciugava il sudore.<br />
Era sempre magico questo momento e, da un po’ di tempo, aveva imparato ad apprezzarlo sempre di più. Perchè non è scontato che alla fine del letargo tutte le formiche si ripresentino all’appello.<br />
Nel lungo inverno capita che qualcuna sia colpita da malattia e muoia nel sonno, senza neanche rendersene conto.<br />
Ma via questi brutti pensieri!!! Non si voleva turbare questo momento di goduria!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma subito si sentì toccare la spalla, come se qualcuno volesse scuoterla, era lo scarafaggio Maurizio, e chi poteva essere sennò ?<br />
“Che fai Rosa? Dai svegliati&#8221;, quello zoticone la toccava con la zampa sporca di sterco di vacca.<br />
“ Fai attenzione,non vedi che mi sporchi tutta?” &#8211; “Scusa principessa!! Lo puoi ben dire!!”<br />
Ma poi si rese conto che non era quello il modo di trattare il primo che le dava il benvenuto della nuova stagione e gli offrì un pezzetto di fico secco per farsi perdonare.<br />
Si sedettero davanti l’uscio e si misero a parlottare e a ricordare gli avvenimenti più importanti della passata stagione. Maurizio ogni tanto levigava con la zampa il bordo dell’uscio di Rosa, lei lo guardava con gratitudine.<br />
“Che pensi? Queste dormiglione mi lasceranno a lungo da sola in questo cortile?” &#8211; “Non temere, l’anno scorso, quando tu avevi già chiuso l’uscio, perché c’è da dire che sei la prima ad aprirlo al risveglio, ma anche la prima a chiuderlo quando comincia l’inverno; l’anno scorso dicevo, tutte mi hanno pregato di svegliarle quando passava mastro Titta il calderaio per comprare gli utensili e quant’altro avessero di bisogno. Mastro Titta domani , a conti fatti, sarà qui, perché oggi è alla collina Fesula, qui dietro -me lo ha detto il grillo Carlo che s’è già fatto un giretto di perlustrazione.”<br />
“Bene,bene,.. io intanto mi rassetto la tana e domani avrò tutto il tempo per dedicarmi agli acquisti.”<br />
Formica Rosa salutò scarafaggio Maurizio e ritornò nella tana.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco prima che tramontasse il sole, scarafaggio Maurizio si mise a bussare tanto forte alle tane delle formiche da farle sobbalzare tutte dal letto. Ma ci volle un po’ perché riuscissero tutte a stappare gli usci delle porte e, man mano si affacciavano: chi con un occhio chiuso ed uno aperto; chi con una foglia secca attorno al capo; chi con le corna avvolte di cera per conservarle dritte durante il lungo sonno. La più vanitosa, Caterina, si era affacciata senza togliersi la maschera di bava di baco che si era stesa sul viso prima di addormentarsi, le era diventata lucida seta sulla faccia e sembrava una mummia egizia.<br />
La collina Filatrò era un rione un po’ fuori mano, dove si conoscevano un po’ tutti, ma lo scarafaggio Maurizio non finiva mai di scoprire i segreti di queste signore tutte <em>acqua e sapone</em>.<br />
Dopo un po’ di parapiglia per quel risveglio concitato, le più pigre si consentivano una pausa per stiracchiarsi agli ultimi raggi di sole al tramonto. A gruppetti di due o tre parlottavano per raccontarsi i sogni che avevano fatto durante il lungo sonno invernale.</p>
<p style="text-align: justify;">Di lì a poco ognuna rientrò nella tana a sfaccendare,e.., ce n’erano cose da fare dopo un lungo inverno: le ragnatele pendevano come corde dal soffitto e le infiltrazioni d’acqua piovana avevano lasciato chiazze di umido sulle pareti..<br />
L’indomani, la luce del mattino fece vedere a tutte anche il gran lavoro che c’era da fare all’esterno, nelle viuzze, negli spazi comuni, e, come ogni anno, c’era da rifare il formicaio.<br />
Dei viottoli che collegavano le tane non c’era rimasta neanche la traccia; un rigagnolo di acqua piovana se l’era portati via, si vedeva benissimo, c’era un solco al suo posto.<br />
Sarebbe stato il caso di farlo notare a quella presuntuosa di Cecilia, lei aveva scelto il posto dove collocare le tane invernali, s’era messa a dire che così&#8230; che colà&#8230; che lei ne aveva visti tanti altri formicai&#8230; aveva impapocchiato tutti con quella parlantina.<br />
“Ma..lasciamo.. perdere..”, pensò formica Rosa, &#8220;meglio cominciare l’anno nuovo in pace !”</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ecco uno stridore di ruote di carro, era mastro Titta, come aveva annunciato lo scarafaggio Maurizio, era arrivato puntuale.<br />
Giunto nella piazzetta, dove si affacciavano gli usci di tutte le formiche, raddrizzò le zampe davanti tanto da infilzarle nel terreno e si fermò.<br />
Anche mastro Titta era uno scarafaggio, ma con un corno in mezzo alla fronte, si tirava dietro un carretto con la sua mercanzia.<br />
Ma questa volta mastro Titta aveva qualcosa in più, sul sedile del suo carretto c’era una libellula dalle ali scintillanti di mille colori, gli occhioni azzurri e i capelli biondi, sembrava una sirena. “Dove l’ha presa quel brutto di uno scarafaggio quella creatura affascinante, come ha fatto a convincerla a seguirlo?, E&#8217; proprio vero che l’amore fa fare follie!” pensò formica Rosa, e tutte le altre erano altrettanto stupite.<br />
Ma le sorprese non erano finite. La novità interessante per tutte fu che pure lei, la libellula, aveva la sua mercanzia da vendere.<br />
Tirò fuori un cesto con pettini e fermagli, merletti, profumi, calze di seta e giarrettiere&#8230; come quelle delle ballerine!!!<br />
Tutte a guardare attorno al cesto della libellula e facevano una tale ressa che le corna si impigliavano l’un l’altra.<br />
Tutte seguivano, roteando gli occhi, le mani dalle unghie dipinte di Libellula, che tirava fuori dal cesto scialli e merletti e parlava di come erano eleganti ed alla moda le signore in città!<br />
Ma ad un certo punto la più anziana, Rachele, si mise a sgridarle : &#8220;Ma siete impazzite&#8230; queste sono cose da cicala!!! Non sono cose per noi!!&#8221;<br />
Ma le più giovani la implorarono di poter comprare almeno pettini e fermagli.<br />
“Per questa volta” concesse zia Rachele. Ma c’era da giurare che non sarebbe stata l’ultima, tutto è incominciare.<br />
Solo dopo si dedicavano ad acquistare utensili: contenitori per conservare il grano ed altri cereali; attrezzi per dissodare il terreno e delle corde per aggrapparsi in fila e fare forza e smuovere oggetti pesanti.<br />
Mastro Titta portava tutte le novità, ma questa volta era felice e orgoglioso della sua compagna, era contento di vedere l’invidia negli occhi degli altri per questa affascinante creatura che lo accompagnava.<br />
Lui sarà stato anche forte ed intelligente, e questa volta si era pure ripulito, si vedeva, aveva le ali più lustre del solito&#8230; ma sempre scarafaggio era… Magie dell’amore!!.<br />
Un’altra novità aveva in serbo mastro Titta. Chiamò da parte le più anziane, e con aria di chi confidava un gran segreto, le informò: “Hanno inventato una pozione miracolosa che irrobustisce,rende forti ed invincibili anche gli animali più piccoli”.<br />
Le formiche si guardarono negli occhi l’un l’altra. Lo stesso pensiero attraversò la mente di tutte e all’unisono: &#8220;Come si può avere questo medicamento che fa proprio al caso nostro? &#8211; “Ne posso avere poche dosi per i più fortunati”. Dio solo sa quanto ne avessero bisogno!<br />
La mente di ognuna fu attraversata dal ricordo di alcune sciagure che le avevano colpite in passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Bastava la caduta di una pera matura da un albero per distruggere il formicaio sottostante, facendo innumerevoli vittime. Per non dire del passaggio delle mandrie, quelle stupide pecore non badavano dove mettevano le zampe biforcute. Per non dire di quella mucca dispettosa, faceva finta di essere distratta, ma non c’era dubbio, lo faceva apposta. Quando passava lei era uno sterminio peggio della lava o dell’alluvione!!.<br />
“Spiegaci meglio, dicci qualcosa in più” chiesero formica Rosa e formica Rachele a scarafaggio mastro Titta.<br />
E quello: &#8220;Vi dico che è una pozione portentosa, l’hanno usata nella collina Licandra, non molto distante da qui e le pulci hanno vinto la battaglia contro i cavalli. Però se la volete comprare ve la devo prenotare.<br />
“Certo, la vogliamo, prenotala subito”, disse formica Rachele con tale determinazione che sorprese Rosa. Erano tanti e tali i soprusi subiti per tutta una vita, che non badava a spese” &#8211; &#8220;Ci vorranno tre misure di grano” &#8211; “Nientemeno&#8230; la provvista di un intero anno !!!” esclamò Rosa.<br />
“Ma Rachele ha ragione, ne abbiamo troppo bisogno, portala e pagheremo.<br />
Formica Rosa e formica Rachele salutarono scarafaggio mastro Titta che diede loro appuntamento al mese prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un mese passò in fretta, con la frenesia dei lavori di inizio anno. Tutte le formiche avevano cominciato a costruire il formicaio. Quelle più giovani sotto la guida di quelle più anziane.<br />
Rachele e Rosa erano animate da un fervore che sorprendeva tutte. Trascinarono frasche, scostarono ciottoli dai viottoli, tolsero le erbacce infestanti, ricostruirono rigagnoli per incanalare l’acqua piovana, un lavoro che durò una intera settimana.<br />
Le più anziane non si limitarono a dare suggerimenti, ma gli preparavano appetitosi colazioni e qualche bicchiere di vino che avevano da parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo scadere del mese sentirono da lontano il cigolio del carretto di scarafaggio mastro Titta.<br />
Appena si fermò, Rachele e Rosa gli andarono incontro e, prima che le altre si affacciassero, Rachele prese la bottiglietta che Titta le diede con un’occhiata di intesa e andò a riporla in casa, mentre Rosa si fermò ad ascoltare le istruzioni per l’uso. “Mi raccomando, versane un dito in un bicchiere d’acqua, un’ora prima di entrare in azione. L’effetto dura per 10 giorni. Questa che vi ho dato dovrebbe bastare per tutte”.<br />
Ma prima che finisse di parlare, Rachele era andata nella sua tana e trascinava avanti l’uscio i contenitori di grano.<br />
Con un cenno d’intesa mastro Titta cominciò a caricarseli mentre tutte le altre erano distratte a commentare le nuove mercanzie e non si accorsero di quello che si sarebbe rivelato l’acquisto più sensazionale della giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa volta non c’era più la libellula. Alle domande curiose delle formiche scarafaggio mastro Titta era un po’ evasivo; rispondeva che lei non era potuta venire, che non stava bene, ma che la prossima volta sarebbe venuta senz’altro e avrebbe portato le ultime novità della moda e tante sciccherie. Le formiche ne dubitavano, e molte pensavano che la libellula aveva già mollato scarafaggio mastro Titta. Libellula era troppo bella per lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Si avvicinava il tempo della transumanza dei greggi e per i formicai significava il periodo più pericoloso<br />
Per quanto le formiche facessero attenzione a costruire le tane a riparo dai viottoli di passaggio, c’era sempre qualcuna che pare che lo facesse apposta. Anzi, formica Rachele era sicura che quella mucca smargiassa, che conosceva lei, anzi che conoscevano tutte, lo faceva apposta a distruggere con le sue zampate tutti i formicai.<br />
Ma questa volta… questa volta, se la pozione miracolosa di mastro Titta avesse funzionato, le cose sarebbero andate diversamente.<br />
Rachele e Rosa radunarono tutte le altre all’imbrunire e le misero a corrente del loro piano. “A&#8230; si… come?&#8230; davvero?&#8230; bene!”<br />
“Attente, lo dobbiamo bere tutte prima che si avvicinano, noi vi diremo quando”. Se ne convinsero subito del resto le due anziane formiche, non erano delle smidollate, se loro avevano così deciso, era una cosa saggia e giusta. Al segnale convenuto sarebbero state tutte pronte a bere la pozione e partire all’attacco.<br />
Appena avuta notizia che le greggi si stavano avvicinando, Rachele e Rosa chiamarono le formiche che, disciplinate, in fila, come sanno fare loro, ad una ad una andavano a bere il bicchiere di pozione che Rachele aveva preparato per tutte in una bottiglia.<br />
Il sapore non era sgradevole, anzi sapeva di menta e qualcuna si leccava le labbra. “Adesso disponiamoci attorno ai formicai e se qualcuno prova a pestarli noi gli saltiamo addosso”, sentenziò Rachele.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo era stato calcolato giusto. Appena la pozione cominciò a fare effetto, uno strano formicolio attraversava le membra delle formiche.<br />
Ecco scendere le mandrie che attraversavano scampanellando i tratturi.<br />
Appena la solita mucca smargiassa provò a pestare un formicaio ecco le formiche partire e saltarle addosso come saette. Erano come tante punte di spilli che si conficcavano nella pancia della mucca, che spaventata, non sapeva cosa le stesse capitando e prese a scalciare, saltare e correre, spaventata.<br />
Neanche loro, le formiche, capivano cosa erano diventate, erano come delle schegge impazzite, come delle scintille infuocate emanate da carboni accesi sotto il soffio del vento. Era uno scoppiettare continuo, né avvertivano dolore. Le mucche furono prese dal panico e si allontanarono spaventate da quel luogo.<br />
Non solo, il fatto fu risaputo in tutta la collina. Anche nelle campagne vicine si sparse la voce che sulla collina Filatrò c’erano delle formiche stregate, capaci di mettere in fuga le mucche e che era meglio non transitare per quella zona.</p>
<p style="text-align: justify;">Pure per le formiche fu uno shock, non riuscivano a capacitarsi di quello che erano riuscite a fare, di come erano diventate e l’indomani ciascuna voleva raccontare come si era sentita attraversare le membra da una forza diabolica. Ognuna aveva impressa nella mente l’immagine delle altre come impazzite e ne ebbero da raccontare per tutta la stagione. Cominciarono a venire a visitarle tutti gli animali piccoli del circondario: pulci, piattole, termiti che erano interessati a sapere, ma loro mantennero il segreto: per ringraziarli della solidarietà li invitarono ad una grande festa che fecero sulla loro collina.<br />
Da allora in poi le formiche regnarono indisturbate sulla collina Filatrò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il pittore di Madonne</strong><br />
Marietta che abitava vicino al Duomo, tra una imbastitura e una misura, sottovoce per evitare i rimbrotti della gnura Mastra “non fate disciuni, non parlate dei fatti della gente” gli raccomandava sempre; si era messa a raccontare del pittore di Madonne: “Ma la sapete l’ultima, il pittore delle madonne della chiesa se la sposa a Carolina, cosa da non crederci&#8230; allora la voleva veramente!”<br />
“Chi? il pittore, proprio il pittore o qualche operaio?”<br />
“No proprio il pittore”<br />
“Il forestiero, chiru bellu giuvinu?”<br />
“Si proprio lui.”<br />
Era successo che l’arcidiacono aveva deciso di restaurare le pareti e le volte del Duomo. Le offese del tempo e l’umido avevano quasi cancellato i dipinti originari. L’arcidiacono cercò il meglio che si poteva permetterete e ingaggiò un pittore di madonne che veniva dalle Puglie.<br />
Fu un lavoro lungo; si procedeva un tratto al giorno. Solo per montare le impalcature ci volle molto tempo.<br />
Il pittore di Madonne si era stabilito in paese con i pochi aiutanti che si era portati al seguito, e alloggiava in una pensione, da Zenobia, non lontana dalla chiesa.<br />
L’interesse dei paesani era rivolto tutto su di lui. Cercavano di sapere se era sposato, cosa faceva la sera.<br />
Lui non si concedeva alla curiosità del paese, non frequentava né cantine, né bar, non andava neanche mai in farmacia per un farmaco; sembrava che campasse d’aria.<br />
Era taciturno, entrava nella chiesa al mattino e vi lavorava fino a quando la luce del giorno glielo consentiva. Su una grande panca, approntata per la bisogna con grandi tavole di legno di pino, i suoi aiutanti mescolavano colori e tracciavano sagome su carta; altri due garzoni del paese svolgevano lavori di manovalanza semplice. Il lavoro era uno spettacolo da non perdere per i paesani che appena liberi andavano ad ammirare le forme e le figure volteggianti, nella cupola e alle pareti, che uscivano da quei pennelli. Il parroco raccomandava di fare silenzio, di non disturbare il pittore, di non entrare a frotte.<br />
Il pittore era di poche parole. Ogni tanto interrompeva il lavoro e si avviava verso &#8216;A timpa da motta ranna&#8221; poco distante dalla chiesa, promontorio a strapiombo sulla pianura sottostante, che si allargava a vista d’occhio e sconfinava con il mare. Poi rientrava e ricominciava a dipingere come ricaricato dalla vista di quel panorama.<br />
Qualche donnina diceva che il pittore andava lì a guardare perché da lontano gli appariva la Madonna che gli spiegava come doveva dipingere la chiesa.<br />
Alla motta ranna, in una casuccia che sembrava una grotta, ci abitava Giuvannina con la figlia Carolina, una ragazza sui 18 anni bellissima, alta, snella, dall’incarnato roseo, dai capelli biondi, quasi fulvi, e i lineamenti delicati, raffaelleschi.<br />
Non aveva un padre, non lo aveva mai avuto, forse perché concepita dietro un cespuglio di una campagna, non si sa se con compiacimento o con violenza.<br />
Giuvannina raccoglieva spighe, olive, o altro.Le due donne erano poverissime, sole ed indifese. Non pochi si preoccupavano per quella ragazza che così bella faceva gola a molti, e così povera poteva finire nel letto di qualche prepotente signorotto locale.<br />
La madre era sempre in giro per lavorare a giornata; vendeva anche la neve, la raccoglieva d’inverno in una botola di legno comprimendola in strati di paglia e la rivendeva d’estate per il refrigerio dei palati di chi aveva qualche soldo in più da spendere.<br />
Carolina, spesso scalza e con l’unico vestito addosso, andava alla sorgente a lavare i panni, e le buone vicine cercavano di accompagnarla con lo sguardo e di preservarla dai pericoli raccomandandola alla Madonna.<br />
Ben presto guardando la volta della chiesa i paesani si accorsero che il volto della Madonna assomigliava a quello di Carolina.<br />
&#8220;Che miracolo!&#8221;<br />
Ma dopo il primo momento di stupore, qualcuno cominciò a dire che il pittore doveva averla vista da vicino se l’aveva dipinta così precisa.<br />
Cercarono di chiedere a Zenobia, la proprietaria della pensione dove soggiornava il pittore, se qualche volta Carolina era andata a trovare il maestro.<br />
&#8220;No!&#8221; rispondeva Zenobia, indignata.<br />
Quando camminavano per strada Carolina e Giovannina, le donne del paese si davano di gomito e appena quelle si allontanavano, si radunavano in crocchio a &#8216;ciuciuliare&#8217;.<br />
Madre e figlia si sentivano gli occhi del paese addosso.<br />
Finita di affrescare la chiesa, il pittore comprò le scarpe ed il vestito a Carolina, la sposò e la portò via con sé.<br />
“Ci vo a fortuna a tutte le cose,” si fece scappare qualche invidiosa che la figlia sua ci avrebbe avuto pure il corredo e pure i soldi per il mobilio.<br />
“Io dico che è a voluntà di Signuri, si ca Iddru fa petra pane (trasforma le pietre in pane), fa u miraculu per tutte le cose,” aggiunse Richetta, “ma sono contenta per Carolina, ca almenu ‘na vota ogni tantu na povareddra gode”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La morte di criaturi</strong><br />
Capitava che la luce rimanesse accesa fino a sera tarda dalla gnura mastra, se doveva consegnare qualche abito urgentemente per il giorno appresso, lei continuava da sola pure dopo che le discepole se ne erano andate. Ma quando le luci si riaccendevano dopo la mezzanotte e il trottolare della macchina da cucire si sentiva nel vicinato, che col sereno della notte si sente, allora voleva dire che era successo qualcosa di imprevisto, immediato, urgente; e che poteva essere se non la morte di chi non se l’aspettava e non si era preparato?<br />
Regina che abitava di fronte a Rosina a gnura mastra l’aveva capito subito, non che lei stesse a spiare, che anzi aveva u sonnu fortu, ma a quell’ora, passate le due di notte, Carru, il marito, si alzava ed andava alla stalla per governare il cavallo, e per quanto facesse piano, quando dopo circa tre quarti d’ora tornava ad infilarsi nel letto, con quei piedi freddi la svegliava.<br />
Il primo pensiero di Regina a matina fu di jire a s’apprifittare dalla gnura mastra a che era successo, picchì cusiva di notte; era morto nu criaturu e qualcuno della famiglia aveva bussato, rispigghiato a gnura mastra per fargli cucire nu custumeddru, ca almenu mò ch’era mortu nu vestitu tuttu novu ci volia. A gnura mastra la stoffa l’aveva sicuro, i ritagli, specie le pezze grandi le conservava, e gli aggarbò nu cavuzicchiu e ‘na giacchettina di vellutu blu cu a rrobba ca le era rimasta da un vestito di ‘na foristera, che non l’avrebbe saputo; ca nzammà sia avesse visto una pezza del suo abito che si corivicava sutta terra!<br />
Di prima mattina le campane suonarono a spirata. I rintocchi dal campanile della chiesa si sentivano in tutto il paese; le donne, quando le campane suonavano fuori orario e non era né mezzogiorno né vespero, ovunque si trovassero e qualunque cosa stessero facendo, restavano mpetrate, sospendevano un attimo per ascoltare le campane, e capire se annunciavano una funzione religiosa, una novena o se a campana era a mortu, e se era ‘na spirata, cioè se era morto qualcuno, dal tono del rintocco capivano se il morto era un adulto o un bambino.<br />
Era il secondo dopoguerra e di bambini ne morivano tanti, era frequente vedere in paese funerali con piccole bare bianche, erano funerali in tono minore, con poca gente e dove piangeva sommessamente solo la madre. Quando accadeva nel vicinato, le altre mamme mandavano a comprare un fiore d’arancio, era un fiore di raso bianco inamidato sostenuto da uno stelo di alluminio, andavano a fare visita al morticino e lo deponevano nella piccola bara bianca fino a ricoprire tutto il corpicino del bimbo; lasciavano scoperto solo il viso ceruleo. Appena ognuna si affacciava sulla porta, fattasi il segno della croce, era ‘na vucia guala: &#8220;Peccatu ’nu bellu figghiu masculu”.<br />
Se a morire era una ‘na gaira (una bambina), il viatico in cielo era più esplicito: &#8220;Bona sciorta e bona fortuna sinnò ‘na bella curuna” come a dire che si era evitata di sicuro una cattiva sorte.<br />
Quando gli era morta una giovinetta da marito a Cicciucòla, che aveva una famiglia poverissima e numerosa, non potè pagare il funerale e gli rimase il debito con l’arciprete che, dopo aver rispettato il lutto per un mese, mandò il sagrestano a riscuotere il credito e lo fece ritornare numerose volte perché Cicciucòla i soldi non li aveva mai. Infine l’arcivescovo spazientito mandò il sagrestano latore di una condanna esplicita per Cicciucòla: “Ha dittu l’arciprevitu ca su ‘nci paghi u funiralu, a figghita ta caccia du paravisu e ta manna n’tu mpernu”<br />
Fu risoluto Cicciucòla: “E tu dicci all’arciprevitu u nna manna duvi vò, abbasta cu nna manna torna ccà”.<br />
La miseria, dove una figlia in età di marito era una cambiale in scadenza, superava il dolore della perdita.</p>
<p style="text-align: justify;">* <em><span style="font-size: 14px;">Angelina Brasacchio ha insegnato Filosofia e Storia nei Licei. E&#8217; stata per alcuni anni consigliere comunale a Strongoli (KR), paese di origine e di residenza. Ha pubblicato &#8220;Volevano cambiare il mondo. Passando per il &#8217;68&#8221; (2008); Il figlio della vipera&#8221; (2009); Lo specchio della matrona&#8221; (2011); Il vestito della sposa&#8221; (2015); &#8220;Racconti dal Sud&#8221; (2016) e &#8220;Quando maturano i fichi&#8221; (2017).</span></em></p>
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		<title>Otto racconti di Tiziana Albanese</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2018 18:17:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; 1) Il gabbiano che non sapeva volare (In memoria di Vincenzo Muccioli) Pallida, lo sguardo spento, il viso scarno,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-845-19" loop="1" autoplay="1" preload="auto" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/01/1-Amore-che-vieni-anore-che-vai-De-André.mp3?_=19" /><a href="https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/01/1-Amore-che-vieni-anore-che-vai-De-André.mp3">https://www.carloripolo.it/wp-content/uploads/2024/01/1-Amore-che-vieni-anore-che-vai-De-André.mp3</a></audio>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong>1) Il gabbiano che non sapeva volare</strong> (In memoria di Vincenzo Muccioli)</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Pallida, lo sguardo spento, il viso scarno, rannicchiata in un angolo del bagno della scuola: questa era Giulia, e la mia storia inizia con lei. Appena la vidi capii che era disperata quanto me. Accennò un sorriso, sollevò lo sguardo ed io vi ritrovai lo stesso vuoto, la stessa solitudine, la stessa rabbia che ogni mattina, guardandomi allo specchio, scorgevo nei miei occhi. Subito nacque tra noi una spontanea complicità, che si trasformò, ben presto, in una grande amicizia. Entrambe incomprese, entrambe sole, entrambe vittime di una società che più volte ci aveva deluse e tradite, trascinavamo la nostra esistenza nel disperato bisogno d&#8217;amore. Giulia colmava questo vuoto con la droga. Aveva iniziato fumando spinelli e, via via, continuò assumendo droghe sempre più pesanti, nel tentativo di evadere e dimenticare i suoi problemi. I suoi genitori, così come i miei, erano ottusamente fermi al passato, e con i loro rigidi sistemi l&#8217;avevano oppressa, causando la sua insicurezza e sfiducia negli altri. Da quando si drogava aveva perso ogni interesse e a scuola, nella sua classe, dove un tempo era considerata e stimata per il suo impegno, ora al contrario veniva trattata come una reietta da compagni e professori. Ma Giulia non aveva speranze, e anch&#8217;io pensavo di non averne. Mio padre e mia madre continuavano ad opprimermi con i loro metodi educativi tutt&#8217;altro che positivi, non capivano che la loro mentalità retrograda e i loro divieti troppo severi mi avevano isolata e, ormai, ovunque cercassi d&#8217;integrarmi avevo l&#8217;impressione di non essere ben accetta e finii quindi per rassegnarmi.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">A peggiorare la situazione c&#8217;era Sandro. L&#8217;avevo conosciuto circa un anno prima, ed era stato il classico colpo di fulmine: ci mettemmo insieme, e per me fu la prima esperienza.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ero felice, pensavo di aver trovato qualcuno che avesse voglia di ascoltarmi e che avrebbe potuto consigliarmi. Ma fu una delusione. Sebbene Sandro fosse più grande di me, si rivelò ben presto molto diverso dal ragazzo forte e maturo cui volevo appoggiarmi e col quale pensavo di riuscire a dimenticare il mondo che mi circondava. Sandro, invece, era un ragazzo immaturo, superficiale e solo apparentemente forte, ma in realtà debole e confuso, anche più di me. Dopo poco tempo ci lasciammo, e per me quel rifiuto fu l&#8217;inizio della fine, perché io l&#8217;amavo veramente ed avevo un disperato bisogno del suo affetto, che avrebbe dovuto colmare il vuoto creato dai miei genitori e dai miei compagni.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quando Giulia e la droga entrarono nella mia storia, la vita mi aveva già sbattuto troppe volte la porta in faccia, e con una tale violenza da farmi desistere dal fare qualsiasi nuovo tentativo. Ero stanca, l&#8217;unica cosa che desideravo fare era lasciarmi andare, dimenticare tutto e tutti. E Giulia mi offrì la soluzione. Non seguii un processo graduale&#8230; Cominciai subito ad assumere sostanze pesanti, che ogni volta sembravano darmi vita ma che, in realtà, mi spegnevano piano piano, e quasi senza accorgermene divenni anch&#8217;io vittima di me stessa, della mia mente, delle mie azioni&#8230; I miei non si accorsero di nulla, perché non avrebbero mai potuto credere che la loro &#8220;bambina&#8221; facesse cose del genere, ed io agivo così anche per questo, perché drogandomi pensavo di punire loro per il dolore che mi avevano procurato. E invece stavo punendo solo me stessa. A tutti i problemi che già avevo ne stavo aggiungendo un altro, che alla fine avrebbe reso la mia vita un inferno e me schiava di una siringa e un po&#8217; di eroina. Tante volte, prima di &#8220;farci&#8221;, io e Giulia ci guardavamo negli occhi, spaventate, cercando l&#8217;una nell&#8217;altra la forza di dire no, di fermarci prima che fosse tardi. Sapevamo di stare andando alla deriva, che ogni dose era un passo avanti verso l&#8217;orlo di un precipizio, e volevamo resistere, tentavamo in ogni modo di farlo. Ma alla fine vinceva la debolezza&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Io e Giulia, compagne di un viaggio la cui ultima fermata è la morte. Una volta, Giulia mi raccontò di quando, da piccola, passava ore sulla spiaggia ad osservare i gabbiani: spesso aveva sognato di diventare una di loro, per essere completamente libera. Non riusciva a spiegarsi come quel grande desiderio di libertà avesse potuto trasformarsi, durante l&#8217;adolescenza, in quella mera disperazione autodistruttiva. Io non sapevo cosa rispondere. E come avrei potuto? Anche i miei sogni e i miei ideali erano spariti senza lasciare alcuna traccia da quando mi drogavo, ed io trascorrevo giornate intere chiedendomi in cosa avevo sbagliato e cercando inutilmente di resistere al bisogno di bucarmi. Ben presto i miei genitori lo capirono ed io, in cuor mio, ne fui contenta, perché pensavo ancora che avrebbero potuto ravvedersi ed aiutarmi ad uscire dal vortice infernale nel quale mi trovavo. Mi sbagliavo. Non cercarono di capirmi: mi giudicarono semplicemente. Avevo infangato il buon nome della famiglia, avevo procurato loro un gran dolore che certo non meritavano, visto che credevano di avermi dato il meglio.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Tutto questo andava oltre ciò che potevo sopportare e decisi, insieme a Giulia, di scappare, perché eravamo entrambe desiderose di allontanarci il più possibile dai nostri problemi&#8230; Ma fuggire non ha mai risolto nulla.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ci ritrovammo su uno di quei treni di cui non si sa mai la destinazione, convinte che nessuno al mondo avrebbe potuto mai comprenderci, pronte ad affrontare, insieme alla droga, un viaggio senza meta. Ma Giulia, su queI treno, trovò la morte.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Non appena salimmo, &#8220;fatte&#8221; come non mai, ci lasciammo cadere sul lurido pavimento di quell&#8217;ultimo vagone, che era completamente vuoto, solo. Come noi, del resto. Ridevamo e piangevamo senza alcun motivo, parlavamo pronunciando frasi senza senso, senza alcuna logica, completamente annebbiate. Giulia stava male, tanto male, ed era stanca, molto più di me, di condurre quell&#8217;esistenza. Ricordo il profondo buio di un tunnel e noi, a terra, che fissavamo con sguardo assente la siringa: ancora una volta vinte, ancora una volta abbandonate a noi stesse. Io continuavo a parlare, a cantare stonata incitando la mia compagna di vita e di morte a lasciarsi andare all&#8217;ebbrezza, alla falsa felicità che si prova in quei momenti. Lei, al contrario, si lasciò andare, per l&#8217;ultima volta, alla droga.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Morì di overdose accanto a me. Pochi istanti prima di spirare mi guardò con una strana espressione e, sorridendo, disse: &#8220;Non ti preoccupare&#8230; Adesso sono libera&#8230; Ecco i gabbiani&#8230;&#8221;. Non riuscì a finire. Morì fra le mie braccia, e quando chiuse gli occhi assunse un&#8217;espressione beata, il suo viso finalmente sereno era in contrasto con il suo corpo martoriato, ridotto a una larva dopo una vita di droga e disperazione. In quel momento capii che avevo veramente toccato il fondo. Mi guardai in giro attonita, osservando l&#8217;ambiente squallido che mi circondava, e poi Giulia, ormai morta&#8230; Avrei fatto anch&#8217;io quella fine? Avrei dovuto aspettare anch&#8217;io la morte per essere libera? Solo allora mi resi conto di avere tutta una vita davanti a me. La lacrime vennero giù da sole. Strinsi forte a me il corpo ormai esanime di Giulia e le promisi che la sua morte non sarebbe stata inutile, perché io avrei trovato la forza di smettere con la droga.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Di quello che accadde poi ho un vago ricordo: confusione, sguardi severi e ammonitori, la polizia, la sirena dell&#8217;autoambulanza, gli occhi `di mio padre e di mia madre spenti, delusi. Ricordo la tomba di Giulia, colpita dal sole che sembrava volesse darle vita.., ma Giulia ormai non c&#8217;era più. Decisi di entrare in una comunità. Il mio primo ricordo lucido risale a qualche settimana dopo quella fatidica notte, quando un mattino, all&#8217;alba, mi sentii chiamare da fuori: una voce calda, amica mi incitava ad alzarmi dal letto. Io mi avvicinai piano ma senza timore alla finestra. La aprii cercando con lo sguardo quella voce, cercando Giulia. La vidi&#8230; La vidi nel sole, lo stesso che baciava la sua tomba,che sorgeva,e nel mare che lo rifletteva. La sentii nell&#8217;aria tiepida, la stessa di un caldo mattino d&#8217;estate, e capii che non mi aveva abbandonato ma era sempre lì, accanto a me, pronta ad aiutarmi e a sorreggermi, ad aiutarmi ad amare la vita. Nuovamente insieme, dunque, io e Giulia, decise a combattere contro la morte.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E così è stato.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">In quella comunità ho trovato la forza per ricominciare ed ho riacquistato fiducia e rispetto nei miei confronti. Oggi io stessa ne dirigo una, e con i miei ragazzi continuo quella battaglia intrapresa nel ricordo di Giulia. Sono giovani forti, ma resi deboli da questa società malata e corrotta. E negli occhi di ciascuno di loro trovo la stessa disperazione che avevo io. Non chiedetemi da dove arriva quella disperazione: sappiate però che ne siamo tutti responsabili. Ogni ragazzo che si droga, ogni ragazzo che vende la sua vita per un&#8217;amara illusione è una sconfitta per ciascuno di noi che, vivendo con indifferenza e falsa tranquillità, lontani dagli, altri, dimentichiamo troppo spesso che gli altri siamo noi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong>2) Il nome dell&#8217;amicizia</strong></span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Gli anziani: una fonte inesauribile di saggezza e di esperienze.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ad essi possiamo ascrivere una categoria particolare: i nonni,gli anziani più saggi, esperti e perché no, più simpatici. Essi amano i loro nipoti più dei loro figli, forse perché, ad una certa età, si ritorna bambini. E per amore dei nipoti sopportano tutto: i capricci, gli sgarbi. Danno tutto ciò che hanno e, in cambio, chiedono solo amore.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mio nonno è colui che,forse, rappresenta meglio di tutti il genere di anziani descritti. In famiglia è l&#8217;unico che mi appoggia sempre, che mi dà ragione anche Quando ho torto, che mi vizia, che mi giustifica in ogni occasione. Ma, purtroppo, molto spesso, io commetto l&#8217;errore di molti miei coetanei e, per fretta o per noncuranza,non ricambio le sue attenzioni. Altre volte, invece, anche per quietare il rimorso che mi causa Questo comportamento, mi siedo accanto a lui e gli chiedo di raccontarmi qualche episodio della sua gioventù. Amo ascoltare i suoi racconti, perché mi parla con parole semplici, ma descrive le scene   e i fatti in modo così realistico che mi è facile poterli immaginare.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quando sono malata, poi, trascorre con me interi pomeriggi e parliamo, parliamo, e lui mi racconta gli aneddoti più belli e divertenti. Una volta, però, gli chiesi di parlarmi del periodo in cui era partigiano. Lui si fece serio e cercò di cambiare discorso ma io, incuriosita dalla sua reticenza, lo esortai a parlare, e lui cedette alla mia insistenza.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">&#8220;Quella della guerra fu l&#8217;esperienza più drammatica della mia vita &#8211; cominciò mio nonno &#8211; io ero sposato da meno di un anno, quando fui richiamato alle armi. Sarei dovuto entrare negli eserciti alleati ai tedeschi. Era il `43. Dovetti salutare mia moglie e il bambino che gia cresceva dentro di lei, e mettermi in viaggio, con il rimorso di lasciarla sola e con un figlio in arrivo, e con il triste pensiero che forse non l&#8217;avrei più rivista e non avrei mai conosciuto mio figlio. Ero stato assegnata ad una caserma in un paese vicino Roma, Civitavecchia. Quando vi arrivai, fui assegnato al deposito armi; ma, due o tre settimane dopo, fui mandato anch&#8217;io sul campo di battaglia poiché l&#8217;esercito aveva perso molti uomini, e mancò poco che, una o due volte, ci rimettessi la pelle. Poi, un giorno, fui ferito gravemente al braccio e fui portato in un ricovero. Lì divenni amico di un ragazzo che aveva poco più di vent&#8217;anni e che veniva, come me, dalla Calabria, da Scilla. Andammo subito d&#8217;accordo. Si chiamava Beppe. Per la prima volta, dopo tanti mesi,mi sentii come a casa mia. Beppe era l&#8217;ultimo di sette fratelli,tutti maschi e tutti arruolati. Ma il più grande, Gianni, aveva disertato per allearsi con i partigiani, e dopo un paio di giorni capii che anche Beppe l&#8217;avrebbe fatto. Fu lui stesso a parlarmene, poco prima che venissi dimesso: &#8220;Io non ci torno a combattere per un dittatore che ci vuole sfruttare tutti. No, non mi farò ammazzare per lui. Hanno ragione mio fratello ed i partigiani, che vogliono l&#8217;Italia libera. Ed io, quasi quasi&#8230;&#8221;; ma poi si fermava, forse perché capiva che, anche volendolo, non sarebbe riuscito a fuggire. Anch&#8217;io restavo un po’ pensoso quando faceva questi discorsi, perché sapevo che aveva effettivamente ragione. Ma neanch&#8217;io capivo come avremmo potuto scappare, visto che il ricovero si trovava vicino all&#8217;accampamento. Una sera, però, fui svegliato da Beppe: &#8220;Sono riuscito a mettermi d&#8217;accordo con mio fratello &#8211; mi disse &#8211; che ci aiuterà a fuggire ed a raggiungere lui ed i suoi amici. Che fai, vieni con me?&#8221;.Benché fossi ancora scosso per il brusco risveglio, capii benissimo ciò che mi proponeva: &#8220;Ma &#8230; quando?&#8221;, cominciai a dire mettendomi a sedere sul letto: &#8220;Stanotte. Ora, subito&#8221; fu la sua risposta secca e decisa. Io non sapevo che fare. Ma, alla fine, decisi di seguirlo,perché, pensavo, se fossi morto,l&#8217;avrei fatto per una giusta causa. Mi alzai e rapidamente mi vestii. Beppe aveva già preparato tutte le sue cose; io raccolsi le mie in fretta e furia ed uscimmo dalla stanza. La sentinella ci vide, ma non disse nulla, faceva parte del piano. Attraversammo l&#8217;accampamento in punta di piedi e, quando fummo fuori, ci nascondemmo in un bosco che si trovava lì vicino. Beppe, che teneva la torcia elettrica, controllava la strada e ben presto arrivammo da suo fratello, che non parve molto contento di vedermi. Appena mi scorse: &#8220;E questo -chiese al fratello- che te lo sei portato a fare? Ho già dei problemi per nascondere te!&#8221;.Beppe replicò che ero suo amico, che venivo dalla Calabria, che ero un bravo soldato, e lui si calmò. Ma, dopo un po&#8217;, quando fu ora di spostarci, Gianni mi si avvicinò con una benda e disse: &#8220;Mi dispiace, ma non puoi vedere dove vi porterò&#8221;. Mi legò la benda intorno agli occhi, mi diede un colpo in testa ed io caddi a terra, tramortito. Mi risvegliai la mattina seguente, quando il sole era già alto. Avevo un gran mal di testa, forse per il colpo ricevuto la sera precedente. Mi guardai intorno e vidi una piccola stanza con due letti, un armadio, un tavolo e delle sedie. Beppe era seduto sull&#8217;uscio, di spalle, e non capivo bene cosa facesse. Mi alzai intontito e mi avvicinai al tavolo, dove c&#8217;erano dei panini imbottiti.Ne presi uno e andai a sedermi accanto a Beppe, che stava scrivendo: &#8220;Ciao-gli dissi- che cosa scrivi?&#8221;. &#8220;Una lettera per la mia famiglia. Chissà come saranno in pensiero&#8230;&#8221;. &#8220;Già&#8230;-commentai io un pò giù di morale. Le sue parole mi avevano ricordato la mia famiglia; il ragazzo lo capì e mi chiese di parlargliene: forse in quel modo avrei sofferto di meno. Ed io gli raccontai di mia moglie,e del figlio che ancora doveva nascere quando ero partito e che adesso doveva avere qualche mese. Beppe sospirò: &#8220;Beh, tu almeno hai avuto il tempo di farti una famiglia. Io, invece, ho potuto solo fidanzarmi con una ragazza del mio paese. Si chiama Ida ed ha ancora diciassette anni. Quando torno la sposo&#8221;. Poiché entrambi avevano un triste presentimento, quello di non ritornare più alla nostra terra e alle nostre famiglie, cambiammo discorso, e Beppe disse che suo fratello si era comportato in quel modo la sera precedente perché quella cascina dove noi ci trovavamo era una base segreta dei partigiani. Noi saremmo rimasti lì per circa due mesi, finché non si fossero calmate le acque.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Invece in quella cascina a ridosso delle montagne fummo costretti a trascorrere quattro mesi.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Passavamo le giornate a discutere con il mio amico di qualsiasi argomento ma, gira e rigira, molto spesso arrivavamo a parlare lui di Ida, ed io di mia moglie e di quel figlio che, pensavo, non mi avrebbe riconosciuto, se mai avessi fatto ritorno a casa. Suo fratello veniva a trovarci spesso, ci portava da mangiare, ci diceva le ultime notizie, e prendeva le lettere che Beppe scriveva a Ida e alla sua famiglia.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Poi, una sera, egli tornò insieme a due suoi compagni, dicendoci che era giunta l&#8217;ora di scendere a valle ed aiutare i partigiani a combattere. Ci preparammo e, naturalmente, io fui bendato e guidato da uno dei due uomini. Ci incamminammo giù per la montagna con enormi difficoltà, a causa del tortuoso percorso. Furono allora costretti a togliermi la benda. Giungemmo, dopo circa un&#8217;ora di cammino, ad un&#8217;altra baracca dove c&#8217;erano parecchi uomini. Uno di essi si rivolse a Gianni: &#8220;Bentornato. Avete avuto problemi?&#8221;. &#8220;No -rispose- questo è mio fratello, e questo è il suo compagno&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">L&#8217;uomo, che doveva essere uno dei capi ci strinse la mano e guardò con aria accigliata Beppe, preoccupato, forse, dalla sua giovane età. Poi, egli si allontanò con Gianni e noi ci mettemmo in un angolo. Non ero tranquillo, e non ne capivo il perché, visto che non era la prima volta che combattevo. Anche Beppe era nervoso ed io compresi che aveva paura, ed era giusto perché, a vent&#8217;anni, si aveva il diritto di avere paura. Poi Gianni venne ad avvertirci che di lì a poco saremmo partiti e noi due avremmo fatto parte di coloro che precedevano il grosso del gruppo. Beppe protestò: &#8220;Ma stai mandando allo sbaraglio tuo fratello!&#8221;. Gianni rispose duramente: &#8220;Tu qui non sei mio fratello, sei un soldato qualunque che lotta e si sacrifica per la libertà della sua patria. Ti avevo avvertito che non sarebbe stato facile, vero?&#8221;. Beppe abbassò gli occhi e annuì, e il fratello si allontanò. Povero Beppe, pensai, troppo giovane per capire realmente il &#8220;sacrificio per la patria&#8221;. Così partimmo;Beppe era molto nervoso e si voltava e rivoltava ad ogni rumore.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">C&#8217;era poca luce, non vedevamo bene, e la strada era accidentata.E purtroppo accadde ciò che temevo. Un gruppo di soldati fascisti ci colse all&#8217;improvviso e ci circondò. Cominciò la battaglia e arrivarono gli altri partigiani, ma eravamo comunque in numero minore. Fui ferito e Beppe cercò di condurmi fuori dal combattimento.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Appena mi alzai, cominciammo a scappare verso l&#8217;interno, ma ci vide un fascista,che purtroppo sparò su Beppe e lo colpì per ben due volte. Mi fermai e cercai di farlo rialzare, ma non ce la faceva:&#8221;Lasciami qui, scappa,per me è finita&#8221;. Non gli detti retta, lo presi in braccio ed entrai nel bosco. Nessuno mi seguì, per fortuna, e dopo aver corso un po&#8217; , per quanto il mio compagno me lo permettesse, rallentai il passo. Beppe, che aveva perso i sensi, si risvegliò e, ancora una volta, mi chiese di lasciarlo al suo destino,altrimenti avrebbero preso anche me. Ma io protestai:&#8221;Non ti lascio,e tu non puoi arrenderti così! Pensa&#8230; Pensa a Ida!&#8221;. Ma Beppe aveva nuovamente perso i sensi. Arrivati alla riva di un fiume mi fermai, e adagiai Beppe sul terreno. Aveva la febbre alta e i brividi. Lo coprii anche con la mia giacca e cercai di pulire le ferite con l&#8217;acqua. Ma il ragazzo cominciò a delirare. Passai la notte accanto a lui e poi, verso l&#8217;alba, egli riprese conoscenza per un attimo:&#8221; Ormai lo so, è giunto il mio momento; ti chiedo solo un favore: prendi la catenina che ho al collo e portala a Ida, come pegno del mio eterno amore. Mi dispiace che finisca così, ma ognuno ha un destino, ed io non posso cambiare il mio&#8230; Avrei voluto avere soltanto il tempo di sposarla&#8230;&#8221;, ma non riuscì a finire la frase, ed esalò il suo ultimo respiro. Il suo volto assunse un&#8217;espressione serena, forse perché il suo ultimo pensiero era stata Ida.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Guardando quel ragazzo ormai morto, non potei trattenere le lacrime;e piansi, piansi amaramente perché capii che non vi erano giuste cause per cui combattere, soffrire e morire.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Vidi l&#8217;alba illuminare con i suoi colori leggeri il volto beato del mio amico. Mi alzai e scavai una fossa accanto ad un albero, vi seppellii il ragazzo e poi incisi sul tronco il suo nome ed il giorno della sua morte; e poi mi fermai ad osservare l&#8217;alba che, con i suoi colori e le sue sfumature indefinibili, riportò in me calma e tranquillità&#8221;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mio nonno sospese un attimo il racconto, ma io non ero del tutto soddisfatta: &#8220;E la catenina che fine fece?&#8221;. &#8220;Ah, già&#8230; la catenina &#8211; riprese- Dunque, dopo la morte di Beppe cercai il modo di tornare a casa e, dopo essere arrivato in un paese, chiesi indicazioni per Roma. Seguii la strada sempre attraverso i boschi e, giunto a Roma,mi nascosi in un treno diretto a Napoli. La stazione era piena di soldati fascisti, e salire sul treno fu un&#8217;impresa difficile, ma ci riuscii. Poi da Napoli proseguii a piedi; ma, per fortuna, lungo la strada mi fu dato un passaggio in automobile fino a Palmi. Quindi,da lì, raggiunsi a piedi Scilla. Arrivato in paese, cercai la casa della famiglia di Beppe e, quando vi arrivai, fui accolto da una donna anziana, la madre del ragazzo, vestita tutta di nero. Mi disse,fra le lacrime, che aveva saputo la notizia da Gianni. Accanto a lei vi era una ragazza, anche ella vestita a lutto e con gli occhi gonfi di pianto. Era Ida. Anche lei mi conosceva, Beppe le aveva scritto di me nelle ultime lettere. Quando le diedi la catenina, non riuscì a trattenere le lacrime. Poi, dopo essersi calmata, me la restituì dicendo: &#8220;Per Beppe siete stato come un fratello in questi ultimi mesi, me lo scriveva nelle sue lettere. Lo avete capito ed aiutato quando più ne aveva bisogno. E&#8217; più giusto, quindi, che teniate voi la catenina&#8221;. Rimasi colpito dalla gratitudine di quella ragazza,così giovane, ma così matura e responsabile. E la ringraziai. Poi presi la strada verso casa. Arrivai nel mio paese a notte fonda e,quando entrai in casa, tua nonna mi accolse con la canna di un fucile puntata contro di me, non pensando che fossi io. Anche per lei c&#8217;era la guerra, e non era facile. Quando mi riconobbe gettò il fucile e mi corse incontro piangendo di gioia. Ci abbracciammo forte:entrambi avevamo perso la speranza di vivere quel momento. Poi mi fece vedere mia figlia, e la sensazione che provai è indescrivibile.La bimba era stata chiamata Lucia, come avevamo deciso io e tua nonna prima che partissi, ma, mettendole al collo la catenina, le diedi un secondo nome: Ida.&#8221;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Stavolta mio nonno aveva proprio finito, ed io, seppur a malincuore, non gli chiesi nulla, perché aveva già le lacrime agli occhi. Mi dispiacque di aver tanto insistito, e glielo dissi; ma lui sorrise e rispose: &#8220;Non importa. I ricordi, talvolta, sono dolorosi, ma servono. Oggi, ad esempio, grazie ad essi, hai compreso che sentimenti come l&#8217;amore, l&#8217;amicizia e la lealtà, non si fermano neanche di fronte alla morte.&#8221;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">3) In nome dell&#8217;amore</span></strong><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">L&#8217;adolescenza: l&#8217;età più complessa e straordinaria di tutta la vita dell&#8217;uomo, E&#8217; quell&#8217;età che si aspetta trepidamente quando si è piccoli, che si detesta quando la si sta vivendo, che si ricorda con un sorriso nostalgico quando si é ormai adulti. E&#8217; l&#8217;età in cui si cambia, ci si trasforma da un momento all&#8217;altro per assumere mille atteggiamenti, ciascuno diverso dagli altri, senza che nessuno di essi ci convinca veramente. Insomma, come ci ripetono spesso i genitori sospirando, non si è nè carne né pesce. L&#8217;adolescenza è l&#8217;età in cui tutte le emozioni si vivono con trasporto e sentimento. Insomma, è l&#8217;età più bella. Almeno è questo ciò che ripeteva sempre mia nonna.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ricordo i tanti pomeriggi trascorsi insieme vicine al fuoco: io leggevo romanzi d&#8217;avventura, mentre lei ricamava tranquilla. Diceva sempre che avrebbe voluto ricamare tutte il corredo per le mie nozze. Io,spirito ribelle e convinta femminista, ribattevo affermando che non mi sarei mai sposata; lei non rispondeva, ma accennava soltanto un sorriso malizioso e pronunciava un &#8220;Vedrai&#8230;&#8221; a mezz&#8217;aria.Quando anche per me cominciarono i &#8220;sospiri d&#8217;amore&#8221;, come direbbe il poeta, fu la sola che riuscì a capirmi, a sostenermi ed addirittura a farmi da complice per ottenere qualche permesso in più dai miei genitori. Poi, una sera, le chiesi di raccontarmi la sua storia d&#8217;amore con il nonno. Lei si fece seria e tentò di cambiare discorso, ma, incuriosita dalla sua reticenza, la esortai a parlare. E lei cedette alle mie insistenze e cominciò a raccontare.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">&#8220;Conobbi Antonio l&#8217;estate in cui scoppiò la guerra, nel ‘40. Io allora avevo solo diciassette anni e lui venti, Lavorava come contadino nella tenuta di campagna della nostra famiglia.Sebbene fossi così giovane, mio padre, convinto di fare il mio bene,mi aveva promessa in sposa ad un giovane rampollo di una ricca casata nobiliare. Lo avevo incontrato solo una volta,in occasione del fidanzamento, e certo non ne ero innamorata. Tuttavia acconsentii, sia per quieto vivere sia perché sapevo che un mio rifiuto non avrebbe cambiato di molto le cose. Quella sarebbe dovuta essere l&#8217;ultima estate che trascorrevo nella tenuta di famiglia da &#8220;signorina&#8221;, perché presto ci sarebbe stato il matrimonio. Ma non bisogna mai Sottovalutare l’opera del Destino.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Un giorno, mentre già calava la sera, mi affacciai dal terrazzo della mia camera per assistere al meraviglioso spettacolo della campagna al tramonto, con le sue seriche sfumature. Respirai forte il profumo intenso dei mille fiori che faceva capolino fra l&#8217;erba del prato, e sorrisi felice di fronte a quella dolce immagine, quando a un tratto lo vidi. Era seduto sotto un tiglio e,mentre intagliava del legno, fischiettava una strana melodia. Non lo avevo mai visto prima. Non mi era permesso parlare con i braccianti al nostro servizio.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mio padre mi aveva fatto crescere sotto una campana di vetro per proteggermi da tutto e tutti. Ma non ci si può proteggere dall&#8217;amore.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quando alzò il viso, forse perché aveva avvertito la mia presenza,vidi due occhi scuri e penetranti che possedevano tutta la forza della nostra terra, la Calabria. No,non ridere, so bene che starai pensando che sono scene da telenovela, ma andò proprio così. E comunque non mi innamorai di lui a prima vista. Appena mi vide smise di fischiettare e gridò:&#8221;Cosa c&#8217;é da guardare? Non hai mai visto un ragazzo che fischia? Tornatene ai tuoi ricami!&#8221;. E gettando per terra il pezzo di legno che stava intagliando se ne andò. Lo sdegno e la collera mi assalirono.Come osava quel rozzo contadino rivolgersi a me con quel tono, a me,figlia del suo padrone? No,non mi fece proprio una bella impressione.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Però mi ricordai di lui e cercai di sapere chi fosse. Scoprii che si chiamava Antonio e che era un ragazzo molto schivo e irascibile. In un primo tempo pensai di riferire l&#8217;accaduto a mio padre, che lo avrebbe sicuramente punito. Ma poi ci ripensai e preferii tacere.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Rividi Antonio pochi giorni dopo. Io stavo facendo una passeggiata e lo scorsi sdraiato sotto un albero, con in mano un foglio e una matita.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Avrei voluto richiamare la sua attenzione con una battuta cattiva,per vendicarmi di quello che era accaduto, ma non me la sentii e dissi semplicemente:&#8221;Buongiorno&#8221;. Lui alzò subito lo sguardo e si fece serio,ma stavolta non disse nulla. Restammo lì a guardarci per un po&#8217;; poi lui, in tono sarcastico, chiese:&#8221;Ma suo padre non le ha vietato di rivolgere la parola a noi contadini?&#8221;.&#8221;Io posso fare ciò che voglio,sono nella mia proprietà&#8221;, ribattei acidamente cercando di scendere da cavallo. &#8220;Oh, oh! Ma come siamo permalose. Aspetti che l&#8217;aiuto a scendere. Suo padre non me lo perdonerebbe mai, se lei cadesse da cavallo!&#8221;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ero tentata dal dargli uno schiaffo. Era troppo insolente! Ma, allo stesso tempo, non me ne volevo andare: &#8220;Cosa stai scrivendo?&#8221;. &#8220;Sono affari miei, principessina!&#8221;, sbottò ripiegando in fretta il foglio.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">&#8220;Sai bene che non sono una principessa, sciocco! Ho un nome anch&#8217;io!&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">&#8220;Ah, sì? E, di grazia, potrebbe dirmelo?&#8221;. &#8220;Angela&#8221;. Lui riprese in tono ironico:&#8221;Ma che bel nome, le calza a pennello!&#8221;. Ero stufa di sopportare le sue battute:&#8221;:Basta! Mi hai veramente stancata e offesa con il tuo sarcasmo.&#8221; Mi voltai e tornai verso il cavallo. Lui si zittì un attimo ma poi riprese, mentre io mi allontanavo, e gridò: &#8220;Ma sì, va&#8217;! Vai a raccontare tutto al tuo paparino che, come a1 solito, ti difenderà!</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E invece neanche stavolta lo dissi a mio padre, e Antonio in qualche modo lo venne a sapere, perché una notte, pochi giorni dopo l&#8217;accaduto,mi chiamò tirando dei sassi contro la mia finestra. Io mi alzai e mi affacciai assonnata e stupita. Lui si arrampicò su un albero i cui rami si sporgevano fino al mio terrazzo:&#8221;Ho saputo che non hai detto niente a tuo padre del nostro incontro&#8221;. &#8220;Sì, é così; non corro da mio padre per ogni stupidaggine!&#8221;. Lui mi sembrò in difficoltà: &#8220;Beh, si&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Comunque sono venuto solo per&#8230; ecco,per&#8230; scusarmi. Sì, insomma, forse ho esagerato. Scusami&#8221;. Non potevo credere a ciò che avevo udito:&#8221;Va bene, scuse accettate. Ricominciamo tutto da capo. Io mi chiamo Angela&#8221;. Non so cosa mi era preso, ma avevo ormai dimenticato tutti i divieti di mio padre. Antonio mi guardò un po&#8217; incerto, ma poi sorrise e strinse la mano che gli porgevo: &#8220;Ed io Antonio», e così dicendo mi porse un foglio:&#8221;Questo è ciò che stavo scrivendo quella mattina. E&#8217; una poesia. Vedi, io sono solo un contadino, ma so leggere e scrivere,e vorrei farmi una cultura. Ora leggi quello che ho scritto. Se ti piacerà mi aiuterai, va bene?&#8221;. Fui molto sorpresa da quella proposta, ma tuttavia accettai. Presi il foglio e lo mandai via, perché mio padre avrebbe potuto svegliarsi, ma non senza prima avergli detto che lo avrei cercato l&#8217;indomani pomeriggio durante la mia passeggiata a cavallo.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quando lo incontrai,il giorno dopo,mi sembrò teso e ansioso:&#8221;Scusa se ti ho fatto aspettare -cominciai- ma mi é sempre difficile uscire da sola&#8221;. Antonio tagliò corto:&#8221;Sì, sì, lo so ma&#8230; allora? Cosa pensi di ciò che ho scritto?&#8221;. A vederlo così preoccupato per il mio giudizio,sorrisi e risposi: &#8220;Sì, come contenuto non c&#8217;é male&#8230; Ma ci sono parecchi errori. Devi curare la forma, il lessico. Comincia col leggere questi libri. Il segreto per scrivere bene è proprio leggere tanto&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Antonio guardò stupito i libri che gli porgevo: &#8220;Allora mi aiuterai,vero?&#8221;. &#8220;Certo. Ma ti dovrai impegnare al massimo. Ogni giorno ti terrò lezioni di grammatica, morfologia e sintassi, e ti darò dei compiti, va bene? Il ragazzo era raggiante: &#8220;Grazie! Mi impegnerò, vedrai!&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E così cominciai a seguirlo nei suoi studi. Ogni giorno, quando uscivo per la mia passeggiata a cavallo mi incontravo con lui, correggevo i suoi compiti, riprendevo i libri che aveva finito di leggere e gliene prestavo altri. Trascorrevamo insieme circa due ore al giorno. Col tempo scoprii diversi lati del suo carattere. Dietro quello sguardo schivo e ribelle si nascondeva uno spirito romantico che si manifestava solo in ciò che scriveva.E&#8217; inutile dirti che ben presto mi innamorai di lui e lui di me. Ma eravamo entrambi molto orgogliosi e non volevamo assolutamente ammettere di aver bisogno l&#8217;uno dell&#8217;altra.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E anche l&#8217;estate stava ormai finendo,e noi fummo travolti dalla guerra.Tutti i contadini, alle dipendenze di mio padre furono chiamati alle armi, anche Antonio. Fummo costretti,quindi,a interrompere le nostre lezioni, senza che nessuno dei due avesse svelato i suoi veri sentimenti per l&#8217;altro. Ma la notte prima di partire Antonio si arrampicò sull&#8217;albero vicino al mio terrazzo e mi svegliò. Dandomi un pacchetto mi disse;&#8221;Domani dovrei partire con gli altri per arruolarmi nell&#8217;esercito fascista. Ma io credo nella libertà e non posso accettare di combattere per un dittatore. Mi darò alla macchia e mi unirò ai partigiani. Queste é il ringraziamento per tutto ciò che hai fatto per me&#8230; non ti dimenticherò, e un giorno verrò a cercarti&#8230; e forse allora&#8230;&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Non riuscì a finire la frase. Ci guardammo per un lungo attimo. Mi sfiorò i capelli e mi baciò. Poi si voltò di scatto e scese velocemente dall&#8217;albero, per sparire nel buio della notte. Io rimasi immobile.Non mi rendevo conto di ciò che era successo, forse perché tutto era accaduto troppo in fretta. Tornai in camera e aprii il pacchetto. All&#8217;interno c&#8217;era un anello e una lettera in cui Antonio mi spiegava che l&#8217;anello era stata la fede nuziale di sua madre e mi confessava il suo amore.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Dopo quella notte pensavo che non l&#8217;avrei più rivisto, anche se forse sapevo dove era andato a nascondersi. Mi aveva parlato, infatti, di una sorella che abitava assieme alla sua famiglia in un paese sul mare,distante solo poche ore dalla tenuta. Ben presto, comunque, la notizia che Antonio aveva preferito darsi alla macchia e diventare partigiano piuttosto che combattere per il duce, giunse all&#8217;orecchio di mio padre che lo maledisse più volte e disse che avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutare i fascisti a trovarlo e a punirlo. Io non sapevo più cosa fare.La paura e la preoccupazione aumentavano ogni giorno, vivevo nel terrore che arrivasse la notizia della sua cattura. Poi un giorno giunse alla tenuta un&#8217;automobile di grossa cilindrata e ne scese un generale fascista scortato da due soldati. Riconobbi subito il graduato: era il barone Ubaldo degli Spina, il mio fidanzato che, come già avevo appreso da mio padre,aveva seguito la carriera militare e si era distinto per la cattura di molti partigiani. La sua visita inaspettata mi gettò in preda allo sconforto, poiché temevo che fosse in qualche modo collegata ad Antonio.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mio padre lo accolse con ogni onore e gli chiese a cosa dovesse la sua visita. Il barone spiegò che era solo di passaggio, poiché alcune indagini su un gruppo di partigiani lo aveva condotto da queste parti, ed ora era ad un passo dall&#8217;arrestare proprio il capo. Mi sentii svenire:capii che si trattava di Antonio. Il barone si accorse che ero impallidita e si preoccupò; ma io lo rassicurai dicendo che era solo un capogiro e mi congedai. Ma appena uscita mi misi ad origliare e scoprii il piano del barone per la cattura di Antonio. Egli era già stato arrestato, ma era riuscito a scappare e con ogni probabilità ora si trovava a casa della sorella. Avrebbero aspettato due o tre giorni e poi lo avrebbero costretto a venire allo scoperto.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mi sentii persa. Dovevo avvertire Antonio. Conoscevo più o meno la strada per il paese della sorella e, se fossi partita di notte, non avrei dato nell&#8217;occhio e l&#8217;indomani, quando si fossero accorti della mia scomparsa, sarebbe stato troppo tardi. Corsi in camera mia e mi preparai per la fuga. Con me presi solo l&#8217;anello, la lettera di Antonio e la coroncina del rosario, regalatami da mia madre in punto di morte.Erano le cose a me più care e le presi perché avevo il triste presentimento che non avrei più fatto ritorno a casa.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quella sera il barone rimase da noi. Quando tutto tacque, io mi presi di coraggio, mi calai giù dall&#8217;albero vicino al terrazzo e corsi verso le scuderie. Presi il cavallo di mio padre e percorsi tutta la tenuta il più silenziosamente possibile. Appena fuori da essa, mi lanciai al galoppo, sebbene vi fosse ben poca luce: solo la luna i miei passi.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Arrivai nel paese la mattina presto e mi feci indicare la strada per la casa della sorella di Antonio. Quando vi giunsi vidi una donna che stava attingendo dell&#8217;acqua ad un pozzo e mi avvicinai. Ella,sorpresa,si voltò verso di me e chiese se mi fossi persa. Le spiegai dunque che ero la figlia del signore presso cui aveva lavorato Antonio prima della guerra e dissi anche che avevo un messaggio importante per lui.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">La donna mi guardò pensosa e poi chiese: &#8220;Tu sei Angela, vero? Antonio mi ha parlato di te. Io sono Maria, sua sorella. Vieni dentro, il viaggio deve averti stancata.&#8221; Io assentii. La lunga cavalcata mi aveva affaticata, e l&#8217;ultimo tratto lo avevo dovuto percorrere a piedi, perché il cavallo si era azzoppato. Entrammo in casa e mi guardai intorno.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">C&#8217;erano un tavolo, poche sedie e una credenza. Un ambiente povero, ma pulito e curato. Maria mi fece sedere e mi porse un po&#8217; d&#8217;acqua.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Io le raccontai per filo e per segno ciò che era accaduto. Maria ascoltò tutto con interesse, e quando finii commentò:&#8221;Devi volergli molto bene se sei venuta fin qua mettendo a repentaglio la tua vita&#8221;. Io sorrisi:&#8221;Prima di conoscere tuo fratello non sapevo neanche cosa fosse l&#8217;amore.Adesso so che non m&#8217;importerebbe di morire pur di saperlo in salvo. Ma dov&#8217; è adesso? Lo devo raggiungere prima che sia troppo tardi&#8221; . &#8220;Antonio si è rifugiato fra i monti, in una grotta. E&#8217; un posto sicuro, difficilmente potrebbero scoprirlo. Ma forse hai ragione, sarebbe meglio avvertirlo. Solo che mio marito non c&#8217;è e&#8230;&#8221;.&#8221;Andrò io! Non ti preoccupare, puoi fidarti. Spiegami solo come arrivare alla grotta&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Maria mi chiese incerta:&#8221;Sei sicura che nessuno ti abbia seguita?&#8221;.Annuii trepidante ed ella si decise a spiegarmi dove si trovava Antonio.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mi preparò qualcosa da mangiare, visto che avrei dovuto camminare per due giorni; mi riposai un po&#8217; e poi cominciai il cammino. La strada era tortuosa e accidentata e fu difficile percorrerla. La prima notte mi fermai in una grotta che ero riuscita a trovare grazie alle scrupolose indicazioni di Maria. Naturalmente, però, non chiusi occhio quella notte, perché pensavo che mio padre si fosse accorto della mia assenza e se setacciando la zona assieme al barone avessero trovato il cavallo delle nostre scuderie vicino al paese di Antonio, non sarebbe certo stato loro difficile collegare i due fatti.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Appena fu l&#8217;alba ripresi il cammino cercando di camminare più velocemente possibile, per quanto mi permettesse l&#8217;impervio percorso.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Finalmente sul far della sera giunsi nei pressi della grotta. Stavo per chiamare Antonio, quando mi sentii afferrare da due rudi mani che mi tapparono la bocca; cercai di liberarmi dalla presa, ma apparve il barone che, guardandomi con disprezzo mi disse che mi avrebbero tolto le mani dalla bocca, a condizione che non gridassi; assenti. Mi sentivo persa. Mi avevano seguita, e se fosse successo qualcosa ad Antonio, io ne sarei stata la causa. Il barone mi chiese:&#8221;Avreste voluto salvarlo?Perché?&#8221;. Non sapevo se rispondere o meno; ma la cosa che mi stava più a cuore in quel momento era la salvezza di Antonio e chiesi disperata:&#8221;Dov&#8217;è? Cosa gli avete fatto, bastardi?&#8221;.&#8221;Eh, che parole! Questo linguaggio non é adatto ad una signorina del suo rango, che presto sposerà un&#8217;alta carica dell&#8217;esercito fascista!&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Non riuscii a controllarmi. Erano anni che sopportavo in silenzio e la mia ribellione esplose tutta in quel momento:&#8221;Io non ti sposerò mai,perché tu non vali nemmeno una briciola di quell&#8217;uomo che insegui da tempo, anche se hai tutti quei gradi e sei temuto da molti soldati,mezze calzette come te. Lui ha coraggio, ha degli ideali e lotta per difenderli. Tu non hai niente, esegui gli ordini di un dittatore, uccidi solo per il gusto di farlo! Vigliacco!&#8221;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Il barone ammutolì. Cercò di frenare la sua collera ma non gli riuscì:&#8221;Bene, bene! Adesso ti farò vedere io chi è il vigliacco&#8221;. Si voltò e si diresse verso la grotta. Io stavo per gridare, ma un soldato mi pose di nuovo una mano sulla bocca e mi puntò una pistola alla tempia.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Dopo pochi minuti il rumore di uno sparo lacerò il silenzio della montagna. Il mio cuore si fermò per un attimo, smisi di respirare. I due soldati che erano rimasti con me non sapevano che fare. Avrei voluto gridare, correre, ma mi sentivo come morta; fIn quando un soldato cominciò a trascinarmi verso l&#8217;automobile. Ma,mentre ci allontanavamo, ci fu un altro sparo. Il soldato si voltò di scatto ed io con lui.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Il suo compagno era a terra. Alzammo lo sguardo verso la grotta. Antonio era lì con una pistola in mano. E ci fu un terzo colpo. Subito dopo sentii che il soldato che mi teneva aveva allentato improvvisamente la presa, ed ebbi l&#8217;impressione che un qualcosa di caldo mi scivolasse lungo la schiena. Mi voltai verso l&#8217;uomo: aveva un buco al centro della fronte da cui zampillava del sangue che macchiava il mio vestito.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Attonita, mi voltai ancora verso Antonio, Era troppo: svenni.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quando mi ripresi ero nella grotta e accanto a me c&#8217;era Antonio. Confusa, chiesi cos&#8217;era successo ed egli mi ricordò la sparatoria. Al che chiesi concitata: &#8220;Ma tu come stai? Quando ho visto il barone dirigersi verso la grotta&#8230;temevo che tu&#8230;preso alla sprovvista&#8230;&#8221;. Antonio cercò di rassicurarmi e mi spiegò che, anche se il barone lo aveva colto all&#8217;improvviso, era riuscito comunque a difendersi e ad ucciderlo. Io ero molto turbata e stanca. Tutta la fatica fatta per raggiungerlo cominciò a farsi sentire. Egli lo capì e mi fece stendere di nuovo per dormire un po&#8217;. Ormai il peggio era passato ed io e tuo nonno potevamo finalmente sognare un futuro insieme. Il resto lo sai. Io non feci più ritorno a casa. Restai con Antonio fra i monti fino alla fine della guerra. Poi tornammo e costruimmo una casa vicino a quella di sua sorella e ci sposammo. Non feci alcuna fatica ad adattarmi al loro stile di vita, e non rimpiansi mai i lussi che avevo abbandonato andandomene di casa. E poi arrivò tua madre, la nostra gioia più grande&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Questo fu l&#8217;episodio della sua vita che più mi colpì fra i tanti che mia nonna mi raccontò prima che si ammalasse di arteriosclerosi.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Questa maledetta malattia la costrinse ad una vita vegetativa per quasi sette anni. Sembrava non capire più nulla di quello che le veniva detto. E allora cominciai io a raccontarle tutte le storie che lei aveva narrato a me. Le raccontavo della sua giovinezza, di mia madre, delle giornate trascorse insieme, aspettando che lei mi desse un segno,mi facesse capire che mi stava seguendo, che non mi aveva abbandonato.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Il giorno in cui morì, io ero con lei. Le stavo raccontando proprio del suo grande amore per il nonno e le dicevo ciò che lei aveva detto a me:&#8221;Ricordi, nonna: hai sempre detto che desideravi che io avessi un amore bello e forte quanto il tuo e del nonno: un amore capace di vincere il tempo e la morte, perché, mi ripetevi sempre, anche se chi si ama si perde, l&#8217;amore resiste e la morte non ha più senso,..&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">La guardavo con occhi ansiosi, sperando anche solo in un movimento della mano che mi facesse capire che lei era ancora con me, che mi ascoltava. Ma ella rimaneva immobile. Non riuscii a continuare. Nascosi la testa sul suo grembo e piansi in silenzio. Poi, pian piano, mi asciugai le lacrime e continuai:&#8221;Avete fatto tanto voi due in nome del vostro amore! Hai corso mille pericoli per lui, hai abbandonato persino la tua famiglia, e lui ha ucciso per te&#8230; quanto doveva essere grande il vostro amore! E io ti invidio per questo, perché so che non mi innamorerò mai,..che non mi sposerò mai&#8230;&#8221;. Avevo smesso di piangere ma avevo ancora la testa sul suo grembo. E allora la sua mano mi accarezzò i capelli. Mi alzai di scatto e la vidi mentre, sorridendo, sospirava:&#8221;Vedrai&#8230;&#8221;. Poi assunse un&#8217;espressione serena, quasi beata,ed esalò il suo ultimo respiro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong>4) “L’Isola che non c’è”</strong></span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">“La Vita non è fatta di esperienze che nascono e finiscono, ma di persone che crescono e cambiano insieme e semplicemente si arricchiscono vicendevolmente… Altrimenti che saremmo venuti a fare qui?”</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quando ho letto per la prima volta questa riflessione ero su un aereo che da Càdiz, città della regione spagnola dell’Andalusia, mi riportava in Italia, a casa; era contenuta in una lettera di saluti scritta per me da Francesco, un ragazzo italiano conosciuto nei sei mesi che ho trascorso in Spagna.. e subito queste poche parole mi sono apparse come il miglior modo possibile per descrivere in maniera sintetica un’esperienza come quella che ho avuto la fortuna di vivere, l’ERASMUS.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">ERASMUS…questa parola, quasi magica, racchiude in sé un carico di emozioni, scoperte, viaggi, esperienze…Certo, agli occhi dei più e dei meglio informati è solo la sigla di un progetto universitario per “l’assegnazione di borse di studio per la mobilità internazionale”, come recitano i mille documenti che lo studente universitario deve compilare, tra tante peripezie, cercando di non perdersi nei meandri del periglioso iter burocratico; ma chi ha preso parte a questo progetto vi può assicurare che esso offre molto di più della possibilità di trascorrere un periodo di studio all’estero…L’ERASMUS è un momento di crescita e di maturazione lungo sei, sette mesi, che si concretizza nell’incontro con ragazzi e ragazze provenienti da tutta Europa, con cui confrontarsi in un dialogo costante, che coinvolge persone dalla mente aperta, pronte ad accogliere la “diversità” come momento di occasione di arricchimento personale, dotate di un pizzico di sana follia, proprio sulle orme di quanto indicato da ERASMO da ROTTERDAM nell’ “Elogio della follia”.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Per me tutto questo è iniziato quasi per caso, quando nel marzo dello scorso anno una mia collega di università mi convinse a presentare la richiesta per una borsa di studio per un periodo di soggiorno all’estero. A maggio sapemmo di essere tra i vincitori della borsa di studio e conoscemmo il nome della nostra destinazione, una cittadina della Spagna del Sud, Càdiz… Cadice per noi italiani.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Solo allora cominciò a prendere forma l’idea che da lì a qualche mese ci saremmo ritrovate in un mondo completamente diverso, dove si parlava una lingua a noi quasi sconosciuta, a tremila km da ogni nostro affetto, da ogni cosa che rappresentasse il nostro quotidiano e la vita di sempre.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Partire o non partire? Il dubbio attraversò i nostri pensieri, e con esso l’idea che stavamo per compiere un salto nel vuoto. Ma fummo brave a mettere da parte ogni remora e ogni paura e ci preparammo con tanto entusiasmo per compierlo, questo benedetto salto.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E così, il ventiquattro gennaio di quest’anno, armate di tante valige e tanta voglia di nuovo, abbiamo cominciato la nostra avventura, accompagnate alla partenza dagli sguardi ansiosi e dalle innumerevoli raccomandazioni di parenti e amici.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E da quel momento un mondo totalmente nuovo si è aperto ai nostri occhi: per sei mesi abbiamo vissuto gomito a gomito con spagnoli, tedeschi, francesi, belgi…e anche se il nostro quotidiano non è stato poi così diverso dal tran-tran della nostra vita universitaria in Italia ( perché anche lì c’erano corsi da seguire, libri da studiare ed esami da sostenere), comunque i sei mesi trascorsi lì rappresentano per me “un mondo a parte”, come se si fosse finalmente materializzata “l’Isola che non c’è” … ogni giorno c’è stato un incontro nuovo, una scoperta in più, un passo in avanti nel cammino di crescita personale e culturale… Per quanto dovessi esprimermi in una lingua che non era la mia, per quanto dovessi abituarmi a usi e costumi diversi dai miei, per quanto mi trovassi a tremila km da casa, mai, nemmeno per un attimo, io mi sono sentita una “straniera”, e questo perché ero circondata da persone che vivevano nella mia stessa situazione, nei cui occhi potevo ritrovare le mie stesse preoccupazioni, e con cui quindi potevo condividerle, alleggerendone il “peso”. In pochi mesi sono nate delle belle amicizie, che questa esperienza ha generato e che spero il tempo potrà cementare.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">L’ERASMUS mi ha lasciato dei ricordi bellissimi, dai viaggi fatti alla scoperta di una delle zone più belle d’Europa, ricca di storia e di arte, ai tanti discorsi affrontati con i miei amici, magari di fronte a un bel piatto di pasta “all’italiana” o a una paella spagnola…e per quanto ci esprimevamo tutti in uno spagnolo più o meno stentato, alcuni aiutandosi anche con i gesti (e chi, se non noi italiani?), o con altre lingue, il realtà ho avuto la bella sensazione che tutti si parlasse in una nuova lingua, un’ Esperanto dettato dal forte desiderio di ciascuno di noi di comunicare se stessi agli altri e di conoscere di loro qualcosa in più; e in un mondo che tende a essere sempre più piccolo e ristretto per via di una globalizzazione che coinvolge solo la struttura economica della società mondiale, lasciando al margine gli aspetti culturali, mi piace pensare che, esperienze del genere possano essere un’ottima “controproposta” per un VERA globalizzazione, che permetta a ciascuno di conoscere e apprezzare le diverse culture, affinché la Vita possa essere davvero fatta da persone che crescono e cambiano insieme e si arricchiscono a vicenda, come si è augurato quel mio amico..</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E a lui e a tutte le persone come lui, che amano sfidare le proprie insicurezze personali e affrontare dei viaggi per riuscire con essi e con le nuove scoperte a crescere e maturare, vorrei dedicare la mia riflessione finale sull’importanza del viaggio come strumento di conoscenza e dei compagni di viaggio come tesori preziosi e indispensabili per il nostro Cammino, affidandomi ad una canzone che per me e i miei compagni di avventura è stata un po’ l’inno di questa “isola che non c’è”: “&#8230;Non voltarti ti prego, nessun rimpianto per quello che è stato, / che le stelle ti guidino sempre e la strada ti porti lontano. / Buon viaggio, hermano querido, / e buon cammino ovunque ti vada; / forse un giorno potremo incontrarci, / di nuovo lungo la strada” (Modena City Rambles)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong>5) Lo specchio</strong></span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Il rumore dello specchio che cadendo andò in frantumi mi fece sobbalzare. Mi voltai di scatto e vedendo quello che era successo imprecai infastidita ad alta voce: “Accidenti, proprio adesso! Guarda che casino!” Una voce dentro di me, proveniente chissà da dove, mi ricordò che uno specchio rotto erano sette armi di disgrazie, e questo contribuì a far aumentare il mio disappunto e l&#8217;ansia per il ritardo che si stava accumulando. Guardai l&#8217;orologio: avevo poco più di cinque minuti per sistemare quel mezzo disastro: e con una risata nervosa mi chiesi se, per caso, non fossero già iniziati quei &#8220;temuti&#8221; sette anni. M&#8217;inginocchiai e cercai di riunire i vari pezzi per farne un mucchietto. Raccolsi velocemente i frammenti più grossi e guardai distrattamente la mia immagine che a fatica andava ricomponendosi in quell&#8217;operazione d&#8217;assemblaggio.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E rimasi fulminata: come Paolo sulla via di Damasco, la verità mi apparve davanti agli occhi, tanto improvvisa quanto attesa e cercata.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Guardai i pezzi dello specchio che riflettevano il mio viso: l&#8217;immagine era frammentata, ovviamente, ma in quel momento mi parve una cosa straordinaria: ed ebbi come l&#8217;impressione di vedere dieci, cento, mille Giulia: una uguale all&#8217;altra ma tutte diverse, tutte magicamente diverse. Presi in mano il pezzo più grande e lo posi di fronte alla mia bocca, e accennai un sorriso&#8230; E rividi lo stesso sorriso in una bimba di pochi anni: la Giulia dell&#8217;infanzia, con il suo caschetto nero nero, la frangetta dispettosa, lo sguardo colmo di curiosità e d&#8217;ingenua sorpresa. Teneva fra le braccia un bambolotto con i capelli ricci e la carnagione scura: il mio primo amore, forse l&#8217;unico che non mi abbia mai tradito.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Posai quel pezzo con delicatezza, per paura di non danneggiare il dolce ricordo dell&#8217;unico periodo veramente felice che esso conservava. E ne presi un altro, e questa volta lo misi di fronte alla mia mano destra: e l&#8217;immagine che lo specchio riprodusse era quella di una Giulia bambina, un po’ più grande della prima, intenta a disegnare, vicino al suo fedele peluche a forma d&#8217;elefante rosa, sdraiata sul pavimento di una vecchia cucina dai colori familiari, di fronte ad un gran camino bianco rallegrato dai colori e dalle scintille di un bel fuoco; e accanto a lei una dolce figura di donna, non più giovane, intenta a pulire e ripulire sempre lo stesso piatto. Mia nonna aveva sempre amato l&#8217;ordine e la pulizia, e questa sua passione era una delle poche cose che l&#8217;arteriosclerosi non le aveva fatto dimenticare. Quanti pomeriggi avevo trascorso così? Ne avevo perso il conto. Io e lei: una bimba ed una nonna che per un male misterioso, con un nome che già da solo bastava a farmi paura, era tornata fanciulla e faceva i &#8220;capricci&#8221; anche più della nipotina, Il ricordo di mia nonna fece spuntare una lacrima dai miei occhi che, cadendo, si specchiò nel frammento che presi in mano dopo aver messo da parte l&#8217;altro: e stavolta lo specchio mi presentava una ragazzina seduta tra i banchi di scuola, attenta a quello che stava spiegando il prof&#8230;. ma quella Giulia non sorrideva più, e il suo sguardo era come perso nel vuoto. Con l&#8217;inizio dell&#8217;adolescenza erano iniziati anche per me i problemi e le paure, e quella ragazzina lo sapeva bene: con lei ho imparato cos&#8217;è il pianto, la disillusione, la rabbia verso chi agisce con superficialità, offendendo i sentimenti altrui; in un&#8217;età in cui cominci a cambiare e non ti riconosci più, se nemmeno gli altri t&#8217;accettano è finita&#8230; E quella Giulia aveva corso il rischio d&#8217;ammalarsi seriamente quando cominciò a non mangiare più perché qualcuno le aveva fatto notare che l&#8217;apparecchio che doveva portare per curare i suoi denti la rendeva molto simile ad una vecchia locomotiva&#8230; Anni dopo, i medici mi avrebbero spiegato che proprio quell&#8217;episodio aveva prodotto nella mia psiche un blocco che, a sua volta, aveva causato l&#8217;interruzione del mio naturale ciclo mestruale, con tutte le relative conseguenze: un &#8220;piccolo problema&#8221; , mi dissero, che però aveva richiesto anni di cure ed analisi e medicine e diete e&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Questa volta buttai il pezzo di specchio nel mucchio con forza, facendo si che si riducesse in pezzi ancora più piccoli (come se quel gesto mi avrebbe concesso di conservare ricordi più belli di quell&#8217;età ingrata), e una scheggia mi ferì un dito: una goccia di sangue cadde su un altro frammento. E nel rosso del sangue si specchiò il rosso del primo smalto per unghie di una Giulia ormai adolescente che cercava di nascondere con belletti e allegria i mille complessi di cui soffriva, pronta a tutto pur di non svelare la sua fragilità, le sue insicurezze; solo una volta si volle fidare, totalmente presa dal suo primo vero innamoramento; ma si fidò della persona sbagliata, come capita sempre, in questi casi&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">L&#8217;unica cosa che ricordo del mio primo ragazzo è il rammarico che provai quando capii che non avrei più potuto dimenticalo, visto il male che mi aveva fatto usando i miei sentimenti come fossero stati carta straccia.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Posai quel frammento con un certo sollievo e mi chiesi se è proprio vero che il tempo guarisce tutto. Il pezzo di specchio che presi dopo mi colpì per la sua forma che ricordava molto quella di un cuore&#8230; Ed è proprio sul cuore che lo posai&#8230; e stavolta le immagini furono tantissime: ad una ad una rividi tutte le persone che avevano aiutato le varie Giulia a non arrendersi e continuare la corsa, per cedersi il testimone tra un&#8217;età e l&#8217;altra, in questa bizzarra staffetta che è la vita.., amici, parenti, religiosi, insegnanti.., e fra tutti loro, scovai uno sguardo che somigliava terribilmente al mio:stessa voglia di lottare, di vivere e di costruire qualcosa di grande: mio padre, da cui ho ereditato i miei migliori pregi e i miei peggiori difetti; e accanto a quello sguardo così orgoglioso, quasi sprezzante, c&#8217;era un sorriso dolcissimo&#8230; e anche quello ricordava il mio: mia madre, che mi ha insegnato che non è necessario andare lontano per capire il senso della vita: basta amare. E accanto a quello sguardo e quel sorriso, che solo per il bene mio e di mio fratello sono rimasti sempre uniti, quasi a formare un tutt&#8217;uno, vidi una croce&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quale delle varie Giulia che si sono succedute sia stata la prima a scoprire Dio nella mia (o dovrei dire &#8220;nostra&#8221;?) storia, questo mi è difficile da dire&#8230; Forse fu quella che vide il nonno, vittima di un incidente stradale,abbandonato sulla strada da chi l&#8217;aveva investito, lasciato a morire dissanguato; o fu quella che, impotente, vide la morte portargli via sua nonna e la sua infanzia tra l&#8217;indifferenza di medici e infermieri; o, ancora, fu quella che aveva scoperto troppo tardi il valore dell&#8217;amicizia e aveva rischiato di perdere l&#8217;affetto leale di chi le era sempre stato accanto per non aver saputo dire, almeno una volta senza nessuna paura: &#8220;Ti voglio bene&#8221;. Forse una di loro, o forse tutte insieme, non so.. .Guardando i pezzi dello specchio mi domandai quale di essi avrebbe potuto riflettere l&#8217;immagine del Dio in cui credevo.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mi misi ad osservare la figura che tutti insieme riflettevano, e stavolta non la riconobbi: la Giulia che mi stava di fronte non era più quella dell&#8217;infanzia, con il suo bambolotto appresso, felice e sorridente; non era più quella ragazza triste e spaventata ma sicura che il domani sarebbe stato migliore perché lei l&#8217;avrebbe reso tale. Qualcosa era cambiato fra le altre immagini e quella che ora guardavo: pallida, nervosa e fragile, questa Giulia aveva perso la forza di sognare e sperare. Cercai fra i frammenti il momento esatto della storia in cui questo era accaduto, ma non lo trovai&#8230; Era stato un processo graduale, allora: una parte di me aveva iniziato a morire, soffocata da una realtà troppo dura da accettare, a volte, perché troppo diversa dai sogni di una bambina, dalle speranze di una donna che aveva un solo desiderio: amare,mentre l&#8217;altra parte aveva continuato a vivere quella realtà, adattandosi ad essa per poter in qualche modo andare avanti;e la prima moriva lentamente, giorno dopo giorno&#8230; Fino a quando non scomparve del tutto, dopo l&#8217;ennesimo litigio dei miei, forse, o dopo l&#8217;ennesimo sbaglio d&#8217;amore. E ora non c&#8217;era più; ora che avevo capito che senza di essa io non mi sarei più riconosciuta riflettendomi nello specchio della vita, che non sarei stata più la stessa e che ero pronta a tutto pur di riaverla, ora era troppo tardi&#8230; Tardi? Di scatto guardai il grande orologio appeso alla parete di fronte a me&#8230; Strano!Avrei potuto giurare di essere stata china per ore a raccogliere i pezzi di quello specchio, e invece non erano trascorsi che pochi minuti. Il tempo si ferma, quando si viaggia nei ricordi .Da un momento all&#8217;altro sarebbe arrivata Lara. Mi alzai e presi il cofanetto sopra il comodino ne svuotai il contenuto sul letto: volevo riempire quel portagioie non più con i miei averi, ma con il mio essere. Raccolsi il mucchio dei frammenti e lo riposi nel cofanetto, e poi mi sdraiai sul letto e me lo misi sul ventre.. E una voce dentro di me, che veniva proprio da lì e che io mi ero ostinata a voler ignorare, mi assicurò che non era mai tardi per ricominciare ad amare e sperare&#8230; Mi promise che l&#8217;avremmo fatto insieme.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Entrando, Lara mi trovò in quella posizione. Si avvicinò preoccupata e premurosa: &#8220;E&#8217; tutto a posto? Stai bene?&#8221; Le sorrisi: &#8220;Mai stata meglio, grazie&#8221;, ed era vero. Lei mi guardò, pensierosa e poi chiese: &#8220;Beh&#8230; Allora andiamo?&#8221; Sempre sorridente feci un cenno di diniego: &#8220;No, ho cambiato idea. Ho deciso di non abortire.&#8221; Lara rimase in silenzio per qualche attimo e poi domandò: &#8220;Ne sei sicura?&#8221;. Presi la sua mano e la poggiai sul mio ventre: &#8220;Ogni notte, cercando di addormentarmi, rivedo la stessa scena: le luci gialle della strada, il rumore dei miei passi affrettati, la gioia di tornare a casa dopo aver superato quell&#8217;esame cosi difficile&#8230; E poi vedo il buio del vicolo e sento la rabbia di chi mi spinge contro quel muro; rivivo la violenza con cui mi strappa i vestiti e mi ordina di allargare le gambe, di &#8220;fare la brava così tutto finirà in fretta&#8221;&#8230; E ogni notte piango disperata. Cerco di capire il perché di tutto questo, impreco contro quel Dio in cui credo e che pensavo di aver perso per sempre, ormai&#8230; E poi è arrivata questa creatura, e la mia rabbia e il mio dolore volevano prendersi anche lei, dopo essersi presi i miei sogni e le mie speranze. Ed io stavo per cedere, involontariamente stavo per completare l&#8217;opera iniziata da quel bastardo. Ma non voglio essere vittima di me stessa, o forse non lo voglio più. Sono stanca di tutto quest&#8217;odio e il bimbo che porto in grembo mi insegnerà ancora una volta cos’è l&#8217;amore. Metterlo al mondo sarà il mio atto di speranza nella vita e di fede in Dio: è questo il senso di tutto quello che è successo, ora lo so&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Lara, guardandomi, disse che non vedeva tanta determinazione nei miei occhi da molto tempo; accarezzando il cofanetto le dissi che anche io in passato avevo avuto difficoltà a riconoscermi, ma le assicurai che da quel momento in poi tutto sarebbe andato per il verso giusto. Mi alzai e le proposi di andare a fare spese; tra le altre cose, dovevo comprare uno specchio, visto che il mio si era rotto. Mettendosi il cappotto, Lara mi ricordò, tra il serio e il faceto, quel vecchio detto sugli specchi rotti&#8230; Rivolsi Io sguardo verso il cofanetto e le risposi che quel detto non sarebbe valso sicuramente per me&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ancora oggi conservo quel cofanetto e aspetto il giorno in cui lo aprirò con mio figlio, che adesso ha solo tre anni: allora gli racconterò la storia di quello specchio rotto e con lui, finalmente, riuscirò a ricomporlo&#8230; (<em>Vincitore per la sezione &#8220;racconto breve&#8221; alla 3^ Edizione del concorso INCONTRO CON LA POESIA organizzato presso il Villaggio S.Anna di Isola Capo Rizzuto</em>)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong>6) Notte prima degli esami</strong></span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">“<em>Nell’ amico c’è qualcosa di noi, / un nostro possibile modo di essere, / il riflesso di una delle a1tre / identità che potremmo assumere</em>” (A. De Carlo)</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">&#8220;Deve essere bello sentirsi liberi di essere se stessi e sapere che comunque c&#8217; è qualcuno che ti ama.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Sicuramente Sara era la più sentimentale fra noi tre. Di qualsiasi cosa parlassimo, in qualsiasi momento, lei se ne doveva uscire sempre con una frase ad effetto, un &#8220;ipse dixit&#8221; che doveva lasciarci senza fiato, che. doveva porla al centro dell&#8217;attenzione.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ma l’aspetto più interessante di questo suo particolare modo di esprimersi era che lei era sempre seriamente convinta di ciò che diceva,e perciò io e Lisa facevamo sempre molta attenzione ai suoi discorsi. Quando poi non riusciva ad esprimere a parole i suoi sentimenti, allora lo faceva con gli atteggiamenti: diventava nervosa, irascibile,oppure silenziosa e taciturna: comunque il suo umore doveva essere sempre in contrasto con quello di tutto il resto della compagnia, perché ciò che temeva di più era di confondersi fra l&#8217;altra gente, di diventare un &#8220;numero&#8221;. Forse, diceva lei, si comportava così perché in passato persone per lei molto importanti l&#8217;avevano considera proprio come &#8220;una fra le tante&#8221;, mentre lei credeva che ognuno fosse &#8220;unico&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Sara era un’idealista, e lo sarebbe rimasta per sempre. In ogni occasione, lei sapeva perfettamente qual era la realtà, ma si ostinava a voler credere che con un po&#8217; di sacrificio ed impegno avrebbe potuto cambiare tutto ciò che non le andava a genio; e quando i suoi sforzi fallivano, per un po&#8217; si buttava giù, ma poi ricominciava tutto daccapo.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Io e Lisa ci siamo sempre chieste chi le dava tutta quella voglia di sognare. Noi tre ci conoscevamo da circa dieci anni ed eravamo legate da una profonda amicizia, costruita giorno dopo giorno non senza qualche difficoltà, perché comunque avevamo caratteri completamente diversi.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">In quei dieci anni c&#8217;erano stati litigi furibondi per sciocchezze,rabbia ed insulti senza alcun valido motivo, ma anche pianti da confortare, cuori spezzati da curare e successi da festeggiare.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E quella sera ci eravamo ritrovate tutte e tre in spiaggia, intorno ad un fuoco, proprio per ricordare tutto questo.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Era una sera speciale, perché l&#8217;indomani avremmo dovuto affrontare una prova particolare: gli esami per la maturità liceale.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">L&#8217; idea, ovviamente, era stata di Sara: lei, infatti, pensava che ogni avvenimento della vita dovesse essere vissuto come il più importante e dovesse poi essere ricordato per sempre nei minimi particolari; era la classica persona che ricordava alla perfezione il primo giorno di scuola, il primo brutto voto, la prima cotta, il primo bacio…</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Insomma, tutto! Anche perché lei scriveva tutto ciò che le capitava: annotava ogni avvenimento che riteneva importante su un diario da quando aveva otto anni.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Lisa, invece, era all’opposto. Lei non guardava mai indietro,non pensava mai al passato; e neanche al futuro, comunque.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Diceva spesso che il modo migliore di vivere era godersi il presente, senza rimpianti inutili e progetti troppo grandi e difficilmente realizzabili. Tuttavia, quando Sara ci propose di trascorrere in maniera un po&#8217; particolare la sera prima degli esami , Lisa fu la prima ad accettare e anch&#8217;io non ebbi nulla in contrario: a pensarci bene, in quell&#8217;amicizia io ero l&#8217;elemento che equilibrava gli eccessi delle altre due, e non era per niente facile; ma i nostri rapporti avevano basi solidissime chiamate lealtà, comprensione e affetto, e questo consentiva a tutte e tre di pensare che, se in futuro ci fossimo perse dl vista, ciascuna avrebbe comunque sempre potuto contare sulle altre.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quella sera, intorno a quel fuoco, parlammo di questo e di tante altre cose: soprattutto parlammo del futuro, e anche Lisa confessò di aver fatto qualche progetto.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Forse questo dipendeva dal fatto che da poco si era fidanzata con un ragazzo, Mario, che era riuscito a farle ritrovare la calma e la serenità che aveva perso a causa di una delicata questione familiare che, sebbene lei lo abbia sempre negato, le aveva creato non pochi problemi.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E fu una gioia, quella sera, sentirla parlare dell&#8217;università, della laurea e poi della famiglia: si capiva che adesso aveva la forza necessaria per affrontare le difficoltà che avrebbe potuto incontrare lungo il cammino, perché ora credeva nel futuro, e questo le faceva vivere meglio anche il presente.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Fu proprio parlando di Mario che Sara pronunciò quella frase che ci colpì molto, perché Sara aveva sempre avuto delle remore su Mario, e non aveva spesso parole gentili per 1ui, anzi qualche volta lo aveva proprio offeso, perché se c&#8217;era una cosa che Sara sapeva fare quando era nervosa era proprio pronunciare delle battute così pungenti che avrebbero potuto offendere anche un santo. Inizialmente il suo comportamento ci aveva molto stupite, ma,con il passare del tempo, sia io che Lisa capimmo che il comportamento di Sara era involontario e dipendeva solo dalla rabbia che teneva dentro di non riuscire ad essere felice come lo era Lisa, e cercammo di starle più vicine, non però di compatirla, perché Sara odiava i gesti di compassione; del resto, lei stessa soffriva per suo comportamento, quando comprendeva quello che faceva. Era contenta per Lisa, e lo dimostrava, ma era anche molto triste per se stessa.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ecco, forse, l’unica vera differenza fra quelle due: Lisa aveva avuto tante esperienze difficili, ma era riuscita a riacquistare la stima e la fiducia in se stessa. Sara, invece, doveva ancora imparare ad amarsi, e proprio per questo, avendo paura di restare sola con se stessa, si lanciava in amori impossibili e sciocche avventure, perché sperava che qualcuno le desse ciò che, in realtà, lei aveva già dentro di sé. E le delusioni che sistematicamente aveva le procuravano una grande paura di restare sola e di non poter essere utile a nessuno: questo era il vero problema di Sara, e quella sera, per la prima volta, riuscì a parlarcene liberamente, mettendo da parte il suo desiderio di essere il centro di tutto e cercando di essere semplicemente se stessa,forse per capire se questo l&#8217;avrebbe in qualche modo aiutata a superare la crisi.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E noi ascoltammo finalmente la tristezza silenziosa dei suoi sguardi che si trasformava in parole.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E dopo Sara anche io e Lisa raccontammo di noi, confessammo tutte le nostre paure, sicure del fatto che nessuna avrebbe giudicato,ma soltanto ascoltato e capito. E, man mano che si parlava, ci si rendeva conto che   ogni problema si ridimensionava, diventava più piccolo, e sorgeva in tutte la speranza che si sarebbe trovata una soluzione. Dopo Sara, Lisa ci parlò del dolore che si prova a perdere la stima e il rispetto per una delle persone più importante nella vita di un uomo ed io confessai di non sapere cosa fare della mia esistenza, di non riuscire a darle un senso:sapevo che c&#8217;era di più, che dovevo andare oltre, ma ancora non capivo come e perché.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Alla fine di quella serata, nessuna delle tre pensava più agli esami, che ormai non rappresentavano più una &#8220;fine&#8221;, ma piuttosto un &#8220;inizio&#8221;, ma ognuna guardava le altre sicura e fiduciosa:credo che non ci siamo mai più sentite così unite come in quel momento.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Sono ormai passati dieci anni dagli esami della maturità.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Oggi mi è capitata fra le mani una fotografia che ci scattarono proprio in occasione della festa del diploma, e guardandola ho ripensato all&#8217;atmosfera di quei tempi, di quella notte e mi sono chiesta se Sara e Lisa sono riuscite ad ottenere ciò che desideravano allora; ma mentre avevo la foto in mano ho visto Lucia,una piccola ospite del centro di accoglienza che gestisco assieme alle mie consorelle, corrermi incontro e, giunta di fronte a me,porgermi un dolce, sorridente, dicendo: &#8220;Suor Mariella, questo l’ho fatto per te, per ringraziarti per quello che fai per me e la mia famiglia”. Ricambiando il suo splendido sorriso, ho preso il dolce ringraziandola, e poi ha guardato di nuovo la fotografia. Io, Lisa,Sara: eravamo molto diverse ma c&#8217;era qualcosa che accomunava tutte e tre: l&#8217;ansia di realizzare qualcosa di buono, e sebbene seguendo strade opposte, come lo sono quelle di una suora, un avvocato ed una giornalista, io sono convinta che ognuna stia mantenendo questa promessa; e benché io non le veda più da molto tempo, mi basta chiudere per un attimo gli occhi e ascoltare il mio cuore per ritrovarle accanto a me, a sostenermi ed a confortarmi, come in quella splendida notte.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Se non è questa l&#8217;amicizia&#8230; (<em>Bovalino, 12 luglio 1977</em>)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong>7) Storia di un sorriso</strong></span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Questa storia inizia con un sorriso. E&#8217; così che ho conosciuto Irene due anni fa: con un sorriso. Quando lei sorride lo fa con il cuore e il suo sguardo si accende di una strana luce. Se è vero che gli occhi d&#8217;ogni persona ci parlano delle cose che essa deve ancora vedere e non di ciò che ha già visto, io vorrei poter vedere il mondo con i suoi occhi, quegli occhi che brillano e sembrano parlare.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Irene riesce a sorridere anche quando pronuncia parole come `cancro&#8221; o &#8220;dolore&#8221;&#8230; Riesce a sorridere ovunque,anche in un letto d&#8217;ospedale o sul lettino di una sala operatoria&#8230; E riesce a sorridere a chiunque, anche a chi non ha avuto rispetto della sua sofferenza.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">La sua storia Irene me la racconta una sera d&#8217;estate, al tramonto, appoggiata alla ringhiera di un balcone, mentre cura i suoi fiori, che riempiono l&#8217;aria con i loro intensi profumi. E&#8217; una storia fatta d&#8217;ospedali. di medici e d&#8217;interventi chirurgici&#8230; Un lungo calvario iniziato con le parole &#8220;tumore alla tiroide&#8221;, proseguito con due delicatissimi interventi che ha subito nello spazio di pochi anni, e che non potrà mai concludersi perché dovranno periodicamente sottoporla a dei cicli di radioterapia: bombarderanno il suo corpo con dosi massicce di iodio per eliminare ogni possibile residuo del carcinoma che aveva aggredito la sua tiroide..</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mentre Irene mi parla di tutto questo io la osservo e mi stupisco della sua serenità, della sua calma. Certo, si vede chiaramente che, ha sofferto molto e che tuttora soffre: ma i suoi occhi e le sue parole mi fanno capire che lei ha vinto e continua a vincere il suo dolore, forse perché lo ha accennato fiduciosa, credendo fermamente che: &#8220;Ci deve essere un motivo se tutto questo è accaduto, anche se io ancora non riesco a capire&#8221;. E aggiunge che nessuno può comprenderla appieno, se non chi ha affrontato il suo stesso calvario.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Le chiedo se, in tutto questo tempo, non si è mai sentita sola&#8230; Mi guarda con aria sorpresa: &#8220;Sola? No, mai: c&#8217;era Dio accanto a me&#8221;. E prosegue: &#8220;Il giorno in cui mi sono sottoposta al primo intervento, aspettando gli infermieri che mi avrebbero condotto in sala operatoria, mi sono presa un attimo solo per me. Seduta di fronte ad un crocifisso, nell&#8217;atrio dell&#8217;ospedale, non ho potuto fare altro che affidare la mia vita a Dio: solo Lui poteva sapere cosa sarebbe stato meglio per me&#8230; Da allora, ogni giorno ripeto quella stessa preghiera&#8221;.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">&#8220;Ma non hai mai pensato che avresti potuto&#8230; Si, insomma, che&#8230;&#8221; Irene nota il mio imbarazzo e completa lei stessa la mia domanda: “. . Che sarei potuta morire? Si, certo che ci ho pensato. Anzi, al principio l&#8217;idea della morte mi ha assalito: se prima essa era solo un pensiero, un qualcosa di lontano ed astratto, con l&#8217;avvento della malattia la morte ha assunto forme concrete&#8230; La potevo toccare, mentre toccavo le medicine; la potevo vedere dipinta sul viso e negli occhi ansiosi e preoccupati di amici e parenti; la potevo persino sentire: il suo odore era mischiato a quello inconfondibile di medicinali e disinfettante che mi procura un forte senso di nausea ogni volta che entro in un ospedale&#8230; E ho avuto paura, tantissima paura.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ma se mi fossi arresa alla paura non avrei concluso niente, Il cancro non è un ostacolo che puoi aggirare: o lo vinci.., o ti vince. E la vita è un bene prezioso, da difendere con ogni mezzo; la vita è un dono&#8230;”</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Le chiedo ancora: &#8220;In ospedale, cosa ti mancava di più?&#8217; Irene guarda lontano, verso il mare, oltre i tetti delle case,tinti dai colori del tramonto, oltre il piccolo campanile della chiesa del paese e poi sospira dicendo: &#8220;Tutto questo&#8230; il mio paese, la mia gente, i problemi d&#8217;ogni giorno e gli amici&#8230; A volte mi assaliva il pensiero che avrei potuto anche non rivederli mai più; altre volte, invece, mi chiedevo cosa avrei trovato al mio ritorno.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Perchè il cancro non fa paura solo a chi n&#8217;è vittima, ma anche a chi gli sta accanto. I miei amici&#8230; Si, c&#8217;è voluto del tempo, ma poi è andato tutto per il meglio, e non è trascorso giorno, mentre ero in ospedale, in cui non abbia ricevuto visite e telefonate.&#8221;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Guardo Irene con ammirazione e affermo che non so cosa darei per avere il suo coraggio. Lei stringe le spalle,guardando sempre verso l&#8217;orizzonte e, pensosa. ribatte: `Non credo che si tratti di coraggio, ma piuttosto penso che Dio non mi caricherà mai sulle spalle una croce il cui peso io non possa sopportare.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E vero che le esperienze di dolore sono quelle che ti segnano più profondamente, ma esse sono, al contempo,quelle da cui più impari.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E una delle tante cose che ho capito in questi anni è che tutto si può sopportare, anche il dolore più acuto, se si ha la fede certa di avere il Signore accanto.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Dopo il secondo intervento ho trascorso ore terribili, in preda a dolori più atroci. Ho cercato di sopportare le fitte lancinanti alla gola, ma il dolore ha vinto, per un attimo: ho stretto con tutte le forze che mi erano rimaste la mano di mio padre e ho cominciato a piangere ed urlare: &#8220;Dio, dove sei?&#8221; Ma in quello stesso istante, da chissà dove, mi sono giunte le parole di un salmo che qualcuno stava recitando: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla&#8230;” Ho continuato a piangere, ma non più per il dolore, bensì per il sollievo di aver avuto ancora una volta la prova della vicinanza di Dio, e Gli ho chiesto perdono per quel momento di smarrimento.&#8221;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mentre Irene racconta, le sue parole e il suo sguardo mi rivelano un&#8217;instancabile voglia di vivere e di sperare nei   giorni che verranno, ed è come se fosse tornata bambina: i suoi occhi s&#8217;incantano stupiti anche di fronte ad un   semplice fiore, riuscendo a cogliere quanto di miracoloso c&#8217;è nel suo sbocciare.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Irene ha sempre amato la vita, e in questi anni ha dato un senso concreto a quest&#8217;amore affrontando in suo nome   la malattia e la sofferenza, preoccupata solo di non sprecare il &#8220;dono&#8221; ricevuto.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Forse è proprio questo il motivo per cui tutto ciò le è successo; o forse il motivo è che Irene e la sua storia dovevano dimostrare a me, e a tanti altri come me, vittime di questa società depressa e deprimente, che quando si ama la vita si può affrontare e persino vincere un tumore con un semplice sorriso&#8230; purché esso sia, come quello d&#8217;Irene, un segno di speranza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong>8) Tempi di guerra in un tempo di pace</strong></span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Quando lo scorso 7 luglio le televisioni di tutto il mondo hanno mandato le immagini di quello che stava accadendo a Londra, ho avuto l’impressione di essere tornata indietro, a circa un anno e mezzo fa…</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Mi trovavo in Spagna per motivi di studio quando il Paese venne sconvolto dall’attentato dinamitardo alla linea metropolitana di Madrid, l’11 marzo del 2004, ed è difficile descrivere le emozioni e le impressioni di quei giorni. Una cappa di paura e sgomento era calata sul Paese&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Le televisioni continuavo a mandare le immagini della stazione di Atocha e degli altri punti della città devastati dalle esplosioni, il numero dei morti e dei feriti cresceva di ora in ora.…e presto cominciarono a serpeggiare nomi, sigle e parole tristemente famosi, che rimandavano alla memoria eventi drammatici… Al Qaeda… Osama Bin Laden…Terrorismo islamico…</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Il nemico senza volto contro cui tutte le potenze del mondo occidentale hanno ingaggiato una lotta senza frontiera era “sbarcato” in Europa e aveva segnato un punto a suo favore…E tutto il resto è storia…compresa la sconfitta elettorale del primo Ministro Aznar e della sua linea politica troppo compiacente nei confronti dell’America.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Vivere in un Paese sconvolto da un attacco terroristico di quella portata mi ha in qualche modo “costretto” ad interessarmi a questioni e problemi che prima mi sembravano lontani anni-luce, sebbene dopo l’11 settembre 2001 problemi come quello della sicurezza mondiale e il rapporto tra culture diverse sono ormai all’ordine del giorno, ed è impossibile non interessarsene. Ma tutto si risolve col seguire un telegiornale e leggere un quotidiano, e si resta nell’astrattezza.</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Ma in quei giorni fu tutto diverso. Camminando per le strade della città la paura e la tensione si potevano toccare per mano…penso di aver provato le stesse sensazioni di ha vissuto in Italia gli Anni di Piombo… la vita quotidiana si svolgeva normalmente, con gli impegni di sempre, con lo studio, le passeggiate con gli amici e il resto…ma anche con la sgradevole sensazione di non essere mai “al sicuro”…un pericolo impalpabile ma paradossalmente molto concreto…l’ansia che da un momento all’altro, chissà..su un tram o in metropolitana…la certezza di vivere in tempi di guerra, ma in un tempo apparentemente di pace…ed una domanda su tutte: <strong>perché?!&#8230;</strong></span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">E dopo Madrid, è stata la volta di Londra…Continuano gli attacchi contro i sostenitori della politica americana ed i bollettini dei capi di Al Qaeda promettono di non dimenticarsi di nessuno dei nemici dell’Islam…E, dall’altra parte, i difensori della “democrazia e della libertà” promettono che non si fermeranno fino a quando anche l’ultimo nemico dei “valori democratici” non sarà vinto…e si fa presto a mettere tutti nello stesso calderone, e il nemico non è più un folle e i suoi seguaci, ma tutto un popolo e tutta una cultura…come se la Storia non avesse dimostrato più volte che uno scontro tra culture, tra ideologie, anzi meglio…uno scontro tra “civiltà”, come oggi si dice, non porta alla vittoria di una parte ma solo alla distruzione del genere umano tutto&#8230;</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Comunque, è chiaro a tutti che nessuno sta combattendo per far trionfare un valore morale o un credo religioso, ma che anche dietro questa guerra, come dietro ad ogni altra guerra c’è solo un interesse economico…</span><br />
<span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;">Oggi il problema non è informare l’opinione pubblica: il vero problema è risvegliare la nostra coscienza civile, perché pur sapendo taciamo e subiamo, e perdiamo la possibilità di porre fine a questa ed ad ogni guerra, cosa che potremmo fare cambiando il nostro atteggiamento e ritrovando una coscienza critica che ci faccia capire chi è “il vero nemico” e ci guidi in un’azione consapevole volta a riacquistare la volontà di cambiare le cose e la speranza per dare un futuro che sia veramente tale alle nuove generazioni.Dice Sant’Agostino: &#8220;<em>La Speranza nasce da due cose: lo Sdegno e il Coraggio: lo Sdegno, per le cose che si vedono; il Coraggio, per cambiarle”</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><em> </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 16px; font-family: comic\ sans\ ms, sans-serif;"><em> </em></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Storia di un lunedì dell&#8217;angelo di Francesca Anili</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2018/05/01/storia-di-un-lunedi-dellangelo/</link>
		<pubDate>Tue, 01 May 2018 22:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[carloripolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra il paese vecchio e quello nuovo c&#8217;era un declivio punteggiato di ulivi e di aranci e correva una strada,]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Tra il paese vecchio e quello nuovo c&#8217;era un declivio punteggiato di ulivi e di aranci e correva una strada, inerpicandosi in tornanti per raggiungere, in alto, il dominio di tutta la costa sottostante; al tramonto, da lassù, la visione abbagliante del mare imperlato di luce ed il sentore della brezza salmastra che si confondeva con gli effluvi e gli aromi pungenti della macchia mediterranea, abbarbicata al dirupo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Tra il paese vecchio e quello nuovo c&#8217;era una torre costiera di avvistamento, una massiccia costruzione circolare di pietra; una volta si elevava sulla terra di nessuno dove regnavano la malaria, e la paura delle incursioni saracene; ora domina la terra di nessuno -e di tutti- del nuovo agglomerato fatto di costruzioni abusive, del non finito, di muri nudi di mattoni e di pilastri impietosamente protesi verso il cielo che si contorcono e si spintonano per conquistare un angolino di mare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Tra il paese vecchio e quello nuovo c&#8217;è un piccolo cimitero disteso sul declivio, una pausa quasi incongrua, con la sua struttura regolare a scacchiera, il doppio filare rettilineo di cipressi che incornicia l&#8217;ingresso, nel susseguirsi organico e disordinato della vegetazione e del costruito; e,dentro, la memoria di una storia lontana eppure presente di distruzione e di morte, di una terra improvvisamente instabile e furiosa, e gente in fuga tra le macerie e la polvere. Poi,faticosamente, era iniziata la ricostruzione, ma ormai in tanti avevano iniziato a scendere verso la costa, dove il treno che passava ogni giorno, dava l&#8217;illusione di essere un po&#8217; meno lontani dal mondo ed alimentava la speranza che un giorno, forse, qualcuno ci sarebbe salito, e sarebbe andato lontano&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Tra il paese vecchio e quello nuovo ci sono, allora, tante storie interrotte, di famiglie che hanno abbandonato le loro abitazioni pericolanti, man mano invase da muschio, erbacce, arbusti insinuatisi nelle crepe dei muri, come se la natura volesse continuare l&#8217;azione disgregatrice iniziata dal terremoto, costruendo una cortina di vita vegetale là dove aleggia sentore di morte e di abbandono; ma anche anziani, pochi ed ostinati, che si sono rifiutati di abbandonare la casa che li ha visti vivere, la terra che ha nutrito loro e i loro figli, e sopravvivono caparbiamente alla vita di ogni giorno tra questi muri e queste strade abitate dal silenzio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">C&#8217;è un giorno, però, in cui il paese vecchio e quello nuovo si incontrano, e le stradine sconnesse di acciottolato, i muri scrostati e lesionati tornano a risuonare di passi e di voci di tutte le generazioni; è il Lunedì dell&#8217;Angelo, quando la tradizione vuole che le famiglie riaprano le vecchie case ancora agibili e si prepari un pranzo di festa, invitando i parenti anziani rimasti lassù ed altre famiglie di amici o di parenti; poi s&#8217;imbandisce la tavola e si pranza sull&#8217;aia, o nelle vecchie stanze nuovamente invase dal sole; c&#8217;è anche chi si accampa nei pressi della propria casa ormai ridotta ad un rudere e, sempre in buona compagnia, consuma al riparo dei propri muri le pietanze già preparate e tenute in caldo; poi, inizia lo scambio di assaggi tra le varie comitive, i giri di perlustrazione di gruppi di adolescenti, alla ricerca degli amici del cuore invitati presso altre mense, ed i giochi sfrenati dei bambini, che presto intessono per tutto il paese un&#8217;unica rete di festosi richiami o di rimproveri. Tutto si svolge secondo quella strana legge per cui vicini di condominio o di pianerottolo, che per tutto un anno hanno vissuto nella più completa estraneità ed indifferenza, una volta giunti quassù ritrovano il senso di una familiarità disinibita, e gli antichi vincoli di sangue o di amicizia che qui si erano perpetuati per generazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Questo Lunedì, Giuseppe si è svegliato prima di tutti a casa, ha silenziosamente sceso le scale ed è salito al paese in motorino. Vuole preparare una sorpresa per Elena, e sa che questo è l&#8217;unico orario per passare inosservato, prima che incominci la fila di macchine, il trasbordo di teglie di pasta al forno e fascine di legna, l&#8217;armeggiare per pulire ed accendere i camini. E&#8217; circa un anno che lui ed Elena stanno assieme, esattamente dallo scorso Lunedì dell&#8217;Angelo, quando, complici il vino ed i racconti che s&#8217;intrecciavano da una tavolata all&#8217;altra, avevano trovato il modo di appartarsi in quello che doveva essere stato un orticello, sospeso sul dirupo. Si erano raccontati tante cose, tutte quelle che quotidianamente, costretti dalle leggi della comitiva, non avevano mai avuto il tempo di dirsi, poi si erano dati un bacio.</span><br />
<span style="font-size: 20px;">Giuseppe lo ricorda ancora come fosse oggi, tutti gli odori, e il vento leggero, e laggiù il mare a perdita d&#8217;occhio e quel senso di vertigine, di sentirsi inghiottito in tanta immensità; perciò ha deciso che, tra poco, tornerà con Elena in quell&#8217;angolino, e l&#8217;aiuterà a trovare, nascosta sotto una pietra, quella scatolina con dentro un anellino piccolo piccolo che ora sta per sistemare, come ha visto fare una volta in un film. E&#8217; un ragazzo romantico Giuseppe, forse un po&#8217; fuori dal tempo rispetto a tanti suoi coetanei; anche a scuola, la professoressa di Lettere dice che ha &#8220;una sensibilità superiore ai suoi 14 anni, un modo profondo di vedere e di sentire le cose&#8221;.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Il motorino, l&#8217;ha parcheggiato all&#8217;inizio del paese, per evitare di rovinare le sospensioni sull&#8217;acciottolato; poi, si è inoltrato per le stradine addormentate verso quel posto scolpito nella sua memoria. Mentre procedeva, si è sentito pervadere da un senso di straniamento, come se quel luogo non fosse quello che conosceva, quello che tutti i suoi ricordi delle Pasquette festeggiate in allegria gli rimandavano sin dall&#8217;infanzia. Si è fermato e si è messo ad osservare attentamente l&#8217;intorno, cercando se possibile di trattenere il respiro per non contaminare il silenzio vergine di quell&#8217;ora. Allora si è accorto che, davvero, tante cose erano scomparse, come cancellate ai suoi occhi da una mano misteriosa: uno stemma consunto su di un portale, un balconcino in ferro battuto, le due nicchie sulla facciata della chiesetta, in alcuni casi addirittura il piano superiore di un&#8217;abitazione o una facciata intera, che aveva lasciato aperti ed indifesi gli ambienti interni della casa, ed il senso di vertigine di una scala sospesa nel vuoto.</span><br />
<span style="font-size: 20px;">Il paese è piccolo, ma senza tanti elementi di riferimento a Giuseppe sembra sterminato e inesplorabile; con uno sforzo di memoria, per colmare con la forza del ricordo le tante lacune provocate da questo strano fenomeno, riesce però ad orientarsi e ad arrivare all&#8217;orticello suo e di Elena; e lo trova, miracolosamente, intatto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Sul mare, da lassù, vede una chiatta straripante di gente oscillare pericolosamente tra le onde.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">A riva, un po&#8217; fuori dall&#8217;abitato, si erano riuniti in tanti ad osservare una scena già vista tante volte in tivù ed ora materializzatasi davanti ai loro occhi: i motoscafi dei soccorsi che fanno la spola tra quel relitto che ancora miracolosamente sta a galla e la spiaggia, portando ogni volta in salvo tante facce scavate, tanti occhi sgranati ed increduli, tante mani che stringono, per dare protezione e coraggio, tante altre piccole mani.</span><br />
<span style="font-size: 20px;">E&#8217; davvero difficile, in questo strano Lunedì dell&#8217;Angelo, pensare alle teglie di pasta al forno,con tutte queste facce, questi occhi, queste mani.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Giuseppe ripensa a quando era morto il nonno. Lui aveva 5 anni, e aveva pianto tutte le sue lacrime di bambino tradito e abbandonato, Aveva pianto fino a che la mamma non gli aveva raccontato che il nonno, è vero, non era più con loro, era andato molto lontano, ma lui poteva chiamarlo vicino a lui ogni volta che voleva. &#8220;Se chiudi gli occhi e provi a ricordarlo&#8221; gli aveva detto &#8220;il nonno capirà che lo pensi, e verrà da te mentre dormi&#8221;. Da quel giorno Giuseppe ogni sera, prima di addormentarsi, ingaggia una lotta ostinata con la dimenticanza, per ricomporre nella memoria l&#8217;immagine del nonno dispersa nei territori dell&#8217;oblio. Non sempre l&#8217;operazione riesce: a volte è la linea del naso che gli sfugge, altre volte il tassello mancante è il timbro della voce, o il modo di incrociare le mani una sull&#8217;altra; allora il risultato di questo puzzle gli appare come un&#8217;immagine sbiadita della figura del nonno, perde di vita e di concretezza per divenire evanescente e svanire infine nella nebbia del sonno. Giuseppe pensa che forse la stessa cosa succede per i luoghi e le città, che hanno bisogno di essere pensate amate vissute per sfuggire ad un&#8217;inesorabile dissoluzione.</span><br />
<span style="font-size: 20px;">Sembra di sentirne il rumore, nel silenzio che quassù regna, come di un tarlo che si attacca agli stipiti dei portoni, ai balconi, ai muri delle case, e li corrode senza pietà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">A riva, mentre si svolgono le procedure di primo soccorso, d&#8217;identificazione e di schedatura dei profughi sbarcati, sono in tanti a sentirsi invadere dalla partecipazione, dalla commozione e dalla pena per le storie di disperazione e di fame che ognuno di quei volti reca indissolubilmente impresse; e come per un transfert, una magica empatia, qualcuno sente su di sé il freddo delle notti passate in mare, la stanchezza e la paura di addormentarsi, e la stretta disperata delle madri ai loro bambini. Il sindaco ed il comandante dei Carabinieri discutono sulle possibilità di dare un ricovero immediato a tutta questa gente &#8211; in paese, oltre alle scuole, le strutture pubbliche disponibili sono davvero poche -; ed a qualcuno vengono in mente la chiesa grande e la sacrestia del paese vecchio, ancora in buone condizioni ed ogni giorno aperte e ripulite grazie al devoto impegno di un anziano abitante. La proposta viene vagliata ed accettata; poi, superata l&#8217;emergenza, bisognerà trovare un&#8217;altra soluzione; per il momento, ci si organizza per recuperare e trasportare brandine, stufette e coperte, mentre i Carabinieri provvedono a smistare ed a trasportare, in ordine di urgenza -prima donne e bambini- i profughi al loro primo tetto in terra straniera.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">E&#8217; uno strano corteo quello che Giuseppe vede arrivare, dall&#8217;alto della sua postazione:camionette della polizia cariche di gente, furgoni traboccanti di masserizie, e, al seguito, le prime macchine di compaesani arrivati ad allestire le proprie mense, ma anche per curiosare e, se c&#8217;è bisogno, per dare una mano. E&#8217; ancora presto, ma pare che tutti si siano dati voce: la fila delle macchine aumenta, inizia il trasbordo di teglie, buste e panieri, l&#8217;invasione del sole nelle case appena aperte ed il riverbero dei raggi sulle tovaglie candide appena stese, il fumo inizia ad uscire dai camini mentre si procede a stappare bottiglie di vino e ad affettare pane, salame e formaggio. Inizia anche, e man mano s&#8217;infittisce, la processione verso la chiesa grande trasformata in accampamento, per portare agli stranieri spaesati e sbigottiti un primo ristoro di cibo e di vino, e magari per invitarli, a gesti, alla propria mensa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Giuseppe sa che non racconterà mai a nessuno, neanche ad Elena, di quello che ha visto: che,mentre le macchine avanzavano per i tornanti e qualcuna già parcheggiava all&#8217;inizio del paese,come da una nebbia profonda sono riemersi i muri, le facciate, le ringhiere ed i portali scomparsi; ed ora lui è lì che passeggia con Elena, nel trambusto di corse e di giochi di bambini di lingue diverse, e li osserva come se li vedesse per la prima volta, quel balconcino di ferro battuto con l&#8217;immagine di due cuori ed una colomba, forgiato forse da un artigiano innamorato, e quello stemma sul portale che una volta i contadini, passando da questa strada, salutavano toccandosi con rispetto e devozione la punta del cappello; li osserva e pensa che tutte queste cose non devono sparire, che ogni giorno dovrebbe essere come oggi, che è bello il colore del sole sulle pietre di queste case&#8230; e mentre gli occhi e la mente si affollano di immagini da fotografare e da ricordare, si accorge che lì, al primo piano di quel palazzo col cortile, c&#8217;è una finestra che non ricordava, anzi è proprio sicuro che lì non c&#8217;è mai stata.</span><br />
<span style="font-size: 20px;">E&#8217; una finestrella strana, stretta stretta e che termina in alto a punta, ai lati ci sono due colonnine e tutto attorno come un ricamo di pietra e di luce.</span><br />
<span style="font-size: 20px;">Si volta verso Elena, e vede che anche lei sta guardando verso quella finestra, protesa come per carpire il segreto delle lontane terre da cui proviene; poi lo guarda sorridendo, gli stringe la mano, ed assieme corrono a nascondersi nell&#8217;orticello sospeso sul mare. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 20px;"><strong> </strong></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;"><strong> </strong></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Notte della Madonna Nera di Francesca Anili</title>
		<link>https://www.carloripolo.it/2018/05/01/notte-della-madonna-nera/</link>
		<pubDate>Tue, 01 May 2018 22:28:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il mare si è acceso di fuochi, ancora una volta. Tante, variopinte, tremolanti meteore in caduta libera verso il loro]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Il mare si è acceso di fuochi, ancora una volta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Tante, variopinte, tremolanti meteore in caduta libera verso il loro riflesso, a segnare l&#8217;esplosione di gioia del momento in cui il corteo di barche, drappeggiate anch&#8217;esse di luci, ha raggiunto l&#8217;approdo del molo, ed a rinnovare l&#8217;omaggio della cittadinanza alla propria patrona, nella speranza che l&#8217;icona bizantina dal sorriso enigmatico che troneggia in testa al corteo posi su ognuno il suo sguardo benevolo per tutto l&#8217;anno a venire. Fuochi, anche, per perpetuare l&#8217;alleanza secolare della città col mare, con il suo genius loci. Davanti ai miei occhi, l&#8217;arido profilo dei calanchi di creta, che si geometrizza nel magma delle case a cascata verso il mare, e, dall&#8217;altro lato, sfuma via via verso la sagoma del faro e della colonna da cui il promontorio prende nome, per inabissarsi, infine, nella linea dell&#8217;orizzonte che i nostri avi scrutavano nella speranza di veder apparire le barche cariche del pescato, ma anche nell&#8217;angoscia che,improvvisa, si materializzasse una nave straniera, e con essa, il terrore delle stragi, dei saccheggi, del sangue.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Di tutto ciò, ora, non rimane che un palcoscenico vestito a festa, mi dico mentre attorno a noi impazza il sabba dei fuochi d&#8217;artificio, guardando verso il castello arroccato a difesa del silenzio e dell&#8217;oscurità.Penso a quella diaspora, di cui anch&#8217;io faccio parte ed ancor prima la mia famiglia, che ha portato tanti di noi a disperdersi in rivoli sulle rotte della miglior qualità della vita, di una maggior qualificazione professionale, o, più banalmente, dell&#8217;emigrazione, smarrendo una parte della propria storia,ma forse anche privando ed impoverendo questi luoghi di una parte della loro identità.                                         </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Erano vent&#8217;anni che non tornavo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px; font-family: georgia, palatino, serif;">Sono tornata ora, non tanto alla ricerca delle mie radici, che credo di aver ricostruito e reso vitali giorno dopo giorno lontano da qui, quanto per quella strana frenesia di passare il testimone che ti assale con la maternità, per cui vorresti che tuo figlio assorbisse il tuo passato, i luoghi della tua infanzia e li facesse presenti, e tu vorresti ritrovarne il sapore abbeverandoti al suo sguardo incantato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Volevo che anche lui conoscesse quel misto di salsedine e di zolfo che è l&#8217;odore del mare dopo l&#8217;incendio, e quel languore incontenibile che ti prende quando il rimbombo degli spari ti squassa fin dentro lo stomaco, volevo che fotografasse quella folla di volti di mani di storie che ormai non mi appartiene più ma a cui forse è appartenuta la mia vita di bambina e, nonostante il lungo abbandono, appartiene ancora una parte del mio sangue.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Volevo che li vedesse, quei volti, trasfigurati dall&#8217;emozione, mentre la festa religiosa si fa festa pagana ed estasi collettiva in un crescendo di commossa partecipazione, ed un giorno, magari, quest&#8217;immagine balzasse vivida ai suoi occhi dai recessi della memoria di un bambino di tre anni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Per questo siamo qui, io e Simone, stasera, che ci stringiamo le mani battendo il ritmo all&#8217;unisono con la banda musicale che sfila in testa alla processione per il lungomare, immersi ognuno a suo modo in questa serata che sa di salmastro &#8211; lui da piccolo turista stupito ed attonito, io rapita sull&#8217;onda dei ricordi &#8211; mentre il fiume di gente passa, e dai balconi piovono bigliettini di invocazione e di preghiera. Strano destino, penso, di queste preci, invece che librarsi verso il cielo, essere costrette ad atterrare svolazzando per divenire tappeto policromo per la folla festante,o magari ad essere intercettate dalle manine trepide e gioiose di un bambino, o forse, emblema dell&#8217;inscindibile connubio che questa cultura intreccia tra religiosità e materialità, individuale e collettivo, vita dello spirito e fatti urbani&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Quando sono riemersa dal fiume in piena di gente e di pensieri, Si</span><span style="font-size: 20px;">mone non c&#8217;era più.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Si era allontanato in un attimo di mia distrazione, poi probabilmente era stato trascinato dall&#8217;onda della folla.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Mi sono immediatamente lanciata nella scia della processione, guardandomi intorno in cerca di un palloncino a cuore sospeso su due occhioni probabilmente già un po&#8217; lucidi, ed intanto pensavo come questo luogo, che sentivo ancora parte di me nella mia visione oleografica e cristallizzata del passato, era improvvisamente divenuto estraneo ed inospitale nel presente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Eravamo via da due generazioni ed avevamo perso ogni contatto,nessuno ci conosceva né io potevo pensare di individuare qualche volto familiare per coinvolgerlo nella mia ricerca affannosa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Solo le pietre, pensavo, mi appartenevano davvero.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">È stato a questo punto che l’ho visto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Seduto su di uno scalino, guardava incantato passare la folla, una manina stretta nella mano di un vecchio vestito di nero, il palloncino che sventolava sorridendo su quest&#8217;amicizia appena nata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Levandosi dal nero del panno, due spilli azzurri mi hanno trafitto la memoria facendone sgorgare il fiotto dei ricordi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Zio Vincenzo e quel suo sguardo sempre sospeso, incredulo, incerto tra il cielo ed il mare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Zio Vincenzo, zio non perché un vincolo di sangue ci unisse, ma una rete fitta e solida fatta di ore e di giorni, di passeggiate sul molo al mattino, di complicità di gelati divisi, di lunghe storie narrate al fresco sulla porta di casa, mentre attorno a noi si incrociavano gli odori della cena.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Era partito giovane per lavorare in Germania, pensando a quando,finalmente tornato a casa, avrebbe potuto iniziare a godersi la vita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Ma i giorni i mesi gli anni erano passati e, quando finalmente era tornato, aveva capito che anche la sua vita era ormai passata. Si era ritrovato, solo e quasi vecchio, a ritornare con la nostalgia agli anni di fatica a Monaco di Baviera, alla camerata divisa con i compagni di lavoro,ai rari momenti di festa, di birre e di balli; malediceva allora quell&#8217;attaccamento alla terra natia che gli aveva fatto vivere quegli anni come una lunga parentesi &#8211; a conclusione della quale c&#8217;era il vuoto, o forse una bambina che ascoltava le sue storie di fabbriche e di treni in corsa, sempre curiosa di nuove spiegazioni e di nuovi particolari, senza capirne l&#8217;amarezza e il disincanto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Un giorno &#8211; una festa della Madonna di tanti anni fa &#8211; mi aveva </span><span style="font-size: 20px;">portato davanti all&#8217;altare dov&#8217;era l&#8217;icona brunita dal tempo, e mi aveva raccontato come in Grecia,dove aveva fatto la guerra,tante erano le Madonne che le assomigliavano, gli stessi volti scuri con lo sguardo severo, puntato all&#8217;infinito. «Eppure siamo così stupidi – aveva concluso &#8211; da pensare che questa sia l&#8217;unica, la più bella, e da sentire il morso della nostalgia se, un anno, non riusciamo a tornare per ossequiarla, per sentire su di noi la carezza dei suoi occhi&#8230;&#8221;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Quando eravamo partiti &#8211; papà diceva sempre: «Bisogna trasferirci ora che i figli sono piccoli, o non lo faremo più&#8217;» &#8211; zio Vincenzo mi aveva salutato, dalla porta della sua casetta, con uno sguardo azzurro misto di dolore e di attesa, che aveva vagato a lungo inquieto nella brezza del primo mattino.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Su quello scalino, si stavano raccontando, zio Vincenzo e Simone;commossa per aver ritrovato un pezzo del mio presente, nei miei ricordi di bambina, o forse anche colpevole per l&#8217;involontario abbandono ed il lungo silenzio, non ho avuto il coraggio di farmi riconoscere. Ho chiamato Simone da lontano e lui è arrivato, festante, in una manina ancora il palloncino a cuore, nell&#8217;altra sventolando un fogliettino: «Mamma, guarda cosa mi ha regalato quel signore!». Sopra la scritta &#8220;Maria proteggi il tuo popolo&#8221; gli occhi della Madonna e del bambino ci guardavano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Abbiamo salutato da lontano il nuovo e il vecchio amico, poi, mentre c&#8217;incamminavamo sul lungomare lastricato di bigliettini e di petali, tra la folla di registi attori spettatori per un giorno ormai diradata e dispersa dopo l&#8217;ultimo saluto,”Mamma, perché quel signore ha detto che questa Madonna la devo tenere sotto il cuscino? Come fa a guardarmi la Madonna se sta sotto il cuscino? La possiamo fare tornare in cielo, così può guardarmi sempre?”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Ho annuito con gioia; e, mentre lo aiutavo a legare l’immaginetta al filo del palloncino, per poi lasciarli salire verso le stelle, pensavo che era bello che Simone stesse crescendo così spontaneo e libero; e, ancora,pensavo che, come un giorno zio Vincenzo stesso mi aveva insegnato,così questa Madonna avrebbe incontrato tutte le sue sorelle greche, turche, siriane, slave, fondendosi con loro in un unico sguardo, in un&#8217;unica carezza su tutti i fedeli di popoli, lingue, culture diverse&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">Invece, il filo del palloncino, dopo un breve volo, si è impigliato in uno degli archi delle luminarie che ancora per tutta stanotte accenderanno questa strada di una prospettiva magica e fiabesca.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">È rimasto lì sospeso, dondolando appena, a guardarci partire (<em><strong>Francesca Anili</strong></em>)<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;">(<em>Il racconto ha vinto il 2^ Premio al concorso indetto nel 1998 dalla Biblioteca Civica di Cosenza PREMIO LETTERARIO PER UN RACCONTO INEDITO SUL MEZZOGIORNO</em>).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 20px;"> </span></p>
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