Tre racconti di Angelina Brasacchio*

Le formiche della collina di Filatrò
Fiaba dedicata ad Emma

Le formiche, e non solo loro, anche i grilli, le farfalle, i bruchi, erano convinti che per quell’anno la pioggia fosse terminata definitivamente, ormai era aprile e il brutto tempo era passato. La brutta stagione era ormai alle spalle.
E comunque qualche altro acquazzone primaverile non avrebbe spaventato le formiche della collina Filatrò. Si sapeva in giro che loro erano le prime ad avvertire la primavera, le più intraprendenti, le prime ad uscire dalle tane. Per la fregola che avevano di andare a controllare se l’inverno gli avesse stravolto il territorio, più di una volta erano state travolte da qualche temporale di fine marzo.

Nel formicaio della collina Filatrò, la prima ad aprire gli occhi, come sempre, era la formica Rosa. Anche per questa primavera aveva anticipato tutte le altre; un certo tepore l’aveva svegliata dal sonno invernale, e, guardatasi intorno, non riusciva più a starci a letto.
Lei non era del parere di nonna Rachele: le vecchie avvertivano spesso, invano, che marzo fa delle brutte sorprese; che loro erano vissute tanto a lungo proprio perché erano state sempre prudenti.
“Niente da fare, queste giovincelle non ti danno retta, si sa perché hanno tanta fretta di andarsi a mostrare, non vedono l’ora di farsi vedere dai giovanotti.” – “Nonna Rachele, non ti dare pena, si sa adesso è il loro tempo”, rispondeva conciliante Giacomina che di formiche femmine ne aveva ben cinque.

Ogni anno, quando si chiudeva l’uscio per il sonno invernale, Rosa si riproponeva di non essere la prima ad aprire la porta alla prossima primavera, questa volta avrebbe atteso di essere svegliata dalle altre, queste pigrone! Niente da fare. C’era cascata un’altra volta.
C’è da dire che lei la tana se la faceva vicino a qualche viottolo, proprio per ascoltare i primi fremiti della natura: gli alberi che sgranchiscono i rami, i primi animali che escono dalle tane. Insomma, faceva di tutto per essere svegliata per prima.
A Rosa non piaceva trastullarsi nel letargo, le sembrava tempo perso. Le amiche più giovani, le lasciavano intendere che la sua era proprio insonnia, quella che compare ad una certa età .
“Queste impertinenti, senza tanto riguardo, dovrebbero vergognarsi per la loro pigrizia!”

Rosa si era svegliata anche perché sentiva fuori un certo tramestio. Le era sembrato di riconoscere, dai rantoli che faceva per lo sforzo, lo scarafaggio Maurizio che, c’era da scommettere, stava già arrotolando le polpette di sterco di vacca.
Maurizio era un altro mattiniero, ogni anno, all’arrivo della bella stagione, i figli non riuscivano a trattenerlo, era uno dei primi a sbucare fuori dalla tana ed a mettersi a lavoro.
Rosa decise di rompere gli indugi e mettersi a lavoro. Una sfregatina alle zampine, e… giù ad avventarsi sulla creta che tappava l’uscio, tirava colpi come se avesse delle zappette al posto delle zampe.
Ogni anno, quando intraprendeva questo lavoro, le prendeva una frenesia che non le consentiva sosta fino a quando non intravedeva una lama di luce che le sbatteva sugli occhi, che l’abbagliava tanto da tramortirla ed accecarla per un po’.
Anche questa volta aveva iniziato il lavoro con la stessa foga… ma era stata costretta a fermarsi per un po’ e riprendere fiato… Non è l’età che avanza? ..No…no… pensò Rosa, Si ricordò dell’inconveniente che le era capitato al momento di chiudere la tana.
La creta era diventata vischiosa, perchè era sopraggiunta una mucca e le aveva fatto colare sopra della bava, ecco perché adesso era così duro da scalfire l’uscio. Sembrava impastato con colla.
“Quando si è piccoli spesso si è costretti a subire! Ma se tutti i piccoli animali si uniscono… eh…eh… non so come la mettiamo”, ammoniva Rosa, che era stufa di subire le prevaricazioni degli animali più grossi.

Ad un tratto una saetta di luce la ferì negli occhi, la tramortì, cadde per terra, si riebbe felice, anche questa volta era fatta!!
Completare il lavoro fu un gioco da ragazzi.
Rosa uscì fuori, si sedette sfinita a riprendere fiato, a riposarsi, chiuse gli occhi al sole, mentre il venticello primaverile le asciugava il sudore.
Era sempre magico questo momento e, da un po’ di tempo, aveva imparato ad apprezzarlo sempre di più. Perchè non è scontato che alla fine del letargo tutte le formiche si ripresentino all’appello.
Nel lungo inverno capita che qualcuna sia colpita da malattia e muoia nel sonno, senza neanche rendersene conto.
Ma via questi brutti pensieri!!! Non si voleva turbare questo momento di goduria!

Ma subito si sentì toccare la spalla, come se qualcuno volesse scuoterla, era lo scarafaggio Maurizio, e chi poteva essere sennò ?
“Che fai Rosa? Dai svegliati”, quello zoticone la toccava con la zampa sporca di sterco di vacca.
“ Fai attenzione,non vedi che mi sporchi tutta?” – “Scusa principessa!! Lo puoi ben dire!!”
Ma poi si rese conto che non era quello il modo di trattare il primo che le dava il benvenuto della nuova stagione e gli offrì un pezzetto di fico secco per farsi perdonare.
Si sedettero davanti l’uscio e si misero a parlottare e a ricordare gli avvenimenti più importanti della passata stagione. Maurizio ogni tanto levigava con la zampa il bordo dell’uscio di Rosa, lei lo guardava con gratitudine.
“Che pensi? Queste dormiglione mi lasceranno a lungo da sola in questo cortile?” – “Non temere, l’anno scorso, quando tu avevi già chiuso l’uscio, perché c’è da dire che sei la prima ad aprirlo al risveglio, ma anche la prima a chiuderlo quando comincia l’inverno; l’anno scorso dicevo, tutte mi hanno pregato di svegliarle quando passava mastro Titta il calderaio per comprare gli utensili e quant’altro avessero di bisogno. Mastro Titta domani , a conti fatti, sarà qui, perché oggi è alla collina Fesula, qui dietro -me lo ha detto il grillo Carlo che s’è già fatto un giretto di perlustrazione.”
“Bene,bene,.. io intanto mi rassetto la tana e domani avrò tutto il tempo per dedicarmi agli acquisti.”
Formica Rosa salutò scarafaggio Maurizio e ritornò nella tana.

Poco prima che tramontasse il sole, scarafaggio Maurizio si mise a bussare tanto forte alle tane delle formiche da farle sobbalzare tutte dal letto. Ma ci volle un po’ perché riuscissero tutte a stappare gli usci delle porte e, man mano si affacciavano: chi con un occhio chiuso ed uno aperto; chi con una foglia secca attorno al capo; chi con le corna avvolte di cera per conservarle dritte durante il lungo sonno. La più vanitosa, Caterina, si era affacciata senza togliersi la maschera di bava di baco che si era stesa sul viso prima di addormentarsi, le era diventata lucida seta sulla faccia e sembrava una mummia egizia.
La collina Filatrò era un rione un po’ fuori mano, dove si conoscevano un po’ tutti, ma lo scarafaggio Maurizio non finiva mai di scoprire i segreti di queste signore tutte acqua e sapone.
Dopo un po’ di parapiglia per quel risveglio concitato, le più pigre si consentivano una pausa per stiracchiarsi agli ultimi raggi di sole al tramonto. A gruppetti di due o tre parlottavano per raccontarsi i sogni che avevano fatto durante il lungo sonno invernale.

Di lì a poco ognuna rientrò nella tana a sfaccendare,e.., ce n’erano cose da fare dopo un lungo inverno: le ragnatele pendevano come corde dal soffitto e le infiltrazioni d’acqua piovana avevano lasciato chiazze di umido sulle pareti..
L’indomani, la luce del mattino fece vedere a tutte anche il gran lavoro che c’era da fare all’esterno, nelle viuzze, negli spazi comuni, e, come ogni anno, c’era da rifare il formicaio.
Dei viottoli che collegavano le tane non c’era rimasta neanche la traccia; un rigagnolo di acqua piovana se l’era portati via, si vedeva benissimo, c’era un solco al suo posto.
Sarebbe stato il caso di farlo notare a quella presuntuosa di Cecilia, lei aveva scelto il posto dove collocare le tane invernali, s’era messa a dire che così… che colà… che lei ne aveva visti tanti altri formicai… aveva impapocchiato tutti con quella parlantina.
“Ma..lasciamo.. perdere..”, pensò formica Rosa, “meglio cominciare l’anno nuovo in pace !”

Ma ecco uno stridore di ruote di carro, era mastro Titta, come aveva annunciato lo scarafaggio Maurizio, era arrivato puntuale.
Giunto nella piazzetta, dove si affacciavano gli usci di tutte le formiche, raddrizzò le zampe davanti tanto da infilzarle nel terreno e si fermò.
Anche mastro Titta era uno scarafaggio, ma con un corno in mezzo alla fronte, si tirava dietro un carretto con la sua mercanzia.
Ma questa volta mastro Titta aveva qualcosa in più, sul sedile del suo carretto c’era una libellula dalle ali scintillanti di mille colori, gli occhioni azzurri e i capelli biondi, sembrava una sirena. “Dove l’ha presa quel brutto di uno scarafaggio quella creatura affascinante, come ha fatto a convincerla a seguirlo?, E’ proprio vero che l’amore fa fare follie!” pensò formica Rosa, e tutte le altre erano altrettanto stupite.
Ma le sorprese non erano finite. La novità interessante per tutte fu che pure lei, la libellula, aveva la sua mercanzia da vendere.
Tirò fuori un cesto con pettini e fermagli, merletti, profumi, calze di seta e giarrettiere… come quelle delle ballerine!!!
Tutte a guardare attorno al cesto della libellula e facevano una tale ressa che le corna si impigliavano l’un l’altra.
Tutte seguivano, roteando gli occhi, le mani dalle unghie dipinte di Libellula, che tirava fuori dal cesto scialli e merletti e parlava di come erano eleganti ed alla moda le signore in città!
Ma ad un certo punto la più anziana, Rachele, si mise a sgridarle : “Ma siete impazzite… queste sono cose da cicala!!! Non sono cose per noi!!”
Ma le più giovani la implorarono di poter comprare almeno pettini e fermagli.
“Per questa volta” concesse zia Rachele. Ma c’era da giurare che non sarebbe stata l’ultima, tutto è incominciare.
Solo dopo si dedicavano ad acquistare utensili: contenitori per conservare il grano ed altri cereali; attrezzi per dissodare il terreno e delle corde per aggrapparsi in fila e fare forza e smuovere oggetti pesanti.
Mastro Titta portava tutte le novità, ma questa volta era felice e orgoglioso della sua compagna, era contento di vedere l’invidia negli occhi degli altri per questa affascinante creatura che lo accompagnava.
Lui sarà stato anche forte ed intelligente, e questa volta si era pure ripulito, si vedeva, aveva le ali più lustre del solito… ma sempre scarafaggio era… Magie dell’amore!!.
Un’altra novità aveva in serbo mastro Titta. Chiamò da parte le più anziane, e con aria di chi confidava un gran segreto, le informò: “Hanno inventato una pozione miracolosa che irrobustisce,rende forti ed invincibili anche gli animali più piccoli”.
Le formiche si guardarono negli occhi l’un l’altra. Lo stesso pensiero attraversò la mente di tutte e all’unisono: “Come si può avere questo medicamento che fa proprio al caso nostro? – “Ne posso avere poche dosi per i più fortunati”. Dio solo sa quanto ne avessero bisogno!
La mente di ognuna fu attraversata dal ricordo di alcune sciagure che le avevano colpite in passato.

Bastava la caduta di una pera matura da un albero per distruggere il formicaio sottostante, facendo innumerevoli vittime. Per non dire del passaggio delle mandrie, quelle stupide pecore non badavano dove mettevano le zampe biforcute. Per non dire di quella mucca dispettosa, faceva finta di essere distratta, ma non c’era dubbio, lo faceva apposta. Quando passava lei era uno sterminio peggio della lava o dell’alluvione!!.
“Spiegaci meglio, dicci qualcosa in più” chiesero formica Rosa e formica Rachele a scarafaggio mastro Titta.
E quello: “Vi dico che è una pozione portentosa, l’hanno usata nella collina Licandra, non molto distante da qui e le pulci hanno vinto la battaglia contro i cavalli. Però se la volete comprare ve la devo prenotare.
“Certo, la vogliamo, prenotala subito”, disse formica Rachele con tale determinazione che sorprese Rosa. Erano tanti e tali i soprusi subiti per tutta una vita, che non badava a spese” – “Ci vorranno tre misure di grano” – “Nientemeno… la provvista di un intero anno !!!” esclamò Rosa.
“Ma Rachele ha ragione, ne abbiamo troppo bisogno, portala e pagheremo.
Formica Rosa e formica Rachele salutarono scarafaggio mastro Titta che diede loro appuntamento al mese prossimo.

Un mese passò in fretta, con la frenesia dei lavori di inizio anno. Tutte le formiche avevano cominciato a costruire il formicaio. Quelle più giovani sotto la guida di quelle più anziane.
Rachele e Rosa erano animate da un fervore che sorprendeva tutte. Trascinarono frasche, scostarono ciottoli dai viottoli, tolsero le erbacce infestanti, ricostruirono rigagnoli per incanalare l’acqua piovana, un lavoro che durò una intera settimana.
Le più anziane non si limitarono a dare suggerimenti, ma gli preparavano appetitosi colazioni e qualche bicchiere di vino che avevano da parte.

Allo scadere del mese sentirono da lontano il cigolio del carretto di scarafaggio mastro Titta.
Appena si fermò, Rachele e Rosa gli andarono incontro e, prima che le altre si affacciassero, Rachele prese la bottiglietta che Titta le diede con un’occhiata di intesa e andò a riporla in casa, mentre Rosa si fermò ad ascoltare le istruzioni per l’uso. “Mi raccomando, versane un dito in un bicchiere d’acqua, un’ora prima di entrare in azione. L’effetto dura per 10 giorni. Questa che vi ho dato dovrebbe bastare per tutte”.
Ma prima che finisse di parlare, Rachele era andata nella sua tana e trascinava avanti l’uscio i contenitori di grano.
Con un cenno d’intesa mastro Titta cominciò a caricarseli mentre tutte le altre erano distratte a commentare le nuove mercanzie e non si accorsero di quello che si sarebbe rivelato l’acquisto più sensazionale della giornata.

Questa volta non c’era più la libellula. Alle domande curiose delle formiche scarafaggio mastro Titta era un po’ evasivo; rispondeva che lei non era potuta venire, che non stava bene, ma che la prossima volta sarebbe venuta senz’altro e avrebbe portato le ultime novità della moda e tante sciccherie. Le formiche ne dubitavano, e molte pensavano che la libellula aveva già mollato scarafaggio mastro Titta. Libellula era troppo bella per lui.

Si avvicinava il tempo della transumanza dei greggi e per i formicai significava il periodo più pericoloso
Per quanto le formiche facessero attenzione a costruire le tane a riparo dai viottoli di passaggio, c’era sempre qualcuna che pare che lo facesse apposta. Anzi, formica Rachele era sicura che quella mucca smargiassa, che conosceva lei, anzi che conoscevano tutte, lo faceva apposta a distruggere con le sue zampate tutti i formicai.
Ma questa volta… questa volta, se la pozione miracolosa di mastro Titta avesse funzionato, le cose sarebbero andate diversamente.
Rachele e Rosa radunarono tutte le altre all’imbrunire e le misero a corrente del loro piano. “A… si… come?… davvero?… bene!”
“Attente, lo dobbiamo bere tutte prima che si avvicinano, noi vi diremo quando”. Se ne convinsero subito del resto le due anziane formiche, non erano delle smidollate, se loro avevano così deciso, era una cosa saggia e giusta. Al segnale convenuto sarebbero state tutte pronte a bere la pozione e partire all’attacco.
Appena avuta notizia che le greggi si stavano avvicinando, Rachele e Rosa chiamarono le formiche che, disciplinate, in fila, come sanno fare loro, ad una ad una andavano a bere il bicchiere di pozione che Rachele aveva preparato per tutte in una bottiglia.
Il sapore non era sgradevole, anzi sapeva di menta e qualcuna si leccava le labbra. “Adesso disponiamoci attorno ai formicai e se qualcuno prova a pestarli noi gli saltiamo addosso”, sentenziò Rachele.

Il tempo era stato calcolato giusto. Appena la pozione cominciò a fare effetto, uno strano formicolio attraversava le membra delle formiche.
Ecco scendere le mandrie che attraversavano scampanellando i tratturi.
Appena la solita mucca smargiassa provò a pestare un formicaio ecco le formiche partire e saltarle addosso come saette. Erano come tante punte di spilli che si conficcavano nella pancia della mucca, che spaventata, non sapeva cosa le stesse capitando e prese a scalciare, saltare e correre, spaventata.
Neanche loro, le formiche, capivano cosa erano diventate, erano come delle schegge impazzite, come delle scintille infuocate emanate da carboni accesi sotto il soffio del vento. Era uno scoppiettare continuo, né avvertivano dolore. Le mucche furono prese dal panico e si allontanarono spaventate da quel luogo.
Non solo, il fatto fu risaputo in tutta la collina. Anche nelle campagne vicine si sparse la voce che sulla collina Filatrò c’erano delle formiche stregate, capaci di mettere in fuga le mucche e che era meglio non transitare per quella zona.

Pure per le formiche fu uno shock, non riuscivano a capacitarsi di quello che erano riuscite a fare, di come erano diventate e l’indomani ciascuna voleva raccontare come si era sentita attraversare le membra da una forza diabolica. Ognuna aveva impressa nella mente l’immagine delle altre come impazzite e ne ebbero da raccontare per tutta la stagione. Cominciarono a venire a visitarle tutti gli animali piccoli del circondario: pulci, piattole, termiti che erano interessati a sapere, ma loro mantennero il segreto: per ringraziarli della solidarietà li invitarono ad una grande festa che fecero sulla loro collina.
Da allora in poi le formiche regnarono indisturbate sulla collina Filatrò.

Il pittore di Madonne
Marietta che abitava vicino al Duomo, tra una imbastitura e una misura, sottovoce per evitare i rimbrotti della gnura Mastra “non fate disciuni, non parlate dei fatti della gente” gli raccomandava sempre; si era messa a raccontare del pittore di Madonne: “Ma la sapete l’ultima, il pittore delle madonne della chiesa se la sposa a Carolina, cosa da non crederci… allora la voleva veramente!”
“Chi? il pittore, proprio il pittore o qualche operaio?”
“No proprio il pittore”
“Il forestiero, chiru bellu giuvinu?”
“Si proprio lui.”
Era successo che l’arcidiacono aveva deciso di restaurare le pareti e le volte del Duomo. Le offese del tempo e l’umido avevano quasi cancellato i dipinti originari. L’arcidiacono cercò il meglio che si poteva permetterete e ingaggiò un pittore di madonne che veniva dalle Puglie.
Fu un lavoro lungo; si procedeva un tratto al giorno. Solo per montare le impalcature ci volle molto tempo.
Il pittore di Madonne si era stabilito in paese con i pochi aiutanti che si era portati al seguito, e alloggiava in una pensione, da Zenobia, non lontana dalla chiesa.
L’interesse dei paesani era rivolto tutto su di lui. Cercavano di sapere se era sposato, cosa faceva la sera.
Lui non si concedeva alla curiosità del paese, non frequentava né cantine, né bar, non andava neanche mai in farmacia per un farmaco; sembrava che campasse d’aria.
Era taciturno, entrava nella chiesa al mattino e vi lavorava fino a quando la luce del giorno glielo consentiva. Su una grande panca, approntata per la bisogna con grandi tavole di legno di pino, i suoi aiutanti mescolavano colori e tracciavano sagome su carta; altri due garzoni del paese svolgevano lavori di manovalanza semplice. Il lavoro era uno spettacolo da non perdere per i paesani che appena liberi andavano ad ammirare le forme e le figure volteggianti, nella cupola e alle pareti, che uscivano da quei pennelli. Il parroco raccomandava di fare silenzio, di non disturbare il pittore, di non entrare a frotte.
Il pittore era di poche parole. Ogni tanto interrompeva il lavoro e si avviava verso ‘A timpa da motta ranna” poco distante dalla chiesa, promontorio a strapiombo sulla pianura sottostante, che si allargava a vista d’occhio e sconfinava con il mare. Poi rientrava e ricominciava a dipingere come ricaricato dalla vista di quel panorama.
Qualche donnina diceva che il pittore andava lì a guardare perché da lontano gli appariva la Madonna che gli spiegava come doveva dipingere la chiesa.
Alla motta ranna, in una casuccia che sembrava una grotta, ci abitava Giuvannina con la figlia Carolina, una ragazza sui 18 anni bellissima, alta, snella, dall’incarnato roseo, dai capelli biondi, quasi fulvi, e i lineamenti delicati, raffaelleschi.
Non aveva un padre, non lo aveva mai avuto, forse perché concepita dietro un cespuglio di una campagna, non si sa se con compiacimento o con violenza.
Giuvannina raccoglieva spighe, olive, o altro.Le due donne erano poverissime, sole ed indifese. Non pochi si preoccupavano per quella ragazza che così bella faceva gola a molti, e così povera poteva finire nel letto di qualche prepotente signorotto locale.
La madre era sempre in giro per lavorare a giornata; vendeva anche la neve, la raccoglieva d’inverno in una botola di legno comprimendola in strati di paglia e la rivendeva d’estate per il refrigerio dei palati di chi aveva qualche soldo in più da spendere.
Carolina, spesso scalza e con l’unico vestito addosso, andava alla sorgente a lavare i panni, e le buone vicine cercavano di accompagnarla con lo sguardo e di preservarla dai pericoli raccomandandola alla Madonna.
Ben presto guardando la volta della chiesa i paesani si accorsero che il volto della Madonna assomigliava a quello di Carolina.
“Che miracolo!”
Ma dopo il primo momento di stupore, qualcuno cominciò a dire che il pittore doveva averla vista da vicino se l’aveva dipinta così precisa.
Cercarono di chiedere a Zenobia, la proprietaria della pensione dove soggiornava il pittore, se qualche volta Carolina era andata a trovare il maestro.
“No!” rispondeva Zenobia, indignata.
Quando camminavano per strada Carolina e Giovannina, le donne del paese si davano di gomito e appena quelle si allontanavano, si radunavano in crocchio a ‘ciuciuliare’.
Madre e figlia si sentivano gli occhi del paese addosso.
Finita di affrescare la chiesa, il pittore comprò le scarpe ed il vestito a Carolina, la sposò e la portò via con sé.
“Ci vo a fortuna a tutte le cose,” si fece scappare qualche invidiosa che la figlia sua ci avrebbe avuto pure il corredo e pure i soldi per il mobilio.
“Io dico che è a voluntà di Signuri, si ca Iddru fa petra pane (trasforma le pietre in pane), fa u miraculu per tutte le cose,” aggiunse Richetta, “ma sono contenta per Carolina, ca almenu ‘na vota ogni tantu na povareddra gode”.

La morte di criaturi
Capitava che la luce rimanesse accesa fino a sera tarda dalla gnura mastra, se doveva consegnare qualche abito urgentemente per il giorno appresso, lei continuava da sola pure dopo che le discepole se ne erano andate. Ma quando le luci si riaccendevano dopo la mezzanotte e il trottolare della macchina da cucire si sentiva nel vicinato, che col sereno della notte si sente, allora voleva dire che era successo qualcosa di imprevisto, immediato, urgente; e che poteva essere se non la morte di chi non se l’aspettava e non si era preparato?
Regina che abitava di fronte a Rosina a gnura mastra l’aveva capito subito, non che lei stesse a spiare, che anzi aveva u sonnu fortu, ma a quell’ora, passate le due di notte, Carru, il marito, si alzava ed andava alla stalla per governare il cavallo, e per quanto facesse piano, quando dopo circa tre quarti d’ora tornava ad infilarsi nel letto, con quei piedi freddi la svegliava.
Il primo pensiero di Regina a matina fu di jire a s’apprifittare dalla gnura mastra a che era successo, picchì cusiva di notte; era morto nu criaturu e qualcuno della famiglia aveva bussato, rispigghiato a gnura mastra per fargli cucire nu custumeddru, ca almenu mò ch’era mortu nu vestitu tuttu novu ci volia. A gnura mastra la stoffa l’aveva sicuro, i ritagli, specie le pezze grandi le conservava, e gli aggarbò nu cavuzicchiu e ‘na giacchettina di vellutu blu cu a rrobba ca le era rimasta da un vestito di ‘na foristera, che non l’avrebbe saputo; ca nzammà sia avesse visto una pezza del suo abito che si corivicava sutta terra!
Di prima mattina le campane suonarono a spirata. I rintocchi dal campanile della chiesa si sentivano in tutto il paese; le donne, quando le campane suonavano fuori orario e non era né mezzogiorno né vespero, ovunque si trovassero e qualunque cosa stessero facendo, restavano mpetrate, sospendevano un attimo per ascoltare le campane, e capire se annunciavano una funzione religiosa, una novena o se a campana era a mortu, e se era ‘na spirata, cioè se era morto qualcuno, dal tono del rintocco capivano se il morto era un adulto o un bambino.
Era il secondo dopoguerra e di bambini ne morivano tanti, era frequente vedere in paese funerali con piccole bare bianche, erano funerali in tono minore, con poca gente e dove piangeva sommessamente solo la madre. Quando accadeva nel vicinato, le altre mamme mandavano a comprare un fiore d’arancio, era un fiore di raso bianco inamidato sostenuto da uno stelo di alluminio, andavano a fare visita al morticino e lo deponevano nella piccola bara bianca fino a ricoprire tutto il corpicino del bimbo; lasciavano scoperto solo il viso ceruleo. Appena ognuna si affacciava sulla porta, fattasi il segno della croce, era ‘na vucia guala: “Peccatu ’nu bellu figghiu masculu”.
Se a morire era una ‘na gaira (una bambina), il viatico in cielo era più esplicito: “Bona sciorta e bona fortuna sinnò ‘na bella curuna” come a dire che si era evitata di sicuro una cattiva sorte.
Quando gli era morta una giovinetta da marito a Cicciucòla, che aveva una famiglia poverissima e numerosa, non potè pagare il funerale e gli rimase il debito con l’arciprete che, dopo aver rispettato il lutto per un mese, mandò il sagrestano a riscuotere il credito e lo fece ritornare numerose volte perché Cicciucòla i soldi non li aveva mai. Infine l’arcivescovo spazientito mandò il sagrestano latore di una condanna esplicita per Cicciucòla: “Ha dittu l’arciprevitu ca su ‘nci paghi u funiralu, a figghita ta caccia du paravisu e ta manna n’tu mpernu”
Fu risoluto Cicciucòla: “E tu dicci all’arciprevitu u nna manna duvi vò, abbasta cu nna manna torna ccà”.
La miseria, dove una figlia in età di marito era una cambiale in scadenza, superava il dolore della perdita.

* Angelina Brasacchio ha insegnato Filosofia e Storia nei Licei. E’ stata per alcuni anni consigliere comunale a Strongoli (KR), paese di origine e di residenza. Ha pubblicato “Volevano cambiare il mondo. Passando per il ’68” (2008); Il figlio della vipera” (2009); Lo specchio della matrona” (2011); Il vestito della sposa” (2015); “Racconti dal Sud” (2016) e “Quando maturano i fichi” (2017).