Due racconti allo specchio

Il tasto giusto di Tiziana Albanese
Quando siete felici, fateci caso” (Kurt Vonnegut)
Se la vita fosse come un mangianastri, se si potesse riavvolgere come una bobina per tornare a un punto esatto oppure andare avanti veloce per rivivere solo quello che davvero vogliamo, premendo il tasto giusto, potremmo non dico rimuovere il dolore, ma almeno provare un attimo di consolazione, trovarne la ragione.
A questo penso quando Fabio racconta qualche episodio del suo passato. Mentre parla, sento la fatica che fanno i suoi ricordi a fluire, costretti tra gli argini di un fiume che da troppo tempo non tracima. Premere quel tasto, rewind, gli richiede uno sforzo enorme, ma per chi lo ascolta è come un regalo inatteso, un natale in anticipo. Le sue parole mi ricordano la pioggia di settembre, quella che arriva all’improvviso dopo mesi di sole e caldo, ad alleviare l’arsura, a mitigare l’afa, ad addolcire l’aria.
Nella vita è tutta una questione di tasti giusti, vorrei dirgli, esattamente come per il mangianastri. Ricordo i pomeriggi trascorsi vicino allo stereo a premere play – rec per registrare le mie canzoni preferite quando passavano alla radio. Altro che le playlist di Spotify. Per completare una cassetta ci potevo impiegare anche una settimana. Le musicassette, ai tempi del mangianastri, custodivano promesse d’amore, rimedi contro la tristezza e la nostalgia. E guai a sbagliare. Se non si premeva il tasto giusto magari si tornava a registrare sul nastro già inciso, perdendo tutto ciò che era già stato salvato.
E anche sua madre, ricorda Fabio, un giorno ha sbagliato tasto.
All’epoca di quell’errore lui ha circa 8 anni, e nella scuola del suo quartiere, nel cuore di Napoli, sul finire degli anni ’80, ci sono ci sono troppi bambini e poche aule, e allora si fanno i turni, a lui tocca il pomeriggio. Poco male, perché così la mattina si alza con tutta calma e prepara i compiti in compagnia di sua mamma Assunta, che tra le pulizie di casa e la preparazione del pranzo, trova anche il tempo, ogni tanto, di sedersi accanto al bambino e dargli una mano. Quattro figli, un marito e una casa da portare avanti richiedono tanta energia, e Assunta a volte ha l’impressione di non arrivare a fare tutto come vorrebbe, come andrebbe fatto. Forse vorrebbe goderseli di più, questi quattro figli, vorrebbe non fargli mancare niente, soprattutto vorrebbe avere più tempo per ciascuno di loro. Non sa ancora, e non può immaginare che non avrà il tempo di vederli crescere, ma nei suoi sogni loro sono già quattro bellissimi moschettieri che la difenderanno da tutto.
La donna ama cantare mentre fa le pulizie, e la radio o il mangianastri sono sempre accesi. Ma quando il figlio ha bisogno di un aiuto, si toglie la parannanza e si siede accanto a lui, spegnendo tutto. Ma un giorno sbaglia. E invece di premere stop spinge rec. E allora addio Napule è, benvenute tabelline, moltiplicazioni e divisioni.
(Cosa hai cancellato, Assunta? Che musica ascoltavi, che suoni si mischiavano alle voci che salivano dal vicolo, al borbottio delle pentole in cucina, al profumo del ragù per il pranzo? Avevi una bella voce? Davvero non ti sei accorta dell’errore? Davvero non sapevi che stavi registrando?)
“Fabiè, a mamma, il 4 nel 7 non ci sta”. Il bimbo sbuffa un po’, si lamenta, la matematica non gli piace. Ma sua mamma sì, lei gli piace tanto, e quello è uno dei pochi momenti in cui ce l’ha tutta per sé, mentre papà è a lavoro, Giovanni e Marcello sono a scuola e Alessio dorme placido in culla.
(E tu, Fabio, a cosa pensavi tu, mentre cantalenavi le tabelline, mentre contavi aiutandoti con le dita? Davvero non ti eri accorto dell’errore di mamma? Davvero non sapevi che il mangianastri stava registrando?)
All’ennesimo errore in una moltiplicazione si sente uno sbuffo: “Uà! Ma che ten’ ‘n capa?! Ciuccio!” Assunta passa una mano nei folti capelli del figlio, così simili ai suoi, e li spettina, a mo’ di rimprovero. Fabio si scosta un po’, si imbroncia: “Mammà, ma perché c’è sempre un problema quando Pierino va addo’ ‘o salumiere?!”. La donna sbotta in una risata divertita, guarda il figlio e lo attira a sé, in un abbraccio che profuma di panni puliti e salsa di pomodoro. Fabio finge di resistere, fa una smorfia che nasconde un sorriso e poi si scioglie tra le braccia della madre. Dalla finestre arrivano i suoni dei clacson, le voci dei venditori ambulanti, le risate e le urla dei ragazzini per strada, e da qualche parte qualcuno sta ascoltando una vecchia canzone napoletana. Assunta sottovoce si accoda, carezzando la testa del figlio. Poche note, un’aria famosa…
La notte tutte dormono / ma io che vvuo' dormire / penzanno a nnenna mia / me sento ascevuli' / li quarte d'ora sonano / a uno, a ddoie, a ttre: / Io te voglio bbene assaie / e tu nun pienze a mme.
La cassetta si stoppa all’improvviso. Il nastro è finito. Così come fra poco finirà anche il tempo di quella madre e quel figlio. Assunta se andrà in un giorno di gennaio di qualche anno dopo, i suoi quattro moschettieri saranno ancora troppo piccoli, e qualcun altro dovrà farsi carico di toccare per loro i tasti giusti.
Ma tutto questo, adesso, lei e il suo bimbo non lo sanno. Non possono neanche prevederlo. Assunta pensa di aver commesso un errore, pensa di aver sbagliato tasto, se ne rammarica. Forse riascolta la cassetta con il figlio, magari ne ridono insieme. Potrebbe gettarla, ormai è rovinata. Ma non lo fa: alla fin fine è un fatto divertente da raccontare agli altri, più tardi a pranzo. Estrae la cassetta e la mette da parte; il nastro finisce in un cassetto, destinato a prendere polvere insieme agli altri, quando tra poco compariranno i CD. Ci penseranno il tempo e gli eventi a dare un significato importante a quella distrazione di un attimo. Ci penseranno il tempo e gli eventi a conferire un valore inestimabile a un momento di trascurabile felicità.
La lettera di Giovanna Alma Ripolo
Che poi a volte il destino si diverte a scompaginare le carte e rimescolare gli eventi. Valigie, bagagli, bastimenti e sudore sullo sfondo di uomini e cose. E poi il tempo, quello lungo, quello che non lascia scampo, si srotola tra le pieghe delle coincidenze. Come in quel pomeriggio di Ottobre   quando Elena in mezzo a tutti quegli scatoloni si trovò a rovistare cercando qualcosa di originale da indossare per la festa di Cinzia, quella del 5°B che l'aveva invitata al party più cool e ambito di tutto il suo giro. La "piccoletta", così la chiamavano i ragazzi più grandi solo perché frequentava ancora il terzo, sarebbe stata l'unica della sua classe a partecipare al "party dell'anno".
Unico e insormontabile problema la clausola in fondo all'invito "si prega di indossare abbigliamento anni '80".
- Ok. Ho capito -rispose Elena continuando a smangiucchiarsi unghie e pellicine- anni '80, non lo so, ora cerco, chiedo a mamma, va bene ti   faccio sapere.
Chiuse la chiamata e continuando a torturarsi le unghie cominciò a controllare le notifiche sul telefono dirigendosi verso la camera da letto dei suoi genitori.
- Mamma dove sei?
- Sono qui. Che vuoi? -rispose la madre dalla stanza accanto, anche lei piegata e raccolta sullo schermo del cellulare.
- Mi serve qualcosa anni '80 vieni? - continuò iniziando a spostare scatoloni e indumenti.
- Guarda che nell'armadio ci deve essere qualcosa vicino al cambio invernale.
- Dove? Non vedo niente. Un sacco di scatole, mà!
- Una scatola azzurra, cerca una scatola azzurra!
- Mà, che palle! Non puoi venire? Io non vedo niente!
- E' proprio lì accanto alle scatole con le calze invernali, vicino alle sciarpe e cappelli di lana.
- Mà, non la trovo! Ma non puoi venire tu a cercare?
- Uffa, ma è possibile che non riesci a fare mai niente senza il mio aiuto! - continuò alzandosi e raggiungendo la figlia che aveva appena aperto una scatola.
- E queste? Cosa sono queste?
- Lasciale, non toccarle! - c'era dell'ansia nella sua voce.
- Ma perché? Di chi sono? - continuò Elena prendendo in mano un grosso mazzo di lettere tutte ingiallite e con lo stesso destinatario: Angela Rinaldi, via Monteleone 70, Ardore, Reggio Calabria - Italia.
Mentre le sfiorava si espandeva un odore dolciastro, come di mughetto, ma la vera particolarità era il mittente: Domenico Polari 3489 Drummond, Montreal, QC H3A 1A9, Canada.
Aprì la prima busta e cominciò a leggere ad alta voce:
Montreal
Marzo, 5, 1931
Mia carissima Angela, ti scrivo la presente lettera facendoti sapere della mia buona salute. Dopo un lungo silenzio da parte tua vengo con queste poche righe per chiederti notizie. Ho pensato che le altre mie lettere si sono perse siccome non ho ricevuto una risposta. La mia patria natale oramai non può accogliermi e tu sai perché. Mia adorata moglie io ti prego
di raggiungermi, ho trovato da lavorare qui dal compare Antonio al cantiere e sto cercando qualcosa per dormire e stare qui tutti insieme con i nostri figli Antonio e la piccola Rosa, che ancora non ho mai potuto tenere in braccio. Sento tanto la vostra mancanza e vi abbraccio tutti.
- Smettila! Dammi subito!
- Dai mà sono vecchissime, - continuò Elena sfogliando e aprendo una lettera dopo l'altra - e poi vengono dal Canada. Che figo!
- Dai qua che le rovini. Sono le lettere dei genitori di nonna Rosa.
- Nonna Rosa? Cosa stai dicendo? Se mi hai sempre detto che la nonna è stata cresciuta da sua mamma perchè il papà è morto giovanissimo!
- Le   cose non   sono andate   proprio così, - continuò strappandole le lettere dalle mani e andandosi ad accovacciare sul bordo del letto. In realtà il papà di nonna Rosa è morto quando aveva quasi settant'anni, - prese fiato - è morto in Canada - disse guardando negli occhi la figlia.   Forse era arrivato il momento di fare pace con se stessa e con il suo passato.
Si sollevò dall'angolo del letto dove era andata ad accovacciarsi e decise di raccontarle di quando la sua bisnonna con il cuore a pezzi aveva provato a mandare avanti casa e famiglia in una piccolissima provincia della Calabria dove gli echi del fascismo si propagavano e attecchivano sempre più. Un piccolo paese dove "Mimmo u'russu", soprannome che perseguitava il bisnonno Domenico Polari da quando aveva discusso con il padrone per delle giornate non pagate appellandosi ai diritti dei lavoratori, non aveva vita facile. Le raccontò anche di quando si era addirittura rifiutato di far vestire il piccolo Antonio da balilla, e della decisione di partire e andare in Canada per allontanarsi da situazioni diventate scomode e trovare un lavoro. Tutto questo con la promessa di rientrare per portare con se il resto della famiglia prima possibile, visto che la moglie era incinta.
- Nonna Rosa quindi non ha mai conosciuto suo papi? - la interruppe Elena - No, e non è stato facile - I ricordi nella sua mente si affollavano e le immagini sbiadite si facevano più nitide.
- Nonna Rosa ha sofferto tanto, -riprese- e alcune decisioni di sua madre l'hanno fatta crescere prima del previsto.
La madre continuò a raccontare alla figlia di quando ad un certo punto le lettere non avevano più ricevuto risposta. E anche di quando quel cugino, al rientro dal Canada, aveva detto a tuttiche "Mimmu u russu" si era sistemato proprio bene, lasciando intuire che c'era un'altra donna nella sua vita. E infine della decisione presa con la famiglia di far sapere in giro che Mimmo Polari era morto improvvisamente, per non provocare scandalo.
Elena spostò lo sguardo da sua madre alla lettera che aveva ancora in mano. Il campanello interruppe le azioni e i pensieri di mamma e figlia.
Era un pomeriggio afoso, uno di quelli in cui anche a farci vento con un pezzo di carta ti investiva l'aria calda. Il foglio che Rosa aveva ora tra le mani era spesso, di un cartoncino ingiallito e vergato con una grafia sottile ed irregolare - E questa?
- Che ne so!
- E tu? Neanche tu lo sai? - Rosa continuava a sventolare la lettera davanti agli zii Mario e Gino, i fratelli di sua madre che da quando era nata avevano fatto le veci di un padre che non aveva mai conosciuto.
- Una lettera, sembra - rispose zio Mario fissando attentamente lo spigolo del tavolo.
- Si, una lettera - continuò zio Gino soffermandosi sul medesimo spigolo.
- Voi mi dovete spiegare!
- Ma che vuoi spiegare. È una cosa vecchia.
- Mia adorata moglie -cominciò a leggere Rosa- io ti prego di raggiungermi, ho trovato da lavorare qui dal compare Antonio al cantiere e sto cercando qualcosa per dormire e stare qui tutti insieme con i nostri figli Antonio e la piccola Rosa, che ancora non ho mai potuto tenere in braccio.
Rosa si avvicinò ai suoi zii, il respiro le mancava e aveva una confusione terribile in testa ma aveva ancora la forza per ragionare e tentare di capire.
- Vedi Rosa non era cosa possibile. Tua madre doveva stare qui e non andare in quel paese lontano- iniziò Mario.
- Appunto -lo incalzò Gino- non era possibile. Noi, la sua famiglia, e tutte   le sue cose erano qui. I suoi figli, i nostri nipoti, solamente qui potevano   crescere dove c'eravamo noi a proteggerli ed aiutarli.
- Infatti! -Mario si alzò di scatto- Mimmo aveva già sbagliato e stava portando la famiglia alla rovina!
- Forse adesso per te è difficile capire ma era l'unica cosa da fare.
A quel punto a Rosa tutto apparve chiaro e nitido come quando si esce improvvisamente da una lunga galleria buia. La lettera che lei aveva tra le mani in quel momento, sua madre non l'aveva mai letta.
- Voi? Come avete potuto? - Le lacrime cominciarono a rigare il volto di Rosa
- Mamma doveva sapere! -cominciò ad urlare- Perché l'avete fatta soffrire così?
Alle urla si aggiunsero i pugni che con forza Rosa sbatteva contro gli zii che tentavano di fermarla.
- Non si fa cosi! Chi vi ha detto di decidere cosa era giusto per mamma, per me, per Antonio!
La foto in bianco e nero appesa nel soggiorno, quella in cui nonna Rosa era seduta con in braccio sua madre e zio Antonio in piedi accanto a lei, era   parte dell'arredamento. Uno di quegli oggetti che non vedi più perché   stanno lì da sempre.
Elena si diresse velocemente verso la parete e si accorse che in fondo non l'aveva mai guardata attentamente. La donna in foto era bellissima, i suoi lineamenti irregolari e lo sguardo austero facevano tutt'uno con i capelli ordinatamente raccolti in una crocchia come si usava un tempo. Tra le mani, non ci aveva mai fatto caso prima di ora, aveva qualcosa, forse un pezzo di carta, forse una lettera.
L'immagine era troppo sbiadita e usurata dal tempo. Elena non aveva   capito fino in fondo cosa era successo e, probabilmente, la storia raccontata da sua madre era solo una parte della verità che aveva a che fare con lettere nascoste, fratelli gelosi e una società arcaica e senza cuore che aveva arbitrariamente modificato la vita di un'intera stirpe   familiare. Che poi è questo quello che succede: a volte il destino si diverte a scompaginare le carte e rimescolare gli eventi.