Oreste Froio: l’uomo l’artista il pittore

verrà senz’altro presto il giorno del riscatto: 
agli artisti veri e ai politici seri 
sarà riconosciuto il meritato valore e gli inganni di oggi 
saranno ricordati come intollerabili incubi

Il presente profilo, frutto di una lunga frequentazione e profonda conoscenza reciproca, vuole essere un modesto omaggio dovuto all’amicizia che lega il sottoscritto all’uomo e all’artista Froio fin dai banchi della scuola elementare.

Non è facile inquadrare “artisticamente” il Nostro, e ancora più difficile definirlo dal punto di vista della personalità umana e professionale. Figura complessa e poliedrica, Oreste Froio è nato pittore e si è formato “tecnicamente” alla Scuola dell’autodidattica: un uomo e un artista alla ricerca continua di libertà e di certezze.

E’ nato a Crotone nel 1947, dove risiede da neo pensionato, dopo aver insegnato in diverse scuole della provincia fino al 2005.

Fin da piccolo ha manifestato doti così particolari e predisposizioni genetiche verso il mondo dell’arte, da essere considerato ben presto fra i compagni di scuola il piccolo pittore, a cui demandare la responsabilità della parte grafica del glorioso giornalino di classe Il Faro di Crotone.

Nel 1976 ha debuttato con una mostra personale presso la Bottega d’Arte di Crotone. Ha partecipato a numerosi concorsi e collettive, prediligendo quelle del comprensorio per non allontanarsi dalla famiglia e dalla scuola.

Ha esposto a Catanzaro, a Cosenza, a Santa Severina, a Trebisacce, in Toscana e in Sicilia, (l’elenco in calce).

Sue opere figurano in collezioni pubbliche e private; nella Pinacoteca permanente del Comune di Crotone, allestita nei locali di Bastione Toledo, è presente una tela dedicata all’Alluvione del 1996.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, comunque meno di quanti la sua arte meriterebbe. Dipinge per se, per dare sfogo alla sua intensa vita emozionale. Non ha mai cercato di inserirsi, per il suo temperamento schivo e per i vissuti valori etici cui ispira ogni suo comporta-mento, nei circuiti che contano sul piano politico-artistico-economico e di cui purtroppo la storia della nostra terra è intessuta con la sola finalità della gestione clientelare del potere delegato, anche nei fatti che riguardano il settore artistico e culturale, che deve ugualmente obbedire, secondo una visione partitica e privatistica del potere, alla logica che tutto è concesso solo ai vincitori delle elezioni e niente è concesso ai vinti e a quelli privi di tessere d’identità politica.

Ha sempre ricercato il confronto con gli altri artisti per una crescita personale, l’approfondimento delle tecniche, le soluzioni migliori per soddisfare il suo non chiaro rapporto con i problemi dell’esistenza. Infatti nel Nostro non c’è separazione fra personalità artistica e umani comportamenti: i dubbi e le crisi esistenziali si trasformano in lui in crisi di crescita esperienziale e artistica.

La sua Arte, che a volte assume i caratteri del simbolismo, è come una finestra aperta sull’infinito e sull’eterno.

Le tappe più importanti della sua attività artistica sono rappresentate da quattro mostre personali che cadenzano la sua evoluzione artistica.

La prima personale di pittura di Oreste Froio si è tenuta presso la Bottega d’Arte sita in via V. Emanuele 17, di proprietà dello stesso pittore, ed è stata inaugurata il 27 dicembre 1976. Alla mostra il giornalista Antonio Aracri ha dedicato un servizio su “Calabria Kroton” (n.1 del 15 gennaio 1977), per illustrarne motivi e caratteri: “Frojo ed il centro storico di Crotone. ‘Centro storico e pittura’: questo il binomio lanciato in questi giorni nella nostra città da un giovane concittadino, il dott. Giuseppe Oreste Frojo, che ha presentato nella sua ‘Bottega d’arte’ una personale di tele raffiguranti i vicoli e le viuzze della Crotone antica, arroccata alle falde dell’Acropoli, che simboleggia, per i cultori del Cinquecento croto-niate, un passato glorioso e ricco di architettoniche e patrizie costruzioni. Il dott. Frojo, con certosina pazienza e con impronta artistica, ha ripreso le angolazioni, mettendole ‘a fuoco’, più suggestive del centro storico crotonese, sul quale, questo giornale in primis si è battuto e si batte per il ripristino a fini artistico-culturale-turistici di un agglomerato di costruzio-ni e stradine medievali che sono di incomparabile rievocazione del passato di questa nostra millenaria città. Gli olii di Giuseppe Oreste Frojo sembrano sprigionare una essenza vivificatoria di quelle stradine in selciato che riportano i nomi di Pizzicagnoli, Villaroja, Fratelli Bandiera, Pescheria, ecc. Finestre dai verdi battenti, tetti tracciati di sole, archi che sorreggono balconi fioriti, scorci di cupole vellutati di porpora sono gli aspetti più singolari della pittura di Frojo che ci giunge in un momento particolare, diremmo critico, per la cultura e l’arte di questa nostra città, che vanta un passato eccelso nelle arti e nelle scienze. Con questa personale sul centro storico crotonese, il dr. Frojo ha voluto significare anche un particolare attaccamento alla città di Crotone, riportandoci con la mente, in siffatta maniera, a ricordare i nostri grandi pittori dell’antichità come Zeusi, che ha raffigurato le donne crotoniati reputate le più belle della Magna Grecia, e Gaele Covelli, pittore nostrano di grande fama. Anche se Frojo è ancora giovanissimo, egli con la sua pittura dalle tenue tinte, che contrastano con la luminosità delle prospettive. Ha dimostrato un animo sensibile verso un problema che tanto ci sta a cuore: valorizzare il centro storico crotonese. Auspichiamo che il lavoro di Giuseppe Oreste Frojo sia fruttuoso per lo scopo che esso si prefigge e, nel contempo, vorremmo tanto, così come molti crotonesi agognano, che il centro storico divenga un motivo di cultura, d’arte, e di lustro per Crotone.”

La seconda personale si è tenuta sempre presso la Bottega d’Arte sita in via V. Emanuele 17, di proprietà dello stesso pittore, dal 3 al 31 dicembre 1983. Di lui nella presentazione Franco Ciccarello scrive quanto segue: “Giuseppe Oreste Froio, uno fra i giovani artisti più validi oggi operanti nella nostra città, approda alla pittura sulle orme del padre, Armando, altro nome ben noto negli ambienti artisti­ci crotonesi e si può dunque ben definire autentico figlio d’arte, dotato tuttavia di un rilevante ‘cachet” culturale. La sua tematica artistica trae spunto da un sereno, quasi no­stalgico, rilievo di una realtà urbanistica in via di sparizione ma assume i toni di una vera energica protesta contro l’indiscrimi­nato, antiestetico espandersi di quegli agglomerati abitativi freddamente geometrici, amorfi e spersonalizzati che purtrop­po, giorno per giorno, ci ricordano nella nostra città. Un tema cosi stimolante, ci porterebbe lontano e ad ogni modo, necessiterebbe di una separata trattazione. Ma avrem­mo detto ben poco se dicessimo che Giuseppe O. Froio in­terpreta ambienti, caseggiati, viuzze della città vecchia con tanta maestria. E un irrefrenabile ‘pathos’ che anima le sue tele, uno straordinario impeto creativo che ne sollecita la fantasia. Sicché, dopo gli ormai tanti anni di pittura, la sua tematica di oggi non ha più limiti. I ritratti, le figure, le composizioni, come sia pure una semplice natura morta o un paesaggio, delle de­solate ma fertili campagne della Calabria, hanno tutti un comu­ne movente: il grande amore per la natura, ma soprattutto un grande attaccamento alla propria terra, con tutte le sue istan­ze, con tutti i suoi drammi. I suoi caseggiati sono vivi, accusa­no il silenzio, la tristezza dell’abbandono; sono palpitanti come creature che soffrono la solitudine, suscitano desideri di quie­te, ricordi di una spensieratezza ormai consumata, di un tempo passato che più non ritorna e quasi più non ci appartiene… Ci ricordano che siamo noi stessi che, col nostro disinteresse, ab­biamo quasi rinnegato quei valori che oggi Giuseppe Oreste Froio ci indica, invitandoci al loro recupero. Si può dunque ben dire che se la sua pittura riesce in un sif­fatto ruolo, in una realtà come quella nella quale viviamo, ove l’arte è ancora da molti ritenuta una ‘conoscenza aggiuntiva’, una sorta di bagaglio di erudizione voluttuaria, (è proprio per questa malformazione intellettuale, infatti, che inconsapevol­mente consentiamo il sistematico ed agevole allignare di me­stierante idiotismo, di subdola millanteria approdati casualmen­te a manifestazioni di pseudo-arte, tanto per aggrapparsi al meno-peggio, tanto per non aver avuto null’altro di cui occu­parsi…). In questo quadro, non certo troppo edificante, G. O. Froio con la sua pittura pulita, fatta di temi onesti, mossa da stimolo sincero, costituisce un barlume in tanta oscurità, una boccata di ossigeno dopo tante penose riflessioni sulla pittura che, quando invece, come nel caso di questo artista, si fa por­tatrice di simili messaggi, Essa allora è Arte Vera.”

La terza personale, dal significativo titolo Blu – Immagini colori e suggestioni nella pittura di O. Froio, è del maggio 1999; si è tenuta presso la Pinacoteca Comunale di Bastione Toledo, in Piazza Immacolata 12, inaugurata dal Sindaco del Comune di Crotone prof. Pasquale Senatore e dall’Assessore alla Cultura dott. Domenico Forciniti.

In quell’occasione il critico d’arte Giuseppe Parisi così si espresse su La Provincia Kr (21 maggio 1999 n.20, pag.11): “Dal ‘Blu’ di Oreste Froio una luce viva e moderna. La pittura di Oreste Froio deve essere considerata come un omaggio a qualcosa di più forte e straordinario: l’evento naturale. Nature morte (poche a dire il vero), paesaggi (la quasi totalità della produzione) trovano una propria caratterizzazione nella grafia morbida e delicata del segno che si lascia lentamente coprire dal colore, più volte di marca ‘fredda’ e bluastra. Quel che si affaccia dai quadri di Froio è un mondo pettinato, lindo, terso, con ogni cosa al suo posto, gli alberi, le foglie, i fiori, le case, le intimità spiate ed accennate. Ma anziché essere rassicurati da tanto ordine, sembra quasi entrare in una dimensione allucinata, ordinatamente stravolta, come solo può apparire nei sogni, anzi, negli incubi di una agghiacciante e perversa perfezione. E’ un mondo a volte deserto dove la figura umana, se appare, rappresenta un incidente di percorso o una febbrile apparizione. Si tratta di un paesaggista consapevole che certi incanti, nei luoghi stessi dell’infanzia o nei luoghi perduti della storia, vanno ritrovati e conquistati ormai non senza fatica sul confine di un mondo che si urbanizza mostruosamente e a ritmo accelerato: per effetto, si sa, dei mass-media, delle invasioni vacanziere, dei week-ends, delle seconde case. Così spesso i paesaggi di Froio si raccolgono in spazi anche ravvicinati; le sue inquadrature colgono fino in fondo il mistero della natura, la sua evocativa e struggente bellezza. Sono quadri, quelli del Froio, di un post-impressionismo moderno come viva e ‘moderna’ è la luce del sole che illumina i campi e quello che essi rappresentano poiché la volontà dell’artista è di trionfare sulla sua solitudine in immagini di mistica semplicità in un universo coerente di intelletto e sentimenti.”

Su Il Crotonese (14 maggio 2004 n. 37, pag. 17) Brunella Anili così presenta la mostra: <Inaugurata al Toledo la mostra di Froio / Quelle tele sospese tra il sogno e la realtà / Il bastione Toledo è dive­nuto meta d’importanti e varie iniziative culturali, tra le quali bisogna ricor­dare quella promossa dal Comune in occasione della rivalutazione degli artisti locali, avvenuta con l’espo­sizione di 45 opere del pit­tore Oreste Froio, inaugu­rata sabato scorso. Perso­nalità poliedrica, autodi­datta fin da piccolo, tanto da essere definito dai suoi amici di scuola “il pittore della classe”, Froio ha esposto in Calabria, Sicilia e Toscana, ricevendo nume­rosi riconoscimenti. La mostra s’intitola “Blue vi­sion” dove “con la parola inglese blue -precisa l’arti­sta- s’intende privilegiare questo colore nelle sue va­rie sfumature, giacché esso rappresenta per eccellenza l’acqua, l’aria, la luce, la purezza nella loro essen­za”. Ma la passione per questo colore va ricercata anche nel grande legame di Froio per il mare. Passando in rassegna i dipinti esposti al Toledo, appaiono sotto i nostri oc­chi boschi, sottoboschi fio­rati, paesaggi marini tra storia antica, rappresenta­ta da reperti archeologici, e moderna; a seguire i quadri sulla Natività e sulla sofferenza di Cristo in cro­ce; infine le bambole, sim­bolo della sofferenza dei bambini nella realtà con­temporanea, vittime dell’indifferenza degli adulti. La matrice d’emozioni e sentimenti suggestivi è da­ta dalla fusione del sogno con la realtà. Presente all’inaugurazio­ne l’assessore comunale ai Beni culturali, Stelvio Ma­rini, che ha invitato i cro­tonesi a visitare la mostra poiché “sarebbe bene -ha affermato- sospendere lo stress quotidiano per im­mergerci e riflettere sulla bellezza di queste immagi­ni.>

 La quarta mostra, con esposizione di 45 opere e patrocinata dal Comune di Crotone, è del 2004. La personale, visitata da un pubblico numeroso e competente, si è tenuta presso il Bastione Toledo dall’8 al 22 maggio 2004 ed aveva un titolo giustamente evocativo: “Blue vision” – Immagini, colori e suggestioni nella pittura di O. Froio.

Nella presentazione dell’evento l’assessore ai beni culturali dell’epoca, Stelvio Marini, ha cercato di cogliere l’essenza e il significato della pittura del Nostro: “Visioni in Blu sono l’argomento pittorico della mostra dell’artista crotonese O. Froio, che l’Amministrazione Comunale ha ritenuto di patrocinare. Il Blu è un colore freddo che nei secoli gli artisti hanno mostrato di prediligere e che ci fa venire in mente le particolari tonalità usate da Giorgione; l’attrazione che ha avuto su Reynolds che ne ha fatto il colore dominante di un ritratto; ed infine come non ricordare il “periodo blu” di Picasso? Il Blu di Oreste Froio è un colore di sogno dato al paesaggio naturale, illuminato di bianchi e di gialli, costruito con il pennello, con una tecnica che ricorda il “pointellismo”, filtrato della lezione macchiaiola (Ma per il N. è anche il colore dell’acqua, dell’aria, della luce e soprattutto del mare con il quale Oreste ha un rapporto privilegiato e lungo). E’ comunque una pittura ‘an plein air’ che ci restituisce il paesaggio naturale mediterra-neo, in un’ottica visionaria e rarefatta che ne coglie la più intima essenza. L’Amministrazione Comunale prosegue così nell’intento di valorizzare gli artisti crotonesi più validi, che sono i più diretti testimoni della realtà locale, che viene restituita all’osservatore, attraverso la mediazione nobilitatrice dell’arte.”

La sua pittura comunque non si presenta monotematica, né per tecnica né per contenuti, le sue tele spaziano dal sogno all’elaborazione concettuale, dall’espressione istintuale alla ricerca storica: boschi e sottoboschi colorati e fioriti, ma anche paesaggi marini, ricchi di reperti archeologici, tra storia antica e moderna; i temi misterici della natività e della passione di Cristo, ma anche le bambole, intese come simbolo della sofferenza dei bambini nella società moderna e come vittime dell’indifferenza degli adulti.

Testi critici appaiono su giornali locali e sulla Rassegna Arte 2000 della Giorgio Mondatori, pag. 43: “Fino a che punto le caratteristiche ambientali, cioè native, e culturali contribuiscano alla formazione dell’artista non è facile dire, anche se si tratta di un’eredità certa e confermata, pur con varianti molteplici. Più facile è invece il vedere se e quanto l’artista abbia saputo e voluto acquistarsi una ‘forza degli occhi’ tale da riuscire a leggere nel modo giusto la lezione dei Maestri che più gli sono utili. Ora è evidente che questo pittore ha saputo giovarsi delle sue proprie qualità naturali e culturali, e leggere bene le opere postim-pressioniste e simili, arrivando così a un discorso ben nutrito.”

Di lui hanno inoltre scritto G. Castellini (Gazzetta del Sud); A. Curto (Italia artistica); V. Barresi (Sei Crotone); B. Anili (Il Crotonese); E. Cortese (La Provincia). Di quest’ultimo si riporta un Itinerario biografico, che “scava”, con occhi compiaciuti, nelle diverse sfaccettature del Nostro ed una poesia-dedica in occasione della Personale del 1999: “Giuseppe Oreste Froio nasce a Crotone nel febbraio del 1947. Il padre Armando, amante della pittura e della poesia, influisce notevolmente sulle scelte del figlio. Il nostro pittore può, così, fin da piccolo prendere dimestichezza con pennelli e colori, incantandosi nell’osservare le paterne pennellate che, come un sipario che piano piano si apre mosso dalla magia dell’arte, offrivano l’occasione a quegli occhi sgranati di bambino, di tuffarsi nello scenario di un mondo fantastico. Crescendo, potenzia le sue doti naturali per il disegno ed interiorizza la realtà, filtrandola attraverso il suo senso estetico per poi fissarle su tele, suggestionando per la scelta del colore ed il tocco di luce. Sono questi, però, anni soprattutto di ricerca di una sua personale espressione che presenta ai suoi più vicini amici. E’ solo dopo gli studi universitari che si rivelerà al pubblico mediante una personale di pittura presso il negozio-bottega del padre nel 1976. Il consenso ottenuto lo stimola a dedicarsi con sempre più passione alla pittura. Dopo tale data, storica per la sua carriera, partecipa a numerosi concorsi, predili-gendo quelli del comprensorio per non allontanarsi dalla famiglia e dal lavoro (insegna discipline matematiche e scientifiche nella scuola media ‘Giovanni XXIII’) ad entrambi molto legato. Fino al 1995, pur continuando nell’osservazione di squarci naturali che cattura nel suo profondo, a maturare tecnica e tematiche e ad annoverare premi, ha come profanato il suo impeto artistico, proponendosi con apparizioni saltuarie per quanto significative. Dal 1996 invece la sua produzione artistica è continua. Il suo dinamismo pittorico è dovuto, con ogni probabilità, all’apertura del suo studio nel centro storico. Nel chiuso alto del suo laboratorio, evocando la visione di quei pennelli che prestivamente maneggiava, impiastricciando le fatiche paterne, ritrova il silenzio come spinta creativa. In questo apparente isolamento matura le sue ultime opere che espone nel maggio 1999, con la collaborazione del Comune di Crotone, nei locali del Bastione Toledo. La mostra, per afflusso di pubblico e consenso di critica, lo consacra definitivamente pittore, perché, al di là della tecnica apprezzabile di un postimpressionismo moderno, esprime ricerca del colore come forma personale, espressione di vita e di bellezza e rivela una forte maturità estetica che trasporta lo spettatore, con pari intensità, sia ad un’elevazione interiore come alla riflessione toccante su forti tematiche sociali.”……“UNO SGUARDO/ all’amico artista Froio – Uno sguardo / ai tuoi dipinti / ed il blu strappato a marine / sature di scapigliate fioriture, / scosse dal brivido della vita, / placa cuori tesi a praticare, / come granuli sospesi nella luce / vitale, calda, / convulse danze tribali. / Uno sguardo / e si tingono d’azzurro / i solitari bianchi cammini, / aperti al nudo correre del tempo. / Stregato di celeste, / non suona più corde di insidie / e scopre pianori erbosi / intrisi di sole. / Uno sguardo / ed il vento smette di spazzolare / panni di fatica, / appesi a filari di pensieri, / gravati da acerbi seni. / E sugli spazi, / stupefatti di quiete, / si poggiano, sicuri e brulicanti, / cerulei spicchi di cielo.”

 Ma è la giornalista Silvana Marra, più che altri, di Froio ha analizzato gli aspetti più profondi e intimi del suo percorso artistico, come è evidente nel sottoindicato “pezzo” pubblicato su La Provincia Kr con il titolo Oreste Froio, l’elogio della normalità: <Ne “L’uomo in rivolta ” di Albert Camus il saggio più lacerante è quello su Ivan Karamazov. Dei quattro fratelli dostoiewskiani, Ivan è colui che incarna la rivolta irriducibile, quella di chi non accetta transazioni, non s’accontenta. Il suo è un ateismo attivo, militante, sdegnoso e sofferente. Non a caso, il saggio s’intitola “Il rifiuto della salvezza” ed il protagonista dice, pressappoco: la mia rivolta perdurerebbe se anche Dio esistesse, perché nulla può giustificare la morte di un bambino. Saltare da un Karamazov a Froio può apparire rocambolesco: le parole di un filosofo non possono essere quelle di un antidivo quale il pittore crotonese è. Ma Oreste che afferma: “Vorrei che qualcuno mi convincesse” e “Dio si trova nell’altro, il male del mondo non può avere giustificazione, è tutto talmente bello ma è tutto talmente brutto”, c’è andato vicino. Non esistono mezze misure, non può esistere un essere supremo se permette tanto dolore. E se c’è, non è un dio di vita né d’amore. E’ semplice: la fede è un’opzione irrazionale che può anche farti arrivare a dare una spiegazione logica alle cose, difficile è solo il primo passo. Chi non accetta di farlo, rinuncia ad un privilegio, è tutto più complicato. Se si è “buoni”, lo si è solo perché il prossimo è una persona, è un fratello. Non nella fede, è un fratello e nient’altro. E forse, amare senza precetto, vale un po’ di più, richiede maggior rigore con se stessi. D’altro canto, Oreste Froio sicuramente non intendeva dare risalto ad una scelta tanto intima. Doveva trattarsi del suo profilo artistico. Però andava fatto, spiega tutto il suo modo di rapportarsi. Lui è un mite, sia pure con qualche innocente fisima e più di un’ingenua pignoleria. Non si è raccontato con facilità, la paura d’essere frainteso, di risultare spocchioso e di fare il genialoide, fa parte del suo pudore. Tutto si è svolto nell’ansia continua di non passare per “il laureato” ma, sta di fatto, che la sua attività primaria è quella d’insegnante di matematica e scienze. E già questo, nel panorama degli artisti locali, lo rende un personaggio atipico anche se non ne fa un dilettante. Occhiali, capelli corti e grigi da ex bravo ragazzo, di quelli che si ritirano la domenica col cartoccio delle paste. E’ un sentimentale con tanto di piedi per terra: “Devono essere gli alunni a dire se sono un insegnante”. Anche qui, non dà niente per scontato, non s’accontenta di ruoli od appartenenze. Non vive nel sottovuoto della proprie certezze, le sue convinzioni non sono a tenuta stagna. Difficilmente capita l’artista “normale”, quasi l’essere come i più, fosse deprivante. Ma, “il professore”, più che normale è sobrio, anche battute e sorrisi sono da buon padre di famiglia. Il rapporto con la scuola s’è, ultimamente, un po’ svuotato, resta l’evidente protettività per i ragazzi ed emerge la stanchezza per un clima disimpegnato e superficiale. Con qualche genitore scorretto di troppo. Poi, dopo tanti anni, professionalità a parte, sente il bisogno di uno spazio tutto suo, appena un po’ lontano da registri e teoremi. La creatività è, essenzialmente, astrazione. Sotto certi aspetti, si coniuga con la matematica. Però è tanto più libera. Froio non si considera bravo, si attribuisce solo una certa padronanza nell’uso del colore: l’ha detto, non sa neanche che l’avrei scritto. Tanto, fra le sue paure c’è anche quella di sembrare umile a trucco. Dipinge, “sul serio”, da un quarto di secolo ed è innamorato dei grandi impressionisti. L’interesse per la pittura risale all’infanzia e ad un genitore da cui ha ereditato la personalità artistica. Sul piano istintivo, privilegia il colore, la sua passione è tutta lì. Però è uno che sa disegnare, di quelli che meriterebbero un’estemporanea vera, dove la tela, una volta timbrata, non si portasse a casa. Tanto, sappiamo che ci sono mille modi per bluffare e, domani, ognuno di noi potrebbe svegliarsi “artista”. Oreste ha i suoi tempi, l’opera è un cammino dentro sè, chi ne sforna stile tipografia, ha qualcosa che non funziona. Lui è un tradizionalista, nulla contro le teorie che hanno rivoluzionato la storia dell’arte ma pensa che i “tagli” di Fontana avessero poco a che fare con la pittura. “Sulla tela ci dev’essere tratto e colore”. Picasso era un disegnatore eccellente ma aveva capito che la gente era pronta per essere stravolta, pronta per essere confusa. Su quel piano era sicuramente più competitivo. Froio si esprime in questi termini, senza paura di risultare impopolare. Nulla dell’agiografia artistica lo impressiona, anzi, ad essa attribuisce la colpa di tutto quanto d’estremo, distruttivo e fasullo, spesso l’artista propugna. Perché, spiega, vige una sorta d’equazione fra arte e diversità, in alcuni è solo atteggiamento, in altri, diventa regola di vita. Che bello, finalmente un pittore che non giochi sulla propria vita e su quella degli altri. E che gioia poter amplificare una personalità vitale ma non devastata. Proprio così, perché stando a ciò che racconta, O. Froio è di quelli che s’innamorano ogni giorno della bellezza e concedono fiducia incondizionata. Non ha imparato la lezione della fregatura, semplicemente perché ci si può rifiutare d’essere furbi per scelta. Ma i mediocri non lo capiranno mai, essi pensano sempre che l’altro sia imbecille. Le opere dell’ultima fase sono il trionfo dell’azzurro, inneggiato in tutte le tonalità. Dal blu profondo del cielo notturno a quello trasparente dell’acqua. Forse perché ha sempre praticato la pesca subacquea: lo scenario cambia totalmente, guardando dal basso verso l’alto l’acqua diventa una grossa lente che fa filtrare la luce se e come vuole. E’ un altro mondo. La produzione più recente vede scomparire la figure a beneficio del paesaggio, può darsi che Oreste cominci ad essere stanco del rumore, stufo delle parole. Forse chiede un dialogo giusto ed ideale, senza le offese che la voce sa vomitare. Il colore è diventato il contenitore di tutto quanto ha da esprimere. Guarda il paesaggio e si parlano, natura e pittore. Nemmeno più una casa, un portale od un uomo, non ci sarà mai in una sua tela, la torre Eiffel. E’ come se fuori della presenza umana sparisse qualsiasi traccia di mistificazione. E’ solo la luce a sostanziare la dialettica dell’immagine, con essa la scena prende vita. Ed è una luce di dentro, dopo avere tanto lavorato dal vivo, adesso Froio dà immagine a paesaggi interiori, nati dall’anima più che dalla testa. Eppure, sono evidenti le capacità da ritrattista. Non se ne riconosce, soprattutto, non riesce a dipingere un volto su commissione. Un viso deve colpirlo, deve significare qualcosa, qualcosa che lui si diverta a decifrare. Un viso non è come il paesaggio. Può assumere una posa e barare. Oreste vuole fare della sua pittura, un momento di verità. Non dipinge per imbrogliare.>

Premi Personali e Mostre

  • Personale di pittura Bottega d’Arte Crotone dicembre 1976
  • Premiato a Rocca di Neto 1977
  • Premiato al Nazionale Un. Cult. Cal. di Catanzaro 1977
  • Estemporanea Centro Storico Crotone 1977
  • Medaglia d’oro alla Biennale religiosa Catanzaro 1977
  • Premiato al Nazionale B. Telesio Cosenza 1977
  • Premiato al Nazionale Galatina 1978
  • Premiato al Nazionale S. Severina 1978
  • Premiato al Nazionale Città di Crotone 1978
  • Premiato all’Estemporanea S. Severina 1979
  • Premiato alla Collettiva Nazionale S. Severina 1979
  • Premiato alla IV Rassegna Nazionale Città di Fabriano 1979
  • Premiato al Nazionale Maggio Crotonese 1979
  • Premio Speciale Rocca di Neto 1980
  • Premiato a S. Giovanni in Fiore 1980
  • Premiato al Maggio Crotonese 1981
  • 1° Premio Estemporanea Nazionale S. Severina 1981
  • Premiato al Maggio Crotonese 1982
  • Premiato al Nazionale S. Severina 1982
  • Premio Speciale Nazionale Rocca di Neto 1982
  • Premiato al Nazionale Maggio Crotonese 1983
  • Premiato al Nazionale S. Severina 1983
  • Personale di pittura Bottega d’Arte Crotone dicembre 1983
  • Premiato al Maggio Crotonese 1984
  • 1° Premio Nazionale Estemporanea Città di Trebisacce 1985
  • Premiato al Maggio Crotonese dal 1986 al 1997
  • 1° Premio Estemporanea Castelsilano 1996
  • Premio Estemporanea Castelsilano 1997
  • Personale di pittura “Bastione Toledo” Crotone, maggio 1999
  • Mostra mercato Città di Piombino 2000
  • Premio Estemporanea Rocca di Neto 2002
  • Personale di pittura Pinacoteca Comunale Crotone, maggio 2004
  • 1° Premio Concorso regionale Le Castella 2007
  • Inaugurazione esposizione permanente % La Brucante Kr mag 2007
  • Collettiva “Ri-Cognizione I” Castello Comune S. Severina nov. 2008

 La produzione pittorica

Le tele presentate in questo libro sono state dall’Artista suddivise, per comodità espositiva, in quattro gruppi tematici, con l’indicazione delle reali dimensioni: 1) figuracce; 2) figure; 3) marine; 4) paesaggi.

Estro familiare

L’ambiente familiare, in cui è vissuto Oreste, è stato stimolante e gli ha permesso di fare germogliare il seme dell’arte presente nel suo dna. Infatti, quando si parla degli esordi di Oreste come pittore, unanime è il riconoscimento del ruolo preminente avuto dal padre nella sua crescita artistica… “Giuseppe Oreste Froio, uno fra i giovani artisti più validi oggi operanti nella nostra città, approda alla pittura sulle orme del padre, Armando, altro nome ben noto negli ambienti artisti­ci crotonesi e si può dunque ben definire autentico figlio d’arte, dotato tuttavia di un rilevante ‘cachet” culturale” (Franco Ciccarello)… “Giuseppe Oreste Froio nasce a Crotone nel febbraio del 1947. Il padre Armando, amante della pittura e della poesia, influisce notevolmente sulle scelte del figlio. Il nostro pittore può, così, fin da piccolo prendere dimestichezza con pennelli e colori, incantandosi nell’osservare le paterne pennellate che, come un sipario che piano piano si apre mosso dalla magia dell’arte, offrivano l’occasione a quegli occhi sgranati di bambino, di tuffarsi nello scenario di un mondo fantastico (Elio Cortese…) “L’interesse per la pittura risale all’infanzia e ad un genitore da cui ha ereditato la personalità artistica” (Silvana Marra)… Proprio in ambito familiare Oreste ha potuto coltivare e sviluppare il suo talento naturale e la predisposizione per la pittura… il padre è stato il suo primo maestro… non dimenticando che anche il fratello Cesare si è sempre cimentato nell’arte pittorica e ritrattistica con risultati notevoli… I poliedrici interessi artistici del padre abbracciavano tutte le forme espressive, anche se in modo incostante e spesso bizzarro, animate da un temperamento istintivo e aggressivo… come si evidenzia, ad esempio, dai sottoriportati scritti di Armando Froio, che affrontano in modo arguto e ironico e con il linguaggio popolare, le ricorrenti insolute problematiche del marchesato crotonese e i comportamenti discutibili dei suoi abitanti…

   RISPIGGHITI!!! Sugnu l’omu cchiu bonu du munnu / m’annu scrittu amici e canuscenti / tuttu summatu sugnu nu cunnu / n’omu a diri pocu,cosa i nenti. // M’apprìcu ad ogni cosa e ppò m’arraggiu / spessu mi piju probremi e mpicci i l’ati / convintu ca fazzu n’opera i curaggiu / nenti cunchiudu e restu a menza strati. // L’atu jornu nc’ava dittu a ru marchisi: / nc’è nu pezzu i terrenu sutta a casa / ca tu non usi cchiù ppi ri maisi / facimu nu campu i jocu,a na rasa? / Nun ti fari veniri sti chiuriti! / u terrenu mi servi,tegnu chi fari / i     tempi d’oru ormai si su finiti / nu palazzu nci vogghiu fravicari. // L’anima tua !Comu ti si ncazzatu / i guagliuni un sannu comu fari… / chiudimu l‘argumentu,parramu d’atu / chiddra terra un n’è fatta ppi jucari. // Nci sù rimastu mali,vu cumpessu, / m’aju cumpessatu cu n’amicu: / all’assessuri io nc’iu dicu u stessu, / l’amicu mi rispunna:”Mo mi chicu! // Ma si nu fissa’? unn’a capitu nenti / e ru marchisi ca và du i’assessuri / nci prospetta a cosa mmantinenti / e nc’iù dicia comu fussi u cumpessuri: // T’offru subitu centu miliuni / su mmi tocchi u terrenu i “Bernabò”. / L’assessuri tentenna u caporchiuni / e rispunna:si pò fari,si pò fari comu nò? // Basta c’un succeda però ccà, / ca n’amu vistu i tutt’i culuri, / comu è statu u scandalu i Samà / ca su nisciuti chianti e duluri. // A tuttu chistu mi sugnu arribbeddratu / pi ru cumpurtamentu i chista genti / l’amicu mi rispunna:ormai è scuntatu / chista è i’Italia,am’i stringiri i denti. // E ra leggi chi ffa? E c’à di fari / n’apprica u codici e d’annavulata / tuttu comu prima torna pari.. / e ra cunnanna? Ara prossima turnata. // Si stava megghiu settantanni arretu / stu fattu,a mia m’indispettiscia / speriamu ca nci mintanu nu vetu… / Si! “campa cavaddru mio ca l’erva criscia”

   ESAMI I CUSCENZA / S’avvicinanu cinquant’anni i cumpagnìa / e ancora unn’à capitu nenti i mia / pi quantu beni a ttia t’aju vulutu / pi quattru figghi boni chi m’à datu / pi tutti i voti c’à ma pardunatu / quannu pi curpa mia ta d’arraggiatu // Tuttu summatu u s’à ca un sù malignu / puru si su tostu,comu nu lignu / ti vogghiu sempi beni a modu mio / pi sei niputi l’unu cchiu caru i l’atu / l’affettu mio t’unnà mai pirdutu / mi sì testimoni Ranni Dio // Su cazziddrusu e chistu è risaputu / puru si Don Forgioni m’à guaritu / s’ù sempi u stessu i quannu m’à spusatu / puru s’ancunu cornu t’aju datu / sempi du tia mugghiera s’ù turnatu / un criju ca mò pi chistu t’à pintutu. // Pirciò ripenza ari felici mumenti / subba sta terra c’amu avutu i godimenti / pi pochi jorni suppurtati stu mbromu mio / u dicu ari figghi, ara mugghiera e ari niputi / l’unichi ricchizzi c’aju avutu / finchè nu partu e vi salutu cu n’addio.

   SENZA TITOLO / Sutt’u scogghiu da Mancina / tanti pisci su arrivati / tutti quanti stamattina / vonnu fari i deputati: // Tringhi, scorfani e vavusi, / cazz’i rrè e sireneddri, / mazzuneddri presuntusi, / cefalotti e monacheddri // Ami jira a ru comuni / ppi nci dari na lezioni / a criddr’ottu ncapaciuni / c’annu ruttu li… buttuni // L’assessori vogghiu fari / all’annona jira vogghiu / e ru votu mat’i dari / ccu ru bonu o ccu ru mbrugghiu // dissa a vopa aru sparamazzu. / Ha rispostu di volata / la trigghiozza: Io chi fazzu’? / Brava! dissa la ninnata // Quandu tomu s’è lizatu / d’inta u lippu, nu marvizzu / n’autru pisci mpomatatu: / io cchi guardu u vaccarizzu? // Per lo menu a ru bilanciu / diss’u surici cu i denti: / l’assessori?Mo mi lanciu / vogghiu fari u presidenti // La fragagghia si ribbedra, / puru nui mo lu sapimu / ca u poteri è cosa beddra / puru u jamu nui vulimu // Eccu allora nautru ntuppu, / ottu vrazza, ottu assessori / sunnu i vranchi de nu pruppu / ca s’assetta senza storii // Si nni fà na scorpacciata / de pisci d’ogni manera / li rinuncia na picata / mu si traccia la carrera // A nna vota nu boatu / si cci senta nta lu mari / è nna bumba c’ha jittatu / nu mariolu e nu cumpari, // na culonna s’ha lizatu / d’acqua sporca, pruppu e pisci / doppu u mari s’è calmatu / e ra storia cca finisci

   MUNNIZZA… CARA / L’aumentu da munnizza è spaventusu / un vi para na spisa troppu esusa? / E chistu è nenti, u bellu a di viniri / am’i vidiri comu n’amu di mintiri. // Mo ca l’acqua arriva cu a bulletta / a Giunta ni cunsula ccu a pruppetta / u comuni a ru populu, u populu a ru comuni / e a nnui n’arrivanu sti belli scaffettuni // Nci vulissa nata vota “Masaniellu” / pi cambiari ntu comuni stu “maciellu”. / Cumpagni! Chista spisa s’à di fari / simu d’accordu? E vui l’ati pagari // U cittadinu, solitu pecuruni, / strincia ra cinghia e sposta i buttuni / sinnò i cazuni scinnunu a ri pedi / e l’omu un pò stari cchiu all’impedi. // Nove miliardi e menzu ppa munnizza / e ra città è tutta na schifezza / stu meritu è tuttu vostu, vu duvimu / i quann’ati cambiatu “Brochi-manfrinu” (*) // C’ati fattu l’azienda municipalizzata / senza mmagginari sta cazzata / ca d’arrivatu a sti poveri cutrunisi / ppi l’amministratori i stu paisi // Si nni fricunu ca su senza vrigogna / e sta città aspetta sulu a rugna, / tantu si vida i chira fetenzìa / cu furisteru quannu vena: pussa via” // Cu stu sistema prestu ammarrunamu / e tra nui cittadini liticamu / si l’amministratori un sannu fari / pensanu i cittadini ad’amministrari, // facennu u giru comu ru tre-sette, / na vota l’annu si cambia sei su sette, / risparmiannu i sordi di viaggetti, / i convegni i biccherati e ri pranzetti. // L’AMPS và subitu smuntata / e l’amministrazioni sostituita / s’à di dari subitu corsu / a bandiri l’appaltu-concorsu // affidannu a na ditta privata / a pulizia i sta città schifata, / cu quattru miliardi na cacciamu / e Cutroni sempi pulita avimu // senza pinsari a quantu risparmiamu / i sti sordi ca nui ni faticamu, / ca fine annu c’è puru l’incongruenza / i pagari a medaglia di presenza / a sti politici amministratori / ca ni fannu st’ignizioni ccu duluri. // (*)Broch-Manfrin: ditta privata che svolgeva il perfetto servizio di pulizia in città.

   L’ACQUA DA SILA / Quasi cent’anni su passati / i quannu l’acqua si vinniva a gummulati / avimu fattu menzu passu avanti / grazi a ru Comuni e sti quattru lestofanti // Simu rimasti propriu abbannunati / sti cittadini mali cumminati / du Sinnacu,USL e l’assessuri / ca l’acqua desideramu a tutti luri. // Pi pagari dui rati da munnizza / avimu fattu nu burdellu a menz’a ghiazza / mò ca l’acqua manca e n’unn’avimu / pagamu forti a sala e nu vivimi. // Dio ni cunsula, tenimu l’acqua da Sila / deci, vinti autobotti tutt’infila / Cu ra scritta i subba: “acqua i Lorica” / e nu t’accorgi si chistu ni ci frica // Cu m’assicura ch’è acqua silana? / a mia pari acqua nostrana / cunsiderannu ca nc’è ra carestia / stu fattu è diventatu na manìa // Ogni matina senti u ritornellu: “Avimu l’acqua du Pisanellu” / passa menz’ura e senti po’ / “Avimu l’acqua frisca i Trepidò” // O c’ancunu si domanda nzamà zio: / “ma l’analisi a fannu?chissacc’io” / U controllu veramenti nun esista / e i sanitari ti dinnu ch’è na svista // Accussi criscia a salmonellosi / pi nci passari subba a chisti cosi / senza igiene e senza sanitari / stu paisi comu fa a campari? // U sugnu cuntrariu a ra parola i Dio: / dati i viviri a l’assitati,p’amuri mio / Si l’acqua è da Sila è cosa bona / comu cent’anni a retu l’acqua vona. // E’ giustu inoltre pi disoccupati / ca sta fatiga si sunnu organizzati. / Ma nun Laciti brogghi pi piaceri / sinnò u povareddru a di ciangiri.

   CUNTRATTU TRUFFA / Chista è scritta pi tutt’i cutrunisi / pi quantu simu fissi a stu paisi / grazi a nu sinnacu e a n’assessuri / du stessu partitu,du stessu culuri. // Anni arreti è venutu u metanu / ca và dicennu:”ti duna na manu” / però un sapimu si pi t’aiutari / oppuru fa ra fossa pi t’incafunari // Infatti,i politici subba nominati / cu nu cuntrattu n’annu ncalappiati / u mari Joniu,i tutti i Cutrunisi / cu 1’Agip,senza aviri nu turnisi. // Para ca pi deci anni,n’annu rigalatu / stu srvizzu c’a tutti n’à fricatu / senz’aviri nissunu guadagnu / si suca u sangu nostu,comu sciampagna // Ara faccia i tutta a crucijata / cu metanu si fannu sta sucata / ara faccia nosta,i tutti i cutrunisi / ni godunu u scuntu,ì catanzaresi // ca u n’aju mai capitu,comu mai / loru guadagnunu e nui simu nti guai / si tuttu chistu dumani nu si cangia / “Roccu sempi fatica e pizzicatu mangia” // E sì,picchì scavari tuttu u sottosolu / resta sutta terra,comu nu cannolu / ed ara prima scossa i terremotu / Cutroni è seppelita du sulu maremotu // Pi stu rigalu du sindacu e l’assessuri / na spata i Damocle avimu a tutti l’uri / Tuttu chistu io u raccumannu / a chiddri “strunzi” ca vannu vutannu // quannu è u momentu i l’eleziuni / pi stu sinnacu ca nà misu a pecuruni / cu a prumissa ca si si fannu na mangiata / tutta a città po’ resta fricata. // Su cinquant’anni i socialcomunista / ca stu paisi unn’à fattu na conquista / scandali comu chistu du metanu / nissunu sinn’accortu,pari stranu. // Ara prossima scadenza,stamu vicini / u contrattu cu l’Agip, u fannu i cittadini / cu ra clausola du deci pi centu / u populu resta felici e cuntentu // accussì scuntamu quantu n’annu fricatu / sti petrolieri cu l’Agip du Statu. / Mo mi dumannu:comu mai nun si su visti / pi chista truffa du metanu i “pacifisti”? // Si vuliti nu cunsigghiu,sintiti a mia / a prossima vota,vutati democrazia / ca cca nun fa ntrallazzi,picchì su visti / d’attivi oppositori,i comunisti.

   COMMIATU / Doppia festa u sei frevaru nta l’archiviu / pensioni ed onomasticu in arrivu / cu tant’amuri ava priparatu / l’addio all’ufficiu i modestu impiegatu // Cinsanu-bitter aranciata e coka-kola / salatini-bignè e amaretti ara nocciola / tuttu ppi colleghi chi mannu onoratu / sti sordi volenteri aju spinnutu // U nsi l’annu tinutu,n’orologgiu d’oru / ca ppi mia vali quantu nu tesoru, / i colleghi m’annu rigalatu, / pensu ca mi l’aju ammeritatu // E sai picchi?L’aju sempi rispettatu / e a tutti quanti,beni aju vulutu / nta stu jornu mi l’annu ricambiatu / partecipannu nta l’ufficiu aru commiatu // T’avia dittu:discursi nu nni fari / e nveci ta misu a parrari / tutti i voti ca vucca a raputu / u personali ncià sempi rimettutu // Comu t’à venutu chista idea / inveci i recitari u “culpa mea” / i spolverari “Monsignuri della Casa” / mentri la tensioni era già tisa? // Cittu! Silenziu! Nessunu cchiu jata / è stata a scusa ppi nata cazzijata / E’ statu cchiu forti i tia! Oi Peppinu! / a mmi cumbinari l’urtimu stuppinu // L’archiviu ma lassatu dint’i guai / un diri ”fesserii”(E tu lo sai) / I sindaci mi sunnu testimoni / ca nta l’archiviu aju fattu cosi boni // tantu è veru ca tuttu è filmatu / e di nessunu pò essere smentutu / Doppu quarantanni sempi ncazzatu / quanti voti ti 1’aju dittu? U nna sintutu // Mo ti nna nisciutu: ma nguaiatu e propriu / u casu i diri: “cornutu e mazzijatu” / U vò nu cunsigghiu? Aru prossimu pensionatu / I colleghi falli mangiari / e tu risparmia u jatu.

   E TINN’AJUTU…! / Na scala longa longa da terra nsin’u / celu si vida ntrasparenza, comu nu velu, / è fatta i nuvuli, ma pari i vammacia / a sagghia sulu cu vena ncerca i pacia. / A menzu tantu jancu nu squarciu azzurru, / na ranni fuddra, ch’è tuttu n’u sussurru: / dottò Robè pi piaciri u nni lassari! / si tì nni và u nsapimu comu fari! / Robertu sagghia a scala ca porta mparadisu / ma pò saccascia stancu cu nnu sorrisu. / I dui Angiuli si senti d’afferrari / sutta l’asciddri, e doppu sullevari: / S. Pè, rapiti prestu stu purtuni stamatina / sinnò a fuddra mparadisu vi scunfina. / Cun’è ca ghe? A ccu m’ati purtatu? / cun’è sta genti cu reclama di gran fiatu? / Sugno Robertu Colaci, nu dottori / m’avissiv’i fari nu favori: / su venuti pi truvari Domini Dio / pi potiri pò parrari a papà mio – / E’ na palora? Ati pirdutu tutti l’erra? / cca dinta trasi, cu ha fattu beni subb’a terra. / Rispunna l’Angiulu cchiu ranni: ma S.Petru / Vui n’un viditi chi fuddra nc’è d’arretu? / ca va gridannu dottori mio, gioja mia, / duvi u truvamu n’atu com’a ttia? / E’ và bonu! M’ati cunvintu: trasa, / trovati postu e assettati a nna rasa. / Intantu a S. Micheli l’anima purtatj / picchi è addettu a tutti li pisati – / S. Michele: Vabbò Petrù, e tuttu positivu / chistu ha fattu beni, quann’era vivu. / Mo dimmi: chid’è ca vò, nci fà S. Petru / mentri l’angiuli si mintanu d’arretu, / Vi l’aju dittu, ajiu i parrari ccu Dio / pi sapiri duv’è ru papà mio / e ni mintiri a nnu pizzu pi chist’anni / finchè nu veni mamma fra cent’anni / e stamu uniti pi l’eterna paci / sta piccula famigghia di Colaci / Chistu è I’omaggiu ca ti fazzu amicu mio / salutannuti pi sempi: addio Robertu, / addio!

   NVASIONI PACIFISTA / “Chi rompe paga e i cocci sono suoi” / Su cavolati,pagamu sempi nui, / stavota i”pacifisti” nata vota l’operai / e nui restamu sempi d’inti guai. // E menu mali,ca su stati “pacifisti” / v’immagginati si si trattava i terroristi? / Nteligenti u Prefettu,c’a manu u n’à furzatu / sinnò c’era ra scusa e ru palazzu appicciatu / attribuennu a ru Comuni u tortu / e pi l’F 16 nci scappava u mortu. // Nveci danni hannu fattu,pi miliuni / ara faccia nosta ca simu “carognuni” / Pi riparari sta bella bidonata / mò n’arriva nata tartassata. // A cunè c’à scrittu “jatevenn”/ nci dicissa: “mala pasqua ca vi vegna” / Già vidiva Cutroni progrediri / e cchiù di nu paisi pò ciangiri. // Pi l’importanza i Cutroni nta Regioni / ca i sordi trasivunu a milioni. / “Base Nato” ntu meridioni,a cchiù mportanti, / e Cutroni facìva passi di giganti / Ministri,mbasciaturi e presidenti / a Catanzaru un jivunu pi nenti, / si fermavunu nta tuttu u Cutrunisi / e gnoravunu da Regioni,l’ati paisi, // Acquedotti,ferruvii e larghi strati / tutti novi,rifatti i l’alleati. / Brillava l’importanza di Cutroni / a cchiù ranna provincia du meridioni, // facennu mbidia a tutti l’arrivisti / ca n’annu mannatu i “pacifisti”. / U populu comunista è assai cuntentu / ca tutta a Calabria è nsarvamentu. / Sunnu finocchi i timpa,sintiti a mia, / cu v’à dittu sta storia è na bugia, / Giojiti puru catanzarisi intelligenti / ca nta Cutroni nun si cumbina nenti. // Nun viditi stu paisi migliorari / pà coalizioni i tre quattru cumpari. / A storia da capu ricomincia / si pirdimu i Cutroni a Provincia // Ristamu pi sempi a tutti l’uri / i Catanzaru,l’eterni servituri. / Quannu u Cutrunisi si pò sarvari / tutti contribuisciunu a l’affucari. / Quannu stà veramenti mali,ca s’impica / tutta a Regioni e ru Governu sinni frica. / Ma nun è ditta l’urtima parola / nc’è sempi a speranza ca ni consola / e si cumbinazioni,tuttu si realizza / Catanzaru e i pacifisti,s’attaccanu a sta pizza. // Mo nci vò stu periculu sulu / ca vena Saddam e ni cava ru culu / accussì ni fa na sirinita / e si completa finalmenti sta frittata

   PITAGURA E TURANU / N’umbra janca s’avanza i luntanu / tisu tisu, tuttu mpettitu / murmurijannu nu linguaggiu stranu / l’izannu a ru celu, da manu i jitu // Mi cridiva i truvari na città / nveci trovu nu picculu villaggiu / curpa forsi da troppa vanità / è cambiatu forti u paesaggiu // Sù passati vinticincu seculi / stu paisi avanti a retu ha jutu / Cutroni unn’à fattu miraculi / a potenza c’aviva l’ha pirdutu. // S’è fattu quasi notti, è scuru ormai / mò m’assettu aru mattu du mari / u mi vogghiu truvari d’inti guai / nu m’orizzontu, un sacciu duvi jiri // Quannu mi decidu i m’assittari / viju n’omu ccu ri vrazzi conserti / io pensu: chi ten’i mi guardari? / Po m’avvicinu: Chid’è? E’ a mia c’aspetti? // No! Io sugnu Carlu Turanu / ah, tantu piaciri! Io Pitagura di Samu / Pariva ca mi guardavi, i luntanu / e pinsava: chid’è ca vò chir’omu? // Finalmenti aju avutu stu piaceri / rustulijannu pi tutti chisti rasi, / oramai disperavu i ti truvari, / girannu lungu e largu stu paisi. // Cu mi mannava a destra, aviva tortu / cu ara Margherita, cu ara villa / no! l’annu sistematu, avanti u portu / pi guardari stu mari ca scintilla // E nveci t’annu cumpinatu / comu si ti mintissiru ara gogna / pi l’eternità t’annu piazzatu / ara rutunna, p’addurari a fogna. // Senti cu parra, rispunna don Carlu / cent’anni a retu fui primu cittadinu / e d’inta capa m’ava misu u tarlu / d’allungari u portu aru pinninu // I ti fari na statua ara gghiazza / è statu pi d’anni u miu sonnu / pi a cultura, a gloria e ra beddrizza / ca Cutroni nci hà datu a ru munnu // No ralizzari, comu ha fattu Lucenti, / ca porta i Cutroni ha tirrubbatu / e i cutrunisi assai ricanuscenti / a gghiazza da città nci hannu ntestatu. // Pitagura nu pocu mortificatu / nci rispunna a Carlu Turanu / cu nu filu i vuci, assai accoratu / tuttu chistu a mia mi pari stranu // U meritu v’à ari disfattisti / ca nta Cutroni hannu operatu / oja comunisti e socialisti / ca stu paisi hannu abbannunatu // Du secunnu circhiu, du limbu s’ù turnatu / pi rispigghiari st’apatici ndolenti / ca i quannu Ciloni a d’appicciatu / a casa i Miloni u nc’è cchiu nenti // S’è perduta strata facennu a storia / l’esoterica pacenza e ra filusofia / tuttu quantu aju fattu pi ra gloria / è parutu ne piccìju oìh mamma mia! // I circuli i cultura appena nati / doppu dui misi hannu chiusu battenti / para ca s’ù scomunicati / tant’è veru ca n’unnarrazza nenti // L’urtimu in ordini di tempu / è stata l’associazioni “I cutrunisi” / doppu n’annu unn’à d’avutu scampu / pi nù novellu “Ciloni” i stu paisi. // Ma sì, na naticchiula nconsistenti / ca u poteri l’ava muntatu, “poverinu” / a pinsari è statu sempi n’omu i nenti / ca s’imbriacava senza… “biccherinu”. // I tuttu chistu a curpa unn’è da mia / è di nu gran fatigaturi, nu cutrisi / ti giuru, nun ti dicu na bugia / è statu sinnacu pi discrazza i stu paisi. // Accussì nun v’à, nta scola mia / “ESKATO BABELOI”! nciava scrittu / ca v’ò diri: l’incompetenti arrassusia / hannu l’etrata comu nu proscrittu // Inveci sugnu demoralizzatu / e s’ù venutu du tia ca sini friscu / non io chi grossu modu sugnu natu / quasi aru tempu i Tarquino Priscu // Mo si dìcia ca ncittà pi penitenza / na targa ha misu aru viscuvatu / e nata nchiazza della “resistenza” / i stu sinnacu ca l’ha suttafirmatu. // Aja ra! Oi Pità, chi m’à dittu / ti vogghiu beni, vavatinni pi piaciri / su veni a sapiri su malidittu / a sta statua nci nnì fà fari giri // Teni pacenza, i posteri, vena ru jornu / cattìa riconoscenti na ranni statua / ti l’izerannu d’avanti l’hotel Jornu / facennu na colletta cu ra mutua. // Ma Pitagura è quasi scumparutu / abbacchiatu, ccu ru coddru chicatu / i paroli i Turanu ull’à sintutu / s’è fattu jornu e l’aria ha rifriscatu // Come è vinutu, chianu sin’à jutu / caminannu subba u mattu du mari / pensannu a ru tempu perdutu / ed a Cutroni c’ormai nun c’è chi fari.

   CUTRONI PROVINCIA / Provincia Cutroni? è nà chimera / ma tutt’u circondario ancora spera / du mbidiri cchiù chistu stintinu / c’a Catanzaru n’attacca ru destinu / S’i parraturi du Governu sunnu giusti / facimu festa stappannu musti / d’i vini melissisi e cirotani / ni mbriacamu i mò finu a dumani / gridannu forti, quannu parru a modu mio: / grazia oi Madonna, grazia o ranni Dio. / Personalmenti sapiti chi vi dicu? / ccu d’anzia aspettu ca sti stacca stu vid­dricu // U jornu c’a mammana tagghia stu curduni / da cuntentizza mi tagghiu… li buttuni / accussì a giacca resta sempi aperta / u cristianu si rispigghia e rest’all’erta. // Si tuftu chistu non si realizza / Giuseppe Vrenna lu si penalizza: / “Ti mintimu comu tu ncià misu all’atu / subb’a pagella ti scrivimu mpreparatu” / Si pò riesci a cumbinari stu stuppinu / cangiamu e ti scrivimu: bravu Pinu! / Cutroni si stirnicchia finalmente / e ari catanzarisi musta i denti / pi stà vittoria e ppi ra libertà / ha finutu i cercari a carità. / Putimu aviri, ormai nta stu paisi / parlamentari di tutt’u cutrunisi / forsi riuscimu ad aviri ancuna cosa / e bona o mala ni resta dint’a casa / Pi chistu pregu e speru Rannu Dio / ca realizzi chistu sonnu mio.

   CALENNI / Aju vistu ara televisiona / u professuri Pasquali Senatori / c’a Cavarretta ncià cantava bona / e nciù diciva gridannu cu fervori: / Silvà! Daveru t’ha scurdatu? / quannu d’appressu a d’Almiranti / io e tia gridàvamu a perdijatu / ca ni seguiva l’umbra du Giganti? / Mi pari ca mò t’innà scurdatu, / comu t’ha venutu stu penseri? / E ru partitu subitu a cambiatu? / Forsi è stata a sita du poteri / ca t’ha fattu pèrdiri l’erra / u decoru e ra faccia / subb’a terra (Traduzione: CALENDARIO / Ho visto alla televisione / il professore Pasquale Senatore / che a Cavarretta gliela cantava bene / e glielo diceva gridando con fervore: / Silvano!Davvero ti sei dimenticato? / quando appresso ad Almirante / io e te gridavamo a perdifiato / che ci seguiva l’ombra del Gigante? / Mi sembra che adesso te ne sei dimenticato / Come ti è venuto questo pensiero / Ed il partito subito hai cambiato? / Forse è stata la sete del potere / che ti ha fatto perdere la testa / il decoro e la faccia sella terra).

   RIPENSAMIENTI / Ti ringraziu Signuri pe cuomu mi facisti / e pe l’onestà chi ncuorpu mi dunasti / pe tuttu quantu finu a mò mi concedisti / pa mugghiera e ppe figghi chi mi portasti // Pe vint’anni u sindacu buonu ficia / e a Stefanaconi mi stimaru i gienti, / però mi spiacia si nc’è ncunu chi dicia / funa nu cunnu, nenta ficia pe parienti. // Pensài sulu po bene do paisi / e sopratuttu pa collettività, / cu nci pensava ca pe tutti chisti misi / mi si rimproverava l’onestà? // Do tiempu c’arrobbai à famigghia mia / sacrificandu juorni e nuotti sani / oja mi dinnu: Nicola? Arrassusia! / fù nu cretinu con si l’inchiu li mani. // Pua mi fazzu l’esami de cuscienza, / cu Decalugu mi dicisti: “Non rubare” / pe vint’anni chi ficia e penitenza, / doppu ripiensu: Nicola! Dassa stare. // Miegghiu i sindaci chi cuomu a ttia furu / ed oja caminati a testa azata / e nò sbattira a testa muru muru / ca de bruogghi cumbinaru na frittata.

   A CAPU CULONNA (canzone mariana – testo A.Froio) / Capu Culonna, / Capu Culonna,ccu ra luna / Na beddra bruna / Cu ttia nta varca a suspirà / Na carizzeddra, / Nu vasiceddru nta vuccuzza / E la manuzza / Subba stu cori a mi tuccà. / Che beddr’a sira / A luna ca si specchia a mari, / Ntramenti i griddri / Fannu lu cantu dell’amuri / T’inbitunu a cantà. / Capu Culonna, / Nescisti cca,locu d’amuri, / Duvi 1 ‘amanti / Venunu apposta ppi sugnà…

   “CIRCOLO SUBACQUEO, UN CONTRIBUTO NON MENZIONATO / Caro direttore, colgo l’occasione dell’articolo pubblicato sul il Crotonese n.29 pag. 9 a firma della signo­ra Antonella Cosentino, per puntualizzare alcune cose vo­lutamente ignorate da chi ha raccontato all’articolista, come è consuetudine di alcuni, di fare emergere personaggi che hanno più demerito che merito. / Naturalmente la colpa non è della sig.ra Cosentino, assolu­tamente no! Ma ripeto, di colui il quale ha raccontato fatti se­condo il proprio piacere, al punto tale da far dire: “I circu­lii i cultura appena nati / doppu dui misi hanno chiusu batten­ti/para ca su scomunicati / tan­t’è veru ca n’unnarrazza nen­ti.” / I soci fondatori erano 18 e non 13 (lo so per un servizio tra­smesso a “Mondo Sommerso” negli anni ‘60, su richiesta del presidente del Ci-Ca Sub) si sono dileguati strada facendo restando padroni dell’immo­bile realizzato con contributi diversi da Enti e privati, i più “ferru-ferru”. / Anche se non menzionato nel­l’articolo, come l’industriale Alberto Drago di Torino (an­che lui persona riconoscente) il modesto Armando Froio di Crotone, in quella occasione ha contribuito con una mac­china da scrivere nuova di zecca, un quadro a olio raffi­gurante un sub ed un ritratto del compiantissimo ing. Eduardo Frustaci in estempo­ranea, che sommati in danaro potevano essere anche 500 mila lire. / Inoltre debbo rammentare senza sforzo mnemonico a chi ha informato l’articolista, che lo scrivente interpellato dal presidente del tempo, realizzò due pitture ad olio dalle misu­re di m. 3×2, pitture che domi­navano il salone e che raffigu­ravano un pescatore sub ed un fondale marino. / Piacquero ai soci fondatori che si sprecarono in elogi ed adulazioni, piacquero a tutti, critici compresi che non hanno trovato nulla da eccepire, in quella occasione il prof. Ro­dolfo Bava scrisse tra l’altro, delle buone cose per le due pitture. / Per una stima di com­penso all’autore, fu interpella­to, da alcuni fondatori, presi­dente compreso, il compianto geometra Antonio Patanè, ri­tenuto abbastanza competen­te e che si espresse in tal modo: / “Considerato che l’autore non vuole essere pagato e che voi gli avete offerto il materiale, centomila lire è il minimo che gli potete dare”. / Un socio, che non è opportuno nominare perché deceduto, disse: “Centomila lire? E’ un assassinio!” / Dopo d’allora, ogni qual volta mi presentavo al circolo, senti­vo dire: “l’assassino ritorna sul luogo del delitto” al che io, ignorando completamente tutti i retroscena, (non sapevo che volessero darmi un com­penso, poiché io non avevo chiesto nulla) ripetevo candi­damente la frase più volte ri­petuta in mia presenza. / Passò del tempo ed il presiden­te, per ricompensarmi, mi consegnò una seconda tessera di socio onorario, dimentican­do di avermene data una negli anni precedenti. / Trascorse ancora del tempo e un amico, vedendo come ero stato raggirato senza mai ac­corgermi di nulla, m’informò che l’assassino in questione ero io, spiegandomi i motivi suddetti. / Indignato per il comporta­mento ipocrita di alcuni soci fondatori che mi strumenta­lizzavano in ogni occasione, chiesi per iscritto il pagamen­to del mio lavoro, minaccian­do di affidare il caso ad un legale. / Questi signori soci mi rispose­ro con lettera, che ancora con­servo: “Non possiamo pagar­vi, se volete potete ritirare le opere che restano a vostra di­sposizione”. / Tutto ciò mi deluse e lasciai perdere tutto “nemmeno per la gloria”. / Se l’informatore della sig.ra Cosentino avesse avuto il co­raggio di menzionare il contri­buto che lo scrivente dette al sorgente circolo subacqueo, avrei evitato disturbare Lei direttore, che al solito ringra­zio per l’ospitalità e per aver­mi dato l’opportunità, dopo trent’anni, di esternare il mio risentimento, riepilogando fatti spiacevoli. ( Il Crotonese n.30 del 27 luglio 1990)

   IURI SIRVAGGIU / 1) Calabriseddra mia / calabrisedda mia / juri di primavera / acqua de praia e mari / fimmina vispa e pura / vucca di Ciraseddra / diventi sempi rara / chiù di na cosa beddra. // 2) Quannu va a ra campagna / quannu va a ra campagna / lu nnamuratu appressu / nun ti ci manca mai / n’occhiata d’ammucciuni / nu vasiceddru a pizzu / ti muzza lu respiru / para ca ti strapazza. // 3) Quannu ti muti a festa / quannu ti muti a festa / sagghi nta lu paisi / con tutta a compagnia / ti fermi ppi la strada / t’aggiusti la gunneddra / chichi la testa e ridi / po’ fai la civetteddra. // 4) Quannu tramunta u suli quannu tramunta u suli / l’aria tutta si ‘mbruna e u celu si fa scuru / si senta a serenata “calabresella mia” / sunnu l’innamurati ca stanno a menza a via / 5)Li stiddri si ndi vannu / diventa quasi iornu / li nnamurati stanchi; / cantanu ccu fiacchezza: / – di tutta chista Italia / tu mia calabriseddra / jiuri di jancuspinu / sì sfortunata e beddra. (Questo è il testo di una canzone, inserita in un vecchio disco 45 giri ormai introvabile, che Armando Froio ha dedicato alla moglie e a tutte le calabresi)

INDICE

  • L’uomo l’artista il pittore                                   pag.   7
  • Premi Personali e Mostre                                   pag.   19
  • La produzione pittorica                                      pag.   21
  • – paesaggi   23
  • – marine   47
  • – figure   57
  • – figuracce   71
  • Miscellanea                                                         pag.   95
  • Schizzi e disegni                                                 pag.   109
  • Estro familiare                                                    pag.   147

da “Blue Vision: profilo di un artista” di Carlo Ripolo