Schegge d’estate di Francesca Anili

Mi è sempre piaciuta l’area arrivi dell’aeroporto. Traiettorie di sguardi che si riannodano a distanza di mesi o di anni, sfilare di persone che, uscite esitanti dalla porta scorrevole, individuano subito, nella folla in attesa, chi è lì per loro.

Ieri, ad altezza di trolley, due gambette dal passo ancora incerto si sono fatte largo tra la folla. Come se ci fossimo lasciati ieri, si è diretto verso di me con la certezza di un bambino di due anni. Dietro, arrancava mia figlia, trolleyzainoborsone sotto controllo.

Mio nipote.

L’ho tirato su ed in quel momento ho avvertito con esattezza lo scorrere del mio e del suo sangue, ed ho sentito ricomporsi tra le mie braccia le tante storie di partenze e di arrivi della mia storia, nello spazio e nel tempo.

Bentornato, Vincenzo.

Vincenzo è nato nel lungo inverno scandinavo. Ero tornata due anni prima, dopo la prima esperienza in Erasmus. Lì, ho imparato ad apprezzare i ritmi lenti della natura di quei luoghi, rispetto al nostro convulso alternarsi di luce e di buio. Poi, ho iniziato a pensare che questo servisse a dare più valore alle cose, a placare la nostra ansia di prestazione. Sono rientrata con la voglia di ripartire, ho convinto anche Francesco ad imbarcarsi con me in quest’avventura.

Vincenzo è nato alle 8 di mattina, dopo 12 ore di travaglio. Dalla finestra, ogni tanto osservavo il cielo implacabilmente plumbeo. Mia nonna raccontava che tutte le donne della famiglia avevano partorito all’alba. Osservavo il cielo immobile e pensavo che per me non sarebbe finita mai. Intorno, l’avvicendarsi di medici e infermiere, il loro parlare chiuso e gutturale che mi era sempre sembrato pacato e riposante, ora mi suonava ostile. Ho pensato che quando si getta una nuova radice si sente il bisogno di tornare alle proprie, di avere attorno a sé il cielo e i suoni dell’infanzia. Forse per questo, allora ho pensato d’istinto che gli avrei dato il nome di mio padre, e prima ancora di suo nonno.

La porta si apre su una marea di occhi, dalle vetrate della hall una luce intensa mi avvolge. Seguo con lo sguardo il trotterellare di Vincenzo, so che mi porterà nella giusta direzione. Come ogni volta, mi sintonizzo sui toni acuti, della lingua, delle emozioni, dei colori e del paesaggio. Ci facciamo largo tra veicoli, cartelli, case, tra pilastri alti al cielo e facciate spudoratamente nude, fino alla piazza del paese, fino al cancello in fondo alla strada. I vecchi continuano a giocare ai tavolini del bar, i bambini a rincorrersi per le strade. È un bel ritorno, il primo con Vincenzo più partecipe. Penso che ci sono più bambini, per strada, di quanto ricordassi, e questo mi dà una sferzata di ottimismo. Penso che sarà una bella estate.

È arrivata una signora nuova, nella casa in fondo alla strada. Io giocavo a nascondino, ero dietro il cancello, e l’ho vista scendere dall’auto con in braccio un bambino addormentato. È bella, ha i capelli lunghi e lisci, ha richiuso la portiera dell’auto con leggerezza. È salita su a casa con i capelli che ondeggiavano. Mentre una donna apriva la porta di casa e la abbracciava, il bambino si è svegliato e mi ha guardato.

Ho pensato che forse è arrivata la nuova maestra, gli altri bambini mi hanno detto che quest’anno cambierà. Magari sarà lei, ad aprire con delicatezza la porta dell’aula, la mattina. Penso che entreremo senza fretta, senza spingerci come facevamo l’anno scorso con la maestra Caterina. Lei ci accoglierà con un sorriso, ed io le regalerò subito un mio disegno. Sono bravo, a disegnare, me lo dicevano tutti, al campo, prima di arrivare qui, e al campo sono diventato ancora più bravo. Ci riunivano sotto una tenda, con colori e pennelli, e ci dicevano di tirar fuori tutto. I sogni, le paure, i ricordi belli e quelli brutti. Io ho riempito fogli e fogli, ora non ricordo più di cosa. Ma sono bravo, e quando a scuola non capisco questa nuova lingua, o non trovo le parole giuste, disegno. Allora, tutti mi capiscono, ed io penso che forse ho nelle mani gli strumenti per capire il mondo. Anche le cose difficili, quelle che mia madre e mio padre provavano a spiegarmi, mentre attraversavamo il deserto, e poi il mare.

Vincenzo non aveva mai visto il mare. Il paese non era lontano, ma poco distante c’era il fiume, in cui rinfrescarsi, e poi c’erano tante cose da fare, in campagna. Ma gli avevano detto, fin da piccolo, che il viaggio era lungo, sì, ma alla fine c’era lavoro, e pane, e strade larghe con negozi di ogni tipo. Così, il 3 Luglio 1937, Vincenzo si era imbarcato. Aveva 25 anni, un figlio da poco in arrivo, e pensava di tornare dopo un anno o due, con un bel cappello, la camicia bianca, e soprattutto le tasche piene di soldi. Gli avevano anche detto, però, che all’arrivo li facevano spogliare, e se avevano soldi o oggetti di valore poteva capitare che qualche guardia li imboscasse e non li restituisse più.

Quell’anno c’era stata una buona annata, avevano venduto tutto il raccolto delle olive. A Vincenzo era sembrato un segno del destino. Ora, che la fortuna iniziava a girare, bisognava insistere, partire, e tornare sistemato, per comprare altra terra e dare un futuro certo ai suoi figli, a tutti quelli che ancora sarebbero arrivati. Ne parlò con sua moglie, e decise di nascondere il ricavato dal raccolto, dopo aver comprato il biglietto della nave, in un luogo sicuro. A casa no, dovevano saperlo solo loro due, né i suoceri né i cognati che abitavano con loro. Solo in caso di bisogno, Angela avrebbe informato i parenti. Di notte, s’incamminarono per un viaggio a piedi, attraverso i campi.

Durante il viaggio abbiamo parlato poco. Vincenzo si è addormentato quasi subito. È sempre stata così mia figlia, silenziosa ed apparentemente docile, in realtà con una volontà ferrea e le idee chiare. Anche quando, dopo la laurea, ha deciso di partire. Io e sua madre, a convincerla che, con un po’ di tempo e di pazienza, avrebbe iniziato a lavorare qui. Poi, una cosa è conoscere un luogo per averci studiato, un’altra per cercare lavoro. Ne sapevo qualcosa, io, delle lunghe albe fredde, su in Svizzera, aspettando che il caposquadra ci convocasse per la giornata. E le baracche di legno, ai margini della città, dove la voce di una donna, il pianto di un bambino, erano un evento raro. Eravamo stranieri. Stavamo lavorando a costruire chilometri di strade, ponti e gallerie di un mondo che non ci sarebbe mai appartenuto.

Lei mi ha risposto che il mondo è cambiato, che lei si sentiva di appartenere ad ogni luogo che le potesse dare delle opportunità. Mi ha detto che ormai le distanze sono annullate, che con skype avremmo potuto vederci ogni sera, come se fossimo a casa insieme. È partita. Dopo qualche tempo, anche Francesco l’ha seguita. Quando è nato Vincenzo, io e mia moglie abbiamo iniziato a guardare ogni sera con ansia il computer, aspettando che il suo faccino spuntasse dallo schermo.

Il cellulare ha squillato appena siamo arrivati vicino al fiume. È Francesco in videochat. Lui quest’anno non ha ferie estive, il ritorno al paese lo farà attraverso le immagini e i video che gli manderò ogni giorno. Vincenzo in braccio ai nonni. Vincenzo sul belvedere della chiesa grande. Vincenzo che osserva stupito i fuochi d’artificio della festa del paese. Oggi abbiamo fatto la passeggiata che porta al fiume. Da quaggiù, il paese ha un fascino antico, l’immagine d’insieme annulla le tante brutture, le case abbandonate e in rovina, quelle costruite in fretta e male, quelle rimaste a metà in attesa di un ritorno impossibile. Da qui, si percepisce un senso di armonia e compattezza, forse questa è la grande illusione che ha spinto e spinge tanta gente a tornare qui, ad agosto, la nostalgia per un mondo ormai irrimediabilmente perduto.

Finita la videochiamata, faccio qualche scatto. È un attimo, il tempo di dare le spalle al fiume per inquadrare il paese, e non vedo più Vincenzo. L’erba è alta, tutto intorno alla radura dove ci siamo fermati, e il vento la fa ondeggiare. Immediatamente mi sento sola, più che in qualunque posto al mondo.

C’è un bambino piccolo che cammina, in mezzo all’erba. Sembra quello della signora coi capelli lunghi. Scosta i fili che gli fanno il solletico, e a volte ne strappa un ciuffo. Io ero accovacciato in mezzo al campo, quando l’ho visto. Sono bravissimo a nascondermi, e quando giochiamo qui non mi trovano per ore. Mi nascondo giù, e avanzo strisciando in mezzo alla gramigna. Poi mi fermo e aspetto il momento giusto per andare a tana. Il campo è grandissimo, la prima volta che l’ho visto mi sembrava impossibile uno spazio così grande solo per noi. Senza tende, o panni stesi, o recinti. Senza fornelli, o depositi di roba, o ambulanze. Solo erba, e terra, e cielo, tutto per me. Ora però devo alzarmi. Sento le urla della signora, che sta chiamando il bambino. Devo riportarglielo, e poi all’inizio della scuola portarle un disegno.

Mi avvicino piano, come ad un gattino che potrebbe scappare. Poi, lo prendo per mano, e cerco di capire da dove provengono i richiami. Per fare prima c’è un tratto paludoso da attraversare, e poi una piccola salita. Lo prendo in braccio, non voglio che si sporchi o si graffi. Immagino il sorriso della nuova maestra. Sento che il fango mi sta entrando nelle scarpe, ma non fa nulla. Ora, devo solo fare attenzione a non scivolare nella salita…

Ho sentito un urlo dalla scarpata qui sotto. Mi avvicino scostando l’erba, scendo piano tra i rovi, tendo l’orecchio. Ancora un urlo, in una lingua incomprensibile, e subito dopo il pianto di Vincenzo. Proprio qui, sotto i miei piedi. Mi chino e individuo un crepaccio, nascosto tra i rovi. Provo ad affacciarmi, e vengo risucchiata in una spirale di buio, e dal suono aspro delle parole sconosciute che arrivano da sotto.

C’è buio, qui dentro, un buio umido di muschio. Il bambino si è messo a piangere, ed io non so come calmarlo. Prima, devo calmare le urla che mi sento salire da dentro, con parole che pensavo di aver dimenticato. Come il rumore delle bombe, e l’aria sudata del rifugio. Ci rannicchiavamo lì dentro, non c’era lo spazio per stendersi. Ora invece c’è tanto spazio intorno a me, il rumore rimbomba in un’eco lontana. Appena gli occhi si abituano, inizio a distinguere. Siamo in una grotta grande, a terra dei sacchi, forse delle vecchie coperte. Sulle pareti, qualcuno ha tracciato dei disegni. Ora li ricordo tutti. I disegni che ho fatto, lì al campo.

Appena ho sentito la voce spaventata di mia figlia al telefono, ho capito. Lo chiamavano “u’ rifuggiu”, una grotta dove ci si riparava, durante i bombardamenti del ‘43. Poi, il fiume ha straripato più volte, e l’ingresso è diventato inaccessibile. Da ragazzi si fantasticava su quella grotta. Qualcuno diceva che c’erano gli scheletri delle persone morte per la paura delle bombe e lasciate lì, e tanto bastava a farci desistere nel cercarla. Poi, sono partito, e di grotte ne ho viste tante. Le ho scavate, con le mie mani, le gallerie sotto le Alpi, abbiamo conquistato metro dopo metro, carica dopo carica, il buio aspro di quelle rocce. Quando sono tornato, non m’interessava più cercare “u’rifuggiu”.

Ora, mio nipote è là sotto.

Hanno camminato mezz’ora sotto le stelle, Vincenzo ed Angela. È bella, questa passeggiata prima di partire, questo momento solo per loro due, e per parlare del loro futuro. Vincenzo va piano, non vuole farla stancare, anche se sa che Angela è forte e la mattina, in campagna, lavora proprio come prima. Sono arrivati quasi sulla riva del fiume, all’ingresso della grotta. In paese la conoscono tutti, ma Vincenzo cercherà il cunicolo più nascosto e profondo. Un attimo prima di entrare, si volta e vede il paese illuminato dalla luna. È bello, e sarà ancora più bello quando tornerà. La luna accarezza gli uliveti, le foglie sospirano d’argento. Lui accarezza con lo sguardo il suo pezzo di terra, la sua casa affacciata sulla campagna. La farà più grande e più bella, e farà fruttare le terre incolte vicino alla sua. Poi, prende per mano Angela, e s’incammina verso il punto più nascosto della grotta.

Provo a sondare dall’alto il buio profondo. Esploro con la torcia del telefono, e intanto provo a rassicurare Vincenzo. Ci sono almeno 5 metri sotto di me, e strane ombre, come di oggetti ammucchiati, o cumuli di sassi. Gli dico che ho chiamato il nonno, e tra poco arriveranno a prenderlo. Immediatamente si zittisce, ha imparato, in poco tempo, a fidarsi di quell’uomo concreto e taciturno che è mio padre. Penso alla distanza che separa me e Vincenzo, e per la prima volta capisco i miei quando gli ho detto che volevo andare a vivere lontano. Non in Germania, o in Svizzera, o persino in America. Quelli sono luoghi che, nell’immaginario del mio paese, vivono di una geografia parallela alla nostra. Per ogni città c’è il nome di un paesano che ci abita, c’è la distanza percorsa per tornare, c’è un treno o un aereo da aspettare. Gli anziani forse non conoscono Perugia, o Venezia, o Ancona, ma sanno benissimo dov’è Pittsburgh, o Toronto, o Frankfurt. Però, subito dopo aver metabolizzato la notizia della partenza, ha iniziato a darsi da fare. È lui che mi ha prenotato il biglietto per il viaggio, che mi ha aiutato nel trasloco delle mie cose, è lui che confeziona i pacchi impeccabili che ogni mese mia madre si ostina ad inviarmi.

Sento, dall’alto, la voce della signora. Credo che non sarà poi così contenta quando, a settembre, ci ritroveremo a scuola. In fondo, è colpa mia se ora suo figlio è qui sotto, spaventato e sporco di fango. Spero riuscirà a perdonarmi. La luce del telefonino incide il buio profondo, mi svela nuovi cunicoli e nicchie. A tentoni, mi avvio ad esplorare. Al campo, mi hanno insegnato a superare la paura, mi hanno detto che a volte, le cose ci fanno paura finchè non le conosciamo. Sono diventato coraggioso, ed ora voglio capire dove finisce il nero della grotta.

Oltre la parete fitta di segni –un sole, un volto urlante, un cuore con due mani, e poi numeri, e nomi, e date- c’è un tunnel stretto e lungo. Sono diventato coraggioso, ed ho imparato a strisciare piano, prima tra le macerie, poi nella gramigna. Arrivo in fondo al tunnel, c’è un cumulo di sassi che lo sbarra, come una parete crollata. Sposto qualche pietra, infilo la mano e, a terra, sento un pacco morbido ed umido. Riesco a sollevarlo, strisciando torno indietro. Slego lo spago, scarto i fogli di giornale, mi blocco abbagliato. Ci sono tre mazzi di banconote, ognuno legato con lo spago. Ne sfilo una, ne esploro la consistenza morbida, come di stoffa e, nel cono di luce della torcia, leggo lentamente “Regno d’Italia – biglietto di stato – corso legale – LIRE VNA”.

Non ho mai visto così tanti soldi prima d’ora, non ho mai visto neanche questo tipo di banconote, ma sicuramente valgono tantissimo. Sento altre voci, oltre a quella della maestra. Sono venuti a prenderci. Mi riempio le tasche con i tre pacchi di banconote, faccio attenzione a nasconderle bene. Non dovrà saperlo nessuno.

Quando tornerò al mio paese, dopo la fine della guerra, con quei soldi farò un regalo a mia madre, comprerò un pezzo di terra a mio padre, e farò la mia casa più grande e più bella.