Gli emigrati in vacanza al mare di A. Brasacchio

Quando si va al mare in una spiaggia di paese, a giugno ancora tutto è silenzioso e; di prima mattina raggiungi la battigia, dopo aver attraversato i passaggi, ormai vicoli, tra un palazzo e l’altro che insistono sull’arenile, ti si apre allo sguardo l’immenso tra punta Alice (Cirò ) a sinistra e la foce del Neto a destra, la spiaggia per fortuna è ancora larga. Se ti siedi di fronte al mare e ti dimentichi di quello che hai dietro le spalle e magari riesci ad immaginarlo com’era alcune decine di anni addietro, magari ricoperto da drappi di cerealicola marina con qualche giglio di mare o stella alpina delle spiagge qua e là… Allora te lo dovevi conquistare l’approdo alla sabbia fine della battigia dopo aver attraversato le dune di macchia mediterranea e imprimere i primi passi sulla sabbia color avorio, e ti sembrava una conquista calcarla tu per prima e quasi esitavi a intarsiare quel manto ondulato che il vento aveva pettinato.

Allora ti siedi a guardare quel mare azzurrino, calmo, steso, che luccica come di infiniti cristalli al sole e l’ onda si annaca come i fianchi di una donna, direi come le sinuose forme di Marilyn Monroe quando canta l’happy Birthday Mr. President; e non resisti al richiamo e ti butti ad abbracciarlo.

Quando poi a luglio la spiaggia comincia a popolarsi di ombrelloni, compaiono anche gli emigrati.

Fanno tristezza e tenerezza insieme gli emigrati quando tornano per le ferie, parlano una lingua strana, un misto di dialetto con l’inflessione del milanese, vogliono mostrarti che adesso stanno bene, che hanno risolto i problemi economici e scendono in spiaggia armati fino ai denti di tutte le plastiche possibili, dai giochi per i figli ad attrezzature di pic-nic; vengono per qualche settimana a quel mare libero del loro paese .. è l’unica cosa che ancora riescono a godere di questo paese che, nonostante tutto gli offre la possibilità di una vacanza che altrimenti non si potrebbero permettere.

Gli emigrati che tornano nelle vecchie case lasciate vuote su in paese fanno i pendolari con le macchine e si accampano per tutta la giornata con la famiglia. I bimbi sono eccitati, chiassosi, i genitori nascondono, dietro la patina di modernità nell’abbigliamento e la sigaretta in bocca della madre, quella tristezza di chi vive scisso, non riesce più ad appartenere al paese che ha lasciato, né al quartiere dormitorio che al nord lo ha accolto, o non accolto; è ancora un terrone.

Quelli emigrati in Germania sono taciturni, allineati e coperti e programmati in tutte le cose che fanno, ci ha pensato la mamma teutonica ad addestrarli, bastano poche parale gutturali come i colombi a dirigerli, si buttano in acqua quando lei vuole e ne escono quando lei ordina; la favella, più dolce nei figli, è rivolta quasi esclusivamente a lei, il padre ha lo sguardo triste, non è riuscito a trasmettere neanche la sua parlata ai figli e si guarda intorno, felice se qualche compaesano lo riconosce… Lui è bello, come lo sono gli uomini del sud dal volto latino, anzi greco, statura media, proporzionata, armoniosa nelle forme, come bronzo, un kouros magno greco, chissà fino a quanto lo apprezza “sta ciarpeddrazza ( giunonica) germanesa” rossa come un gambero e con i capelli comu na spica i muighiu (pannocchia). Ma si.., apprezza, apprezza e pare pure una buongustaia.

C’è l’ombrellone dei napoletani che è doppio; vengono ogni anno, affittano un appartamento di due camere e ne scarano (ne arrivano) in venti, padre, madre, figli, nipoti e bisnonna che portano su una sedia come il papa e accudiscono con premura tutta la giornata, più il cane; basta questo esempio per farti passare sopra a tutta l’invadenza di prossimità che ti fanno.

Gli ombrelloni dei paesani e dei paesi limitrofi sono i più vocianti, mamme premurose che imboccano ogni cinque minuti i figli con banane e merendine, li vestono e svestono in continuazione, li accarezzano, li baciano, le nonne approfittano per accarezzargli l’aceddruzzu ai maschietti. Sono loro i protagonisti della giornata al mare.

Sono questi i villeggianti di questa spiaggia che, secondo le aspettative indotte dai palazzinari, avrebbe accolto turisti danarosi… meglio così, è quasi una restituzione del mal tolto, è l’eterogenesi dei fini a dispetto di tutti coloro che avevano alimentato sogni di un turismo di elite che avrebbe portato soldi a valanghe e invece l’unico affare l’ha fatto chi ha cementificato 8 km di costa, chi ha progettato, costruito, venduto e incassato consenso politico.

Non è possibile che finisca così, prima o poi i giovani, quelli che di mattina non si vedono in giro sulla spiaggia, quelli che vivono di notte come i pipistrelli e non sanno cosa si perdono, quelli rincitrulliti tra musica e un tiro di fumo, prima o poi si renderanno conto di tutto quello che gli hanno sottratto, di ciò che la natura gli aveva dato e senza neanche approntargli un lavoro.